sabato 29 ottobre 2016

Il retroterra economico tedesco

German Foreign Policy, osservatorio sulla politica estera tedesca, analizza l'egemonia delle imprese tedesche nei paesi dell'Europa dell'Est: sempre piu' fabbriche cacciavite, poche prospettive di sviluppo autonomo locale, di fatto un retroterra economico tedesco. Da german-foreign-policy.com

Uno studio recentemente pubblicato dalla società di consulenza Deloitte conferma la forte egemonia delle imprese tedesche nell'economia dell'Europa orientale. Al primo posto in termini di influenza economica nella regione ci sono le case automobilistiche tedesche. Polonia, Ungheria e altri paesi dell'Europa dell'est sono ormai incorporati nella catena del valore globale dei costruttori tedeschi, che tuttavia lasciano a questi paesi uno spazio molto limitato per uno sviluppo indipendente. Anche per questa ragione i paesi dell'Europa orientale restano bloccati in quella che gli economisti chiamano "Middle-Income Trap": già da diversi anni, infatti, l'avvicinamento di questi paesi al reddito medio europeo procede a rilento.

Posizioni di vertice

Nel report annuale pubblicato dalla società di consulenza Deloitte, relativo alle 500 maggiori aziende in termini di fatturato operanti nell'Europa dell'Est, le filiali regionali delle grandi multinazionali tedesche hanno una posizione di primo piano. La controllata di VW Škoda è al terzo posto, Audi Hungaria Motor al sesto, Volkswagen Slovakia all'ottavo. Fra i primi 50 posti ci sono anche RWE, Mercedes Benz Mfg Hungary, Lidl Polska e Metro AG. Le aziende genuinamente dell'Europa dell'Est non si piazzano in buona posizione, e se lo fanno si tratta principalmente di società completamente o parzialmente sotto il controllo dello stato operanti nel settore dell'energia e delle materie prime oppure società appartenenti ad oligarchi. Fra le aziende private dell'est nel Consumer Business, solo 2 (Agrokor e Eurocash), operanti nel settore agroalimentare quindi a minore intensità di capitale, riescono ad entrare fra le prime 50.

Go east

Le case automobilistiche tedesche, che oggi occupano posizioni di vertice nell'Europa dell'est, già dagli anni '90 avevano iniziato a costruire le loro fabbriche nella regione. Hanno poi intensificato le loro attività dopo l'allargamento verso est dell'UE del 2004. Per la realizzazione di questi investimenti hanno approfittato massicciamente delle sovvenzioni pubbliche e dei mezzi messi a disposizione dai fondi strutturali dell'UE. Secondo i calcoli di un istituto di ricerca polacco, il fatturato di VW, Lidl, Siemens e altre aziende tedesche derivante dall'export verso questi paesi, fra il 2004 e il 2015 è cresciuto, grazie ai soldi provenienti dai fondi UE, per un valore pari a 31.5 miliardi di Euro. [2] 

La posizione dominante dell'industria automobilistica

I produttori di auto tedeschi hanno in totale nell'Europa orientale 33 fabbriche dove si producono circa 3.6 milioni di veicoli all'anno. Il settore ha pertano un'importanza fondamentale per i singoli paesi. Lo stabilimento VW, da poco inaugurato a Września, è per la Polonia il piu' grande investimento estero di tutti i tempi. Si prevede che aumenterà notevolmente l'export polacco di auto e pezzi di ricambio verso la Germania, che già nel 2015 rappresentava il 13% sul totale dell'export. Sitauzione simile in Slovacchia, dove le fabbriche VW, Peugeot e Kia garantiscono il 44% di tutta la produzione industriale e il 35% di tutto l'export.

Nessun trasferimento di conoscenza

Mentre le aziende automobilistiche considerano i nuovi stabilimenti in Polonia, Ungheria, e Slovacchia come un'estensione delle loro catene di montaggio, in alcuni casi le aziende tedesche hanno trasferito nei paesi dell'est anche i propri reparti di ricerca e sviluppo. La ricerca di punta, tuttavia, sia nel settore auomobilistico che in altri settori, è rimasta in Germania. Alle succursali locali non è stata lasciata alcuna libertà. "Le aziende tedesche, a differenza di molte aziende austriache, ad esempio, hanno portato con sé nelle succursali locali i loro manager e le loro culture aziendali. In questo modo hanno mantenuto un maggiore controllo sui processi innovativi locali", constata l'economista Dalia Marin. [3] Cio' ha permesso alle aziende tedesche, sempre secondo l'economista, a differenza ad esempio delle società austriache, di mantenere il controllo sulle parti piu' redditizie della catena del valore ed evitare una fuoriuscita dei profitti verso l'Europa dell'Est.

La "Middle-Income Trap"

Uno studio del Thinktank polacco OSW (Ośrodek Studiów Wschodnich), che ha analizzato le relazioni economiche fra la Germania e il gruppo Visegrad ("V4"), mette in guardia: "La cooperazione fra i paesi V4 e la Germania implica, per i paesi del V4, il rischio di restare bloccati ad un livello medio di sviluppo". [5] Secondo l'autore dello studio Konrad Popławski, gli stati Visegrad negli ultimi decenni sono diventati una parte importante nella catena del valore delle imprese tedesche, senza peraltro aver raggiunto la forza necessaria per uno sviluppo autonomo. Polonia, Ungheria, Rep. Ceca e Slovacchia non dispongono ad esempio di aziende hi-tech nazionali oppure di marchi propri altamente redditizi. Per questa ragione, al momento questi paesi non possono essere considerati niente piu' che un retroterra economico della Germania. 

[2] Evaluation of benefits to the EU-15 countries resulting from the implementation of the Cohesion Policy in the Visegrad Group countries. www.ibs.org.pl.
[3] Dalia Marin: Schwächer als Bratislava. Die Zeit 28.07.2016.
[5] Konrad Popławski: The Role of Central Europe in the German Economy. www.osw.waw.pl

giovedì 27 ottobre 2016

A che punto siamo?

A che punto siamo con il riequilibrio della bilancia commerciale fra Germania ed Eurozona? Secondo i dati appena pubblicati su destatis.de, relativi ai primi 8 mesi del 2016, l'avanzo con l'unione monetaria continua a crescere e non c'è traccia di un aggiustamento dei flussi commerciali con i paesi dell'Eurozona. Alcuni dati:




Export tedesco verso Europa, UE ed Eurozona nei primi 8 mesi del 2016


Import tedesco da Europa, UE ed Eurozona nei primi 8 mesi del 2016


Solo nei primi 8 mesi del 2016 l'avanzo commerciale con l'Eurozona è pari a 54.6 miliardi di Euro, in netta crescita rispetto ai primi 8 mesi del 2015 (circa 52 miliardi). Se non ci fosse l'effetto distorsivo del porto di Rotterdam, molto probabilmente l'avanzo commerciale con l'Eurozona sarebbe ancora piu' grande.

L'avanzo con l'Italia, SOLO nei primi 8 mesi dell'anno, è di crica 6.3 miliardi di Euro, in aumento rispetto ai 5.8 miliardi del 2015. Si riduce, ma di poco, il gigantesco disavanzo francese, e gli effetti di Brexit sul saldo commerciale per ora sono contenuti.



Se dovesse esserci un'interpretazione diversa o alternativa di questi dati, fatemi pure sapere, grazie!


martedì 25 ottobre 2016

In Germania c'è anche un po' di Grecia

Se i contribuenti della Baviera non vogliono pagare per i debiti fatti dalla città di Brema, perché dovrebbero voler pagare le indennità dei disoccupati andalusi? In Germania, dopo lunghe discussioni e diversi ricorsi alla Corte Costituzionale da parte delle regioni piu' ricche, il governo ha deciso di abolire il Länderfinanzausgleich, i trasferimenti interni dai Laender ricchi del sud a quelli del nord e dell'est. Frank Schäffler su huffingtonpost.de

In Germania c'è anche un po' di Grecia. Almeno per quanto riguarda la mancanza di responsabilità sul federalismo. Ad esempio, su ogni abitante di Brema grava una quota di debito pubblico pari a 32.735 €. Un valore molto piu' alto rispetto al debito pubblico che pesa su ogni greco. Li' il debito pro-capite è di 28.500  €.

Ogni confronto è a suo modo zoppo. Si potrebbe obiettare che nelle attuali cifre sul debito greco non vengono incluse tutte le passività, ma questo vale anche per la regione di Brema. In questo confronto si dovrebbero infatti prendere in considerazione anche i debiti del governo federale tedesco pari a 1.100 miliardi di Euro e calcolarne una parte su ogni abitante di Brema.

Come in Grecia anche a Brema l'onere del debito è troppo pesante e non puo' essere ridotto con la sola crescita economica. E come in Grecia attraverso la UE e gli altri stati membri, Brema riceve trasferimenti regolari dal governo federale e dalle altre regioni.

Dal Governo Federale nel 2015 sono arrivati 563 milioni di Euro di trasferimenti straordinari e nell'ambito della perequazione fiscale (Länderfinanzausgleich) sono arrivati altri 600 milioni di Euro. Per il Länderfinanzausgleich siamo ormai alla fine, presto sarà abolito. Il governo federale e le Regioni hanno finalmente trovato un accordo sul tema. E' giusto e corretto che sia cosi'.

Modifiche di base necessarie al federalismo

E' sempre stato disincentivante, in quanto i pochi Laender donatori devono far fronte ad una lunga lista di Laender beneficiari. Al momento solo le regioni Hamburg, Hessen, Baden-Württemberg e Bayern sono fra i pagatori. Nel 2015 sono stati versati 9.5 miliardi di Euro. Sembra molto ma sul totale delle entrate fiscali, pari a 620 miliardi di Euro, sono appena l'1.5%.

Per questa ragione l'accordo è solo una mini-riforma. Di fatto ci sarebbe bisogno di una riforma del federalismo piu' profonda. Poichè questo modello di federalismo crea gli incentivi sbagliati, punisce la buona politica e premia quella cattiva.

Se i Laender Brema o Saarland non riescono a far fronte alle loro spese e il loro debito continua a salire, allora sarà il governo federale ad intervenire aiutando le regioni con dei pagamenti straordinari. Affinché i 2 Laender a partire dal 2020 possano accettare la riorganizzazione della perequazione (Länderfinanzausgleich), si è deciso che riceveranno aiuti straordinari per il risanamento delle finanze pari a 800 milioni di Euro. 

Negli ultimi anni non è cambiato molto nella situazione finanziaria di base delle regioni debitrici. Di fatto la dimensione degli stati federali non è il problema. Lo si puo' vedere dal fatto che la piccola regione di Amburgo fino ad ora ha sempre pagato, mentre la grande regione Nord Rhein Westfalia ha quasi sempre incassato. 

Un federalismo competitivo lascia le responsabilità al rispettivo livello politico

Il problema, come in Grecia, è la separazione fra rischio e responsabilità. Se i Laender fanno scelte sbagliate, ad esempio assumono troppi funzionari oppure avviano troppi progetti ambiziosi e costosi, ad essere responsabili e a pagarne le consequenze non sono il Land Brema e i suoi abitanti, ma tutta la Germania. In Germania non è prevista l'insolvenza dei comuni o delle regioni. In caso di difficoltà deve intervenire il governo federale. 

Non dovrebbe essere cosi'. Un federalismo competitivo lascia la responsabilità delle decisioni politiche al rispettivo livello politico in cui queste sono state prese. Se un paese o un comune vive al di sopra delle proprie possibilità, allora dovrà risolvere da solo il problema del consolidamento delle sue finanze. Se questo non funziona, sarà necessario negoziare con i creditori una soluzione. 

Se la California non puo' pagare i suoi funzionari, deve mandarli in vacanza obbligata. Il governo centrale di Washington non interverrebbe mai. Anche in Svizzera la responsabilità collettiva per i fallimenti locali o cantonali non è prevista.

Quando nel 1998 il comune di Leukerbad nel Cantone di Wallis dichiaro' l'insolvenza, i creditori pretendevano di essere rimborsati dal cantone e dal governo federale, i quali invece rifiutarono il pagamento. Alla fine i creditori furono costretti a rinunciare al 78% dei loro crediti. Da allora le condizioni di finanziamento dei comuni, dei cantoni e dello stato federale svizzero si differenziano in base alla solidità.

Questo federalismo competitivo funziona in Svizzera anche perché ogni livello amministrativo non solo puo' determinare le spese con un'autonomia decisamente maggiore rispetto a quella prevista nel nostro paese, ma anche le entrate. 

Cantoni e comuni hanno una vasta autonomia fiscale che lascia nelle loro casse l'80% delle entrate fiscali. In Germania è solo il 50% e a parte alcune piccole tasse minori, i Laender e i comuni non possono imporre nuove tasse. Un maggiore federalismo fiscale sarebbe un vantaggio anche in Germania.

lunedì 24 ottobre 2016

La manovra di Schäuble

Il Ministro Schäuble vorrebbe trasferire al fondo ESM il controllo sui bilanci pubblici nazionali. Il principio di fondo secondo Schäuble sarebbe sempre lo stesso: chi mette i soldi, i tedeschi, ha il diritto di bocciare o approvare i bilanci nazionali. Tomasz Konicz su Telepolis.de
Il Ministro delle Finanze Schäuble sta lavorando per dare a Berlino il controllo sulle politiche di bilancio degli stati europei.

Ancora una volta il governo federale prova ad allargare l'egemonia tedesca in Europa ampliando le sue possibilità di intervento politico. Per dirla con le parole usate dal Wall Street Journal, Il Ministro delle Finanze tedesco Schäuble vorrebbe avere un "cane da guardia con i denti". 

Controllo tramite il Fondo ESM

A metà ottobre Schäuble ha avviato una manovra per estendere il controllo diretto su uno degli elementi centrali della sovranità statale dei membri UE: le politiche di bilancio. Secondo il Ministro tedesco in futuro dovrebbe essere il fondo di salvataggio ESM a controllare i progetti di bilancio dei paesi dell'Eurozona, come riportato anche dalla FAZ. Sempre secondo Schäuble la Commissione UE non sarebbe piu' adatta a svolgere questo compito.

Alla base della proposta ci sarebbe il rifiuto della Commissione di sottomettersi alle richieste di Schäuble. Il Ministro tedesco sarebbe infatti irritato con i burocrati di Bruxelles per la decisione di non multare Spagna e Portogallo in seguito al superamento del limite del 3% nel rapporto fra deficit e PIL.

Promemoria: dal 2013 la Commissione ha ricevuto ampi poteri in tema di controllo dei bilanci dei paesi della zona Euro e ora ha il potere di sanzionare gli stati con un deficit eccessivo. La Commissione tuttavia non è obbligata, le sanzioni rimangono a discrezione della Commissione stessa.

Ma chi era stato ad imporre queste regole non troppo tempo fà? Naturalmente questi requisiti erano stati introdotti sotto la pressione di Berlino con l'obiettivo di applicare quelle stesse misure di austerità che la Germania aveva imposto all'Eurozona. La vittoria negoziale di allora tuttavia non era stata completa. 

Le Regole per il controllo dei bilanci in vigore dal 2013 sono state introdotte in seguito a forti scontri fra i paesi Euro: la Germania voleva che la Commissione nell'ambito dei suoi poteri di controllo sui bilanci pubblici potesse sanzionare automaticamente i singoli paesi, mentre la maggioranza dei paesi della zona Euro si era schierata contro ulteriori riduzioni della sovranità. Il compromesso raggiunto prevedeva che le sanzioni fossero uno strumento a discrezione della Commissione.

Tutti devono rispettare le regole

Le politiche per la gestione delle crisi si formano attraverso una lotta di potere interna fra gli stati europei - di solito la Germania riesce ad avere il sopravvento sugli altri. Nelle burocrazie europee c'è sempre una battaglia fra i funzionari tedeschi, desiderosi di affermare le loro politiche austerità, e i sud europei di orientamento keynesiano che vorrebbero rilanciare le economie dei paesi in crisi.

Non appena le autorità tedesche hanno la sensazione di aver perso il controllo sulle istituzioni europee oppure sulle regole dell'Eurozona, pretendono la creazione di nuove istituzioni oppure di nuove regole per rafforzare il controllo sulle politiche di crisi. L'Eurozona puo' funzionare "solo se ci sono delle regole e queste possono anche essere rispettate", le parole del Ministro delle Finanze tedesco riportate dal WSJ.

Tutti devono rispettare le regole, che ovviamente Schäuble stesso ogni volta definisce sulla base degli interessi tedeschi. Anche se sbagliata, è una logica perfetta per la Germania campione mondiale dell'export, la cui congiuntura si fonda sugli avanzi con l'estero e sull'esportazione di debiti - pubblicamente poi ci si indigna per i debiti prodotti all'estero da questa stessa politica. 

La Germania sarebbe insoddisfatta per il modo in cui a Bruxelles le nuove regole sono applicate, riporta la Süddeutsche Zeitung (SZ): 

"Il Governo tedesco considera sbagliato il comportamento della Commissione Europea e la sua volontà di ampliare di fatto la libertà di cui gode nel valutare i bilanci pubblici degli stati nella zona Euro. Soprattutto per quanto concerne la valutazione dei paesi finanziati con i crediti del fondo ESM. Anche il ruolo della BCE nella valutazione dei paesi in crisi, a causa dei conflitti di interessi, è stato fatto oggetto di critiche".

In altre parole: le linee guida imposte fino ad ora da Berlino, sono diventate per lo stesso governo di Berlino insufficienti, in quanto la Commissione, secondo il governo tedesco, abusa del suo potere discrezionale e non impone in maniera scrupolosa i diktat di risparmio di Schäuble. E come sarebbero le nuove regole che Schäuble, in cooperazione con l'immancabile Jens Weidmann, vorrebbe dare all'Eurozona?

Proposta della Bundesbank: l'ESM come il FMI

Mentre Schäuble criticava la Commissione Europea, la Bundesbank anticipava le modifiche che vorrebbe apportare alle regole dell'Eurozona: l'ESM dovrà essere ulteriormente rafforzato mediante il trasferimento delle competenze della Commissione e della BCE, con le quali Berlino si trova in costante disaccordo.

Le proposte di Schäuble e della Bundesbank indebolirebbero le istituzioni europee e trasformerebbero di fatto l'ESM in un fondo monetario europeo, cosi' riporta la SZ. Si tratta di una vecchia idea di Schäuble che risale al 2010 e che egli allora non era riuscito ad imporre.

Fino ad ora la Troika composta da FMI, BCE e Commissione si è fatta carico del lavoro sporco, ora il Ministro delle Finanze tedesco vorrebbe istituzionalizzare in maniera duratura questi compiti nell'ESM e portarli sotto il suo controllo. Bundesbank e Ministero delle Finanze tedesco vogliono formalmente togliere potere alle istituzioni dell'UE, che già durante la crisi si erano trasformate in mere facciate europee dietro le quali si sono scatenati difficili conflitti nazionali. 

Secondo la SZ, Schäuble e Weidmann motivano le loro proposte sostenendo che i "finanziatori dell'ESM", gli stati europei, con i loro crediti finanziano i paesi in crisi. In altre parole: chi paga ha diritto di parola. 

venerdì 21 ottobre 2016

Perché in Germania è necessario rilanciare gli investimenti

Marcel Fratzscher, presidente del prestigioso Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung (DIW Berlin), istituto di ricerca vicino agli interessi degli industriali, su Makronom.de lancia un appello al governo tedesco: il FMI ha ragione, in Germania è necessario rilanciare gli investimenti pubblici e privati. Da Makronom.de

Jobwunder, boom economico, consumi in crescita: la Germania oggi si sente la superstar europea. Tuttavia un po' piu' di modestia non farebbe male - perché i dati positivi riflettono solo una fase di recupero rispetto al passato. La politica dovrebbe piuttosto riflettere sui regali elettorali e fare di piu' per rafforzare gli investimenti pubblici  e privati. Un commento di Marcel Fratzscher.

Il FMI pochi giorni fà ha criticato il governo federale per la sua politica finanziaria sbagliata. Il Fondo chiede al governo tedesco di utilizzare lo spazio fiscale - il cosiddetto "fiscal space" - per rilanciare gli investimenti pubblici e privati e in questo modo rafforzare la crescita in Germania e in Europa. Questo appello in Germania è caduto nel vuoto, molti lo rifiutano. Otmar Issing, - uno dei precedenti capo-economisti della BCE e uno dei piu' importanti economisti tedeschi - ha risposto sulla FAZ a queste critiche.

Issing giustamente mette in guardia dalla debolezza degli investimenti in Germania e chiede al governo di aumentarli in maniera significativa. Questi investimenti secondo Issing non dovrebbero essere finanziati facendo nuovo debito, ma con una riorganizzazione del bilancio pubblico: una spesa piu' elevata dovrebbe essere bilanciata da una riduzione dei consumi pubblici.

In un contesto di solido sviluppo economico al Ministro delle Finanze non mancano certo le entrate fiscali. Una larga parte dello spazio fiscale disponibile il governo lo ha utilizzato per regali elettorali economicamente non molto sensati, come ad esempio la riforma delle pensioni. Costo: 10 miliardi di Euro all'anno.

Otmar Issing ha ragione anche quando sottolinea che una maggiore spesa pubblica in Germania non basterebbe a rilanciare la crescita in Italia e negli altri paesi in crisi.

Ci sono tuttavia diversi buoni motivi per ripensare la politica fiscale in Germania. L'argomento secondo il quale la Germania ha già raggiunto il potenziale produttivo massimo e quindi non ha bisogno di una maggiore spesa pubblica non è corretto. Perché il problema principale dell'economia tedesca è che la crescita potenziale negli ultimi 20 anni è stata troppo bassa ed è ancora troppo bassa.

La Germania oggi si sente la superstar europea: c'è un miracolo occupazionale, l'economia è in piena espansione, i consumi crescono. Tuttavia in molti ignorano che l'andamento dell'economia del paese è, ed è stato, tutt'altro che impressionante. Due fatti lo mostrano chiaramente. L'economia tedesca da inizio 2008 è cresciuta dell'8%, solo l'% all'anno. E' molto poco, ed è chiaramente sotto l'attuale crescita potenziale, cioè fra l'1.25% e l'1.50%.

Ancora piu' deprimente è la performance economica degli ultimi 2 decenni. Dall'inizio dell'unione monetaria nel 1999 l'economia tedesca è cresciuta del 3% in meno rispetto all'economia francese e del 10% in meno rispetto a quella spagnola. Ci dimentichiamo volentieri che ancora 10 anni fà la Germania era il malato d'Europa che suscitava nei suoi vicini la stessa compassione con la quale oggi i tedeschi guardano agli altri paesi in crisi. Per questa ragione alla Germania farebbe bene un po' piu' di modestia. I buoni tassi di crescita attuali riflettono una fase di recupero rispetto agli anni perduti di inizio 2000.

Queste cifre mostrano che la piu' grande debolezza economica della Germania è un livello troppo basso di investimenti, che in ultima analisi è la causa della bassa crescita della produttività e dell'economia negli ultimi 20 anni. Gli investimenti non solo creano un aumento della domanda di breve termine - ma hanno effetti ancora piu' importanti sul lato dell'offerta con un aumento della produttività e del potenziale di crescita.

La Germania ha bisogno di una svolta nella politica fiscale. Il "freno all'indebitamento" (Schuldenbremse) è giusto e necessario ed ha contribuito alla riduzione del debito pubblico, purtroppo anche a scapito degli investimenti pubblici. Il governo federale dovrebbe ripensare i suoi regali elettorali e al loro posto rafforzare gli investimenti pubblici. In questo contesto assisto con una certa ansia  alle sempre piu' grandi promesse di riduzione delle tasse che i partiti politici attualmente stanno facendo agli elettori.

Piu' investimenti, partendo da quelli pubblici, rafforzerebbero la produttività e la crescita potenziale dell'economia tedesca, aiuterebbero a mantenere i posti di lavoro buoni nel paese, e assicurerebbero un futuro sicuro alle aziende e ai lavoratori tedeschi. 

giovedì 20 ottobre 2016

Sfruttamento alla tedesca

La Germania è leader mondiale nell'export di carne, un risultato ottenuto anche grazie allo sfruttamento dei lavoratori stranieri nei macelli dei grandi gruppi industriali. Huffingtonpost.de intervista Peter Kossen, monsignore, da tempo impegnato in prima linea nella lotta contro lo sfruttamento dei lavoratori nei grandi macelli del nord. Da Huffingtonpost.de


Il lavoro nell'industria della carne è uno dei più difficili. Spesso si tratta di lavoratori assunti con un contratto d'opera oppure di lavoratori interinali non sottoposti alle leggi sulla tutela dei lavoratori. Sei giorni alla settimana e quindici ore al giorno di lavoro non sono infrequenti. Si tratta di "sfruttamento" e di "schiavitù moderna".

HP: Prälat Kossen, lei ha parlato, riferendosi all'industria della carne tedesca, di "sfruttamento" e "schiavitù moderna". Ci puo' spiegare concretamente che cosa intende?

Kossen: Molte persone vivono e lavorano nell'industria della carne in Germania in condizioni estremamente difficili. Si tratta principalmente di lavoratori assunti con un contratto d'opera oppure di lavoratori interinali che spesso non sono coperti dalle leggi sulla tutela dei lavoratori. Abbiamo situazioni in cui i lavoratori sono impiegati per 6 giorni alla settimana, per 12 oppure 15 ore al giorno e alla fine prendono 1.000 Euro al mese. Mio fratello è medico e regolarmente si deve confrontare con lavoratori migranti afflitti da gravi problemi di salute causati dal troppo lavoro. Invecchiano rapidamente e soffrono per problemi di salute - per paura del licenziamento non si lasciano curare, un fenomeno diffuso.

HP: Sono storie che ricordano i primi anni dell'industrializzazione in Europa

Kossen: Esattamente. Spesso il datore di lavoro è allo stesso tempo anche il proprietario dell'appartamento; sono condizioni di vita che avevamo conosciuto solo nei libri di storia. I lavoratori sono alloggiati in stanze fatiscenti e condividono un letto in un sistema a 3 turni. E per questo pagano anche un affitto elevato sottratto dal loro già basso salario, che ad esempio a causa delle ore di straordinario non pagate è ampiamente sotto il salario minimo consentito dalla legge. Non da ultimo, i lavoratori, date le condizioni in cui vivono, spesso si trovano in una situazione di dipendenza dal loro datore di lavoro. Ci sono casi in cui hanno dovuto consegnare il passaporto al datore di lavoro. I lavoratori sono sfruttatati su larga scala da individui senza scrupoli. Si tratta di una zona grigia all'interno della nostra società.

HP: Questo sistema viene tenuto in piedi volutamente?

Kossen: Si' è cosi', intere aree della catena del valore sono esternalizzate. I subappaltatori intenzionalmente scelgono di ricorrere ai contratti d'opera, evitano i contratti di lavoro regolari e cercano di assumere lavoratori migranti dalla Romania, dalla Bulgaria, dall'Ungheria, dalla Repubblica Ceca e dalla Polonia. Spesso i lavoratori sono alloggiati in baracche separate, in modo che possano essere notati solo quando vanno a fare acquisti. E' un mondo parallelo, ed è propriamente voluto.

HP: Ci sono concentrazioni regionali oppure si tratta di un fenomeno regionale?

Kossen: Si tratta di un fenomeno a livello nazionale. E' iniziato nelle grandi aziende nel settore della macellazione della carne, ma nel frattempo si è esteso anche ad altri settori. Ha fatto scuola in senso negativo.

HP: E' diffuso anche in altre branche?

Kossen: Sì, ed è questo il pericolo. Nella logistica fra i camionisti, nelle costruzioni, fra i lavoratori addetti al riempimento degli scaffali nei discount, nel settore alberghiero, nell'industria metalmeccanica, nell'industria delle bevande. Questo modello è usato per aumentare i guadagni senza avere troppi problemi con la legge

HP: Perchè le autorità responsabili non intervengono?

Kossen: Ci provano a fare qualcosa. Ma sono le autorità competenti stesse a dire che in termini di personale e di mezzi finanziari disponibili non sono nelle condizioni di controllare. Il risultato è un pantano in cui imperversa il crimine.

HP: Quando lei parla di "palude criminale" - è un'esagerazione retorica oppure parla di reati?

Kossen: Questa palude si trova nel giro dei subappaltatori, che lavorano come "prestatori di servizi" per le grandi aziende operanti nel settore della carne. In questi settori spesso abbiamo a che fare con il traffico di esseri umani, anche la scena rock internazionale è coinvolta. Nei nostri tempi si possono fare piu' soldi con il traffico di uomini che con il traffico di droga. 

HP: Come si è arrivati a un tale sistema?

Kossen: E' stato reso possibile con l'apertura economica dell'est Europa. Da allora si importano lavoratori dai paesi dell'est con l'obiettivo deliberato di farli lavorare con il salario piu' basso possibile.

HP: Secondo lei è un dovere della politica fare qualcosa?

Kossen: Si', ci sono stati progressi come l'introduzione del salario minimo - ma una legge è valida solo nella misura in cui poi viene applicata nella realtà. Le leggi devono essere prima di tutto applicate. Senza dubbio le autorità competenti deveono anche avere le risorse necessarie per controllare le aziende e garantire il rispetto delle norme di legge. Non mi pare che le cose in questo momento stiano esattamente cosi'.

HP: Qualcuno potrebbe dire: "questi lavoratori, sono persone adulte. Se consapevolmente iniziano a fare un lavoro come questo, sono essi stessi colpevoli". Che ne pensa?

Kossen: Conosco le biografie di alcune di queste persone. Vivono in condizioni precarie nei loro paesi di origine e sperano in una vita migliore qui. Vedono questi lavori come la loro unica possibilità e percio' accettano. La mancanza di prospettive di queste persone viene sfruttata in maniera brutale nella nostra società del benessere. E' la situazione di emergenza che le porta a fare questa scelta. Molte di queste persone non hanno familiarità con gli aspetti giuridici e finanziariamente non hanno la possibilità di procurarsi un avvocato. Partecipano a questo triste gioco perché sperano che le cose prima o poi andranno meglio. Ma non andrà cosi'.

HP: Sono in molti a vedere la situazione in maniera diversa. Che cosa risponde a queste persone?

Kossen: Come ho già detto, il prodotto finale non sarebbe necessariamente piu' costoso, come spiegato in maniera credibile dalla NGG (sindacato degli alimentari, bevande e catering). In realtà, anche se poco visibili, sono in molti a guadagnare qualcosa da questa situazione di sfruttamento. Grazie a questo sistema stiamo creando in ogni caso un mare di persone che si ammalano a causa del lavoro, che dovranno essere curate, che si troveranno in una situazione di povertà in età avanzata e che nonostante il duro lavoro dovranno percepire per tutta la loro vita un sussidio sociale per poter sopravvivere.

HP: Lo Schnitzel è a buon mercato, ma la fattura piu' grande arriverà in seguito.

Kossen: Si', i trasferimenti sociali che saranno necessari li dovremo pagare noi contribuenti. Si tratta di sovvenzioni trasversali che non sono legittimate. Il sistema non danneggia solo le vittime, ma l'intera società.

mercoledì 19 ottobre 2016

Hans Werner Sinn: il difficile giugno tedesco

H. W. Sinn anticipa su Focus.de i contenuti del suo nuovo libro: giugno 2016 un mese decisivo per il futuro della Germania e dell'Europa. 

Brexit, ondata di profughi, Euro-disastro - il progetto europeo sta fallendo? Considerando il sempre maggiore numero di crisi non lo si puo' escludere.

E' accaduto intorno al solstizio del 2016. Dovrebbero essere i giorni piu' luminosi dell'anno, ma in realtà sono stati i piu' bui. Il 23 giugno la Gran Bretagna ha espresso il suo voto di sfiducia nei confronti dell'UE e ha deciso di uscirne. Invece del tanto temuto Grexit - che per il bene della Grecia e dell'Europa sarebbe stato meglio ci fosse stato - ora si sta preparando il Brexit. E questo è accaduto anche perché i britannici, in considerazione della grande ondata di profughi che ha invaso l'Europa, sono giunti alla conclusione che l'Europa ha perso il controllo della situazione.

Difficile da credere: la Cancelliera ha combattuto per tenere la Grecia nell'Euro e ha dovuto perfino fermare il suo Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, che invece era per la Grexit. L'uscita della Gran Bretagna, che in termini economici equivale all'uscita dei 20 membri piu' piccoli dell'UE, invece viene vissuta come se in fondo non riguardasse la Germania. Ora la Cancelliera è in difficoltà sui migranti e aspetta invano che gli altri paesi se ne prendano almeno una parte. La sua fortuna è stata che la recinzione macedone, almeno per ora, ha fermato l'ondata.

E solo 2 giorni prima del voto sul Brexit, il 21 di giugno, è successo qualcosa che per il futuro della Germania sarà molto problematico: la Corte Costituzionale tedesca con il suo cosiddetto "giudizio OMT" si è sottomessa alle politiche di salvataggio della BCE e al pieno sostegno che queste hanno ricevuto dalla Corte di Giustizia europea.

Anche su questo voto la politica tedesca ha preferito non commentare. Sembra che preferiscano mantenere il silenzio sul tema. I giudici di Karlsruhe con la loro sentenza hanno di fatto dato il via libera ad una politica di messa in comune delle garanzie sui debiti, perché è proprio questo il significato del "whatever it takes" che la BCE sotto la guida di Mario Draghi nel 2012 ha annunciato con il nome tecnico di Outright Monetary Transaction (OMT). I beneficiari di questa politica sono prima di tutto i paesi del sud in crisi e la Francia,  gli ufficiali pagatori sono i paesi del nord ancora economicamente in salute, prima fra tutti la Germania. 

La Corte Costituzionale tedesca, 2 anni dopo la decisione sull'OMT, aveva accusato le autorità monetarie europee di aver oltrepassato il loro mandato e in questo contesto aveva parlato di "usurpazione di potere". In una svolta senza precedenti tuttavia ora la Corte Costituzionale scrive nel suo giudizio che è possibile accettare la sentenza della Corte di Giustizia secondo la quale il programma OMT della BCE è compatibile con il diritto europeo.

Entrambe le decisioni di mezza estate sono di importanza epocale per il futuro d'Europa e della Germania. Rappresentano una svolta. Soprattutto dal punto di vista tedesco hanno trasformato giugno in un mese molto buio.

La Brexit imminente significa che la Germania perderà nell'UE il suo principale alleato da sempre orientato verso una politica commerciale aperta e fondata sul libero scambio, senza la quale l'economia dell'export tedesca non sarebbe piu' in grado di funzionare. Molto piu' concretamente la Germania perderà, come gli altri paesi orientati al libero scambio, la minoranza di blocco sulle decisioni del Consiglio Europeo.

Insieme alla Gran Bretagna e agli altri paesi della cosiddetta area del Marco, Olanda, Austria e Finlandia, aveva potuto difendere i suoi interessi ed imporre una politica commerciale europea aperta al mondo e al libero scambio. Ora invece è finita. I paesi del Mediterraneo, prima fra tutti la Francia, seguono una politica commerciale protezionista, credono piu nell'intervento dello stato che nel libero gioco delle forze di mercato e faranno di tutto affinché l'Europa cambi direzione sui temi dell'economia e del commercio internazionale. Se i protezionisti riusciranno ad imporsi, il modello di sviluppo tedesco basato sull'export subirà gravi danni.

Inoltre, l'Eurozona, senza il contrappeso britannico, si trasformerà ancora piu' rapidamente in una unione fiscale, come vorrebbero i paesi del sud-Europa e la Francia che in questo modo potrebbero compensare la loro perdita di competitività con i trasferimenti dal Nord. Una unione fiscale non significa solamente che ci sarà un budget europeo comune ed eventualmente un ministro delle finanze unico. Significa anche che dovranno essere definiti dei meccanismi di redistribuzione - da un'assicurazione sui depositi bancari per le banche in difficoltà fino ad un'assicurazione contro la disoccupazione a livello europeo - e cioe' istituzionalizzare, sotto forma di diritto garantito, un meccanismo di compensazione dei redditi e di aiuti per i paesi del sud-Europa che hanno perso la loro competitività.

Trasformare l'Eurozona in una unione fiscale per la Germania non sarà solo costoso. Questo passo è anche problematico perché implicitamente significa che sarà sempre piu' improbabile che i paesi dell'Est, oppure la Svezia, decidano di adottare l'Euro come valuta.

In questo contesto la decisione sull'OMT della Corte Europea e della Corte Costituzionale tedesca è disastrosa, perché una volta per tutte fa chiarezza su quello che la BCE non era riuscita ad ottenere con mezzi legali. La BCE di fatto potrà d'ora in poi acquistare senza limiti i titoli di stato dei paesi in crisi e in questo modo proteggere i loro creditori, come se ci si fosse indebitati con una garanzia comune attraverso gli Eurobond. Gli acquisti spingono verso il basso i tassi di interesse e privano i risparmiatori dei loro guadagni, sebbene gli stessi risparmiatori in qualità di contribuenti e proprietari impliciti della BCE continuino a garantire per le perdite. Cosi' molti paesi della zona Euro sprofonderanno sempre di piu' nel pantano del debito, senza che sia possibile offrire giuridicamente un limite al loro indebitamento.

Senza dubbio l'Europa si trova nella sua piu' grande crisi dalla seconda guerra mondiale. Le sfide che deve affrontare sono enormi, soprattutto l'Euro-disastro, l'ondata di profughi e la Brexit. Il disagio, il risentimento, l'aggressività e la paura crescono in tutta Europa. E naturalmente non sono buoni consiglieri. La rapida crescita dei partiti estremisti con i loro programmi massimalisti fanno intuire ovunque sul continente, con quale velocità cose normali a cui ci siamo abituati come il benessere e la pace possano scomparire rapidamente. La rifondazione dell'Europa deve avere successo. Non abbiamo altra scelta.

lunedì 17 ottobre 2016

Il patto segreto tra Francia e Commissione UE

L'importanza di essere francesi, ovvero, un "accordo segreto" fra Francia e Commissione UE per far finta di ridurre il deficit, e non far perdere la faccia alle parti. Da Frankfurter Allgemeine Zeitung  
La Commissione UE è da tempo indulgente con il deficit di bilancio francese. Secondo il libro appena uscito, alla base ci sarebbe un accordo segreto.

Era la promessa numero 9 del suo programma elettorale, fra i 60 "Engagements": "il rapporto debito/PIL nel 2013 sarà al 3%", scriveva François Hollande nel programma con cui nel 2012 ha vinto le elezioni. Al termine del suo mandato il bilancio pubblico avrebbe dovuto essere addirittura in pareggio, per farlo intendeva tagliare i regali fiscali che "da 10 anni erano stati concessi alle famiglie più' ricche e alle imprese più' grandi". Cosi' prometteva l'Hollande battagliero della campagna elettorale.

Che il presidente Hollande abbia ridotto il deficit molto piu' lentamente di quanto promesso allora, era noto. Prima nel 2013 e poi nel 2015 il governo francese ha dovuto chiedere alla Commissione uno slittamento di 2 anni dei termini per il raggiungimento della soglia del 3%. E fino ad oggi la Francia non è mai scesa al di sotto del 3%.

La novità è che il presidente francese ha evidentemente trovato nella Commissione Europea un complice. Cosi' scrivono i giornalisti di "Le Monde"  Gérard Davet e Fabrice Lhomme, che dal 2012 in 61 interviste hanno collezionato oltre 100 ore di conversazione con Hollande, raccolte in un libro appena uscito. In esso il Presidente racconta di un accordo segreto con la Commissione UE raggiunto nel 2013 quando la Francia ha ottenuto un prolungamento di 2 anni per il superamento del limite del 3%: "la verità è che noi abbiamo un deficit più' alto, e loro sanno molto bene che non raggiungeremo il 3% nel 2015", ha detto il Presidente in un'intervista. La Commissione ha quindi fatto ad Hollande una promessa: "noi preferiamo che voi continuiate a perseguire pubblicamente l'obiettivo del 3%, perché in questo modo potremo gestire meglio la situazione con gli altri paesi...vi veniamo incontro concedendovi piu' tempo e un ritmo piu' blando, compatibile con i vostri obiettivi di bilancio pubblico. E se il 3% non sara raggiunto, comunque non ve ne daremo la colpa".

I privilegi dei grandi paesi

E' Hollande stesso a parlare di un "accordo segreto" che la Francia avrebbe concluso con la Commissione: "diciamo così, facciamo un accordo segreto, noi accettiamo il 3% come obiettivo, ma voi sapete molto bene che noi non lo raggiungeremo. E ci siamo messi d'accordo". Leggendo le 661 pagine del libro si è stupidi dalla schiettezza delle parole di Hollande. I giornalisti dicono che le citazioni non sono state rilette e confermate. Per Hollande, nonostante le promesse di riduzione del deficit fatte in campagna elettorale, era chiaro che la Francia non avrebbe raggiunto gli obiettivi di deficit: "sapevamo che non avremmo raggiunto il 3%. Ma se lo avessimo detto fin dall'inizio, non saremmo stati considerati affidabili". E ha aggiunto: "tutti lo sapevano fin dall'inizio".

Il loquace presidente fornisce anche una spiegazione per l'indulgenza della Commissione con la Francia: "è il privilegio dei grandi paesi". "Noi siamo la Francia, vi proteggiamo, abbiamo un esercito, una capacità di deterrenza, una diplomazia". Gli europei lo sanno "che hanno bisogno di noi. E questo ha un prezzo, che deve essere pagato".

domenica 16 ottobre 2016

Schäuble: sarà l'ESM a controllare i bilanci pubblici nazionali

Intervista della stuttgarter-nachrichten.de a Wolfgang Schäuble sui temi europei. Secondo il ministro tedesco in futuro i bilanci pubblici nazionali dovranno essere controllati e approvati dal Fondo ESM. Da stuttgarter-nachrichten.de
SN: Il FMI ha appena detto che la sua partecipazione al programma di aiuti per la Grecia non è certa, poiché la sostenibilità del debito è dubbia.

Schäuble: Questo è un equivoco

SN: Non sta andando verso un nuovo conflitto con il FMI?

Schäuble: Niente affatto. Il FMI dubita - ma non è una novità - che la Grecia riuscirà a mettere in pratica quello che ha promesso per far tornare il paese alla crescita. I greci al contrario hanno sempre detto: ce la faremo. In primavera abbiamo pertanto concordato che Atene dovrà adottare ulteriori misure se il FMI con il suo pessimismo dovesse avere ragione. Di questo ho parlato con i miei colleghi greci nella seduta dell'euro-gruppo di lunedì' - e anche il FMI lo ha confermato.

SN: Quindi nessun taglio del debito?

Schäuble: Il terzo programma durerà fino alla fine del 2018 e poi decideremo che cosa sarà ancora necessario. Se ora iniziamo a parlare di riduzione del debito, si ridurrà anche la determinazione a fare le riforme. Il problema della Grecia non è il debito, piuttosto la debolezza della sua amministrazione e la mancanza di competitività.

SN: Negli ultimi anni ha investito una quantità di lavoro simile a quella necessaria per la crisi greca nell'unione bancaria. Che cosa è andato storto, se ancora una volta ci troviamo a discutere se è giusto o meno che ad intervenire sia il contribuente?

Schäuble: Alcuni istituti portano con sé il peso del passato. E questo non ha niente a che fare con l'unione bancaria. E' sulla buona strada: le regole dicono che in caso di difficoltà dovranno intervenire prima gli azionisti e poi determinati tipi di creditori. Le nostre banche sono dotate di più' capitale - non ci si troverà mai d'accordo sul fatto che sia sufficiente o meno, poiché non sappiamo quali saranno gli sviluppi. Il rischio contagio oggi è molto più' basso. Tutti i partecipanti hanno imparato la lezione, quindi tutti siamo meglio attrezzati per affrontare le sfide future.

SN: Lei ha  appena detto, si applicano le regole. Non è un problema il fatto che siano approvate piu' leggi di quante ne vengano poi rispettate? La nuova Europa non dovrebbe avere bisogno di regole più' vincolanti?

Schäuble: Ho già sottolineato una volta, che le funzioni della Commissione dovrebbero essere separate nettamente. E' una conseguenza logica del fatto che il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker cerca di ottenere dal trattato di Lisbona e dalle elezioni europee un ruolo di guida politica. Questo stride con il ruolo di guardiano neutrale dei trattati che la Commissione dovrebbe avere. Per questo io penso che il fondo salva-stati ESM dovrebbe muoversi in questa direzione - almeno per i paesi dell'unione monetaria. Il Fondo ESM non valuterebbe i bilanci pubblici in chiave politica, piuttosto li valuterebbe rigorosamente secondo le regole.

SN: Questo sarebbe possibile solo con la modifica dei trattati UE

Schäuble: No, non dovremmo modificare il diritto di base. Potremmo ottenere questo risultato per la zona Euro anche solo con la modifica del trattato sull'ESM.

SN: Lei è sempre stato a favore di una maggiore unione politica, necessaria per difendere l'unione monetaria. Dopo il voto sul Brexit lei pero' si è speso per soluzioni pragmatiche. Non ha più' una visione per l'Europa?

Schäuble: Io ho molte idee su come poter migliorare i trattati europei. Mi manca pero' ogni idea sul modo in cui in un tempo ragionevole si possa arrivare ad una modifica dei trattati - con le votazioni e i referendum che sarebbero necessari. Dobbiamo quindi rendere l'Europa piu' efficace tenendola al di sotto della soglia di modifica dei trattati UE. Le visioni servono ad essere trasformate in realtà quando si presenterà un'opportunità. Questa non è la situazione attuale.

SN: Nel lungo periodo ritiene necessarie modifiche piu' ampie?

Schäuble: Naturalmente

SN: Come convive con il fatto di essere considerato da un lato un pensatore europeo, dall'altro di essere elemento di polarizzazione, soprattutto nel sud-Europa?

Schäuble: Non credo di essere causa di polarizzazione. Io voglio che si vada avanti e che i risultati siano raggiunti. E io sono uno che sta cercando di portare avanti l'Europa tutta insieme. Questo è il compito piu' urgente per i tedeschi. Non è sempre facile, e non posso essere sempre "everybody's darling". Si' a volte sono anche un po' scontroso. Cio' è dovuto al mio lavoro di Ministro del Bilancio: se non fosse cosi' tutti mi porterebbero la loro lista dei desideri, che io non potrei soddisfare.

venerdì 14 ottobre 2016

Non è tutta colpa dei sindacati tedeschi

Gustav Horn, direttore del prestigioso Instituts für Makroökonomie und Konjunkturforschung (IMK) presso la Hans-Böckler-Stiftung, ci spiega perché i sindacati tedeschi non possono essere il capro espiatorio della crisi Euro. Da Makronom.de

I sindacati sono stati accusati spesso di eccessiva moderazione salariale. Di fatto, la formazione dei salari in Germania, e soprattutto in Europa, non è ottimale. Purtroppo i critici ignorano la realtà della contrattazione collettiva. Un commento di Gustav Horn.

Da un po' di tempo alcuni economisti considerano poco ragionevoli le contrattazioni collettive condotte dai sindacati, criticandone i risultati raggiunti perché giudicati insufficienti. Poiché i salari in Germania, per un lungo periodo di tempo, sia in una prospettiva storica che in un confronto internazionale sono cresciuti molto poco, questa critica non puo' essere respinta a priori. Considerando i giganteschi avanzi commerciali con l'estero, è necessario domandarsi se questi non siano stati raggiunti con il dumping salariale e se non siano alla radice della crisi dell'Eurozona.

Accordi salariali moderati

La critica avanzata può' essere illustrata in maniera esemplare dalla recente negoziazione salariale nell'industria meccanica. L'accordo raggiunto prevede che i salari crescano questo e il prossimo anno del 2.5%. Questi accordi vengono criticati in quanto sarebbero un esempio concreto di moderazione salariale da parte del sindacato tedesco. Considerare un accordo "troppo basso" significa avere uno standard di riferimento, secondo il quale gli aumenti salariali dovrebbero essere più' o meno giusti.

La critica si basa su di una misura che può' essere descritta come il contributo della politica salariale alla stabilità dell'economia in generale, e quindi come una politica salariale macroeconomica.  L'ipotesi di fondo è che la tendenza nominale complessiva dei salari debba seguire il trend degli aumenti di produttività piu' l'obiettivo di inflazione della BCE (intorno al 2%).

Una politica salariale orientata all'economia in generale

In primo luogo assicura che la dinamica salariale sia orientata all'aumento dell'efficienza dell'economia senza che le condizioni sul lato dell'offerta si deteriorino. Inoltre, la partecipazione alla crescita della produttività assicura che la produttività aggiuntiva si trasformi in un aumento del potere di acquisto, e che quindi la domanda ne esca rafforzata. Un tale approccio permette di mantenere un equilibrio fra domanda e offerta. Gli aumenti contrattuali dovrebbero orientarsi al trend degli aumenti di produttività, al fine di evitare le fluttuazioni cicliche nella tendenza dei salari.

Sempre secondo questo concetto i salari dovrebbero allinearsi all'obiettivo di inflazione della BCE. In questo modo si evita che la dinamica salariale possa mettere in pericolo la stabilità dei prezzi nell'economia.

Con l'introduzione dell'Euro, l'importanza di questo requisito è diventata ancora maggiore. All'interno dell'area Euro non esiste né un tasso di cambio nominale né un'autorità fiscale europea in grado di compensare le disparità economiche tra le diverse economie. Cosi' la stabilità del tasso di cambio reale, vale a dire i prezzi relativi fra i diversi paesi, è determinante.

Se il tasso di cambio reale fra le diverse economie si disallinea in maniera strutturale, e cioè se i prezzi crescono in un paese molto piu' rapidamente di quanto accade in un altro paese, si crea uno squilibrio esterno con un accumulo di asset nel paese che ha svalutato e un indebitamento nel paese sopravvalutato. Che una tale situazione non sia sostenibile, la crisi del 2009 lo ha mostrato in maniera drammatica.

Se misurati su questo criterio, i recenti accordi salariali sono di fatto troppo bassi. Dal punto di vista dell'economia nazionale, invece, la politica salariale è molto vicina al suo obiettivo macroeconomico


Alla base c'è anche il fatto che il trend degli aumenti di produttività in Germania ha rallentato sensibilmente - di conseguenza resta poco spazio per aumenti salariali nominali. Da questo punto di vista la critica mossa nei confronti dei sindacati non è giustificata.

Le cose stanno diversamente se osserviamo la politica salariale tedesca dal punto di vista europeo. In questo caso non è sufficiente prendere gli sviluppi recenti come metro di giudizio. E' necessario prendere in considerazione anche gli anni passati per poter correggere la lunga fase di svalutazione e riportare il tasso di cambio reale ai requisiti di stabilità europei.


In questa immagine si vede chiaramente che l'evoluzione dei salari in Germania, i cui effetti si riversano sul costo del lavoro per unità di prodotto, da molto tempo non è piu' in linea con l'obiettivo di stabilità dei prezzi della BCE. Affinché il riallineamento possa avvenire, i salari dovrebbero crescere con forza ancora per molti anni. Su questo punto la critica appare giustificata. La politica salariale in Germania non ha fatto nulla per stabilizzare l'Eurozona.

La politica salariale oberata

Sulla base di questa constatazione è opportuno sollevare una questione fondamentale: una politica salariale con cosi' tanti compiti macroeconomici, non è oberata?

Da un punto di vista puramente interno è cosi'. I critici spesso sembrano dimenticare che alla politica salariale appartengono due lati: sindacati e organizzazioni dei datori di lavoro. Queste ultime, per difendere i loro interessi economici, si oppongono ad ogni richiesta di aumento salariale - le considerazioni macroeconomiche per loro non hanno alcuna importanza. Scaricare solo sui sindacati la responsabilità di un risultato contrattuale insoddisfacente, è un approccio asimmetrico.

A cio' si aggiungono ulteriori elementi economici. In periodi di alta disoccupazione la posizione contrattuale dei sindacati è debole. Anche se la disoccupazione -  come nei decenni passati - è il risultato di una mancanza di domanda e da un punto di vista macroeconomico sarebbe auspicabile una forte crescita dei salari, è tuttavia impossibile raggiungerla in queste condizioni. Qui è necessario l'intervento della politica fiscale - il settore privato non puo' risolvere da solo una tale crisi.

Non dobbiamo tuttavia trascurare che anche i sindacati hanno dei legittimi interessi economici. Cosi' nelle contrattazioni sindacali non si parla solo di aumenti salariali, ma spesso anche di miglioramento delle condizioni di lavoro per i dipendenti di un settore. Questi successi negoziali dei sindacati non possono pero' essere convertiti in un determintato livello di salario. I datori di lavoro, invece, per ogni concessione qualitativa si rifanno sui lavoratori con un minore aumento. Considerare questo scambio solo come una moderazione salariale significa avere una visione incompleta.

Ancora piu' importanti sono le tendenze strutturali che si scontrano con le riflessioni macroeconomiche, in particolare la sempre minore copertura dei contratti collettivi: solo il 50% dei dipendenti ha un contratto collettivo di categoria. La differenza fra gli aumenti salariali previsti dai contratti collettivi e gli aumenti salariali complessivi (lohndrift) in passato è stata considerevole. Ma su questo punto i sindacati non hanno alcuna responsabilità.

Dietro la decrescente applicazione dei contratti collettivi si nasconde, dal punto di vista dei sindacati, una grave tendenza - e cioè la crescente eterogeneità all'interno dei diversi settori. Ad esempio nell'industria automobilistica ci sono imprese molto redditizie che senza problemi potrebbero pagare un salario decisamente piu' elevato rispetto agli aumenti salariali contrattuali. Lungo la catena del valore ci sono pero' a volte delle differenze significative.

Cosi' alcuni fornitori subiscono la pressione dei grandi produttori finali, i quali riescono a spingere verso il basso i prezzi dei loro fornitori, fatto che ne peggiora la loro redditività. Gli aumenti salariali complessivi metterebbero perciò' in difficoltà i fornitori, perché hanno una debole posizione di mercato nei confronti dei loro clienti finali - e non perché, ad esempio, dispongono di una limitata capacità innovativa. La loro uscita dal mercato non porterebbe alcun vantaggio macroeconomico - al contrario.

Molto piu' difficile invece è il trasferimento a livello europeo del concetto di salario macroeconomico. Mentre in Germania i presuppostoti istituzionali per la definizione di un salario che tenga conto delle condizioni generali dell'economia ci sono già, questa struttura è quasi completamente assente nell'unione monetaria. 

In queste circostanze riuscire a definire una regola comune per la definizione dei salari è teoricamente possibile nel lungo periodo, ma sicuramente impossibile nelle condizioni attuali. La critica secondo cui alle politiche salariali tedesche manca un orientamento europeo puo' essere giustificata in considerazione di quanto sarebbe necessario fare, ma è ipocrita. Per arrivare a risultati sostenibili serve un lungo lavoro  di costruzione delle strutture di negoziazione salariale a livello europeo.

La politica salariale attuale

Senza dubbio la formazione dei salari in Germania, e ancora di piu' in Europa, non puo' essere considerata ottimale. Gli accordi istituzionali e le condizioni politiche del mercato del lavoro non lasciano sperare in un miglioramento. Non ha molto senso, in questo contesto, accusare i sindacati di eccessiva moderazione salariale. Da un lato, come mostrato sopra, gli attuali accordi salariali dal punto di vista delle necessità dell'economia interna non possono essere considerati troppo bassi. Dall'altro, i problemi a livello europeo sono troppo gravi per poter essere risolti solo dai sindacati. Qui sono responsabili prima di tutto i governi.

Anche i criteri macroeconomici utilizzati dai critici sono assolutamente ragionevoli - solo che il mancato rispetto di questi criteri non è esclusivamente responsabilità dei sindacati, come i critici invece amano ripetere.