venerdì 24 maggio 2019

Il doppio voto e l'apparente disinteresse del legislatore

Nel 2014 il direttore di "Die Zeit", l'italo-tedesco Giovanni Di Lorenzo, ha pubblicamente confessato di aver votato 2 volte alle elezioni europee: il sabato con il passaporto italiano al consolato di Amburgo e la domenica con la scheda elettorale tedesca. L'ammissione gli è costata un'indagine della procura, subito archiviata, e una piccola multa. In Germania circa un milione di elettori oltre alla cittadinanza tedesca ha anche un'altra cittadinanza UE. Una riflessione molto interessante di Martin Höpner su Makroskop.de


Nei giorni scorsi, insieme a due miei buoni conoscenti, mi sono immerso in un problema che è alquanto lontano dalle mie abituali aree di ricerca. Tutto è iniziato in maniera abbastanza innocente: il mio collega Salvatore Mancuso, il politico della CDU Martin Heipertz ed io abbiamo scoperto che nel nostro ambiente di lavoro ci sono colleghi e colleghe che per le prossime elezioni del Parlamento europeo hanno ricevuto una doppia notifica elettorale.

Come può essere? In quali costellazioni si pone il problema? È possibile impedire a queste persone di votare due volte? Chi decide dove votare e come viene effettivamente calcolato il voto non dato? Come funziona il tutto se spostiamo il nostro sguardo dal diritto di voto attivo a quello passivo?


Avremmo fatto meglio a non porci queste domande, perché in seguito a cascata c'è stata tutta una serie non prevista di domande fatte nei nostri ambienti personali, di ricerche sulla copertura mediatica e sullo stato della legge in questione, di richieste all'ufficio elettorale federale e di discussioni tra di noi, che hanno deviato la nostra attenzione da altri temi relativamente piu' interessanti. Ciò che abbiamo scoperto ci sembra così interessante che pensiamo valga la pena di scriverne. Ora tocca a voi leggere, cari lettori.

Ma vorrei prima di tutto presentare un disclaimer molto chiaro: qui non si tratta di voler affermare a tutti i costi che a causa di quanto scritto qui sotto le elezioni per il Parlamento europeo siano antidemocratiche o simili. Come sanno i lettori di Makroskop, ci sono buone ragioni per discutere del contenuto democratico dell'UE - ma per ragioni diverse e non a causa della sabbia negli ingranaggi con cui abbiamo avuto a che fare negli ultimi giorni. E del resto non voglio o non vorremmo in alcun modo suggerire che all'ufficio elettorale del ministero c'è qualcosa che non funziona. Al contrario, abbiamo avuto l'impressione che i problemi siano problemi derivanti dalla legge esistente, sulla base della quale le autorità agiscono in maniera corretta.

Ma ora andiamo al punto. Come segnalato dalla FAZ il 15 maggio 2019 a pagina 4, per le persone con due passaporti di 2 diversi paesi dell'UE si presenta un problema: vengono invitati 2 volte a votare. Il doppio voto è illegale, ma in questa costellazione difficilmente può essere punito e controllato efficacemente. Le città e i distretti non hanno informazioni sulla doppia nazionalità. Una decisione del Consiglio dell'UE del 13.7.2018 tenta di porre rimedio a questa situazione, istituendo un meccanismo di coordinamento che impedisca in maniera efficace il doppio voto. La decisione tuttavia non è stata ancora ratificata e quindi non è ancora entrata in vigore. Il numero di persone che si trova in questa costellazione è stimato in circa 1 milione. Si tratta di qualcosa di piu' di  un piccolo difetto estetico.

Le autorità hanno lanciato un appello ai titolari di "doppia cittadinanza" chiedendo loro di comportarsi secondo la legge e di andare a votare solo una volta. Anche chi sceglie di fare uso del proprio diritto di voto in uno dei due paesi in definitiva ha un vantaggio strategico, dato che può votare laddove si aspetta dei risultati più risicati, ad esempio a causa dell'effetto dello sbarramento previsto dalla legge elettorale. Ancora più chiaro è il vantaggio strategico nel caso del diritto di voto passivo, su cui torneremo piu' avanti.

In generale si dovrebbe notare che l'errore - la distorsione potenziale del risultato causata dal doppio voto - non è condivisa in maniera uguale da tutti gli schieramentei politici. Alcuni rappresentanti avranno una maggiore probabilità di ricevere una preferenza rispetto ad altri. Ad esempio, le persone con due passaporti hanno una maggiore probabilità di avere un profilo cosmopolita (gli „anywheres“) e godranno in questo modo di un vantaggio nei confronti dei soggetti con atteggiamenti locali-comunitari (i cosiddetti "somewheres"). Anche questa precisa caratteristica politica della potenziale distorsione rende tutto ciò qualcosa di piu' di un piccolo difetto superficiale.

Un'altra conseguenza degna di nota riguarda l'effetto dell'astensione. Alle persone che si trovano nella costellazione dei due passaporti viene chiesto di votare solo in uno stato membro dell'UE. Tuttavia, a causa della mancanza di allineamento delle liste elettorali, ciò non significa che le persone interessate vengano anche rimosse dalla circoscrizione elettorale nel loro secondo paese d'origine. Piuttosto, in un paese vengono considerate come - indifferenti, disinteressate o come non voto finalizzato alla protesta - cioè astenuti. Puoi avere buone ragioni per non volere che ciò accada. Tuttavia resta da precisare: chi lo vuole evitare con il doppio voto, commette qualcosa di illegale.

Dalla costellazione del cittadino UE con due passaporti si differenzia la costellazione, molto più frequente, del cittadino UE di uno Stato membro diverso dalla Germania, ma al momento residente in Germania. All'articolo 22, paragrafo 2, prima frase del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) è previsto che tali persone possano votare nel loro paese di residenza, nel nostro esempio quindi in Germania. Per impedire loro di votare anche nel loro paese, in conformità alla direttiva 93/109 dovrebbe essere realizzato un riallineamento dei registri elettorali, non appena lo straniero UE si iscrive nelle liste elettorali locali.

Anche in questa costellazione tuttavia ci sono probabilmente dei casi di invio di due avvisi elettorali. Non sappiamo se in questa costellazione e in questa fase ci sia ancora la possibilità di prevenire efficacemente (o punire in seguito) il doppio voto illegale. Inoltre, non sappiamo con quale frequenza si verifichi il problema. Su questo punto vogliamo comportarci con la massima cautela e limitarci a dire che abbiamo l'impressione che il problema del potenziale doppio voto potrebbe addirittura andare al di là di quello nella costellazione dei "due passaporti".

In entrambi i casi, le persone che si trovano nella costellazione "un passaporto, residenza al di fuori del paese d'origine" hanno il vantaggio strategico di poter scegliere in quale luogo votare. Non si tratta affatto di un elemento banale soprattutto nel caso del diritto di voto passivo - dell'eleggibilità - e ha come risultato il fatto che i candidati sono liberi di correre nel paese dell'UE in cui ritengono di avere le probabilità più alte, a condizione che siano disposti a spostare la loro residenza. L'esempio più noto è quello dell'ex ministro delle finanze greco Varoufakis con la sua candidatura per "Democrazia in Europa".

Proprio per questa ragione eravamo interessati a conoscere quali fossero i criteri di prova effettivamente applicati a questa costellazione - e dobbiamo essere grati ai dipendenti dell'ufficio elettorale federale  per la pazienza con cui hanno risposto alle nostre domande. Come è emerso, la registrazione di una residenza presso l'ufficio elettorale locale è abusiva se viene fatta con il solo scopo di esercitare il diritto di voto passivo. L'abitazione deve essere effettivamente occupata. Risparmiamo ai lettori l'indicazione delle basi legali. Che il rispetto delle condizioni legali non può essere efficacemente controllato dai comuni , tuttavia, dovrebbe essere già sufficientemente chiaro.


mercoledì 22 maggio 2019

La trappola dei bassi salari

Otto milioni di persone in Germania si guadagnano da vivere con un lavoro a basso salario, cioè per meno di 10.80 € lordi l'ora. Ad attenderli c'è una vecchiaia in povertà. Ne scrive su Die Zeit Marcel Fratzscher, il direttore del prestigioso DIW di Berlino.


La Germania ha uno dei più grandi settori a basso salario in Europa. Nonostante il boom dell'occupazione e la forte crescita economica, in questo paese un dipendente su quattro - circa otto milioni di persone - guadagna meno di € 10,80 lordi l'ora, vale a dire la soglia al di sotto della quale si percepisce un basso salario. A livello europeo la proporzione è di uno a sei. In Germania ad essere colpiti sono soprattutto i genitori single, i tedeschi dell'est, le donne e i migranti.

Ancora più deprimente è il fatto che per queste persone la mobilità sociale sia insolitamente bassa e che la stragrande maggioranza abbia poche possibilità di uscire dal settore a basso salario e di migliorare la propria condizione. Si tratta del risultato centrale di uno studio condotto da due dei miei colleghi del DIW di Berlino.


La politica da tempo discute di come si possa riformare e migliorare il welfare state tedesco. Il governo federale sta mettendo mano al portafoglio per aumentare le pensioni dei redditi piu' bassi e per ampliare le prestazioni sociali - dai sussidi per l'alloggio, al miglioramento delle prestazioni per i genitori single.

Il lavoro deve essere retribuito in maniera adeguata

Ma la politica spesso si trova ad affrontare solo i sintomi di un problema che ha le sue radici da qualche altra parte, vale a dire nel mercato del lavoro e nel fatto che stranamente in Germania molti lavoratori percepiscono un basso salario orario. Chi percepisce un basso stipendio ha difficoltà a pagare l'affitto e dipenderà quindi dai sussidi per l'alloggio. Salari bassi implicano anche delle pensioni basse in età avanzata. A ciò bisogna aggiungere che molti in Germania lavorano part-time e hanno delle carriere lavorative discontinue.

Se non si riesce a vivere del proprio lavoro, allora non bisogna sorprendersi se sempre più persone dipendono dai sussidi dello stato sociale. Ma allo stesso tempo lo stato sociale per il singolo individuo è sempre meno efficiente. Il lavoro deve essere adeguatamente remunerato sia per poter fornire alle persone una maggiore sicurezza e autosufficienza, che per alleggerire il peso che grava sullo stato sociale.

I dati relativi al settore a basso salario tedesco sono preoccupanti: ci sono nove milioni di posti di lavoro a bassa retribuzione, di cui circa otto milioni sono lavori principali. In altre parole, otto milioni di persone devono guadagnarsi da vivere con questi bassi salari. L'argomento secondo il quale il fenomeno del basso salario colpirebbe principalmente i lavoratori part-time o gli studenti non corrisponde alla verità.

La percentuale di coloro che a metà degli anni '90 lavoravano nel settore a bassa retribuzione era del 16% sul totale dei dipendenti, oggi è del 24%. Ciò non è dovuto al fatto che la mediana, cioè il valore di riferimento per i salari orari, sia cresciuta e le persone con un basso salario siano rimaste indietro. È vero il contrario: il salario orario reale della mediana degli anni '90 è cresciuto a malapena. La forte espansione del settore a basso reddito è  dovuta piuttosto ad una riduzione dei salari reali in quel terzo dei dipendenti con i salari orari più bassi. Dal 1995 ad oggi i salari reali del 10% dei dipendenti con i salari orari più bassi sono diminuiti del 10%. Al contrario, i salari reali del 50% superiore sono cresciuti in maniera significativa.



Non bisogna dimenticare che l'introduzione del salario minimo nel 2015 ha contribuito a ridurre, almeno temporaneamente, il settore a basso salario. Anche per molti di coloro che all'epoca guadagnavano piu' del salario minimo iniziale di 8,50 euro lordi l'ora, il salario orario di fatto è aumentato. Questo miglioramento tuttavia sembra essere stato solo temporaneo, nel 2017 il settore a basso salario ha ripreso a crescere.

Chi percepisce un basso salario? Sono soprattutto donne - il 28 % delle donne lavoratrici, il 17 % degli uomini. Inoltre, nel settore a basso salario si possono facilmente trovare il 40% di tutti i genitori single, il 30% dei dipendenti con un background di immigrazione, un terzo dei lavoratori dipendenti della Germania dell'est e le persone con un basso livello di istruzione.

Lo studio mostra anche che fra i lavoratori con un basso salario, due su tre rimangono in questo settore a basso reddito anche nel medio termine. Ciò confuta la tesi di coloro i quali sostengono che molte persone riceverebbero un basso salario solo transitoriamente e che in seguito riuscirebbero ad uscirne. Basso salario come trampolino di lancio, per così dire. È vero il contrario, dal momento che sono pochissimi quelli che grazie ad una qualifica professionale riescono ad uscire dal settore a basso salario o a migliorare la propria situazione finanziaria. E per la maggior parte delle persone l'impiego a basso salario non è un secondo lavoro.

Per la società e lo stato sociale questa mancanza di mobilità è un boomerang. Le persone che per un lungo periodo di tempo lavorano per un basso salario finiscono in una situazione di dipendenza permanente dallo stato sociale. Nel corso della loro vita lavorativa dipendono fortemente dai servizi sociali e in età avanzata dovranno subire un ulteriore taglio al loro tenore di vita, perché difficilmente potranno permettersi di fare della previdenza sociale integrativa e nel corso della vita lavorativa hanno acquisito solo i requisiti pensionistici minimi.

Nessun contratto collettivo

Perché così tante persone in Germania lavorano così a lungo per degli stipendi così bassi? Un motivo importante sono i minijob, che da un lato sono prevedono una paga insolitamente bassa e dall'altro, tengono imprigionati molti lavoratori dipendenti in un rapporto lavorativo minore. In termini di reddito lordo i lavoratori coinvolti dovrebbero fare un grande balzo in avanti, affinché per loro possa diventare finanziariamente vantaggioso.

Anche l'importanza decrescente delle parti sociali gioca un ruolo importante. Nel settore a basso reddito quasi nessun rapporto di lavoro ha un contratto collettivo alle spalle e molti dipendenti di fatto hanno poco potere contrattuale nei confronti dei loro datori di lavoro. A ciò bisogna aggiungere la scarsa qualificazione di molte persone che lavorano per un basso salario. Troppe persone non hanno alcuna qualifica professionale o lavorano in occupazioni per le quali non sono previste qualifiche.

Anche se la qualificazione e la formazione sono misure essenziali, non bisogna comunque aspettarsi dei miracoli. Il successo registrato con l'introduzione del salario minimo - tre milioni di lavoratori hanno sperimentato un aumento sostanziale del loro stipendio, e contro tutti gli allarmismi non è stato distrutto quasi nessun posto di lavoro - ci mostra che per far uscire le persone dal cosiddetto settore a basso salario sono necessarie delle parti sociali forti.

L'ampio settore a basso salario è sicuramente uno dei punti deboli più problematici per la nostra economia sociale di mercato. Sociale non è ciò che crea lavoro, sociale è ciò che crea un buon lavoro. L'aspirazione ad un buon lavoro dovrebbe includere sia il salario con il quale le persone possono guadagnarsi da vivere, che l'opportunità di un avanzamento professionale e sociale. Diversamente la nostra economia di mercato non merita piu' il titolo di economia sociale di mercato.




lunedì 20 maggio 2019

Perché il Lussemburgo è diventato il paradiso fiscale alle porte di casa

Dal Lussemburgo e dai lussemburghesi DOC ci arrivano spesso le solite lezioncine sui conti pubblici e sulla disciplina di bilancio. Vale la pena farsi spiegare da un esperto di paradisi fiscali, il tedesco Hans-Lothar Merten, come abbia fatto il piccolo granducato a diventare quello che è oggi: il paradiso fiscale al servizio del grande capitale tedesco. La Süddeutsche Zeitung intervista Hans-Lothar Merten.


Hans-Lothar Merten, esperto di paradisi fiscali, ci spiega come abbia fatto il Lussemburgo a diventare quello che è oggi - e quale ruolo hanno avuto le banche tedesche. 

SZ: in che modo il Lussemburgo è diventato un paradiso fiscale?

Hans-Lothar Merten: le banche tedesche hanno tirato sù il Lussemburgo, gli hanno dato notorietà a livello nazionale, il che ha trasformato il Lussemburgo in un rifugio ben conosciuto e di grande interesse per gli investitori privati. ​​Prima che nel 1993 fosse introdotta la ritenuta alla fonte sugli interessi, era già in corso una fuga dei capitali da parte degli investitori tedeschi. A quel tempo ad andarsene non era solo il denaro dei ricchi, verso il Lussemburgo si spostavano anche i patrimoni piu' piccoli. Si guidava fino in Lussemburgo con i soldi nel bagagliaio, si trattava principalmente di persone provenienti dall'Assia, dalla Renania-Palatinato e dal Nord Reno-Westfalia. Volevano essere in grado di passare rapidamente il confine da soli. All'epoca si trattava ancora di spostare i titoli di credito in forma fisica.

Hans Lothar Merten

SZ: che cosa ha significato per il Lussemburgo essere diventato un paradiso fiscale?

È stato un programma economico per la creazione di posti di lavoro. Le banche e le società di investimento hanno decine di migliaia di dipendenti. La maggior parte proviene dall'estero perché il Lussemburgo non può fornire così tanti lavoratori. E naturalmente queste aziende, anche se pagano poche tasse, lasciano dei soldi nel paese - per soggiorni in hotel, cene e così via.

SZ: la Svizzera e il Lussemburgo sono i paradisi fiscali più popolari fra i tedeschi. Cosa differenzia questi due paesi?

La Svizzera da sempre è conosciuta come il paradiso fiscale per eccellenza, sin dalla prima guerra mondiale. In Lussemburgo questo aspetto si è sviluppato solo negli anni ottanta. La qualità delle banche svizzere è sempre stata molto buona. Il Lussemburgo si è sviluppato solo più recentemente. Ma poi sono stati anche bravi. Soprattutto perché molte banche tedesche si sono spostate nel granducato. Hanno portato lì una parte della loro clientela.

SZ: e lavori ben pagati nel settore finanziario.

Esattamente. Il Lussemburgo ha corteggiato le banche. Il legislatore ha fatto la sua parte e ha offerto delle strutture fiscali interessanti per i grandi patrimoni privati. Il Lussemburgo è ancora oggi uno dei più grandi centri finanziari del mondo. E per un lungo periodo di tempo il Lussemburgo ha tenuto fede al segreto bancario, come, per inciso, l'Austria. Gli investitori potevano risparmiare le tasse sugli interessi.

SZ: dopotutto, il segreto bancario nell'UE da alcuni anni è un ricordo del passato 

Per i piccoli investitori privati anche in passato il Lussemburgo non è mai stato molto interessante: a causa dei CD fiscali, e dei raid su larga scala condotti dalle autorità nelle banche. All'improvviso si sono messi paura. Per i grandi patrimoni invece non è mai stato un problema. Hanno fatto ricorso ad un trucco fiscale basato sul cosiddetto mantello delle assicurazioni sulla vita, che ancora oggi si può fare tranquillamente. Si tratta di una gestione patrimoniale, che può contenere immobili, azioni e fondi.

SZ: allora il Lussemburgo rinunciando al segreto bancario ha rinunciato a qualcosa che in realtà nessuno ha mai usato?


In linea di principio, sì. Il settore finanziario lussemburghese si è poi concentrato sui grandi beni e sulle società.

SZ: perché il Lussemburgo è interessante anche per le corporation? Il paese ad esempio è riuscito ad attrarre Amazon.

Fino all'uscita dei Lux Leaks le aziende talvolta pagavano lo 0,001 % di tasse, ovvero niente. E per le aziende tedesche il Lussemburgo si trova alle porte di casa. Possono arrivarci in un'ora di auto e poi fare una riunione. In Lussemburgo, inoltre, le decisioni si prendono alla svelta. Le aziende non devono aspettare molto quando hanno bisogno di registrare qualcosa. In Germania a volte servono mesi per ottenere una licenza. In Lussemburgo funziona tutto in maniera molto più rapida. L'amministrazione è cooperativa. Il Lussemburgo corteggia i contribuenti, anche se pagano poche tasse.

SZ: i Lux-leaks in Lussembrugo sono stati accolti in maniera alquanto negativa, spesso secondo il motto: i media stranieri ci trattano in maniera ingiusta. Perché i paradisi fiscali sono così sensibili alle critiche?

Non hanno alcun senso dell'ingiustizia quando evadono le tasse. Persino le aziende non hanno alcuna coscienza dell'ingiustizia che stanno commettendo. Stanno semplicemente cercando di generare il massimo rendimento possibile per i loro azionisti. L'ottimizzazione fiscale è una di queste strategie. Per loro non c'è alcun problema. I lussemburghesi sapevano cosa stavano facendo. Ciò che viene risparmiato fiscalmente in Lussemburgo, viene sottratto ad altri paesi.

SZ: l'evasione e l'elusione fiscale sono sempre più al centro della discussione politica. Stiamo andando verso una resa dei conti per i paradisi fiscali?

Nei paesi europei abbiamo aliquote fiscali diverse. Fino a quando nell'UE non si riuscirà a portare l'aliquota dell'imposta sulle società a un livello minimo uniforme, ad esempio il 18 %, anche in Europa avremo sempre dei tentativi di trovare delle scappatoie. C'è un'intera industria che se ne occupa - ed è ben pagata. Si tratta delle grandi società di revisione contabile che cercheranno sempre di trovare qualche soluzione per i loro clienti, sia nell'UE che nel mondo. La Commissione europea su questo punto avrebbe dovuto lavorare con piu' convinzione. Ma in Europa non succede molto perché per cambiare i regimi fiscali bisogna decidere all'unanimità. Malta, Cipro, i Paesi Bassi, e il Lussemburgo bloccherebbero tali leggi.

domenica 19 maggio 2019

Chi c'è veramente dietro il video della stangata a Strache?

"Questa azione non solo è stata studiata a tavolino, ma è stata soprattutto una messa in scena" e ancora, "chi ha messo in piedi la trappola a Strache ha investito molto...denaro, tempo e fatica", scrive Die Welt in merito al famoso video che ha portato alle dimissioni del vice-cancelliere austriaco. Per l'austriaca Die Presse si tratterebbe di un lavoro molto accurato realizzato dai servizi segreti di un paese occidentale. Per Telepolis ci sarebbe una parte del video non ancora pubblicata da Der Spiegel e dalla SZ in cui Strache farebbe riferimento alla presunta omosessualità di alcuni politici austriaci di spicco. Per il quotidiano di Amburgo, invece, c'è ancora molto da indagare, anche se alcuni elementi sembrano portare verso la Germania. Ne scrive Die Welt


Se il vice-cancelliere austriaco insieme e davanti a persone che conosce a malapena, almeno secondo quanto da lui riferito, evoca scenari grossolanamente anti-democratici, probabilmente le dimissioni sono una conseguenza nemmeno troppo dura. Per rispetto nei confronti della Repubblica Austriaca non si può permettere ad Heinz-Christian Strache di farla franca. La sua messa in scena come vittima sacrificale non cambia il fatto che non solo è inadatto al ruolo di vice cancelliere, ma rappresenta anche un pericolo per il suo paese.

Indipendentemente da ciò, il modo in cui Strache si è dimesso solleva molte domande. Sono di natura politica e di etica dei media. Strache è stato filmato a sua insaputa - una classica trappola. Nel gergo dei servizi segreti russi si tratta di Kompromat. (Sono i russi ad aver perfezionato le tecniche per creare prove incriminanti sui loro nemici e tirarle fuori al momento giusto). Il video è stato tenuto nel cassetto per due anni, poi a pochi giorni dalle elezioni europee è stato recapitato allo "Spiegel" e alla "Sueddeutsche Zeitung". Per la sua pubblicazione i media hanno abbandonato la loro abituale concorrenza - uniti per un obiettivo più alto.

Chi ha messo in piedi la trappola a Strache ha investito molto. Gli attivisti anonimi hanno prima impiegat tempo per conquistare la fiducia del politico della FPÖ Johann Gudenus, per poi finalmente riuscire ad incontrare Strache. Prima hanno inventato delle storie, poi anno affittato una villa a Ibiza, e si sono procurati della tecnologia di sorveglianza. Tutto ciò costa denaro, tempo e fatica.

Questa azione non solo è stata studiata a tavolino, ma è stata soprattutto una messa in scena: chi c'è dietro, non può nascondersi nel ruolo di un giornalista che casualmente (o intenzionalmente) era presente quando Strache ha svelato i suoi piani anti-democratici. La situazione è stata deliberatamente creata per ridicolizzare Strache.

Il comico satirico Jan Böhmermann (ZDF), noto per il suo attivismo politico camuffato da satira, già da tempo era a conoscenza del video, in piu' occasioni vi aveva già fatto delle allusioni. Sono osservazioni fatte da chi si considera un manovratore dietro le quinte: "può darsi che l'Austria domani inizi a bruciare. Lasciatevi sorprendere", aveva detto Jan Böhmermann ad Aprile. Anche i controversi artisti del „Zentrum für politische Schönheit“ (Berlino) erano già stati informati da tempo. Il ruolo svolto da Böhmermann e dagli attivisti non è ancora chiaro.

Lo scopo giustifica i mezzi? In ogni caso il modo in cui è stato fatto fuori dal suo ufficio permetterà a Strache di dire che si è dimesso perché gli è stata tesa una trappola. E non perché è un populista che disprezza la democrazia e progetta di abolire il pluralismo dei media. Questo funzionerà fino a quando non saranno resi noti ulteriori dettagli sulla realizzazione del video. Le redazioni di diversi paesi ci stanno lavorando. La questione non è ancora chiusa.


-->

sabato 18 maggio 2019

Perché lo scontro tra Francia e Germania è destinato a proseguire

Dopo il recente riposizionamento di Macron, il cosiddetto asse franco-tedesco è sempre piu' debole. Ad allontanare Berlino da Parigi non ci sono solo le questioni di politica europea, ma anche la battaglia per le tradizionali zone di influenza geopolitica nel Mediterraneo e nei Balcani. Ne scrive il sempre ben informato German Foreign Policy


Lealtà limitata

A fine aprile il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato una nuova fase "di confronto" con la Germania. Lo sfondo sul  quale si svolge lo scontro: mentre il governo tedesco chiede la piena lealtà francese per imporre gli interessi tedeschi nell'UE, Berlino invece continua sistematicamente a contrastare ogni proposta avanzata da Parigi per la difesa degli interessi francesi [1]. Macron, che in materia di politica europea a causa del blocco di Berlino è rimasto a bocca asciutta, e in politica interna si trova con le spalle al muro, già da febbraio ha iniziato a negare al governo tedesco la fedeltà a cui da tempo a Berlino si erano abituati. Tra le altre cose, il gasdotto Nord Stream 2, per il quale sorprendentemente è venuto a mancare il supporto francese. Per Berlino, che dal gasdotto spera di ottenere dei significativi benefici, si tratta senza dubbio di un duro colpo.

Contro il candidato tedesco

Il nuovo corso politico di scontro annunciato apertamente verso la fine di aprile, è proseguito anche a maggio. Così Parigi in occasione del vertice informale dell'UE di giovedi scorso a Sibiu ha presentato una proposta in materia di politica climatica che chiede all'UE di ridurre le emissioni di CO2 entro il 2030, piu' rapidamente del previsto, e di diventare "carbon neutral entro e non oltre il 2050". La proposta, concordata dal presidente francese con altri sette paesi dell'Unione europea, che tuttavia non era stata discussa con la Repubblica federale, non è passata, come era prevedibile. Berlino, infatti, in considerazione del sostegno del governo all'industria automobilistica tedesca, l'ha bocciata. Oltre a ciò Macron - con l'appoggio non secondario del primo ministro lussemburghese Xavier Bettel - si è pronunciato contro il meccanismo che prevede che il candidato di una delle diverse famiglie politiche europee possa essere eletto come successore del Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker. Si ritiene "non vincolato da questo modello", ha detto Macron a Sibiu. [3] Si stava rivolgendo infatti al candidato alla Presidenza della Commissione del gruppo che probabilmente dopo l'elezione di fine maggio sarà il piu' numeroso al Parlamento europeo, cioè Manfred Weber della CSU, il leader del Partito popolare europeo (PPE).

Nell'area di egemonia tedesca

La resistenza di Macron all'egemonia tedesca non riguarda solo la politica europea, ma anche la classica politica estera. Ad esempio, il 30 aprile scorso il governo francese ha annunciato una nuova strategia per l'Europa sud-orientale che prevede nuove attività soprattutto nei sei paesi della regione non ancora nell'UE [4]. Oltre all'espansione delle relazioni politiche, è previsto un ampliamento anche di quelle economiche; fra le altre cose, Parigi metterà immediatamente a disposizione dei fondi per lo sviluppo fra i 100 e 150 milioni di euro. Ad essere intensificata sarà soprattutto la cooperazione militare: oltre ad un rafforzamento della cooperazione per la formazione in Francia degli ufficiali dell'Europa sud-orientale, ci sono anche dei piani per coinvolgere sempre di più i soldati della regione nelle operazioni militari francesi. [5] Già a febbraio, l'ex ministro francese degli affari europei, Nathalie Loiseaux, durante una visita in Serbia aveva firmato degli accordi dettagliati per una più stretta cooperazione economica 

Vecchie alleanze

Con il suo rinnovato slancio nell'Europa del sud-est, la Francia non solo torna ad essere attiva in una regione che tradizionalmente viene considerata dalla Germania come la sua principale area di influenza. Riprende anche delle vecchie relazioni con degli ex-alleati in un quadro di contrasto all'egemonia tedesca. La Serbia pertanto sarà al centro della nuova politica francese nell'Europa sud-orientale. Nel mese di marzo, pochi giorni dopo la visita a Belgrado del Ministro per gli affari europei francese, il Ministero degli Esteri francese, in una dichiarazione appositamente redatta, ha sottolineato l'importanza della stretta cooperazione franco-serba, iniziata nel 1838. [6] A partire dagli anni '90 del secolo scorso la cooperazione tuttavia è stata duramente messa alla prova: da quando cioè la Germania ha schierato con sé l'intera UE in una posizione ostile alla Serbia - fino alla guerra. Parigi invano all'epoca aveva tentato di impedire l'escalation dell'aggressione condotta da Bonn [7]. Macron, inoltre, a luglio intende visitare Belgrado. Parigi infatti sta ristabilendo la sua tradizionale politica nell'Europa sud-orientale, e lo fa scontrandosi con gli interessi di Berlino

Contrappeso all'allargamento ad est

Lo stesso vale per la politica mediterranea. Un po' più di dieci anni fà, il presidente francese Nicolas Sarkozy aveva già cercato di ribilanciare l'orientamento unidirezione dell'UE verso l'Europa orientale e sud-orientale. Fino ad allora, infatti, l'espansione verso est dell'Unione aveva indirizzato le risorse e la capacità dell'UE prevalentemente verso la tradizionale sfera d'influenza tedesca ad est del continente e in questo modo aveva dato alla Germania dei chiari vantaggi politici ed economici.  Con la fondazione dell'Unione del Mediterraneo, Sarkozy aveva cercato di creare un contrappeso mediterraneo nella tradizionale area di interesse francese in Nord Africa e nel Medio Oriente [8]. Berlino finora è sempre riuscita a frenare il progetto. Ora Macron invece intende rilanciare quella proposta. Fra poco meno di sei settimane (23-24 giugno) si terrà a Marsiglia un summit ("Sommet des deux rives", "Forum de la Méditerranée"), che intende intensificare la cooperazione fra i cinque paesi dell'Europa meridionale (Francia, Portogallo, Spagna, Italia, Malta) e cinque paesi nordafricani (Mauritania, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia). Macron si riallaccia esplicitamente ai piani di Sarkozy.

Non c'è più una minoranza di blocco

Il nuovo corso di Parigi trae slancio dalla prospettiva secondo cui Berlino dopo l'uscita della Gran Bretagna dall'UE non avrà più una minoranza di blocco per difendere la sua politica di austerità. Lo ha ripetutamente sottolineato anche l'ex presidente dell'Istituto Ifo di Monaco, Hans-Werner Sinn. La minoranza di blocco richiede almeno quattro stati con il 35% della popolazione dell'UE. Nelle controversie in materia di austerità, ispirate da Berlino, infatti, la Germania era sempre stata in grado di contare sull'appoggio di Londra. H.W. Sinn scrive a tal proposito: "con la Gran Bretagna nell'UE, i paesi del nord hanno sempre avuto il 38 % dei voti da opporre ai paesi meridionali dell'UE, senza gli inglesi sarà solo il 30 % .." [9 ] La Francia, che sinora si è sempre ribellata invano contro l'austerità dettata da Berlino, all'interno di un'alleanza con i paesi del sud Europa, avrà la possibilità di scrollarsi di dosso, almeno in parte, la spietata presa di Berlino sulla sua economia.
-->




[1] S. dazu Vor neuen Konfrontationen.
[2] S. dazu Die Macht der Röhren.
[3] Matthias Kolb, Alexander Mühlauer: Macron schmiedet Pakt gegen Weber. sueddeutsche.de 13.05.2019.
[4] Es handelt sich um Albanien, Bosnien-Herzegowina, Mazedonien, Montenegro, Serbien und die illegal von Serbien abgespaltene Provinz Kosovo.
[5] Stratégie française pour les Balkans occidentaux. diplomatie.gouv.fr mai 2019.
[6] Commémoration des 180 ans des relations diplomatiques entre la France et la Serbie. diplomatie.gouv.fr.
[7] S. dazu Kein Tandem.
[8] S. dazu Im Schatten
[9] Florian Schwiegershausen: "Brexit ist ein Zeichen der Dummheit". weser-kurier.de 04.12.2018.





giovedì 16 maggio 2019

Volkswagen vota Europa

Le élite industriali tedesche lanciano una campagna congiunta e una serie di accorati appelli in favore di questa Europa, che a loro evidentemente non dispiace. La grande industria celebra l'Europa tedesca per convincere i suoi numerosi dipendenti, non solo in Germania ma in tutta Europa, a non votare per i populisti e i partiti di protesta. Ne scrive Die Welt


Mai prima d'ora le aziende e le associazioni imprenditoriali tedesche avevano fatto una campagna elettorale così forte per l'Europa. Pensano che i loro dipendenti alle prossime elezioni siano in qualche modo obbligati. Soprattutto c'è una preoccupazione che non dà pace agli amministratori delegati.

Il CEO di Lufthansa Carsten Spohr ha fatto dipingere bello grande su un Airbus lo slogan: "Say Yes to Europe". È l’esortazione volante fatta a tutti i dipendenti e ai clienti di andare a votare alle elezioni europee. Anche il collega di Spohr, Richard Lutz di Deutsche Bahn, per la comunità dei 28 paesi è diventato un esempio da imitare. Fino alle elezioni del 26 maggio la principale stazione ferroviaria di Berlino ogni notte si illuminerà di una luce "blu Europa". E anche all'Europa Park di Rust, nel Baden-Württemberg, nelle prossime settimane il nome stesso del parco sarà più del solito all'interno del programma. Roland Mack, fondatore e socio, infatti, ha predisposto che gli schermi nella hall ricordino a ogni visitatore di andare a votare.

Per l'economia tedesca il blu Europa è il colore del momento . Mai fino ad ora le associazioni imprenditoriali, le aziende e i loro manager, si erano pronunciati così in favore dell'Europa. Sui cartelloni e nelle pubblicità, agli eventi e sui social media, si danno da fare affinché il maggior numero possibile di persone partecipi al voto. Tutti perseguono lo stesso obiettivo: un'alta affluenza alle urne dovrebbe impedire ai partiti populisti di raggiungere dei buoni risultati.

"Vogliamo un'Europa forte, diversificata e competitiva", scrivono ad esempio in un appello congiunto le principali associazioni dei datori di lavoro (BDA), dell'industria (BDI), delle camere di commercio (DIHK) e dell'artigianato (ZDH). Solo un'Unione Europea unita sarà in grado di negoziare alla pari con le altre potenze mondiali e di "difendere i valori e gli interessi economici che ci uniscono". Uno stato singolo come la Germania sarebbe troppo piccolo per farlo.

Nell'appello al voto lanciato dalle banche private si legge invece: "usa il tuo diritto di voto democratico e conferisci al Parlamento europeo una forte legittimità". L'appello oltre al CEO di Deutsche Bank Christian Sewing e al collega di Commerzbank Martin Zielke, vede fra i firmatari più di 100 manager di grandi e piccoli istituti di credito. E' necessario rafforzare il potenziale di crescita dell'economia sociale di mercato e promuovere dei processi non burocratici, secondo l'appello.

Con i loro appelli, i manager vorrebbero raggiungere soprattutto i loro dipendenti e renderli consapevoli dell'importanza della comunità internazionale per il successo dell'azienda e quindi per il loro posto di lavoro.

Guido Kerkhoff, CEO di ThyssenKrupp, afferma: "è incredibile quanto sia facile per alcuni nascondere ciò che l'Europa significa per noi”. Egli ritiene infatti che il suo compito oggi sia quello di spiegare ai suoi 90.000 dipendenti "perché l'Europa per noi è importante, perché per il nostro successo abbiamo bisogno di mercati liberi e di libero scambio - e non del ritorno al guscio di lumaca nazionale".

Anche il Betriebsrat e la dirigenza di Volkswagen hanno lanciato un appello congiunto alla forza lavoro, e in questo modo un impegno nei confronti dell'Europa e dell'Unione europea. I destinatari sono i 490.000 dipendenti attualmente impiegati dal gruppo nei 29 paesi dell'UE.

"Le elezioni per il Parlamento europeo si svolgeranno dal 23 al 26 maggio. Queste elezioni rappresentano un momento fondamentale per il futuro dell'Europa", si legge nell'appello; indipendentemente dal paese in cui ci si trova, nessuno deve mancare l'appuntamento elettorale e restarsene a casa.

Il consiglio di amministrazione e il Betriebsrat poi danno un altro paio di motivi per andare alle urne: il mercato interno europeo, il commercio transfrontaliero, la libertà di movimento per i lavoratori e lo scambio di conoscenze sono le condizioni di base per la competitività del gruppo. Dopo tutto, circa la metà del fatturato, viene realizzato in Europa.

Le aziende sono preoccupate per la forza economica del continente

Anche per Tim Höttges, il capo di Telekom, alle elezioni europee in gioco ci sarà niente di meno che la comunità europea. "Dobbiamo pronunciarci in favore dell'Europa e votare per l'Europa", dice il manager in un video. Pensare a livello nazionale non è di aiuto nelle crisi finanziarie o dei rifugiati. E non serve nemmeno alla competizione internazionale, specialmente con il Nord America e l'Asia. La sua visione per l'Europa è digitale, fondata sui valori della competitività e della comunità economica, afferma il manager. Deutsche Telekom in Europa ha più di 110.000 dipendenti - 60.000 di questi sono in Germania.

Anche gli imprenditori di medie dimensioni come Mack dell'Europa-Park vedono per loro stessi e per i loro dipendenti, soprattutto in queste elezioni, un obbligo. "Alle prossimi elezioni sarà importante difendere il progetto di pace europeo dal populismo e dall'isolazionismo", dice l'amministratore del parco, che durante la stagione occupa circa 3.500 dipendenti. Il pensiero europeista nel suo parco ha sempre avuto un ruolo centrale. Da lui si incontrano i giovani e le famiglie provenienti da paesi e culture diverse e insieme imparano a conoscere giocosamente l'Europa delle frontiere aperte e della diversità culturale, spiega l'imprenditore. L'Europa-Park ogni stagione conta oltre cinque milioni di visitatori (...)

L'economia tedesca è fortemente dipendente dalle esportazioni

È una miscela di paura e fiducia quella che emerge dalle parole di molti imprenditori quando vengono loro poste delle domande sull'Europa. Gli "ultimi sviluppi negativi come il nazionalismo, l'isolamente e il protezionismo" agitano anche Spohr, il CEO  di Lufthansa, ad esempio. Per decenni Lufthansa ha beneficiato dei mercati aperti e ora è una società ampiamente presente in tutta Europa. L'azienda ora vorrebbe mostrare la propria convinzione e difendere l'idea di un'Europa unita e libera, dice Spohr.

Con oltre 3.000 voli intra-europei giornalieri, il gruppo contribuisce allo scambio culturale e alla comprensione fra i popoli. Perfino il direttore della Deutsche Bahn Richard Lutz fa affidamento sulle frontiere aperte. "Le frontiere aperte e una rete di trasporti ben sviluppata consentono la libertà di viaggio e lo scambio di beni e servizi", afferma. Le ferrovie sono la spina dorsale della mobilità in Europa; la mobilità e la logistica su rotaia sono le basi della crescita nazionale ed europea.

Soprattutto le industrie che dipendono dalle esportazioni e che in Germania rivestono un ruolo particolarmente importante per la forza economica del paese sono alquanto preoccupate per il loro futuro. "Certo le PMI hanno beneficiato immensamente dalla creazione del mercato unico", dice Karl Haeusgen, vice presidente dell'associazione di ingegneria VDMA e proprietario di HAWE Hydraulik a Monaco di Baviera, un produttore di componenti idraulici con un fatturato annuo di circa 300 milioni di euro. Il settore non deve più fabbricare macchine in 28 varianti diverse, ma può servire il mercato europeo con un'unica "macchina europea". "Ci ha permesso di crescere e di riuscire ad aprire nuovi mercati in altre regioni del mondo". Anche in futuro in considerazione del processo di digitalizzazione, l'Europa unita sarà necessaria per sviluppare ulteriormente il mercato unico.

Ai manager per lanciare i loro appelli piace anche utilizzare i social media. Sabine Herold, ad esempio, a capo del produttore di colla Delo, ha lanciato su Twitter il suo appello elettorale. "Mi scontro spesso con la burocrazia europea, ma 70 anni di pace valgono ogni singolo euro. Andare a votare per me è sottinteso e per questo incoraggio tutti i colleghi di DELO  a partecipare al voto", ha scritto. Se l'appello dell'élite imprenditoriale tedesca sarà efficace, lo vedremo entro la fine di maggio.

-->

martedì 14 maggio 2019

Hartz IV: obbligati a stare a casa

Fra le assurdità di Hartz IV c'è anche l'obbligo di dimora che impedisce ai sussidiati, come accade anche ai richiedenti asilo, di assentarsi per piu' di 3 settimane all'anno dalla loro abitazione o dalla zona in cui risiedono abitualmente. Si tratta di un criterio non definito in maniera chiara dalla legge e quindi per il disoccupato è concreto il rischio di essere vessato dal Jobcenter. Ne scrive Susan Bonath su RT Deutsch



L’obbligo di dimora non riguarda solo i richiedenti asilo, ma anche i destinatari di Hartz IV, i quali in caso di violazione devono temere delle sanzioni. La zona "di prossimità alla residenza" viene interpretata in maniera diversa dai singoli Jobcenter. La norma doveva essere già modificata con un emendamento del 2011 che tuttavia il Ministero del lavoro non ritiene necessario. 


di Susan Bonath 

Si parla molto della libertà senza confini, soprattutto si parla molto della libertà di movimento nel sistema capitalista. Sfortunatamente questo vale soprattutto per il capitale e per i profitti arraffati in questo modo, non certo per la maggior parte della classe lavoratrice sfruttata. Quello che in molti tuttavia non sanno è che per milioni di persone in Germania vige un rigido obbligo di dimora. Fra questi ci sono i richiedenti asilo, ma anche sei milioni di destinatari di Hartz IV. Se vengono beccati al di fuori della loro "zona di prossimità alla residenza", rischiano il blocco totale dell'unica entrata in grado di assicurare loro la sopravvivenza, il sussidio appunto. 


Ogni assenza dal luogo di residenza deve essere approvata 

Mentre la libertà di movimento dei richiedenti asilo è limitata al distretto (Landkreis) in cui si trova il loro centro di accoglienza, la legge per i disoccupati e gli Aufstocker è formulata in maniera alquanto vaga. Si parla solo di "un'area temporalmente e geograficamente vicina". Purché "l'integrazione nel mondo del lavoro" delle persone oggetto delle misure - per quanto improbabile essa sia - non venga "compromessa". E i centri per l'impiego, su richiesta, possono concedere fino a tre settimane all'anno lontano da casa, sempre che l'inserimento nel mondo del lavoro non sia a rischio. L'enfasi è su "richiesta", "possono" e "sempre che". 

Il risultato: tutti i Jobcenter interpretano la legge in maniera diversa. Dove finisce esattamente la zona di prossimità alla residenza? In caso di visita alla madre malata residente nella città vicina c’è un rischio di interruzione della prestazione? Inoltre, gli uffici del lavoro autorizzano a proprio piacimento le richieste di allontanamento dal luogo di residenza - oppure le rifiutano, spiano e controllano in tutti i modi possibili i loro clienti, oppure effettuano controlli via posta, e a volte anche telefonici - senza considerare il fatto che l'obbligo di residenza esorta e incoraggia ogni forma di delazione. 

Nonostante la denuncia della Corte dei conti: il ministero non vede alcun problema 

In realtà, proprio per questa ragione, la legge sin dal 2011 avrebbe avuto bisogno di un chiarimento interpretativo. Ma l’emendamento non è mai entrato in vigore. Il motivo: il Ministero del lavoro e degli affari sociali (BMAS) non ha presentato alcuna ordinanza, ad esempio, per definire con piu’ precisione l'area di prossimità, oppure per limitare la durata oltre la quale le persone interessate dalle misure dei Jobcenter devono richiedere un permesso di congedo. 

La corrispondente richiesta con la quale la Corte dei conti federale ha chiesto al Ministero di prendere in considerazione questi elementi viene ignorata sin dal 2017. Il BMAS ipotizza che i singoli centri per l'impiego in materia abbiano stabilito degli standard diversi, accusa la Corte dei conti federale. Il BMAS "non vede alcuna necessità", ha recentemente spiegato una portavoce del ministero ad una domanda specifica. 

Carta bianca ai Jobcenter per vessazioni arbitrarie 

Ai Jobcenter piu’ che altro interessa garantire la raggiungibilità per posta, spiega Harald Thomé dell'associazione sociale Tacheles. Per questo motivo l’obbligo di residenza in realtà è totalmente superfluo. La corrispondenza infatti può essere trasmessa digitalmente, ci sono i telefoni cellulari e le e-mail, critica Thomé. La nuova legge non eliminerebbe affatto il divieto di allontanamento. Ma almeno potrebbe contenere l'arbitrarietà dei Jobcenter, secondo Thomé: "con la vecchia legge, infatti, per i centri per l’impiego è molto piu’ facile vessare i percettori di un sussidio Hartz IV". 

Il fatto che i Jobcenter puniscano solo sulla base di un puro sospetto è mostrato anche da un catalogo che fa parte di una direttiva dell'Agenzia federale per l'impiego (BA) e al quale la portavoce del BMAS gentilmente rinvia. Nella lista degli indizi di un allontanamento dalla residenza, sufficienti per giustificare delle "misure" punitive ci sono: addebiti sul conto corrente da parte di agenzie di viaggio, addebiti per pagamenti su stazioni di servizio fuori zona, non presentarsi agli appuntamenti, non raggiungibilità telefonica, posticipo continuo di un appuntamento, cassetta della posta permanentemente piena, serrande di casa sempre abbassate, delazioni anonime, avvisi da terze parti, chiamate da località fuori zona o mancata reazione all’offerta di una misura di integrazione.