giovedì 4 aprile 2019

Andare a votare?

Il direttore di German Foreign Policy, Hans-Rüdiger Minow, nel suo editoriale  di aprile fa un parallelo fra l'europeismo degli anni '20 e '30 del secolo scorso e quello attuale e soprattutto si chiede se valga davvero la pena andare a votare per legittimare questa Europa. Una riflessione molto interessante di Hans-Rüdiger Minow su German Foreign Policy


Cosa si dovrebbe votare, all'ombra dell'aquila, per conferire al Parlamento europeo un nuovo mandato democratico? Alle prime elezioni europee votarano circa il 61% dei cittadini UE. Alle elezioni del 2014 sono stati quasi il 20% in meno: un rifiuto crescente di legittimare questo parlamento.

Ai primi sostenitori dell'ideale europeo questo sviluppo non farebbe certo piacere. Ad esempio al giovane Klaus Mann, figlio di Thomas Mann, che in seguito ha chiarito: "Ero contro il nazionalismo - come potevo non essere per la Paneuropa ...?" L'idea di Europa "inizialmente era stata accolta molto bene fra la gioventù intellettuale", ricorda Klaus Mann parlando degli anni '20.

Transfrontaliera e internazionale - idea che corrispondeva agli sponsor di spicco che nel progetto europeo avevano messo un sacco di soldi...senza che Klaus Mann all'epoca lo sapesse: 60.000 marchi d'oro erano arrivati come finanziamento iniziale dal settore bancario tedesco, dall'industria chimica orientata alle esportazioni, dalla Robert Bosch AG e dall'associazione delle industrie tedesche del Reich. Nel primo manifesto europeo era letteralmente scritto che il continente doveva unirsi - contro "gli imperi economici non europei dell'America (...) di Russia e dell'Asia orientale".

Anche Rudolf Hilferding, uno dei padri fondatori ideali dell'UE di oggi, sosteneva questa lotta contro gli "imperi economici non europei" in Russia e nell'Asia orientale. E' tuttavia lecito dubitare sul fatto che egli oggi sceglierebbe di andare a votare alle prossime elezioni europee.

Hilferding è stato il ministro delle finanze di due governi tedeschi, fortemente ostile al pensiero nazionalista. La Paneuropa, diceva, ci avrebbe assicurato la pace: grazie all'interdipendenza economica nel continente. Hilferding parlava di una nuova era: l'era del "pacifismo capitalista" che avrebbe portato pace e prosperità nell'Europa cosmopolita.

Ma sia Rudolf Hilferding, il ministro socialdemocratico, che Klaus Mann, lo scrittore, hanno dovuto pagare un prezzo molto elevato per il "pacifismo capitalista" dell'ideale europeo - e non solo loro.

Prima di tutto il "pacifismo capitalista" durante la crisi finanziaria ha scatenato una guerra alla massa delle persone, una guerra economica. In fila davanti alle casse di risparmio e alle banche le persone tremavano per i loro risparmi ... e per le loro vite operose.

E dato che l'unificazione europea aveva rafforzato la concorrenza anziché mitigarla, i promotori dell'ideale europeo in seguito hanno scelto di fare ricorso ad altri mezzi. La guerra economica è diventata una guerra di violenza nuda e cruda.

Per "l'Europa" l'industria chimica tedesca aveva pagato 400 mila marchi del Reich - ma lo aveva fatto all'apparato di violenza dei bassifondi politici che volevano trasformare Berlino nella capitale europea. E Bosch, il mecenate d'Europa, in fondo non trovava così male Adolf Hitler. Il "pacifismo capitalista" di Rudolf Hilferding ha cambiato colore allontanandosi dai suoi fondatori.

Hilferding, l'ex ministro delle finanze tedesco, dovette fuggire in Francia. Lì fu raggiunto dai rappresentanti armati dell'industria chimica tedesca entusiasti dell'Europa e da quelli della Robert Bosch AG: erano gli occupanti militari tedeschi. "Europa" era diventato il termine generico per parlare della Grande Germania.

Hilferding morì in una prigione della Gestapo nella Parigi occupata. La sua prima moglie è rimasta a Treblinka, anche suo figlio Karl non è mai tornato indietro... Klaus Mann fu espatriato e in seguito andò negli Stati Uniti.

Illusioni sull'idea di Europa? Scomparse...è tornato come soldato americano nella Germania distrutta del dopoguerra, dove a riscaldare un'altra volta l'idea di Europa c'erano proprio gli approfittatori del fascismo tedesco. Quando è stato fondato il Karl-Preis tedesco ad Aquisgrana, è finita anche la sua vita. L'Europa "tedesca" è rinata nella Repubblica federale.

Come voterebbero Klaus Mann, Hilferding, la sua prima moglie e suo figlio Karl in queste elezioni europee? Cosa direbbero del "Grande spazio europeo" di oggi, delle crisi e della nuova guerra economica contro la gente comune? Della nuova lotta contro "gli imperi economici extra-europei dell'America (...), della Russia e dell'Asia orientale" (contro Mosca e Pechino)? Cosa direbbero delle guerre che questa Europa conduce in tutto il mondo e del cimitero di massa nel Mediterraneo?

Vorrebbero legittimare questa Europa andando a votare?

Non lo sappiamo, ma possiamo provare a indovinare...


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mercoledì 3 aprile 2019

Mi' cuggino nella startappe di Berlino

Il fantastico mondo delle start-up berlinesi da anni attrae migliaia di giovani da tutta Europa. Arrivano a Berlino sedotti dalla città e dalla presunta liberazione garantita da un nuovo modo di lavorare. Ma le cose non stanno esattamente cosi' e in molti restano profondamente delusi dall'esperienza. Mathilde Ramadier è una di queste, e sul mondo delle start-up berlinesi ha scritto un libro molto interessante. Der Freitag intervista l'autrice


Un cortile interno a Berlino-Kreuzberg, una cucina spaziosa, ufficio e camera dei bambini. Nel corridoio è appesa una mappa storica della Francia e l'immagine di una donna nuda a cavallo. L'ha preso al mercato delle pulci di Parigi, dice dolcemente Mathilde Ramadier. Quando parla tuttavia sembra molto più risoluta.

Der Freitag: Frau Ramadier, lei hai lavorato in dodici start-up berlinesi. Come è entrata in questo mondo?

Mathilde Ramadier: nel 2011 sono arrivata a Berlino da Parigi, ho iniziato a cercare un lavoro perché con la mia attività di scrittrice non potevo vivere. Gli annunci di lavoro nelle start-up sembravano sexy, come un mondo del lavoro liberato.

Era un po‘ ingenuo?

Mathilde Ramadier: sì, dopo pochi giorni ho subito notato che le persone sono sotto pressione e hanno paura. Sebbene avessi già lavorato a Parigi come stagista nel settore pubblicitario e sapessi quanto possa essere privo di senso quel lavoro. Ma li‘ almeno c’era piu‘ onestà, non vengono a raccontarti bugie. Nessuno dice "stiamo migliorando il mondo".

In quali settori ha lavorato?

Mathilde Ramadier: quasi sempre nell’e-commerce, su piattaforme che hanno qualcosa da vendere. Ho lavorato soprattutto come gestore di contenuti, traducendo ogni giorno le newsletter o compilando fogli di calcolo Excel con le parole chiave per i robot di Google, per aiutare i motori di ricerca a trovare gli articoli. Per farlo dovevi avere un master.

Lei aveva quello di un'università d'élite.

Mathilde Ramadier: dovevo fare cose monotone. Una start-up vendeva mobili, un'altra aveva un database per l'arte, un'altra offriva formazione a distanza. Lì i professori dovevano essere disponibili 24 ore su 24 e guadagnavano dieci euro l'ora. È quel tipo di lavori per i quali si è troppo qualificati e che il sociologo David Graeber chiama "Bullshit Jobs". Mi hanno distrutto, fino al bore-out.

Quanto arrivava a guadagnare?

Mathilde Ramadier: come lavoratore autonomo prendevo circa dieci euro l'ora. Nella mia prima start-up ho fatto gli straordinari tutti i giorni e sono arrivata a 500 euro al mese. Dicevano: vogliamo assumerti, ma dobbiamo farti fare prima un mese di prova. Per questo ho ottenuto un contratto di lavoro autonomo. Il mio capo mi aveva inizialmente promesso 1.500 euro al mese di stipendio, poi ha parlato con l'amministrazione e mi hanno dato solo 500 euro. Ho riso e mi sono messa immediatamente il cappotto. Il mio capo ha chiesto con arroganza: "Mathilde, non puoi, o non vuoi? Se non sei disponibile, puoi anche lavorare come hostess ad una fiera". Quest‘uomo migliorerà il mondo?

Molti si sottomettono volontariamente a questa schiavitù.

Mathilde Ramadier: sì, vogliono vivere ad ogni costo a Berlino o in qualsiasi altra metropoli europea. Non vogliono lavorare nelle grandi aziende.

La promessa è: "gerarchie piatte, ognuno è libero, ognuno ha la sua possibilità".

Mathilde Ramadier: c'erano start-up in cui eravamo tutti manager di qualcosa: People-Manager, Country-Manager, l'addetto alla reception era Office-Manager. La parola non aveva senso

Perché tutti erano manager?

Mathilde Ramadier: distribuivano titoli come dolci o carote. Come se fossimo tutti un'unica grande famiglia, tutti sono uguali. Ma tutti i CEO che ho incontrato erano bianchi e maschi, tedeschi o americani provenienti da famiglie benestanti, tutti tra i 30 e 45. Donne in posizioni direttive ce n'erano solo nel reparto risorse umane o nella comunicazione. Gli uomini avevano tutti questa "coolness", questa bro-culture, giocavano a ping-pong, con i videogiochi, indossavano scarpe da ginnastica.

Coolitude?

Mathilde Ramadier: intendo una finta coolness. Questo stare sempre fra uomini e bere una birra.

Lei ha pubblicato un libro sulle sue esperienze. In esso lei analizza la lingua delle aziende. In cosa consiste?

Mathilde Ramadier: a un certo punto ho notato che non importa quanto sia grande l'azienda o cosa faccia esattamente: la lingua è sempre la stessa. È quella della Silicon Valley, dei superlativi e delle metafore. Tutto è eccessivamente ottimista. Tutti sono unici e liberi. E quando qualcuno viene licenziato, dicono: "E‘ partito per un’altra avventura". Si dedica a delle nuove sfide. È il linguaggio spesso fuorviante del neoliberismo.

Il suo libro è nato nel bel mezzo della campagna elettorale francese.

Mathilde Ramadier: sì, Macron voleva fare della Francia una nazione di start-up. Era un argomento scottante Dall'altro lato sono stato attaccata - quasi sempre da uomini.

Trolls?

Mathilde Ramadier: Sì, ma c'erano anche persone dal mondo delle start-up. Mi hanno accusata di voler esagerare: "lei ha fatto un paio di esperienze negative, e ora scrive un libro per trarne beneficio”. Una volta ho ricevuto un'email da un uomo membro dell’associazione francese delle start-up: "mi chiedo come riesca ad essere su tutti i media senza avere nulla da dire. Ma almeno è molto dolce". Ho preso uno screen-shot e l'ho postato su Twitter per l'8 marzo, in occasione della festa della donna.

Il libro è stato molto discusso anche in Germania. Ci sono stati anche commenti che mettevano in dubbio i fatti. Lei ha appena risposto su LinkedIn.

Mathilde Ramadier: sì. All'inizio dell'anno la Deutsche Welle ha pubblicato un breve video in cui parlavo dei miei stipendi e dei miei contratti di lavoro precari. Poco dopo ho ricevuto posta da una persona responsabile dell'Associazione nazionale delle start-up tedesche: ha chiesto i nomi delle aziende per le quali ho lavorato. Non volevo divulgarli per motivi legali, anche per proteggermi dalle molestie. Gli ho tuttavia inviato altri articoli e pagine dei miei contratti di lavoro (con i nomi delle aziende resi illeggibili).

E da questi emergono le condizioni di lavoro precarie?

Mathilde Ramadier: sì, ma mi ha accusato nuovamente di dire una bugia. Semplicemente non ha creduto che si potesse lavorare anche per meno di 1.000 euro al mese. Non sapeva che nel suo paese fino al 2015 non c'era un salario minimo, e semplicemente non voleva credere al fatto che le start-up spesso tentano di "annullare" i diritti conquistati a fatica dai lavoratori. Segno che appartiene a una élite privilegiata. Non si trattava di dialogo, ma di bieco lobbismo.

Il salario minimo non si applica ai liberi professionisti.

Mathilde Ramadier: come lavoratore autonomo mi è stato sempre chiesto: quante parole riesci a fare in breve tempo? E mai: di quanto tempo hai bisogno per fare un buon lavoro? Una volta durante il colloquio mi hanno chiesto: puoi scrivere testi a cottimo?

Redattore di testi in batteria.

Mathilde Ramadier: sì. Le start-up pensano a breve termine e sono miopi. Questo ha qualcosa a che fare con la nostra era, con il consumo.

Perché il suo libro "Bienvenue dans le nouveau monde" non è ancora stato pubblicato in tedesco?

Mathilde Ramadier: mi è stato detto che gli editori sono interessati all'argomento, ma preferiscono un autore tedesco. Altri pensano che i media tedeschi abbiano già parlato troppo dell'edizione francese. Come se il buzz fosse più importante del contenuto.

Il presidente Macron vorrebbe guidare il paese come se fosse una start-up, molti sono indignati.

Mathilde Ramadier: sì, è estremamente neo-liberale. Le istituzioni pubbliche vengono smantellate, i potenti sono protetti e le persone vengono sfruttate. Nel 2017 Macron ha inaugurato alla Station F, una ex stazione ferroviaria, un grande incubatore, un centro di start-up per le nuove aziende tecnologiche.

È il più grande campus di start-up al mondo.

Mathilde Ramadier: sì, il principale fondatore Xavier Niels è un miliardario, uno degli uomini più ricchi di Francia. Macron ha tenuto un discorso e ha detto: "Ci sono persone che hanno successo, e ci sono persone che non sono niente". Macron non ha mai fatto nulla per proteggere coloro che lavorano per Uber o per i servizi di consegna come Deliveroo. Ma anche a Berlino vedo come le start-up stanno cambiando il volto della città.

Come?

Mathilde Ramadier: ovunque nascono spazi di coworking in cui siedono i freelancer delle start-up e devono pagare per poter lavorare. Molte aziende usano l'inglese come lingua ufficiale. Accelera la gentrificazione. A Hermannplatz, dalle impalcature di un edificio pende un gigantesco cartellone, alto circa 20 metri, largo 10 metri: è una pubblicità di Uber.

Un simbolo forte

Mathilde Ramadier: Il filosofo francese Éric Sadin critica questa "siliconizzazione del mondo", il potere crescente  delle start-up, il rapido sviluppo dell'intelligenza artificiale. Tutto ciò alla fine porta ad un degrado della condizione umana causato da questo "brillante capitalismo".

Google voleva costruire un enorme campus a Kreuzberg, ma dopo massicce proteste la società ha dovuto rinunciare. Lei era lì?

Mathilde Ramadier: ho lavorato in rete insieme ad alcune persone e ci siamo incontrati qualche volta. Un anno fa ho partecipato ad una tavola rotonda dell'organizzazione di sinistra Top B3rlin. Anche se non sono un'attivista, in Francia al momento sono vista come un ambasciatrice. A dicembre sono stato invitata da un'incubatrice di start-up in Francia per condividere le mie esperienze. Queste persone erano aperte e volevano discutere, anche se non erano d'accordo. E' stato intelligente e davvero piacevole. (...)

Come filosofa e autrice di un romanzo grafico su Sartre, cos'è la libertà per lei?

Mathilde Ramadier: La libertà delle start-up è un falso, non è liberale in senso classico, ma neo-liberista. I capi che dicono "i nostri dipendenti sono liberi" fanno qualcosa di sbagliato. Spetterebbe ai lavoratori dirlo! Per me libertà significa che non sono limitata a un solo ruolo: lavoratrice, moglie o madre. Voglio poter decidere da sola ogni giorno chi voglio essere.


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lunedì 1 aprile 2019

L'esercito più forte in Europa occidentale

Secondo Henrik Paulitz della Akademie Bergstraße nel giro di pochi anni la Bundeswehr tedesca è destinata a diventare la forza convenzionale piu' forte in Europa, esclusi probabilmente i russi. Date le dimensioni dell'economia tedesca, infatti, anche se il governo confermasse una spesa per la difesa pari solo all'1.5% del PIL, si tratterebbe comunque di una somma considerevole, vicina ai 60 miliari di euro e probabilmente superiore rispetto a quella degli altri paesi europei nella Nato. Ne scrive Henrik Paulitz in un'analisi molto interessante su Akademie Bergstraße



La Bundeswehr è destinata a diventare il più forte esercito europeo 


Il dibattito attuale continua a ruotare intorno alla presunta catastrofe in termini di capacità operativa della Bundeswehr e al fatto che l'esercito avrebbe a disposizione meno denaro rispetto a quanto necessario e a quanto la Germania aveva promesso alla NATO. Questa narrazione tuttavia tace il fatto che la Bundeswehr probabilmente entro pochi anni sarà di gran lunga l'esercito più forte in Europa occidentale. 

A causa delle "aspettative internazionali" nei confronti della Germania da anni ormai il governo tedesco viene messo sotto pressione affinché rimetta in discussione il suo tradizionale corso politico di "moderazione militare" e porti invece avanti un nuovo corso militarista. [1]


Questa forte pressione già molti anni fa aveva portato a sottoscrivere un impegno nei confronti della NATO per un aumento della "spesa militare" da realizzarsi entro il 2024. Secondo tale accordo la spesa per la difesa dovrebbe essere basata su un benchmark del 2% del PIL, di cui almeno il 20 % in armamenti e in "nuove grandi attrezzature, inclusa la ricerca e lo sviluppo correlato". 

Il 2% non è legalmente vincolante e spesso viene considerato come non realistico. Il ministro della Difesa Ursula von der Leyen nel maggio 2018 tuttavia ha annunciato che il governo tedesco avrebbe aumentato la spesa militare tedesca passando dall'1,2% all'1,5% del PIL entro il 2025. Alla luce delle dimensioni dell'economia tedesca, si tratterebbe di una spesa enorme - stando ai dati di oggi - fino a quasi 60 miliardi di euro. [2]

Il più grande esercito in Europa 

Nell'agosto 2017 l'ex candidato alla Cancelleria Martin Schulz facendo riferimento al controverso obiettivo del 2% dichiarò: "Faremmo della Bundeswehr il più grande esercito d'Europa". [3]

La forza convenzionale più forte in Europa 

L'ex Ministro della Difesa Volker Rühe nel febbraio 2019 ha invece dichiarato in un intervista: "Se intendiamo prendere sul serio la futura divisione dei compiti in Europa, allora la Bundeswehr non dovrà restare solo sulla carta la forza convenzionale più forte in Europa, ma anche nella realtà" 

Inoltre, Rühe ha notato che - contrariamente a quanto viene regolarmente riportato da molti media - la capacità operativa dei carri armati, degli elicotteri da combattimento e dei sottomarini della Bundeswehr non è in discussione. Alla domanda se la Bundeswehr sia ancora una forza combattente, ha risposto: 

"Sì. La struttura si focalizza sulle unità destinate ad entrare in azione. In linea di principio siamo sulla strada giusta. Ci sono molti piu‘ soldi ". [4]

Di gran lunga la più forte potenza europea nella NATO 

Queste non sono solo delle vaghe pretese, ma è già una realtà. Second il prof. Gunther Hellmann dell'università di Francoforte (specializzato in politica estera tedesca ed europea), la Bundeswehr entro sei o otto anni sarà l’esercito più potente d’Europa - esclusa la Russia. 

In un contributo del 13 febbraio 2019 realizzato insieme al Prof. Daniel Jacobi, Hellmann scriveva che il dilemma strategico della Germania si sta acuendo: "prendere il comando, senza tuttavia apparire egemonica". 

La richiesta di attuazione dell'accordo del Galles, cioè aumentare entro il 2024 la spesa per la difesa portandola il più vicino possibile al due per cento del PIL, “in definitiva deve essere intesa come una chiamata indiretta alla leadership, perché così facendo la Germania militarmente si trasformerebbe nella piu’ forte potenza NATO in Europa. Anche se restasse solo all'1,5 % del PIL, come riportato questa settimana a Bruxelles, fondamentalmente non cambierebbe nulla". 

A ciò si aggiunge che la Repubblica federale "come paese quadro, in futuro disporrà dell'intero spettro militare, mentre i partner più piccoli saranno costretti a specializzarsi". [5]

Militarizzazione della Germania 

Il pubblico senza dubbio si sta abituando all'idea astratta che vi siano delle aspettative o degli "obblighi" da adempiere (cioè una pressione dall’esterno da non sottovalutare). 

Le allusioni a un presunto "ruolo di leadership tedesco" non devono tuttavia essere interpretate dall'opinione pubblica come un percorso verso la militarizzazione. In particolare, l’opinione pubblica non deve rendersi conto che la Bundeswehr, in considerazione della spesa attuale per gli armamenti, presto diventerà il più forte esercito in Europa occidentale. 

La Cancelliera Angela Merkel durante il congresso della Bundeswehr tenutosi a maggio a Berlino ha ammonito i membri del Bundestag: "Si è sviluppata una discussione sulla quale tutti noi insieme - mi rivolgo a tutti i parlamentari – dobbiamo stare un po' attenti e fare in modo che il passaggio al 2% del PIL non venga interpretato come una militarizzazione della Germania"[6]

Questi elementi devono essere inseriti nel quadro di una Germania che diventa una potenza geo-politica in grado di garantire l'ordine in Europa, Africa e Medio Oriente. [7]

Leadership: attesa e richiesta 

Sullo sfondo di questi eventi è necessaria e urgente una discussione pubblica. 


Questo anche nel quadro di quanto sottolineato dall’esperto di politica estera e della sicurezza Rolf Mützenich, secondo il quale in futuro la Germania condividerà il destino di altri grandi stati e "sarà oggetto di critica sia per la sua leadership che per la sua riluttanza. Perché non solo all'interno dell'UE, ma anche a livello internazionale, dalla Germania sarà sempre più spesso preteso e/o richiesto un ruolo da leader". [8]

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1 Robin Niblett (Royal Institute of International Affairs/Chatham House): Internationale Erwartungen an Deutschland. Vortrag bei der Auftaktveranstaltung des Weißbuchprozesses 2016. Berlin. 17.02.2015.
2 Reuters: Von der Leyen will Wehretat auf 1,5 Prozent des BIP steigern. 14. Mai 2018.
3 FR: Phrasenprüfer. "Wir würden aus der Bundeswehr die größte Armee Europas machen". 26.08.2017.
4 Der Tagesspiegel: Ex-Verteidigungsminister Volker Rühe. „Guttenberg hat die Bundeswehr zerstört“. 10.02.2019.
5 Gunther Hellmann, Daniel Jacobi: Auswege aus Deutschlands wachsenden strategischen Dilemmata. GoetheUniversität Frankfurt am Main. 13. Februar 2019.
6 Angela Merkel: Rede von Bundeskanzlerin Merkel bei der Bundeswehrtagung am 14. Mai 2018 in Berlin.
7 Henrik Paulitz: Kriegsmacht Deutschland? Informationen und Handlungsempfehlungen zu brandgefährlichen ‚Internationalen Erwartungen an Deutschland‘. Akademie Bergstraße. 2018.
8 Rolf Mützenich: Deutschland: Vom Trittbrettfahrer zur Führungsmacht wider Willen? Zeitschrift für Außenund Sicherheitspolitik ZfAS, Sonderheft 6, 2015, S. 275-287.


domenica 31 marzo 2019

Sorry, Mister Trump, non possiamo farci niente!

Suona piu' o meno cosi' la risposta che un consiglio di economisti incaricati dal governo tedesco ha dato alla richiesta americana di ridurre gli avanzi commerciali. Una risposta che ovviamente piacerà molto al committente, il Ministro dell'Economia Peter Altmaier, e un po' meno alla controparte americana. Ne scrive Der Spiegel 


"Benvenuti ad una presentazione su un argomento molto arido": con questo avvertimento Albrecht Ritschl giovedì scorso ha aperto la presentazione dello studio commissionato dal governo sul surplus delle partite correnti tedesche. In realtà, il tema dei flussi di merci e di capitali negli ultimi anni si è fatto decisamente piu' interessante.

Ciò è dovuto principalmente al presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Da tempo, infatti, Trump critica con forza il fatto che la Germania esporti molti piu' beni di quanti non ne importi, e sostiene che sia arrivato il momento di cambiare lo stato delle cose con l'aiuto di dazi commerciali punitivi. Anche la Commissione europea, l'Organizzazione dei paesi industrializzati OCSE e il Fondo monetario internazionale sono uniti nel criticare le ampie eccedenze commerciali.


La politica tedesca, che da sempre difende il surplus delle esportazioni considerandolo il risultato di un'economia particolarmente efficiente, si trova ora nella spiacevole situazione di dover dare delle spiegazioni, come del resto accade anche al Ministro federale dell'Economia Peter Altmaier (CDU). Il suo comitato scientifico consultivo ha analizzato, almeno dal punto di vista teorico, se in materia di eccedenze commerciali vi sia spazio per un cambiamento. Il risultato probabilmente piacerà molto più al ministro tedesco che non al presidente degli Stati Uniti. In poche parole: Sorry, signor Trump, non possiamo farci niente!

Detto con parole un po' piu' ufficiali, il gruppo di studiosi è giunto alla conclusione che una "marcata riduzione" delle eccedenze sarebbe "possibile solo con delle forti scosse". Sotto la guida dello storico dell'economia Ritschl, gli economisti hanno esaminato quattro opzioni.

La piu' popolare fra i tedeschi probabilmente è l'opzione di un taglio dell'IVA, che l'economista Carl Christian von Weizsäcker aveva già messo in campo due anni fa in risposta alle prime minacce di Trump. Dato che la riduzione renderebbe anche i beni e i servizi provenienti dall'estero più economici, i tedeschi consumerebbero piu' beni riducendo così il surplus tedesco

Se l'Iva venisse ridotta dall'attuale 19 % al 17 %, secondo lo studio, si avrebbe una "leggera riduzione del saldo di conto corrente", accompagnata tuttavia da un "forte aumento del debito pubblico", sempre secondo l'analisi.

Gli economisti arrivano a questa conclusione anche perché escludono di finanziare la misura attraverso maggiori imposte sul reddito. A ciò si deve aggiungere il fatto che lo stato attualmente può indebitarsi a condizioni favorevoli a causa dei bassi tassi di interesse.

Un membro del gruppo di studiosi tuttavia contraddice questo atteggiamento scettico. Alla luce dei bassi tassi di interesse una riduzione delle imposte finanziata a debito avrebbe "effetti più forti di quelli ipotizzati e il conseguente aumento del debito pubblico sarebbe più lento di quanto indicato nell'analisi".

Una tassa come nel 1968?

Una seconda opzione sarebbe quella di aumentare le imposte sulle vendite generate dall'export. "Una tassa sull'export è qualcosa di fondamentalmente simile a un dazio che viene prelevato non dai paesi stranieri ma dal paese esportatore", afferma Ritschl. In effetti, già nel 1968 per un breve periodo era stata introdotta una tassa simile. Oggi, tuttavia, sarebbe difficile da far rispettare in quanto la politica doganale è una priorità dell'UE.

Gli economisti ritengono inoltre che in questo modo si potrebbe danneggiare l'attività economica interna. Alla fine una tale tassa sull'export, a loro avviso, potrebbe rallentare le esportazioni, ma lasciare il conto corrente invariato: e cioè accadrebbe nel caso in cui gli esportatori tedeschi a causa del loro potere di mercato riuscissero ad imporre dei prezzi più elevati ai loro clienti.

Il giudizio su di un eventuale intervento in materia di politica salariale è ancora più chiaro. Senza dubbio l'aumento dei salari potrebbe aumentare la domanda di beni stranieri, in maniera simile a una riduzione dell'IVA. Ma data l'economia di mercato e l'autonomia della contrattazione collettiva fra le parti, lo stato  al massimo potrebbe esercitare una certa influenza attraverso la contrattazione nel servizio pubblico, così secondo gli economisti. I salari inoltre attualmente stanno continuando ad aumentare. Gli interventi politici in questo contesto sarebbero dannosi. 

Il consiglio consultivo si troverebbe senza dubbio molto piu' a suo agio con dei possibili sgravi fiscali da applicare sugli investimenti in Germania. Perché parte del problema della bilancia dei pagamenti tedesca risiede nel fatto che i tedeschi risparmiano più della media, ma investono gran parte dei loro risparmi all'estero - per questa ragione in patria c'è una mancanza di investimenti.

Lo stato potrebbe neutralizzare questo effetto, riducendo la tassazione sui redditi da capitale derivanti da investimenti interni - ad esempio riducendo significativamente le imposte sulle società o facilitando la svalutazione delle immobilizzazioni. In alternativa potrebbe rendere gli investimenti all'estero meno attraenti, ad esempio se il fisco limitasse l'esenzione dalla doppia imposizione.

Secondo i calcoli, diversamente da quanto accadrebbe con una tassa sulle esportazioni, questa strategia stimolerebbe effettivamente l'economia tedesca, aumenterebbe gli investimenti e le entrate pubbliche e alla fine ridurrebbe le eccedenze. Lo strumento è "in un certo qual modo utile" e non avrebbe "effetti collaterali importanti", afferma Ritschl. Tuttavia, come in tutti gli scenari, gli effetti sulle partite correnti sarebbero "alquanto ridotti".

Un messaggio confortevole per il governo federale

Non c'è da stupirsi che il Ministro dell'Economia Altmaier abbia subito accolto con favore la relazione. Alla fine il documento non fa che dare coraggio al governo nel suo atteggiamento, cioè: fare molto poco per contrastare le eccedenze commerciali. Gli scienziati inoltre sottolineano che la Germania è fortemente legata alle economie degli altri paesi, come invece accade solo ad economie minori, ad esempio la Svizzera o la Danimarca.

"Mentre le loro eccedenze non sono significative a livello internazionale, quelle tedesche sono invece diventate oggetto di un conflitto politico internazionale", dice lo studio. La Repubblica federale ha un'influenza molto limitata sulla sua situazione, soprattutto perché non può più gestire la politica dei tassi di cambio in quanto parte della zona euro.

Questi argomenti sono stati ripetuti più e più volte a Trump e agli altri, ma non hanno modificato la critica mossa alla Germania. "L'insoddisfazione è tangibile, anche io faccio questa esperienza quando sono all'estero", ha detto Ritschl, che insegna alla London School of Economics. Ancora più chiaro è stato quel membro del Consiglio consultivo che sulla riduzione dell'IVA ha dato un voto di minoranza: "Il rapporto sottovaluta la grande urgenza di risolvere il problema".

sabato 30 marzo 2019

Martin Selmayr – L'eminenza grigia di Bruxelles

Chi è Martin Selmayr? Nipote di due generali del terzo Reich, rampollo delle élite, prima lobbista di punta per Bertelsmann a Bruxelles e poi una rapida carriera alla Commissione fino al "colpo di stato" (cit.) del 2018. Oggi è l'uomo piu' potente nei palazzi del potere europeo, l'eminenza grigia accanto a Juncker, con un futuro radioso se Weber (CSU) dovesse diventare il nuovo capo della Commissione. Ne scrive Jens Berger sulle NachDenkSeiten



Jean-Claude Juncker probabilmente è noto a tutti i nostri lettori e anche il suo probabile successore, Manfred Weber, per molti è un nome familiare. Il nome di Martin Selmayr tuttavia dice qualcosa solo a pochi interessati. Selmayr - e su questo sono d'accordo i suoi amici, ma anche i suoi nemici - è l'uomo più potente d'Europa: conservatore, neoliberista, assetato di potere, un vero e proprio rampollo delle élite, che negli ultimi anni ha plasmato l'UE secondo le sue idee. Dopo le elezioni europee Selmayr potrebbe espandere ulteriormente il suo già enorme potere e quindi causare ulteriori gravi danni all'ideale di un'Europa democratica e trasparente. Di Jens Berger .

Chi cresce in un ambiente familiare come quello di Martin Selmayr, nella vita ha un certo vantaggio di partenza. Come nipote di due generali - il nonno Josef Selmayr faceva parte dell'organizzazione Gehlen ed è stato il primo capo del MAD - e figlio di un grande avvocato nonché Rettore dell'Università della Bundeswehr di Monaco di Baviera, Selmayr ha sempre avuto la quantità necessaria di vitamina B (raccomandazioni) nei geni. Dopo aver studiato legge a Ginevra, Passau, Berkeley e al Kings College di Londra, Selmayr è stato assunto dal gruppo editoriale Bertelsmann e lì nel giro di due anni è stato messo a capo della rappresentanza di Bruxelles, vale a dire lobbista capo di Bertelsmann all'UE. Ma è rimasto in questo posto solo per un anno. Nel 2004 il lobbista del gruppo editoriale ha saltato la barricata ed è diventato portavoce della Commissione europea per le telecomunicazioni e la politica dei media. Proprio a causa delle carriere fondate su questo sistema delle porte girevoli, l'UE è giustamente finita nel fuoco incrociato delle critiche.


Ad aprire le "porte girevoli" al conservatorie Selmayr però è stato un uomo per il quale i confini fra la politica e la lobby sono sempre stati molto incerti: Elmar Brok, dal 1980 deputato europeo per la CDU, dal 1992 incaricato per gli affari europei di Bertelsmann, per un periodo a capo della sede di Bruxelles e perfino "Senior Vice President media development" del gruppo - ovviamente sempre accanto "al suo mandato di parlamentare europeo". Su raccomandazione del suo collega Brok, Selmayr nel 2010 è diventato Capo di Gabinetto del Commissario UE lussemburghese Viviane Reding, che in piena coerenza, come secondo lavoro ha ottenuto un posto proprio nel Consiglio della Fondazione Bertelsmann.

Il salto di carriera successivo glielo ha preparato ancora Brok, che lo ha raccomandato al suo amico Jean-Claude Juncker come responsabile per la sua campagna di candidatura alla Presidenza della Commissione Europea.  Selmayr probabilmente è riuscito a tirare le corde giuste e dopo aver vinto le elezioni, Juncker lo ha nominato suo capo di gabinetto. Da quel momento in poi, il potente bavarese è diventato il "braccio destro" di un leader dell'UE segnato da seri problemi di salute e che nel giro dei funzionari di Bruxelles è conosciuto come il "Direttore della prima colazione" (senza potere reale). Selmayr già allora determinava più o meno direttamente ciò che il suo "capo" in seguito avrebbe implementato e simbolicamente guidava la sua mano su ciò che poi avrebbe firmato. Fra le autorità dell'UE Selmayr tuttavia si è fatto pochi amici. Secondo i resoconti basati su testimonianze di insider fatti dai corrispondenti da Bruxelles dei diversi giornali internazionali , Selmayr nei palazzi del potere sarebbe conosciuto come "figura odiosa", "Rasputin", "Mostro di Juncker" o "Mostro di Berlaymont" (palazzo Berlaymont è la sede della Commissione europea), ed è largamente considerato uno dei funzionari dell'UE meno amati della storia. Secondo i resoconti Selmayr guiderebbe l'ufficio del suo "capo" con mano ferrea, e sarebbe pronto a scavalcare i commissari europei responsabili anche su importanti decisioni della Commissione. Così ad esempio avrebbe dato il via libera ad Alexander Dobrindt e al suo "pedaggio autostradale per gli stranieri" - contrariamente a quanto prevedono le leggi europee - senza nemmeno aver consultato il commissario sloveno responsabile in materia di trasporto.

Numerosi giornali, come ad esempio la francese Liberation, hanno parlato del successivo salto di carriera di Selmayr come di un "colpo di stato". Sotto la protezione di Jean-Claude Juncker, il 21 febbraio 2018 Selmayr è stato nominato Vice Segretario Generale della Commissione Europea e solo un'ora dopo la nomina, nella stessa riunione della commissione, l'allora segretario generale ha annunciato le sue dimissioni, dopodiché il vice, che era in carica da nemmeno un'ora, è salito nella posizione piu alta della burocrazia dell'UE. Senza alcun bando, senza una discussione politica e senza la partecipazione del Parlamento, così è stato "nominato" il capo dei 33.000 dipendenti della Commissione europea e dei più importanti funzionari dell'Unione europea, da parte dell'uomo che da quattro anni si fa guidare la mano esattamente dalla stessa persona. Sì, lo si può chiamare  "colpo di stato".

La protesta c'è anche stata. Il Mediatore europeo ha presentato una denuncia, il Parlamento europeo ha votato con 368 voti a favore e 15 contrari una risoluzione che chiedeva le dimissioni di Martin Selmayr. Sfortunatamente il Parlamento europeo sulle questioni veramente importanti a Bruxelles viene ignorato. Il Commissario europeo responsabile per il bilancio e il personale alla fine è proprio Günther Oettinger, il quale è un conservatore neo-liberista della CDU e quindi è parte integrante del problema, non una soluzione. E' stato così che il "golpe" di Martin Selmayr ha avuto successo ed oggi egli è il numero uno indiscusso dell'esecutivo di Bruxelles, che come Segretario generale della Commissione europea ed eminenza grigia tira i fili alle spalle del gravemente malato Jean-Claude Juncker.

Sia che si tratti della militarizzazione dell'UE, della progressiva concentrazione delle competenze sulle direttive all'interno della opaca struttura di potere della Commissione europea, oppure della progressiva perdita di potere dei governi nazionali in materia di politica fiscale - il funzionario dell'UE Martin Selmayr è sempre al centro di queste decisioni. Raramente fino ad ora nell'Europa democratica e post-monarchica il potere era mai stato distribuito in maniera cosi' poco trasparente e anti-democratica. Non è solo il fatto che quasi nessuno conosca Martin Selmayr e lui come funzionario capo non è obbligato a rendere conto del suo operato davanti all'opinione pubblica. Molto peggio è il fatto che Selmayr non sia mai stato votato dal popolo in un'elezione e che i suoi vasti poteri non siano in alcun modo legittimati dalla democrazia classica.

Non è nemmeno così che ci libereremo alla svelta di Martin Selmayr. Perché è proprio il politico della CSU Manfred Weber, attualmente alla guida del gruppo PPE al Parlamento europeo, ad avere le maggiori possibilità di diventare il successore di Juncker. Quando il parlamento di Strasburgo con un'ampia maggioranza ha tentato di sfiduciare Selmayr, sono stati proprio i deputati del PPE gli unici a restare fedeli al Segretario generale. Weber è considerato privo di collegamenti importanti e soprattutto a livello di commissione è considerato come l'ultimo arrivato. Pertanto gli addetti ai lavori ritengono che senza l'Eminenza Grigia al suo fianco, Weber non sarà in grado di gestire l'eredità di Juncker. E politicamente i due ultra-conservatori Weber e Selmayr vanno perfettamente d'accordo: sono entrambi liberisti, entrambi atlantisti ed entrambi bavaresi. Da queste elezioni europee non possiamo aspettarci di avere più democrazia, più trasparenza o anche una politica più progressista. Il potere rimarrà probabilmente intatto - indipendentemente dal fatto che guidi la mano di Juncker o quella di Weber.



giovedì 28 marzo 2019

"La piu' grande e rapida distruzione di valore nella storia del Dax"

"L'acquisizione di Monsanto è una buona idea", diceva solo qualche mese fa il CEO di Bayer, Werner Baumann. Peccato poi le cose siano andate diversamente e l'acquisizione di Monsanto da parte di Bayer si sia trasformata nella piu' grande e rapida distruzione di valore nella storia del Dax. Non ne usciranno bene, almeno secondo la stampa tedesca, perché in America ci sarebbero già diverse migliaia di cause pronte. Ne scrive il ben informato German Foreign Policy


"La più grande distruzione di valore nella storia del Dax" 

Nel quadro generale di una possibile escalation della guerra commerciale tra gli Stati Uniti e l'UE, i media tedeschi mettono in guardia da una grave crisi, a causa della quale il gruppo industriale Bayer, leader nel settore della Chimica, dopo le recenti controversie legali negli Stati Uniti inizia a vacillare. Con l'acquisizione del gruppo agricolo statunitense Monsanto, il cui pesticida Glifosato è sospettato di causare il cancro, Bayer si è esposta a un "rischio esistenziale", scrivono i commentatori. La caduta del titolo causata dalle recenti sentenze giudiziarie in California potrebbe rendere Bayer il candidato ideale per un'acquisizione da parte di "investitori aggressivi", acquisizione che comporterebbe il rischio concreto di uno spezzatino per la più grande aziende agricola e chimica tedesca, scrive la stampa. Il gruppo nel suo complesso ora vale tanto quanto valeva Bayer prima dell'acquisizione dei suoi concorrenti statunitensi, acquisizione costata circa 63 miliardi di euro. Ciò significa che Monsanto ora "dagli investitori viene valutata con un valore pari a zero". Nel giro di un anno Bayer ha perso quasi la metà del suo valore di borsa, con perdite che dall'ultimo verdetto di San Francisco sono state del 13%; Monsanto è stata la più grande e rapida "distruzione di valore nella storia del Dax", si dice negli ambienti finanziari: in un solo giorno di negoziazione è stato bruciato un valore di mercato pari a otto miliardi di euro. Dalla prima sentenza sul glifosato, nell'agosto del 2018, Bayer ha perso circa 30 miliardi di euro di valore in borsa [5]. 




Processi a valanga per miliardi di dollari 



Nella sentenza menzionata, il 19 marzo la corte di San Francisco è giunta alla conclusione che il glifosato, contenuto nel pesticida "Roundup" della controllata di Bayer, Monsanto, è cancerogeno; Il glifosato secondo la corte sarebbe stato un "fattore significativo" di rischio nell’insorgere del cancro dell’accusatore. La giuria di sei membri si è così allineata alle valutazioni di diversi studi scientifici che hanno trovato una connessione tra il pesticida e un aumento del rischio di cancro. L'Agenzia internazionale di ricerca sul cancro classifica il glifosato come "probabilmente cancerogeno" - in contrasto con l'Istituto federale tedesco per la valutazione dei rischi, che non individua alcun legame [6]. Un'altra indagine rileva in particolare, che sono proprio gli utilizzatori di glifosato, come gli agricoltori o i lavoratori agricoli a mostrare un aumento del 41% del rischio di contrarre un linfoma. [7] Allo stesso tempo ci sono una serie di studi commissionati da aziende chimiche fra il 2012 e il 2016 che non mostrerebbero alcun legame con il rischio di cancro. I critici, come il Bund Naturschutz, affermano che questi "studi industriali" presenterebbero "molte carenze" ma che tuttavia sarebbero stati usati dalle autorità "per valutare l'approvazione del veleno nell’agricoltura". [8] L'attuale sentenza di San Francisco è un un caso modello che fungerà da guida legale per migliaia di altre azioni legali contro Bayer negli Stati Uniti. In un caso precedente, il malato di cancro aveva ricevuto 78 milioni di dollari di danni. Questa valanga di processi negli Stati Uniti potrebbe costare a Bayer "miliardi di dollari", si lamentano gli osservatori tedeschi [9]. Nel frattempo, negli Stati Uniti ci sarebbero già circa 11.200 cause ad attendere Monsanto (10).



Disastro economico 

A rappresentare un rischio esistenziale per Bayer non ci sono solo i miliardi di dollari dei processi. Il controverso pesticida glifosato è il diserbante chimico più venduto al mondo, sospettato anche di contribuire alla rapida scomparsa degli insetti a livello mondiale. [11] Il glifosato, simbolo di "un’agricoltura guidata dalla chimica", genera gran parte dei profitti della costosa sussidiaria di Bayer in America, la Monsanto; negli ultimi tempi circa il "70 % dei profitti operativi di Monsanto" è stato ottenuto grazie a prodotti associati al "glifosato", così riporta la stampa tedesca [12]. Poiché i processi in corso dovrebbero rafforzare anche nell'UE e in Germania la richiesta di un divieto di utilizzo per il pesticida incriminato, una parte significativa del fatturato e dei profitti di Bayer è considerata a rischio. La città di Los Angeles ha già annunciato che proibirà l’uso del controverso pesticida fino a quando il rischio di provocare il cancro non sarà finalmente chiarito. [13] Nel frattempo, la posizione all'interno del gruppo del CEO di Bayer, Werner Baumann, l'architetto dell'operazione di acquisizione di Monsanto, si fa sempre più difficile. La sorprendente sconfitta legale a San Francisco - Bayer era riuscita a prevalere nella fase iniziale del processo, almeno sui dettagli - per Baumann sarà un problema, dato che molti investitori "stanno perdendo la pazienza", scrive la stampa economico-finanziaria tedesca [14]

La strategia industriale di Altmaier 

Anche per il governo federale il malcontento di Bayer, emerso dopo l'acquisizione di Monsanto, pone un problema serio: rende piu’ difficile la costituzione di aziende dominanti e monopolistiche ("campioni nazionali"), promosse dal ministro dell’economia Altmaier e parte della sua "Strategia industriale nazionale 2030" [15] 



Multe miliardarie per Google 



Le dispute legali sul glifosato tuttavia sembrano essere colpite dalla dinamica delle crescenti controversie commerciali legate alla crisi tra USA e UE. Poche ore dopo l'annuncio della sentenza di San Francisco, l'UE ha imposto una multa da oltre un miliardo di euro al colosso americano Google [16]. Il monopolista dei motori di ricerca su internet avrebbe abusato della sua "posizione dominante" per ostacolare illegalmente i concorrenti del servizio "AdSense per la ricerca". Negli ultimi dieci anni, Google nell'UE ha dovuto pagare multe per un totale di 8,25 miliardi di euro. L’ultima multa imposta dalla Commissione europea ammonta a 1,49 miliardi di euro. 



Escalation asimmetrica 

In precedenza, il governo tedesco si era dato da fare per fermare le iniziative avviate principalmente dalla Francia e finalizzate ad una maggiore tassazione delle società Internet statunitensi, in quanto ciò per Berlino avrebbe implicato il rischio di una rappresaglia contro l'industria dell’export tedesca impegnata in America [17]. Data la minaccia di una escalation nelle controversie commerciali con Washington, Berlino si trova ora a dover fronteggiare il problema della mancanza di opzioni di difesa, situazione dovuta alle grandi eccedenze commerciali: in una guerra commerciale, infatti, ad essere avvantaggiata è la parte in deficit in quanto può ricorrere ad un escalation basata su misure protezionistiche. I paesi orientati all’export difficilmente hanno mezzi di ritorsione efficaci; questi in Europa sembrano concretizzarsi sotto forma di misure punitive nei confronti  dell'industria Internet dominata dagli Stati Uniti. Alla minaccia di Washington di aumentare i dazi sulle auto tedesche, Bruxelles e Berlino vorrebbero rispondere con una corrispondente azione punitiva ancora più dura nei confronti di Google, Facebook e delle altre società Internet americane.





[1] Frank Dohmen, Armin Mahler: Das Vernichtungsmittel. spiegel.de 22.03.2019.
[2] Gabor Steingart: Unternehmenskenner warnt: Bei Bayer wächst die Gefahr der Zerschlagung. focus.de 22.03.2019.
[3] Bayer-Aktie kurz vor Zusammenbruch: Neue Hiobsbotschaft aus den USA. deraktionaer.de 22.03.2019.
[4] Das Bayer-Beben: Monsanto entpuppt sich als "größter und schnellster Wertvernichter der DAX-Geschichte". deraktionaer.de 20.03.2019.
[5] Schwere Schlappe für Bayer in Glyphosat-Prozess. dw.com 20.03.2019.
[6] Faktencheck: Wie gefährlich ist Glyphosat? swr.de 20.03.2019.
[7] Carey Gillam: Weedkiller "raises risk of non-Hodgkin lymphoma by 41%". Theguardian.com 14.02.2019.
[8] Glyphosat und Krebs: Gekaufte Wissenschaft. bund-naturschutz.de.
[9] Antje Höning: Bayers Traumdeal wird zu Bayers Alptraum. rp-online.de 20.03.2019.
[10] S. dazu Bayer vor Gericht.
[11] Tina Baier: Macht Glyphosat die Bienen krank? sueddeutsche.de 25.09.2018.
[12] Jost Maurin: Bayer AG schwer erkrankt. taz.de 20.03.2019.
[13] Bayer-Aktie kurz vor Zusammenbruch: Neue Hiobsbotschaft aus den USA. deraktionaer.de 22.03.2019.
[14] Bert Fröndhoff: Glyphosat-Urteil bringt Bayer-Chef Werner Baumann in Bedrängnis. handelsblatt.com 21.03.2019.
[15] Altmaier mag nationale Champions. badische-zeitung.de 06.02.2019.
[16] EU verhängt weitere Milliardenstrafe gegen Google. spiegel.de 20.03.2019.
[17] S. dazu Streit um die Digitalsteuer.