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martedì 27 novembre 2012

Bofinger: senza un cambio di strategia l'Euro non sopravviverà


Bofinger, membro del Consiglio dei saggi economici, sulle pagine della euroscettica Wirtschaftswoche lancia un appello: o si fa l'unione politica oppure con l'Euro è meglio lasciar perdere.
La zona Euro si trova in una situazione di calma apparente. La disponibilità della BCE ad acquistare titoli di stato in misura illimitata ha stabilizzato i mercati e scongiurato il rischio di una rottura. Ma i problemi di fondo non sono stati affrontati.

Con le politiche di risparmio non si esce dalla crisi Euro. E' necessario un salto in avanti verso una politica fiscale comune. Se non si riuscirà a farlo, allora il ritorno alle valute nazionali sarà un'opzione possibile. L'intera zona Euro potrebbe scivolare in recessione, e questa volta anche i paesi centrali come Francia e Germania sarebbero coinvolti.

Naturalmente ci sono anche luci. I disavanzi delle partite correnti si sono ridotti in tutti i paesi in crisi: in parte per la riduzione delle importazioni causata dalla congiuntura negativa, ma in parte anche per la crescita dell'export. Il miglioramento della competitività ci porterà ad un successo duraturo solo se la zona Euro nel suo complesso tornerà su un sentiero di crescita.

Politiche economiche procicliche conducono alla   recessione

Secondo ogni legge economica, se tutti i paesi membri continueranno sulla strada dell'austerità non potremo avere alcun successo. Sebbene già ora la zona Euro si trovi in una recessione profonda, per il 2013 è prevista una ulteriore riduzione del disavanzo corretto per il ciclo di un punto percentuale. Una tale politica prociclica ci porta sempre piu' a fondo nella recessione facendo crescere il tasso di disoccupazione oltre il già alto 11.7% attuale. La condizione delle banche peggiorerà, come quella delle finanze pubbliche.

Anche per la competitività le prospettive non sono buone: il capitale umano dei disoccupati sarà svalutato, gli investimenti privati e pubblici si ridurranno. In definitiva, il tentativo di alcuni paesi di tornare competitivi con una riduzione dei salari, causerà una tendenza deflazionistica che accrescerà ulteriormente i problemi di indebitamento del settore privato.

Una politica fiscale espansiva ha aiutato gli Stati Uniti

Che questi sviluppi siano evitabili lo dimostra l'esempio americano. Li' con una politica fiscale espansiva sono riusciti a stabilizzare il mercato immobiliare, e il settore privato ha potuto rimettere a posto i bilanci provati dalla crisi. In quale condizione si troverebbe l'economia americana e quella mondiale, se il deficit di bilancio americano non fosse intorno al 9%, ma vicino al 3% come nella zona Euro?

Senza un cambiamento fondamentale di strategia l'Euro nei prossimi anni non sopravviverà, né economicamente né politicamente. L'unione monetaria ha solo una possibilità: i paesi membri dovranno considerare la crisi come una sfida comune e non come una somma di differenti deficit di competitività. Una prospettiva comune imporrebbe di posticipare le misure di risparmio fino al superamento della recessione. Nel frattempo, deficit piu' alti dovrebbero essere finanziati collettivamente.

Un tale cambiamento di strategia non dovrebbe essere considerato un assegno in bianco per una politica di bilancio lassista. Piuttosto inserito all'interno di un accordo fra i paesi membri per creare le condizioni verso una ulteriore integrazione politica.

A livello europeo dovrebbero essere preparati meccanismi efficaci per disciplinare la politica fiscale nazionale. In concreto, si dovrebbe pensare ad un Ministro delle finanze europeo legittimato dal Parlamento Europeo, con il compito di verificare che le politiche fiscali della zona Euro siano adeguate alla congiuntura. E che allo stesso tempo abbia diritti di intervento verso i paesi con politiche fiscali non virtuose. 

Meglio una fine orrenda, che un orrore senza fine

Un tale cambiamento di strategia richiede molto coraggio. Se  il percorso verso una maggiore integrazione non lo si ritiene realizzabile politicamente, ci si dovrebbe allora chiedere se non sia preferibile una ordinata dissoluzione dell'unione monetaria. Questo per l'economia tedesca significherebbe ingenti perdite di competitività in termini di prezzo.

Ma una profonda recessione della zona Euro avrebbe conseguenze economiche ancora piu' gravi per la Germania. Politicamente, le garanzie crescenti necessarie per gli altri paesi sarebbero un rischio aggiuntivo. E un tale "orrore senza fine" alla fine condurrebbe ad una dissoluzione volontaria o involontaria dell'Euro.

Politicamente l'Euro si trova oggi nel mezzo di un tunnel molto lungo. Se non vogliamo che resti in questa posizione scomoda, ci sono solo due possibilità. La politica deve cercare la via d'uscita che dall'unione monetaria porta all'unione politica. Ma se per fare questo manca la forza o il coraggio, si dovrebbe allora riflettere se non sia meglio tornare verso l'ingresso, vale a dire verso il mondo delle monete nazionali. 

13 commenti:

  1. Bellisssimo articolo, chiaro e conciso, bisogna completare il processo politico dell'Unione europea! Questa crisi è una grande opportunità per i politici per affrontare e assecondare una realtà che sta nei fatti: l'Unione Federale degli Stati Europei, chi è contro non distrugge solo un sogno, ma il fututo del nostro continente.

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    1. Il sogno e' si e' rivelato solo un incubo. E l'incubo e' arrivato alla fine per fortuna. L'euro e' fascismo e chi vuole l'euro e' un fascista. Il continente sopravvivera' alla moneta unica, infausta invenzione tedesca a sua immagine. L'UE e l'euro e' il sogno egemone di una classe politica ed ed imprenditoriale che vuole un continente di schivi sottopagati e disoccupati. Ma per fortuna i nodi stanno arrivando al pettine e i vari sognatori si sveglieranno.

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    2. Leggendo le affermazioni di hydeparkcorner mi chiedo se esiste veramente, se gira per la strada, se si rende conto della devastazione economica che un sistema monetario assurdo e le insensate politiche di austerità imposte dall'elite eurocratica stanno infliggendo a milioni di persone...
      Purtroppo in tanti lo stanno capendo, ma non ancora abbastanza. Troppe persone in buona fede devono ancora aprire gli occhi.

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    3. #Marco Cattaneo io non mi domando se chi avversa le opinioni di hydepakcorner esista o meno (purtroppo esiste) mi domando però a che generazione appartenga e nel caso se abbia o meno danni ai circuiti della memoria a lungo termine...
      Personalemente mi ricordo gli anni dell'inflazione a doppia cifra e di quando la lira vedeva i suoi spazi contesi da pseudomonete bancarie (i famigerati miniassegni), l'euro era ben al di la da venire e ci infliggevamo il tutto da soli, ....personalemente non vorrei rivedere tempi simili....

      MArioC

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    4. Beh io sono del 1962 e ricordo bene quegli anni e anche i successivi. Inflazione a due cifre e miniassegni sono scomparsi molto tempo prima del trattato di Maastricht. Un errore di molti sostenitori dell'attuale sistema monetario è pensare che non ci sia una sana via di mezzo tra inflazione al 20% e austerità / deflazione selvaggia. Senza contare che gli anni di alta inflazione erano problematici ma comunque c'era crescita, non la plumbea depressione di oggi.

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    5. hydepark, se per fare un bilancio europeo di circa l'1% del pil europeo sono necessari mesi di riunioni e trattative, parlare in questa fase di stato federale europeo mi sembra un po' azzardato. La famosa unione politica a me sembra molto molto molto lontana, poi si puo' discutere se sia un sogno o un incubo, ma per ora non ce n'è traccia.

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    6. Mario, capisco le tue preoccupazioni sull'inflazione, pero' sarebbe allo stesso tempo interessante chiedere alle decine di milioni di disoccupati dell'eurozona, che cosa pensano sia meglio: restare disoccupati con un in'inflazione intorno al 2% oppure in cambio di qualche punto di inflazione in piu' avere la speranza di ritrovare un lavoro, magari nel proprio paese. Sarebbe davvero interessante sapere cosa ne pensano.

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    7. Questo ipotizzando che mettere fine alle politiche di austerità, o rimuovere l'inefficienza strutturale dell'euro, implichi più inflazione. L'inflazione parte quando si verifica un incremento di circolazione monetaria mentre il sistema economico sta già lavorando a regime. Oggi nel Sud Europa siamo lontanissimi da questo rischio.

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    8. Negli anni Settanta l'inflazione è partita perchè lo shock petrolifere aveva di colpo ridotto il PIL potenziale. L'alternativa era espandere la circolazione monetaria generando inflazione, o lasciarla inalterata e mantenere i prezzi stabili. Nel primo caso ci sarebbe stata stagflazione (caduta PIL reale e prezzi in aumento): è quello che è avvenuto.
      L'alternativa era accettare la caduta del PIL a prezzi stabili, quindi far cadere il PIL nominale, il che avrebbe prodotto un credit crunch (redditi che scendevano in valore nominale a fronte di crediti invariati come importo facciale). Quindi depressione.
      Si è scelta la prima strada ed era il meno peggio. Sicuramente era possibile gestirla meglio, far salire meno l'inflazione per meno tempo, ma è facile dirlo con il senno di poi.
      Il mio punto è che l'esperienza degli anni Settanta NON C'ENTRA NIENTE con la situazione di oggi. Non c'è fondamento nel dire che l'inflazione ai tempi è calata grazie all'aggancio all'euro, nè che rischiamo inflazione se non restiamo nel sistema monetario europeo così com'è oggi.

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    9. Per Voci dalla Germania, oggettivamente la discussione sul bilancio europeo non è esaltante, ma realisticamente far convergere 27 interessi in un unico accordo, è complicato anche per un’assemblea di condominio; detto questo, il percorso è ancora lungo e pieno di ostacoli, ma il tempo, i cambiamenti economici, politici e di mentalità giocano a favore per una futura unione europea.

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  2. Il dottor Bofinger è sicuramente una persona preparata e intelligente, mi chiedo però se abbia riflettuto a sufficienza sulla praticabilità di un'unione politica dopo anni di propaganda contro gli stati dell'Europa del sud, nella migliore delle ipotesi descritti come lassisti e dissipatori.
    Forse, oltre a tornare alle rispettive monete nazionali, converrebbe cominciare a pensare di smontare il marchingegno europeo e lasciare solo l'area di libero scambio, che è l'unica cosa che ha funzionato decentemente. Non si sente proprio il bisogno di un immenso apparato burocratico per gestire la truffa dei sussidi all'agricoltura o per legiferare su qual è la massima curvatura ammissibile di una zucchina.

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  3. @Armando. D'accordo ma uno dei guai è anche il libero scambio (un modo di dire che però non corrisponde mai alla realtà), se con questo si intende (come si è inteso) il libero movimento di capitali. Quanto all'agricoltura, con tutte le riserve che si possono assai probabilmente nutrire sulla PAC, l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno è il libero mercato della terra e dell'agricoltura. L'agricoltura non è "sussidiata", è amministrata, cosa assai diversa. L'Europa è in surplus agricolo crescente dal '700 o giù di lì, e se non lo fosse stata, non avremmo avuto l'industrializzazione (non ci sarebbe stata manodopera disponibile). Il libero mercato in queste circostanze significherebbe crollo dei prezzi e fallimenti (come abbiamo già visto in questo dopoguerra), con il conseguente abbandono della terra. Il che significa degrado e sociale (inurbamento, borgate) e del territorio: allagamenti e frane.
    Ripeto: è già successo. Il mercato non è la panacea per tutti i mali, ammesso che lo sia per almeno uno.

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  4. Per l’anonimo, la mancanza di argomentazioni ti spinge ad affermazioni deliranti: “L'euro e' fascismo e chi vuole l'euro e' un fascista”, non merita un commento; un suggerimento, per l’uscita dall’euro e non pagare i debiti, avete un modello esemplare di successo, l’Argentina!

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