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martedì 29 gennaio 2019

Perché gli industriali non ne vogliono sapere di guarire dall'esportismo

Nonostante gli enormi avanzi commerciali degli ultimi anni, ai primi segnali di rallentamento delle esportazioni i giornaloni e gli istituti di ricerca vicini alla lobby dell'export fanno partire i soliti allarmi sul costo del lavoro. Gli industriali tedeschi di fatto non ne vogliono sapere di collaborare con i paesi del sud e di far guarire la prima economia europea dalla grave patologia che la affligge, l'esportismo. Ne parla Die Welt su dati IW


Costosi ma buoni e affidabili, questa almeno è la reputazione che i prodotti dell'industria tedesca hanno all'estero. I dati sull'export tedesco riempiono di orgoglio e mostrano che i prodotti Made in Germany sono richiesti in tutto il mondo. Recentemente le esportazioni tedesche, tuttavia, sembrano essersi fermate. Ciò è dovuto anche al fatto che i nuovi dazi e le minacce di protezionismo stanno frenando il commercio internazionale. 


Ma una parte dei problemi sembra essere fatta in casa. La Repubblica federale con i suoi costi elevati si trova nella parte piu' alta della scala dei prezzi e a soffrire per l'indebolimento dell'economia globale non ci sono solo i beni industriali sulla cui produzione la Germania si è specializzata. 

Spesso la Germania deve sentirsi ripetere la solita critica: i tedeschi avrebbero ottenuto i loro successi nell'export grazie a un'eccessiva moderazione salariale. I dati dell'Institut der Deutschen Wirtschaft (IW) tuttavia mostrano che per quanto riguarda la produzione di beni industriali la Repubblica federale non può essere considerata un paese a basso costo del lavoro. 

Gli economisti dell'istituto di ricerca (vicino ai datori di lavoro) hanno calcolato il livello raggiunto dal costo del lavoro tedesco rispetto agli standard internazionali. La risposta è: la Germania è un paese di produzione costoso e l'accusa di dumping o di una iniqua moderazione salariale non può essere confermata dai fatti. "In Germania non si può in alcun modo parlare di una schiacciante compressione salariale", afferma Christoph Schröder, economista presso l'IW di Colonia. 


L'analisi dell'istituto è a disposizione di WELT e mostra ad esempio che le aziende francesi, in termini di costo del lavoro per unità di prodotto, possono produrre a prezzi molti simili a quelli tedeschi. In Belgio, Austria, Spagna o Paesi Bassi i costi sono ancora più bassi. Le loro attività dal punto di vista dei prezzi si trovano quindi in una situazione competitiva migliore rispetto a quelle del nostro paese 

Le esportazioni tedesche stanno perdendo slancio 

Recentemente le esportazioni in quanto motore di crescita dell'economia tedesca hanno perso slancio. A novembre, secondo gli ultimi dati disponibili, le esportazioni tedesche sono addirittura diminuite rispetto al mese precedente. "Il motore della crescita sta balbettando", ha detto Carsten Brzeski, economista capo di ING in Germania, il modello di business orientato all'export "Made in Germany" inizia a vacillare. 

Ma non bisogna necessariamente arrivare al peggio; in passato, il settore delle esportazioni tedesche si è dimostrato estremamente resistente rispetto alle tensioni globali. "La combinazione unica fra specializzazione di prodotto e diversificazione geografica ha contribuito a compensare la debolezza e i problemi dei singoli partner commerciali", spiega Brzeski. Le cose però ora potrebbero cambiare. 

Solo un crollo dell'economia mondiale simile a quanto accaduto nel 2008-09 potrebbe far affondare le esportazioni tedesche, ricorda Brzeski. Anche se la situazione attuale nel complesso è ancora molto diversa rispetto a quella della crisi finanziaria, nel settore delle esportazioni è tuttavia possibile fare alcuni parallelismi: problemi sui mercati emergenti, le tensioni tra Washington e Pechino, il protezionismo americano, un possibile rallentamento dell'economia cinese e il rischio di una hard Brexit. 

"Sembra che in questo momento nel commercio mondiale ci siano piu' crisi di quante l'industria dell'export tedesca ne possa affrontare. Anche l'euro debole ha fatto poco per la crescita dell'export tedesco", dice l'economista. 


Il costo del lavoro in Germania è relativamente alto 

In una fase di rallentamento economico la questione dei costi di produzione viene di nuovo presa piu’ seriamente rispetto a quanto non accadesse pochi anni fa. Il risultato è chiaro: esaminando i salari e il costo del lavoro degli altri paesi, la Germania è sicuramente uno dei paesi industrializzati più costosi al mondo. Nella classifica dell'IW sui paesi con il costo del lavoro piu' alto la prima economia europea si trova al quarto posto. 

"Solo in Norvegia, Belgio e Danimarca il costo del lavoro è più alto che nel nostro paese", dice Michael Grömling, capo del gruppo di ricerca sull'analisi macroeconomica e congiunturale all'IW. Anche l'idea che la Germania, grazie ad un euro troppo sottovalutato rispetto alla forza dell’economia tedesca, possa produrre a dei prezzi molto piu' bassi rispetto a quelli degli altri paesi europei non sembra essere corroborato dai dati. 

"Nel complesso, la Germania si trova sullo stesso livello degli altri paesi dell'area dell'euro. Il confronto fra i paesi non indica un particolare vantaggio competitivo in termini di costo per la Germania", osserva Grömling. Sebbene il costo della manodopera in Francia e nei Paesi Bassi sia un po' piu' basso che in Germania, in Belgio invece un po’ piu' alto. 

Il bilancio finale non cambia se gli economisti, invece del solo costo del lavoro, prendono in considerazione anche la produttività. Mettendo in relazione il costo del lavoro con la produttività, il risultato è il cosiddetto costo unitario del lavoro e cioè il costo del lavoro per unità di prodotto. Il costo del lavoro per unità di prodotto è considerato una misura importante della competitività di prezzo di una nazione. 

Anche il costo del lavoro per unità è al vertice 

Se la produttività di un'azienda è elevata, l'azienda può anche pagare salari e contributi sociali elevati senza mettere a rischio la propria competitività. La buona notizia: in termini di produttività le aziende tedesche sono al di sopra della media. Le cattiva notizia: non sono abbastanza produttive da poter compensare i recenti aumenti dei costi. 


"Il costo del lavoro per unità di prodotto nell'industria tedesca è elevato, sebbene la produttività sia chiaramente superiore rispetto alla media dei paesi industrializzati", afferma lo studio dell'IW. I lavoratori sono più produttivi, ad esempio, nei paesi scandinavi, in Belgio, nei Paesi Bassi e negli Stati Uniti. 

In termini di costo unitario del lavoro, oltre a Norvegia e Gran Bretagna, anche Italia e Francia risultano essere dei paesi costosi. Ma poi c‘è la Repubblica federale. Al contrario, le aziende possono produrre ad un prezzo piu' basso in Belgio, nei Paesi Bassi, in Finlandia e in Grecia. 

Molto più economico è anche il Giappone (86% della massa salariale tedesca) e gli Stati Uniti (80%). Gli effetti dei tassi di cambio, come ad esempio l'euro debole degli ultimi anni, sono già inclusi in questo calcolo. Non si può parlare di metodi sleali che favoriscano gli esportatori tedeschi. 

"In definitiva, l'elevato livello del costo del lavoro per unità dimostra che in Germania il livello di produttività non è tale da compensare lo svantaggio derivante dall'elevato costo del lavoro", afferma Grömling. Per quanto riguarda il costo del lavoro per unità, in media i paesi dell'area dell'euro sono all’incirca alla pari con la Repubblica federale. L'IW colloca il livello unitario del costo del lavoro dei paesi dell'unione monetaria, esclusa la Germania, al 97% di quello tedesco. 

L'economia della Germania in termini di costi non è in cima alla classifica 

"Il confronto fra i livelli non evidenzia un particolare vantaggio competitivo della Germania in termini di costi", sottolineano i ricercatori dell'IW. E i dati mostrano inoltre che la più grande economia d’Europa in termini di disciplina dei costi non ha fatto meglio degli altri. Dal 2011, infatti, non è stata osservata alcuna moderazione salariale, o almeno una moderazione che abbia conferito all'economia più grande d'Europa degli evidenti vantaggi competitivi, come invece più volte suggerito dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. 

Non sembra esservi tuttavia alcun motivo per farsi prendere dal panico, e alcuni economisti mettono addirittura in guardia da una eccessiva moderazione salariale che finirebbe per colpire i consumi interni. "Negli ultimi anni, la competitività di prezzo della Germania effettivamente si è leggermente deteriorata, sia verso l'area dell'euro che a livello globale", ammette Brzeski. 

Questa riduzione di competitività tuttavia può essere sopportata: "salari più alti hanno favorito il consumo interno e hanno reso il modello economico tedesco un po 'più equilibrato", afferma l'uomo di ING. 

All'industria delle esportazioni potrebbe anche non piacere, ma l’economia nel suo complesso in questo modo sta diventando a prova di crisi. Inoltre il costo unitario del lavoro non può essere considerato l'unico criterio di valutazione per un'economia competitiva. Per le innovazioni tecnologiche e i prodotti legati agli stili di vita, i prezzi in tutto il mondo sono molto più alti che non per i beni prodotti in serie.

28 commenti:

  1. "Guarire dall'exportismo"... ma che motore di ricerca usi per trovare queste 'perle'? :)

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    1. Mi sembra invece un articolo molto interessante in quanto spiega ancora una volta che i "prestigiosi" istituti di ricerca teutonici sono spesso al servizio di interessi specifici, in questo caso la lobby dell'export, che al primo rallentamento delle esportazioni, dopo anni di super-profitti, ha già sguinzagliato gli strilloni a contratto

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    2. Ora che sono in treno ho il tempo per leggerlo e vi sono spunti interessanti, in pratica quello che sostengo: il costo del lavoro in Germania è tra i più alti e la cosiddetta 'moderazione salariale' non c'è più da diversi anni. L'export non è la principale componente di crescita del PIL e l'euro non ha aiutato i prodotti tedeschi come si vuol far credere. Anche perché il cambio esercita un ruolo 'frenante', non di sostegno alle esportazioni. Se un Paese vende più di quanto importa la sua valuta si apprezza e questo provoca un vantaggio a chi è meno performante e crea un ostacolo a i migliori che devono quindi migliorare la propria competitività.
      Comunque sì, merita una lettura... saltando il titolo e l'incipit! :)

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    3. Maurizio, che confusione. "Si vuole far credere" il fatto che l'Euro è un Deutschmark deprezzato di almeno il 20%; ed è ovvio che ciò abbia aiutato le esportazioni tedesche, dall'inizio; altrettanto ovvio è che il successivo apprezzamento valutario vada a sfavorire ulteriormente le altre nazioni dell'eurozona, anche perché non cancella il vantaggio iniziale tedesco.

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  2. Peccato che l euro si regga su di un sistema di cambi fissi... Che ha proprio la caratteristica di non apprezzarsi all'aumentare delle esportazioni...

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    1. Dici che i 1300 mld di export li fa tutti vrrso l'eurozona?

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    2. Metà circa, ma quello che conta è il differenziale. La Germania dai paesi extra ue compra moltissimo, dell'eurozona nulla (e in generale la maggior parte della sua produzione va all'estero). Il fatto che i cambi sono fissi è stato un vantaggio perché con questo surplus prolungato è evidente che se il cambio avesse fluttuato l'ipotetico marco si sarebbe apprezzato e il surplus ridotto.

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    3. A proposito dell'import dai Paesi extra-UE, in qualunque catena di supermercati, dai Rewe/Combo/Edeka a Aldi/Lidl, basta guardare l'agroalimentare: pomodori da Senegal e altri paesi africani, frutta quasi esclusivamente esotica, a due lire, da Brasile Asia e Africa, verdure e ortaggi da Marocco e nord africa. Raro da Italia/Spagna o addirittura Olanda.

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    4. Non sarebbe male informarsi presso le fonti ufficiali e non dal blog di "pallino55", altrimenti si fa la figura degli ignoranti. La fonte ufficiale per i dati della Bilancia dei Pagamenti e quindi al suo interno quelli delle Partite Correnti e bilancia commerciale è la banca centrale che, nel caso della Germania, è la Bundesbank. E i dati relativi ai primi 10 mesi del 2018 dicono che verso l'eurozona la Germania ha esportato 414 mld, ovvero il 37% del totale, mentre ha importato 339 mld, il 37% del totale. Aggiungo anche i dati con l'Italia: 59 mld di export e 51 di import.

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    5. Esattamente quello che si sostiene: la Germania gode del vantaggio competitivo proprio nei confronti dei "partner" dell'Eurozona, rispetto ai quali ha accumulato un vantaggio competitivo non facilmente erodibile, mentre è ben noto che la Germania è in deficit rispetto a molti paesi extra Euro come la Cina.
      Nella prima fase la moneta unica ha consentito alla Germania di creare il vantaggio coi partner, finita la pacchia del ciclo di Frenkel con gli "alleati" è scattata la svalutazione competitiva dell'Euro per sostenere l'export verso il mondo. Se la Germania avesse il suo cambio effettivo, chissà dove andrebbero a finire le sue esportazioni!

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  3. È davvero strano come ragionano gli "esperti". Nei primi dieci anni dell'euro i salari reali tedeschi sono calati del 9% e dopo sono comunque cresciuti sempre meno della produttività. Questa si chiama moderazione salariale, ed è indubbio che se la tua produttività cresce più del salario (nonostante il paese sia in surplus fiscale e infligga ai cittadini la pressione fiscale più alta d'Europa) la tua competitività aumenta. Nessuno sostiene che la Germania sia un carrozzone improduttivo che esporta perché bara, ma appunto il contrario: essendo già molto competitiva ha scelto un mercantilismo spinto di cui non aveva alcun bisogno, che sta destabilizzando l'economia (e la politica) tedesca, europea e mondiale (per l'IFM la Germania mina gli equilibri macroeconomici mondiali), ed è suicida se la domanda interna si trova nella situazione di non poter assorbire eccessi di produzione dovuti al calo delle importazioni (l'80% delle auto costruite in Germania va fuori, è evidente che un calo dell'export automobilistico porterà a disoccupazione).
    La Germania ha sicuramente rallentato nella moderazione salariale, ma continua a non riconoscere ai suoi lavoratori gli aumenti di produttività (https://www.truenumbers.it/salari-germania/). La quota salari del pil è troppo bassa per sostituirsi al calo dell'export, la frammentazione del mercato del lavoro e i bassi salari stanno rallentando la produttività. Almeno qualcuno se ne sta accorgendo, ma non mi sembra che la rotta si stia invertendo.

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    1. I salari tedeschi in termini reali non sono mai diminuiti di quel valore (ma dove l'hai letto???) per la semplice ragione che l'accordo tra le parti (associazioni industriali e sindacati) sancì che al fine di ridurre le delocalizzazioni di una parte consistente delle attività manifatturiere all'estero i salari dovessero aumentare al pari dell'inflazione e non più alla produttività la quale, aumentando maggiormente, avrebbe ridotto il costo del lavoro per unità di prodotto come in effetti è stato. Scelta giusta? Sbagliata? All'interno si producono circa 5,7 milioni di autoveicoli (di cui il 77,5% esportati) e 10,8 milioni all'estero (dati VDA 2017). Nel 1998 e 2001 se ne sono prodotti 5,3 milioni in Germania. I dati italiani come sono? Domani l'ISTAT, come sembrerebbe dall'anticipazione di Conte, confermerebbe la recessione in Italia mentre per la Germania occorre attendere il 14 febbraio con la differenza che un conto è una stagnazione in una economia con piena occupazione e altro è in una con disoccupazione a due cifre.

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    2. Caro Maurizio, come sempre economisti del calibro di Peter Bofinger smentiscono la tua tifoseria, fornendo dati che vanno in una direzione nettamente diversa da quella che tu proponi (tu e gli industriali tedeschi, ovviamente):
      https://voxeu.org/article/german-wage-moderation-and-ez-crisis

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    3. Mi dici in quale punto Bofinger afferma che i salari in termini reali sono diminuiti e per giunta del 9%? In quell'articolo, che peraltro condivido, si parla di una ridotta inflazione in Germania rispetto agli altri Paesi, derivante anche dalla cosiddetta 'moderazione salariale', che ha ridotto il costo unitario di prodotto in quanto la produttività è cresciuta maggiormente. La 'moderazione salariale' infatti aveva proprio quello scopo e fu un accordo tra le 'parti sociali' onde ridurre la delocalizzazione di attività produttive all'estero (è riportato nell'articolo). Semmai a memoria rammento una analisi, forse pubblicata proprio qui, in cui veniva mostrata una crescita dei salari di fascia bassa inferiore all'inflazione, quindi una perdita in termini reali, e questo è verosimile, ma non per i salari medi e meno ancora per quelli alti.

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    4. Bagnai parla del 6%:
      http://goofynomics.blogspot.com/2012/08/i-salari-reali-alamanni-sono-scesi-del-6.html
      Sul resto preferisco stendere un velo pietoso, in particolare su questo:
      "La 'moderazione salariale' infatti aveva proprio quello scopo e fu un accordo tra le 'parti sociali' onde ridurre la delocalizzazione di attività produttive all'estero"
      Ma per favore... La moderazione salariale serviva a mantenere la competitività dell'industria tedesca in moneta unica, ed è evidente che quando non sostieni adeguatamente la domanda interna pagando sempre i lavoratori al di sotto della produttività, sei anche OBBLIGATO a piazzare il prodotto all'estero, altrimenti le aziende chiudono.

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    5. Le ragioni della "moderazione salariale" non sono opinioni (più che mie, del prof.Bofinger), ma fatti! Lo scrive proprio nella pubblicazione che hai citato nella parte iniziale menzionando il "Bündnis für Arbeit, Ausbildung und Wettbewerbsfähigkeit" che l'autore traduce in inglese ed io per tua semplicità comprensiva lo faccio in italiano: Patto per il Lavoro, la Formazione Professionale e la Competitività" ed è stata una proposta - come riportato - inizialmente fatta da un certo Klaus Zwickel, capo del sindacato IG Metall, nel 1995 e poi ripresa durante il governo Schröder. Tale Klaus Zwickel la propose in nome di lavoro in cambio di salari agganciati all'inflazione e non più - temporaneamente - alla produttività. La tua interpretazione di "potere di acquisto" è singolare perché la leghi alla produttività e non all'andamento dei prezzi. Sei un fenomeno! Non diverso dal tal Bagnai che nella tabella dell'articolo menzionato si affida ad un metodo da far rizzare i capelli a qualsiasi competente in statistica economica. Ma la 'gaffe' che ha commesso lo dirò alla prossima puntata, intanto confermo che nessuna statistica (seria!) riguardante l'andamento dei salari medi sostiene che quelli in termini reali in Germania siano mai scesi anche del 5% tranne, come ho precedentemente scritto essere possibile anche se non ne sono certo, per quanto riguarda i compensi più bassi.

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    6. Sì certo come no...
      Si sa che Cocucci dall'alto delle sue ben note competenze è in grado di smentire Bagnai... Ho controllato quei dati piuttosto bene e sono perfettamente coerenti. Ma non vedo l'ora di leggere la tua dotta analisi. Per ora leggo le spacconate di un signor nessuno di fronte ad una economista che spiega con chiarezza metodo e numeri. Restiamo in fervente attesa

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    7. A smentire i dati di Bagnai sono tutti quelli ufficiali degli enti di statistica. Luo puoi verificare con il tedesco Statistisches Bundesamt, con Eurostat, con i dati OCSE e via dicendo. Allora perché i dati di Bagnai sono 'farlocchi'? Perché egli ha commesso una gaffe talmente grossa che sono io sicuro per primo che l'ha fatta inconsapevolmente in buona fede prendendo i dati trattati senza verificare a cosa corrispondono nel dettaglio. Nello specifico la cosiddetta "serie DEU06014" alla quale corrisponde il numero di occupati. Bene, chiunque conosca bene i dati economici tedeschi capisce subito che quel numero si riferisce al totale a prescindere dalla tipologia contrattuale e chiunque mastichi economia sa che l'analisi va fatta considerando i soli contratti a tempo pieno. Non si può mescolare tempo pieno con altre tipologie precarie. E' cosa che sanno tutti gli studenti, quindi lui , ne sono convinto, se gli fosse fatto notare dovrebbe per onestà intellettuale ammettere la gaffe. Poi ci sarebbe da discutere sulla singolare metodologia usata e che nessun ente di statistica adopera ma non insisto. Diciamo che quella metodologia più che altro emerge la capacità di spesa complessiva e pro capite, non la dinamica nel tempo dei salari in termini reali. Ulteriori informazioni le puoi trovare presso ISTAT estraendo una qualsiasi analisi sulle retribuzioni e leggendo le sezioni "Glossario (per la voce 'dipendente' sui cui si basa l'analisi) e "Nota metodologica" basata su numeri indice, non quindi la 'curiosa' metodologia effettuata dal prof.Bagnai.

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    8. Questa è veramente spassosa...
      "chiunque conosca bene i dati economici tedeschi capisce subito che quel numero si riferisce al totale a prescindere dalla tipologia contrattuale e chiunque mastichi economia sa che l'analisi va fatta considerando i soli contratti a tempo pieno"
      E perchè mai si dovrebbero considerare solo i contratti a tempo pieno, di grazia?
      Che importanza hanno le eventuali (tutte da dimostrare) "convenzioni" di calcolo?
      Ciò che conta è la sostanza, e il risultato in termini economici, che mostra un calo dei salari tedeschi.
      Peraltro Bagnai effettua una back analysis ricostruendo il CLUP tedesco e confrontandolo coi dati OCSE, e ottenendo una sostanziale corrispondenza. Difficile quindi che i dati siano errati...
      In risposta ad un commentatore che diceva più o meno le stesse cose che dici tu Bagnai chiariva l'utilizzo dei dati per il calcolo del CLUP, anzichè le ULA (FTE).
      Ti faccio anche notare come quello stesso articolo fosse strapieno di link ad articoli tedeschi (uno anche di Flassbeck) che ammettevano candidamente l'esistenza della moderazione salariale in Germania.

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    9. Si utilizzano i soli contratti a tempo pieno perché per rilevare l'andamento delle retribuzioni ci si affida alla statistica ed in questo caso ad indici, indici che nel sottostante devono contenere dati omogenei. Tradotto, come faccio a considerare degli indici confrontabili tra loro nel tempo se considero ad esempio i contratti stagionali? Come faccio a considerare i part-time se questi non prevedono un monte ore uniforme? Nel caso si considerino i compensi da un altro punto di vista, ad esempio il salario minimo, allora si fa riferimento a quello dell'unità di tempo, ovvero orario a prescindere dalle ore lavorate settimanalmente o mensilmente. Questo è stato un punto che ha riguardato i tanto famigerati 'minijob': un conto è dire solamente che si è percepito 450 euro in un mese (o meno), altro è ponderarlo per le ore lavorate. Siamo d'accordo che 450 euro (ad esempio) per aver lavorato 160 ore non è la stessa cosa a fronte di 60?
      Il fatto che il CLUP (Costo del Lavoro per Unità di Prodotto) si riduca non è sempre conseguenza dell'abbassamento dei salari, può essere dovuto (anche) ad un incremento della produttività maggiore di quello dei salari stessi. Bagnai lo illustra nel suo articolo del 19.03.2012 "Cosa sapete della produttività", soprattutto nella parte "Perché ci interessa la produttività?". Ed è su questo aspetto che si sono basati in Germania per domandare lavoro in cambio di una riduzione del suo costo per unità di prodotto (vedi/rileggi mia risposta del 18 febbraio).

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    10. Ci hai provato Maurizio, ma non attacca...
      "come faccio a considerare degli indici confrontabili tra loro nel tempo se considero ad esempio i contratti stagionali?"
      Semplicemente ti affidi alla stessa serie di dati, aggiornata nel tempo! I contratti stagionali e i part time fanno parte integrante del tessuto economico, e sono stati largamente utilizzati proprio con lo scopo di flessibilizzare il mercato del lavoro e con retribuzioni "discutibili". Non li contiamo? E perchè mai? Non esistono? O forse non li dobbiamo contare perchè portano il dato aggregato in una direzione che non piace?
      Quella serie di dati considera i posti di lavoro in unità equivalenti, vale a dire che due part time valgono una persona sola, e quindi non vedo perchè non debbano essere state conteggiate anche le ore di lavoro effettivamente previste per i minijob.
      Sappiamo in che termini può variare il CLUP, ma non è quello il punto: il punto è che ricostruendo il CLUP a ritroso coi dati che ha utilizzato, Bagnai lo ha ritrovato aderente alle statistiche ufficiali, dimostrando in modo indiretto la validità della piattaforma di dati utilizzata in partenza.
      Peraltro non ti conviene addentrarti nella questione CLUP, perchè è un altro argomento che non va a favore dell'attuale assetto europeo: sappiamo benissimo infatti che la crescita della produttività italiana si ferma precisamente quando si irrigidisce il cambio, prerogativa fondamentale per l'economia italiana, che è diversa da quella tedesca e necessita di equilibri diversi.
      Tutto questo mostra anche chiaramente come la sovietica impostazione uguale per tutti in seno alla UE sia una solenne sciocchezza, che infatti veniva stigmatizzata ai tempi dell'URSS.
      Hai notato come le politiche economiche della UE vadano a ricalcare in maniera inquietante i piani quinquennali della ex URSS? Voglio dire che gli squilibri competitivi stanno creando le stesse zone iperspecializzate (e quindi economicamente iperfragili) che erano state previste in Russia! E mi riferisco ad esempio ai vari "fornitori" del sistema tedesco, dal Nord Italia, ai paesi dell'Est limitrofi alla Germania.

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    11. Ogni statistica ha senso se rispetta delle regole fondamentali tra le quali c'è la omogeneità dei dati oggetto di analisi. Nella statistica riguardante l'andamento nel tempo dei salari occorre considerare un gruppo omogeneo, quindi nello specifico i lavoratori a tempo pieno oppure una variabile chiamata Unità di Lavoro equivalente (ULA) la cui definizione la trovi qui nella parte in fondo alla prima pagina: https://www.istat.it/it/files//2011/09/note_metodologiche3.pdf
      In sostanza si considerano sia i lavoratori a tempo pieno effettivi, sia l'equivalente dato da quelli part-time. Se ad esempio in una azienda vi sono 100 dipendenti di cui 80 a tempo pieno e 20 part-time al 50%, il dato espresso in ULA sarà di 90 (lavoratori a tempo pieno equivalente). Ovviamente, come riportato nella pagina esplicativa dell'Istat, devono far parte della medesima attività economica. Ci siamo? Questo concetto lo si trova in tutte le statistiche di questo genere. Se spendessi una piccola parte del tuo tempo ad informarti, sacrificando quella per sterili polemiche, leggendo la metodologia dei vari enti di statistica, scopriresti 1) Che non risulta da nessuna parte che le retribuzioni in Germania, nel periodo citato dall'articolo di Bagnai, siano calate del 6% (o anche della metà!) in termini reali e 2) che la metodologia non contempla mai tutti gli occupati. Ad esempio in quella OCSE è riportato: "This dataset contains data on average annual wages per full-time and full-year equivalent employee in the total economy." "Equivalent", intendi? Cioè full-time effettivi più quelli part-time nello stesso settore riconducibili a quelli a tempo pieno attraverso opportuni coefficienti (come riportato dal documento Istat di cui sopra). Ora, se si va a leggere i dati Eurostat relativi agli occupati dal 1999 al 2010, periodo preso in esame da Bagnai in quel suo articolo, si può verificare come i dati siano del tutto simili a quelli da lui riportati (irrilevante la differenza), ma il dato si riferisce al numero di occupati secondo la definizione internazionale che spesso molti contestano, ovvero che si considera occupato chi nella settimana di rilevazione ha prestato attività lavorativa compensata di almeno un'ora, oppure era assente dal lavoro ma giustificato (malattia, ferie...). Se secondo te ha una logica calcolare l'andamento nel tempo delle retribuzioni rispetto a quello dei prezzi dividendo l'ammontare complessivo dei compensi per tutti gli occupati, a prescindere che abbia lavorato 40, 20, 10 o un'ora nella settimana della rilevazione, allora credo che la statistica non sia il tuo forte.

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    12. E' inutile che ti affanni amico mio, la tua difesa d'ufficio è come sempre inspiegabilmente faziosa.
      Come ho già cercato di spiegarti, Bagnai stesso ha calcolato a ritroso il CLUP dopo aver calcolato i salari reali, per verificare i dati, e il CLUP che ha calcolato è allineato con quello calcolato ufficialmente, il che significa che le ore/lavoro che hanno costituito la base per il calcolo del numero di occupati sono sostanzialmente corrette.
      La tua obiezione sulle 40, 20 o 10 ore cade immediatamente nel vuoto.
      Peraltro come già notato è estremamente presuntuoso ritenere che un professore di economia (che ho scoperto recentemente avere un indice di pubblicazione più alto della media dei suoi colleghi) commetta errori pacchiani come calcolare il numero di occupati senza tener conto delle ore lavorate.
      Meno supponenza e un po' più di equidistanza non guasterebbero, caro Maurizio.

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    13. Il CLUP (Costo del Lavoro per Unità di Prodotto) si calcola in base ai compensi nominali lordi e include nella formula la produttività, quindi non è possibile da quella determinare l'andamento dei salari rispetto all'inflazione. Aspetto comunque che tu trovi una sola statistica ufficiale che confermi il dato di Bagnai, il quale sicuramente non sa che ha usato il totale degli occupati. Puoi provare con l'OCSE via google: "oecd real wages growth". Se hai pazienza con le dozzine di pubblicazioni in rete. Curiosità, a Bagnai gli hai fatto presente che quello usato è il dato degli occupati effettivo? Nel frattempo in Volkswagen i dipendenti degli stabilimenti in Germania prendono quest'anno un premio di 4,750 euro (4.100 l'anno scorso), dici che compensa l'aumento dei prezzi? :)

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    14. Non c'è alcun problema nell'utilizzare il totale degli occupati!
      Lo vuoi capire? Qui non si tratta di "convenzioni accademiche", si tratta di fotografare al meglio la realtà, per capirne l'evoluzione!
      Qui l'unico problema sarebbe calcolare in modo scorretto le grandezze, ottenendo quindi indicazioni sbagliate. Tra l'altro, in termini puramente matematici, se anche Bagnai si fosse sbagliato nel calcolo del numero degli occupati, la tendenza emergerebbe comunque, se la serie di dati utilizzata è sempre la stessa! Ti stai arrampicando un po' pateticamente sugli specchi...
      Chissà come mai ti sei dimenticato che nel calcolo del CLUP entra anche il numero totale degli occupati! E quindi se il calcolo a ritroso del CLUP di Bagnai ricalca quello ufficiale significa che il numero di occupati considerato è corretto. Ma avevo già tentato di spiegartelo.
      Maurizio, che i salari tedeschi abbiano avuto una deflazione è ammesso praticamente da tutti in Germania stessa! Rileggiti l'articolo di Bagnai, ci sono citazioni sia nell'articolo sia nei commenti ad articoli o documenti a riguardo provenienti dalla Germania.
      Io sono ben contento per gli occupati della VW se prendono un bel premio (lo avranno dato anche ai minijobbers che lavorano fianco a fianco coi "titolari"? Ne dubito...)
      E siccome la Germania non è un paese povero e non è quello che si vuole dimostrare, non si capisce perchè si debba negare le politiche salariali che ha fatto. E la cosa grottesca è che a farlo non sono nemmeno i tedeschi stessi, che lo ammettono, ma un italiano!

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    15. Attendo sempre con curiosità un dato ufficiale che confermi quello di Bagnai. Mentre, per tua conoscenza, specifico che in economia la produttività del lavoro per occupato (sia in termini assoluti che in Unità di Lavoro equivalenti) viene usata poco ed ha poco senso, viene infatti considerata la produttività del lavoro per ora lavorata perché è questa che determina il costo effettivo per unità di prodotto. Viene utilizzata soprattutto in ambito aziendale (e ne so qualcosa) per poi definire gli eventuali compensi e/o aumenti salariali oltre che le politiche di prezzo commerciali. Se assumo due part-time anziché un full-time è logico che la produttività per occupato effettivo si riduca, ma se la calcolo in funzione delle Unità di Lavoro equivalenti o alternativamente alle ore lavorate questa rimane costante e varia solo al variare effettivo della produzione realizzata.

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    16. Si parla di CLUP Maurizio... Un dato universalmente accettato.
      Ma tu continua pure ad arrampicarti sugli specchi! Ormai sei pronto per partecipare alle gare internazionali di settore.
      "Se assumo due part-time anziché un full-time è logico che la produttività per occupato effettivo si riduca"
      Interessante... E puoi spiegarne il motivo? Io invece sono di idea diametralmente opposta! Ritengo che due occupati part time a metà tempo possano garantire una produttività complessiva maggiore del corrispettivo lavoratore a tempo pieno!

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