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lunedì 29 aprile 2019

Il riposizionamento di Macron

"La Germania senza dubbio si trova alla fine di una fase di crescita in cui ha tratto un enorme vantaggio dagli squilibri dell'eurozona", ha detto Macron giovedì a Parigi. Dopo i mesi difficili segnati dalla proteste dei Gilets Jaunes, per il presidente francese è arrivato il momento di riposizionarsi e di prendere le distanze da Berlino. E' una vera svolta oppure solo uno show a fini elettorali? Ne scrive Der Spiegel


La seconda parte del mandato del presidente francese Macron inizia con un riposizionamento nei confronti della Germania. Per Macron il paese vicino non è più il modello per le riforme, ma un modello in via di progressivo superamento.

Quando il presidente francese Emmanuel Macron due anni fa si presentò a Berlino per la visita inaugurale alla Cancelliera Angela Merkel, lo fece in maniera quasi sottomessa. A quel tempo, l'auto-proclamato riformatore economico considerava la Germania un modello dal quale c'era ancora molto da imparare.

Quando questo lunedì Macron tornerà a Berlino, i presagi lasciano ipotizzare una situazione completamente diversa. In realtà il presidente sarà solo un ospite al vertice sui Balcani organizzato nella Cancelleria federale. Ma nella cronologia francese è appena iniziata la seconda parte del mandato di Macron: dopo cinque mesi di proteste da parte del movimento dei Gilets Jaunes, che gli sono quasi costati il mandato, il presidente, dopo un tour di tre mesi nella provincia francese, recentemente è riuscito anche a riconquistare un po' di prestigio.

Macron in questi giorni, quindi, dà avvio al "secondo atto" del suo mandato. "Il primo atto era stato completamente focalizzato sulla Germania, nel secondo atto invece ha elaborato la delusione causatagli dalla Germania, e guarda in altre direzioni", spiega a Der Spiegel Sébastien Maillard, direttore dell'Istituto Jacques Delors di Parigi.

Per il suo rapporto con la Germania in pratica significa che il vicino non è più il modello per le riforme francesi, ma solo il principale modello economico d'Europa, in via di progressivo superamento.

"La Germania senza dubbio si trova alla fine di una fase di crescita in cui ha tratto un enorme vantaggio dagli squilibri dell'eurozona" ha detto Macron in una conferenza stampa al Palazzo dell'Eliseo giovedì scorso. Ed è stato ancora più esplicito: "La Germania ha un modello di produzione basato sul fatto che in Europa vi siano paesi con dei bassi costi di produzione - vale a dire esattamente l'opposto del progetto sociale che io intendo rappresentare per l'Europa".

In realtà la critica di Macron al modello economico tedesco non è nuova. "Già Xavier Musca, l'attuale vicepresidente della banca Crédit Agricole, nel suo ruolo di segretario generale del presidente Nicolas Sarkozy, dieci anni fa all'Eliseo aveva espresso lo stesso punto di vista", ricorda l'esperto di politiche europee Maillard. A Parigi c'è sempre stata la preoccupazione che la forza dell'economia tedesca, tutta basata sulle esportazioni, alla fine avrebbe avvantaggiato solo i tedeschi. Ma dopo la crisi finanziaria del 2008, per un lungo periodo di tempo il successo della loro economia sembrava aver dato ragione ai tedeschi.

"La Germania ha fatto le sue riforme al momento giusto, non l'ho mai incolpata per questo", dice ora Macron. Eppure ritiene che queste riforme, per le quali anche lui in Francia negli ultimi due anni si è speso, oggi non siano più un modello.

"Ho chiesto a Macron: la Germania è consapevole delle difficoltà che per noi rappresentano le aggressive politiche economiche degli Stati Uniti e della Cina?", riferisce la star dell'economia di Parigi, Elie Cohen. Cohen è stato professore di economia alla Scuola di Amministrazione di Parigi ENA, dove studiava Macron, ed è tuttora uno dei consiglieri presidenziali.

Quello che Cohen intende è: l'atteggiamento sempre più protezionistico degli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump e la politica economica espansiva di Pechino nell'ambito della cosiddetta nuova "Via della seta", dal suo punto di vista, già da tempo avrebbero dovuto garantire nuove condizioni in Europa. Le riforme liberali che la Germania ha predicato fino ad ora, sono diventate inutili. "In realtà, sarebbe proprio nell'interesse economico della Germania concentrarsi sempre di più sull'Europa", dice Cohen, che considera i mercati di vendita tedeschi nei paesi emergenti, come ad esempio quello delle costruzioni meccaniche, a rischio collasso.

La Germania guarda solo alle sue case automobilistiche?

Ma le esportazioni tedesche verso la Cina non continuano a crescere? Parigi non vuole sentirne parlare. "La Germania è troppo dipendente dalla sua industria automobilistica", dice l'esperto di politiche europee Maillard con un sorriso - lui stesso sa che questa è la solita storia, come del resto si ripeteva anche in passato ogni volta che in Germania si parlava degli agricoltori francesi. Come dicevano sempre a Berlino: Parigi in Europa si preoccupa solo della sua agricoltura. Ora sta arrivando il vagone di ritorno.

"La Germania ritiene di aver compreso la crisi del diesel, ma in realtà non si sta muovendo", afferma la star dell'economia Cohen. E fa riferimento anche al rifiuto di Berlino di applicare una tassa digitale sulle principali società tecnologiche statunitensi. Dal punto di vista di Parigi, non si è fatta solo perché il governo federale ha voluto proteggere le aziende automobilistiche tedesche, che altrimenti sarebbero state minacciate da nuove tasse o nuovi dazi negli Stati Uniti.

Macron ora vorrebbe usare la discussione per riposizionare la Francia: allontanarsi dal ruolo di studente modello delle riforme tedesche per diventare il promotore di una nuova politica economica europea sempre meno basata sul semplice credo nel libero mercato.

Macron vorrebbe contrastare gli USA e la Cina. L'esempio più recente: Parigi non vuole avere nuovi colloqui commerciali con gli Stati Uniti - non vuole averli con un paese che è uscito dal trattato sul clima. "Sarebbe incoerente", ha detto Macron.

Il fatto che in questo modo a Berlino Macron abbia provocato molti scuotimenti di capo, lo sa bene anche lui. Sa anche che quando la scorsa settimana gli hanno chiesto dello stato dei rapporti franco-tedeschi, ha subito trovato un nuovo modo per ridefinirli: "un confronto fruttuoso". Si possono chiamare anche così.


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domenica 28 aprile 2019

Per Deutsche Bank non è questione del se, ma solo del quando

"Deutsche Bank si trova in un vicolo cieco. Da sola non è in grado di sopravvivere, ma le fusioni falliscono a causa della sua struttura troppo complessa" scrive Ulriche Herrmann sulla Taz, e ancora: "la questione quindi non è se Deutsche Bank sarà insolvente - ma solo quando". Ne scrive Ulriche Herrmann sulla Taz


Deutsche Bank è alla fine. La fusione con Commerzbank è fallita e non esiste nemmeno un "Piano B" per porre fine alla sua interminabile miseria. Senza dubbio questo venerdì la banca annuncerà un profitto trimestrale netto di 200 milioni di euro, ma questa notizia apparentemente positiva non ha scaldato affatto gli azionisti. Le azioni continuano a soffrire e restano ai minimi.


Due numeri sono sufficienti per illustrare le dimensioni del dramma. Gli azionisti dal 2008 hanno sborsato circa 33 miliardi di euro per gli aumenti di capitale, ma al momento in borsa la banca vale solo 15,7 miliardi di euro. Per gli azionisti aver scelto di investire nella banca è stato un errore gigantesco. Conseguenza logica: non ci sono nuovi investitori in vista.

Ma Deutsche Bank, anche volendo fare ricorso solo alle proprie forze, non può essere risanata. Le mancano dei business profittevoli, ed il fatto che anche in una fase di boom economico la banca abbia continuato ad accumulare miliardi di perdite è un chiaro segnale di allarme. Se la Germania dovesse finire in una recessione, la banca si troverebbe sull'orlo della bancarotta. Perché durante una crisi ci sono sempre aziende e famiglie private che non possono rimborsare i loro prestiti. Deutsche Bank tuttavia non ha un buffer di capitale per assorbire le perdite. La questione quindi non è se Deutsche Bank sarà insolvente - ma solo quando.

Deutsche Bank in un vicolo cieco

Il ministro delle finanze Scholz è pienamente consapevole di questo rischio. Ha gestito il tentativo di fusione con Commerzbank solo con l'obiettivo di ridurre i costi e fare in modo che entrambe le banche potessero diventare più stabili. La fusione auspicata tuttavia è fallita perché le strutture di Deutsche Bank sono troppo complesse e  ipertrofiche. Il caos strutturale è evidente nel sistema IT, noto in tutto il settore come un incubo disfunzionale.

Al momento Deutsche Bank si trova in un vicolo cieco. Da sola non è in grado di sopravvivere, ma le fusioni falliscono a causa della sua struttura troppo complessa. Questo caos interno può essere ridotto solo vendendo le singole divisioni di business. Per quanto possa essere paradossale: Deutsche Bank può sopravvivere solo se viene smontata in pezzi.

Soprattutto l'investment banking è troppo rischioso e troppo costoso. Questa valutazione viene condivisa anche da altre importanti banche: la svizzera UBS ha già ridotto diversi anni fà le sue attività nelle scommesse. Il confronto tutto sommato è ingiusto: l'uscita di UBS dall'investment banking è stata semplice perché c'erano altre attività redditizie. Deutsche Bank invece non ha un area di business profittevole in cui ritirarsi. Anche la "normale" attività bancaria ha costi troppo alti. Deutsche Bank è alla fine.



sabato 27 aprile 2019

Alternative für Deutschland sull'euro e l'EUROpa: "la moneta unica è un fallimento"

I programmi elettorali dei partiti, si sa, spesso non valgono nemmeno la carta su cui sono stampati, tuttavia vale la pena dare uno sguardo a quello di AfD e analizzare le loro proposte sull'euro e l'UE per le europee di maggio. Paul Steinhardt su Makroskop lo ha fatto ed è giunto a delle conclusioni interessanti: AfD potrebbe essere una vera alternativa per l'Europa e l'euro. Ne scrive Paul Steinhardt su Makroskop


Dopo aver letto i programmi elettorali dei partiti analizzati fino ad ora in questa serie di articoli, una cosa è certa: per la Germania c'è davvero bisogno di un'alternativa politica. Già il nome del partito, il cui programma elettorale cercheremo di analizzare oggi, ci rende curiosi. Se poi nel preambolo si legge che è "arrivato il momento per riconsiderare radicalmente lo sviluppo dell'UE", allora siamo davvero curiosi di sapere cosa c'è scritto nel loro programma elettorale per le europee.

È interessante notare che AFD dedica espressamente un intero capitolo al sistema monetario dell'euro. Già nel titolo di questo capitolo viene formulata una tesi che altrove avevo formulato esattamente allo stesso modo:


Devo tuttavia confessare che la mia curiosità si mescola a qualche preoccupazione. (...)

Bisogna avere il coraggio di pensare alla DEXIT

Bisogna prima di tutto ammettere che AfD intende formulare una vera alternativa alla politica perseguita fino ad ora. Dice chiaramente che se i loro "elementi di riforma fondamentale del sistema UE esistente non dovessero essere realizzati a tempo debito", loro chiederanno "l'uscita della Germania o una dissoluzione ordinata dell'Unione europea".

Una dichiarazione coraggiosa, perché in questo modo danno agli altri partiti e alla maggior parte dei media un elemento per poter etichettare AfD come un pericolo per la pace e una forza sciovinista. Ad esempio, Dagmar Pepping di "ARD Capital Studio" ha colto al volo e con estrema gratitudine questa opportunità per attaccare il partito. Ciò che per lei resta incomprensibile è il fatto che AfD in realtà "vorrebbe restringere radicalmente i poteri della Corte di giustizia europea, tanto quanto la Commissione europea".

Per una simile restrizione dei loro poteri, tuttavia, pare ci siano davvero delle buone ragioni. Come il nostro autore Daniel Seikel ha sottolineato in un suo eccellente articolo, la Commissione e la Corte di giustizia europea (CGCE) perseguono una politica "che per sua natura è finalizzata all'ampliamento del mercato e quindi contraria alle misure di natura pubblica orientate al contenimento del mercato". La Commissione e la Corte di giustizia europea contribuiscono pertanto a scardinare le disposizioni di tutela previste dalla legge tedesca, senza che i rappresentanti eletti dal popolo tedesco possano fare nulla in merito.


Con le sue critiche AfD colpisce nel segno. Inoltre, non sembra essere affatto un colpo di fortuna, come mostra la seguente citazione:

"La crescente ingerenza dell'UE non si realizza tanto per l'influenza diretta della legislazione europea (il Trattato di Lisbona), ma piuttosto attraverso l'ingresso dalla porta di servizio della giurisprudenza della corte di giustizia le cui decisioni hanno efficacia immediata ("fanno giurisprudenza") e determinano sempre più la politica sociale".

Senza dubbio - si tratta di una critica radicale all'EUROpa. Ma è davvero riprovevole pretendere che l'organizzazione del sistema sanitario e del welfare sia un tema di cui si devono occupare i rappresentanti eletti dal popolo ai sensi dell'articolo 20 della Legge fondamentale tedesca? Non è forse la natura della democrazia quella di dover rispondere ai propri elettori per il contenuto delle leggi? Un partito che considera il Parlamento europeo una piattaforma dalla quale richiamare l'attenzione sui problemi dell'Europa è da ritenersi "schizofrenico"?

È l'opinione di Pepping, perché per lei i rappresentanti di AFD allo stesso tempo "cercano di ottenere a Bruxelles e Strasburgo un posto da parlamentare ben pagato". Ma ad essere criticati non dovrebbero essere forse quei deputati che permettono che lo stato sociale tedesco venga minato con l'aiuto dell'EUROpa, proprio per il fatto di non aver informato i propri cittadini di questa situazione patologica? E un parlamentare seriamente interessato ad avere un sistema sanitario e sociale funzionante, non dovrebbe forse essere disposto a rischiare la sua "posizione da parlamentare ben pagato", proprio perché questo obiettivo per lui è cosi' importante da non poter escludere una DEXIT? 

(...) Chi supporta e chi invece sta mettendo in pericolo la democrazia? Chi vuole tenere un referendum sulla DEXIT, come fa AfD, o coloro che hanno  contribuito ad eliminare i servizi pubblici senza aver mai ricevuto una legittimazione democratica per farlo?

Naturalmente anche AfD resta ossessionata dallo Zeitgeist neo-liberista. Non vi è alcuna critica al "libero commercio e ai mercati aperti": il programma afferma addirittura che "il libero scambio è la forma più efficace e meno burocratica di aiuto allo sviluppo".

Politica monetaria

Nulla mostra più chiaramente del capitolo sull'euro, che si tratta di un partito in cui l'ordoliberismo ha trovato casa e in cui anche i padri fondatori di Friburgo potrebbero sentirsi estremamente a proprio agio.

Non sorprende quindi il fatto che per sostenere la loro tesi, e cioè che l'euro è fallito, essi evitino di parlare della riduzione dello spazio a disposizione della politica fiscale avvenuto con l'entrata nell'unione monetaria europea dei diversi paesi europei. L'intera critica all'euro deve essere letta più come una spiegazione delle posizioni che su questo tema sono presenti anche nel programma elettorale della CDU/CSU.

Non manca nulla infatti di quanto è già presente anche nel programma elettorale della CDU/CSU. Viene chiaramente esplicitato quello che la  CDU/CSU lascia solo ipotizzare, come mostra il seguente passaggio estratto dal programma di AfD:

"La politica di salvataggio rompe tutte le rassicurazioni fatte agli elettori a partire dagli anni '90, vale a dire di non accettare alcuna responsabilità tedesca per i debiti fatti dagli altri".

Non fanno davvero un passo falso in cui potersi insinuare. Così chiedono "di bloccare l'uso eccessivo, fino ad ora tollerato, dei saldi di compensazione TARGET2" e "di garantirli con un collaterale (oro, riserve di valuta estera o altro bene di proprietà dello stato)".

Non bisogna essere troppo severi con AfD. Dopo tutto un economista tedesco di livello mondiale ha scritto un libro intero sulla cosiddetta trappola Target e, secondo l'autore, si tratterebbe di un "pericolo per i nostri soldi e i nostri figli". Anche Silke Tober dell'IMK, istitituto di ricerca vicino ai sindacati, in passato ha sostenuto che "Fuest e Sinn con la loro analisi teorica hanno ragione":

"i saldi TARGET2 restano rischiosi, anche se un paese debitore non dovesse lasciare l'area dell'euro"

Quando leggo tali affermazioni, mi viene in mente sempre la stessa domanda: come è possibile che persone intelligenti che si occupano di questa materia possano inventarsi idee così assurde?

(...) Come ho spiegato in dettaglio altrove, i "presunti pericoli per i nostri soldi e i nostri figli" sono una pura finzione. Ma non è naturalmente un caso il fatto che AFD usi questa finzione, perché loro non sono interessati a descrivere le disfunzioni del sistema dell'euro, ma intendono presentare la Germania come una vittima di questo sistema. È nazionalista, sciovinista, persino fascista o forse semplicemente stupido?

La stupidità gioca un ruolo senza dubbio importante e ha un nome: "ordoliberalismo", di solito viene chiamata cosi'. E' una forma di stupidità che colpisce anche le persone abbastanza intelligenti. Si basa sull'incrollabile fede nella capacità di autoregolamentazione dei mercati. Quanto questa convinzione sia fortemente ancorata in AFD è particolarmente chiaro quando in totale accordo con la CDU/CSU si lamentano per il ladro di interessi Draghi:

"Una politica dei tassi di interesse artificialmente manipolati a zero o negativi porta alla distruzione del mercato delle obbligazioni e all'esproprio dei piccoli risparmiatori e delle assicurazioni sulla vita e quindi alla povertà in vecchiaia".

L'accusa mossa alla BCE di essere "colpevole per aver manipolato il libero mercato dei capitali", tuttavia, non riguarda solo la BCE di Draghi. Dovrebbe essere rivolta praticamente a tutte le banche centrali del mondo. Perché tutte le banche centrali desiderano controllare l'inflazione attraverso la "manipolazione" dei tassi di interesse.

Ora si può legittimamente dubitare del fatto che una banca centrale sia persino in grado di controllare l'inflazione con la politica monetaria. Ma come avremmo dovuto imparare dalla crisi dell'euro, chi lascia che i tassi di interesse vengano liberamente determinati dai mercati mette a repentaglio la stabilità finanziaria. Un sistema finanziario stabile ha semplicemente bisogno di un ancoraggio del tasso di interesse, che deve essere gestito dalla politica monetaria.

Per un vero ordo-liberale, si tratta di un pensiero intollerabile. Perché egli immagina il capitalismo contemporaneo come un'economia di scambio in cui i fenomeni monetari non giocano alcun ruolo. (...)

Il fatto che l'euro sia un fallimento è dimostrato, tra le altre cose, anche dal fatto che la BCE in questo senso non sta agendo saggiamente. Ammette che i tassi di interesse in Italia sono più alti di quelli in Germania, sebbene disponga dei mezzi per portare i tassi di interesse italiani al livello di quelli tedeschi.

Un'alternativa per la Germania?

Sfortunatamente non è così facile rispondere a questa domanda come si potrebbe sperare, anche solo per non destare il sospetto di avere qualche simpatia per AfD.

Una ragione di ciò paradossalmente è il fatto che sono ordo-liberali fino al midollo. Mentre i padri fondatori dell'ordoliberalismo e i loro seguaci fino agli anni '60 hanno sostenuto un sistema monetario basato sull'oro, questa posizione iniziale, grazie all'influenza esercitata da Milton Friedman, in seguito è stata notevolmente modificata. L'argomento secondo cui i tassi di cambio flessibili potevano depoliticizzare e automatizzare la politica monetaria si è incagliato. Perché l'alternativa, sosteneva l'influente ordo-liberale Friedrich Lutz, è quella dei tassi di cambio fissi, che nelle circostanze politiche prevalenti portano inevitabilmente alla "imposizione di controlli valutari, o per lo meno alla restrizione dei quantitativi all'importazione".

Dal momento che AfD segue i padri fondatori, il programma rifiuta i sistemi a tasso fisso. Riconoscono che l'euro in definitiva è un tale sistema e quindi giungono ad una conclusione che non può essere trovata nel programma di nessun'altro partito. Vale a dire che "la perdita di competitività dei paesi mediterranei [...] è un problema sistemico e quindi [...] può essere risolta solo sistemicamente" .

"La soluzione è la reintroduzione delle valute nazionali [...]"

Le cose si fanno davvero interessanti quando provano a giustificare il motivo per cui una simile mossa darebbe la speranza di riportare sotto controllo la "disoccupazione strutturalmente elevata nel sud Europa":

"per recuperare la propria competitività perduta nessun paese euro dovrà ricevere ulteriori linee guida (eccessivamente rigide) da realizzare attraverso una svalutazione reale dei redditi, delle pensioni e dei benefici sociali. I paesi della zona euro potranno quindi ripristinare la propria competitività come accadeva prima dell'introduzione dell'euro con una propria decisione sovrana sulla modifica dei tassi di cambio della valuta nazionale (ad esempio mediante svalutazione), come del resto l'economia moderna chiede da molto tempo".

La visione del mondo ordoliberale fornisce loro un'immagine realistica delle conseguenze della dissoluzione dell'unione monetaria europea. Si rendono conto che se l'unione monetaria europea si dissolvesse, senza alcun dubbio il nuovo "D-mark" si apprezzerebbe, ma questo per loro avrebbe solo effetti positivi:

"l'enorme riduzione dei costi sul lato delle importazioni, associata ad un aumento del potere d'acquisto comporterebbe un aumento dei redditi reali, che all'interno dell'economia tedesca andrebbe a vantaggio di tutti e non solo di alcune aziende attive nell'export, come accade attualmente".

L'unico problema è che la Germania è estremamente dipendente dal settore delle esportazioni. Un apprezzamento della nuova valuta, infatti, influenzerebbe pesantemente la competitività di prezzo ottenuta grazie al dumping salariale. Se la politica non dovesse essere in grado di gestire la situazione, in Germania subirà inevitabilmente una perdita di posti di lavoro, dal momento che la struttura economica estremamente orientata all'export non può essere riconvertita da un giorno all'altro. Se la perdita di reddito dei lavoratori "liberati" potrà essere compensata da importazioni a buon mercato, è più che discutibile.

In breve: tutti gli elementi lasciano ipotizzare che AFD a causa della sua fede incrollabile nel potere della mano invisibile del mercato finirà per allearsi con forze che vogliono impedire con tutti i mezzi disponibili una politica fiscale espansiva.

Profilo degli elettori AfD

AfD è raccomandabile agli elettori conservatori, per i quali la CDU/CSU ormai è socio-politicamente troppo a sinistra e la FDP è economicamente troppo statalista. È particolarmente raccomandata per coloro che ritengono che "l'avanzata aggressiva dell'Islam [...] porterà alla destabilizzazione delle nostre democrazie liberali ".

La domanda interessante è se AfD possa essere votata anche da un elettore il quale ritiene che il più grande pericolo non sia l'Islam, ma il neoliberalismo dilagante. Sebbene in termini politici, senza ombra di dubbio possa essere assegnato al campo neo-liberale, il tema è se questo partito potrà essere considerato un elemento in grado di rimettere in discussione le ricette politiche neo-liberiste. In altre parole: AfD potrà diventare l'ostetrica involontaria che aiuta la nascita di una nuova interpretazione delle funzioni dello stato per la gestione dell'economia nell'interesse comune?

Nel programma elettorale ci sono senza dubbio elementi che suggeriscono una risposta affermativa a questa domanda. Non si può tuttavia negare che il voto ad AfD potrebbe contribuire al consolidamento del nazionalismo dell'export tedesco. La visione ristretta sul benessere "tedesco", insieme ai propositi di mercato ordoliberali, fanno ipotizzare che AFD nel lungo periodo potrebbe dare vita ad una coalizione con la CDU/CSU. Un'occhiata all'Austria rivela che anche quando la musica di accompagnamento cambia, il neoliberismo con un nuovo accompagnamento di fiati è persino capace di radicalizzarsi.
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venerdì 12 aprile 2019

"Il tasso di disoccupazione tedesco è troppo bello per essere vero"

Secondo la Linke e i sindacati tedeschi, dalle statistiche ufficiali sulla disoccupazione, ai minimi storici, mancherebbero circa 900.000 persone, sistematicamente ignorate dai dati ufficiali. Ne scrive MDR


Il tasso di disoccupazione tedesco è troppo bello per essere vero - afferma Matthias W. Birkwald, capogruppo della Linke in Commissione Lavoro e affari sociali al Bundestag. Dalle statistiche mancano infatti i disoccupati di lunga durata con piu' di 58 anni, i lavoratori in formazione e gli occupati a un euro l'ora.

"La cosa piu' assurda è che quando un disoccupato la mattina va al centro per l'impiego e si mette in malattia, allora scompare anche dalle statistiche sulla disoccupazione. Cioè, se uno è malato, ufficialmente non è più disoccupato. Lo trovo assolutamente sbagliato"


Matthias W. Birkwald, della Linke

Birkwald ha rifatto il calcolo. Il numero dei disoccupati, dice, è di circa 900.000 persone piu' alto rispetto al numero dichiarato ufficialmente. Di fatto, i diversi governi federali hanno rimosso molti gruppi di persone dalle statistiche.

La sottoccupazione inserita nelle statistiche

L'arbeitsamt nelle sue pubblicazioni è vincolato dalle direttive della politica. Nonostante ciò, ogni mese, fra le cifre pubblicate, fa intravedere che ci sono più disoccupati rispetto al numero ufficiale, come spiega la portavoce Susanne Eikemeier. Negli anni si è capito che le persone desideravano avere un'immagine più chiara della disoccupazione. "Abbiamo voluto soddisfare questa richiesta e dal 2010, abbiamo quindi iniziato a indicare la cosiddetta sottoccupazione", spiega Eikemeier.

Questa cosiddetta sottoccupazione riguarda anche le persone coinvolte nelle misure per il reinserimento nel mercato del lavoro. Vengono calcolati allo stesso modo anche i lavoratori con orario ridotto e i lavoratori autonomi che vivono con i sussidi pubblici per la creazione d'impresa.

Anche i sindacati chiedono un tasso di disoccupazione più trasparente

Per il presidente della DGB (confederazione sindacale) della Sassonia, Markus Schlimbach, questo numero non viene calcolato in maniera sufficientemente ampia da mostrare il tasso di disoccupazione reale. Egli chiede infatti che il dato ufficiale venga integrato con determinati gruppi. 

Ad esempio, per Schlimbach le cifre sulla disoccupazione sarebbero più realistiche se coloro che sono coinvolti in una misura di formazione fossero inclusi nelle statistiche. Perché anche loro sono in cerca di un lavoro e avrebbero il diritto di apparire nelle statistiche sulla disoccupazione. Per Schlimbach si tratta di una questione di trasparenza.

Linke: le statistiche sulla disoccupazione dovrebbero essere più comprensive

Il politico della Linke Matthias W. Birkwald, chiede invece che le statistiche sulla disoccupazione siano redatte nella maniera piu' ampia possibile. Bisognerebbe inoltre menzionare quante sono le persone che lavorano involontariamente solo part-time.

"È il momento di agire invece di usare i soliti trucchetti. Tutti i disoccupati non ancora conteggiati devono essere inclusi nelle statistiche ufficiali sulla disoccupazione in modo che questi dati possano indicare la disoccupazione reale"

Matthias W. Birkwald della Linke

Se si chiede ai partiti di governo cosa ne pensano, rispondono con il silenzio. Diversi politici dell'Unione e della SPD non hanno voluto commentare una riforma dei metodi di calcolo.

L'ultima volta in cui c'è stata un po' di onestà fu nel 2005. Il governo di Gerhard Schröder incluse centinaia di migliaia di beneficiari di welfare nelle statistiche. Per la sua SPD fu uno smacco, perché sulla carta il numero ufficiale dei disoccupati fece da un giorno all'altro un balzo enorme.





mercoledì 10 aprile 2019

Intervista al leader del movimento per l'esproprio degli immobili a Berlino

Nelle città tedesche la lunga stagione dei tassi a zero e l'enorme afflusso di migranti stanno alimentando la nuova frattura sociale: l'aumento incontrollato degli affitti. In un paese in cui la maggioranza delle famiglie non possiede una casa, senza dubbio un problema molto serio. A Berlino l'iniziativa di legge popolare per l'esproprio degli immobili sta raccogliendo un ampio consenso, ne parla uno dei promotori intervistato da DLF

referendum esproprio immobili a Berlino

Michael Prütz è uno dei due promotori dell’iniziativa di legge popolare denominata "Deutsche Wohnen und Co. enteignen“, partita oggi e con la quale a Berlino si vorrebbero espropriare le grandi società immobiliari e agire contro le grandi società in possesso di più di 3.000 appartamenti.
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DLF: Herr Prütz, in questa prima fase avrà bisogno di almeno 20.000 firme, il che non dovrebbe essere un problema. Cosa si aspetta, riuscirà a raccoglierle tutte già oggi?

Prütz: è possibile che già oggi si riesca  a raccoglierle tutte, ma forse ci vorrà un altro giorno o due. Il supporto che stiamo ricevendo in città è enorme, non sarà affatto un problema.

DLF: ma se la raccolta firme avesse successo e si arrivasse fino agli espropri, non ci sarebbe comunque un solo appartamento in piu’ - abbiamo sentito questo argomento. Vale la pena tutto questo sforzo?

Prutz: non abbiamo mai detto infatti che in questo modo sarebbero sorte delle nuove abitazioni, ma diciamo che con l'esproprio in città avremo 400-500.000 inquilini in piu’ protetti, avranno una maggiore possibilità di pianificare la loro vita e più sicurezza per il futuro, e come risultato di questa espropriazione anche i proprietari più piccoli si atterranno maggiormente alle regole ragionevoli che tutti noi vogliamo.
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DLF: ma le grandi aziende, ad esempio Deutsche Wohnen, sostengono di essere sensibili alla situazione attuale. L‘azienda dice che i suoi affitti sono relativamente economici. È così falso?

Prütz: tutte le società dicono che i loro affitti sono intorno ai 6,60 euro al metro, è naturale, ma non dicono - o lo scrivono solo nei loro rapporti annuali - che l’aumento potenziale degli affitti nei prossimi anni a Berlino sarà del 50%. Vale a dire tre o quattro euro di affitto in piu’ al metro quadrato, ecco a cosa aspirano, e questo la maggioranza dei berlinesi non se lo puo’ proprio permettere.

DLF: a cosa serve ora raccogliere le firme, se poi il Senato di Berlino non dà seguito alla richiesta? Il sindaco Müller ha detto chiaramente che non crede in questi espropri.

Prütz: nel senato ci sono tre opinioni diverse, i tre partiti di governo hanno un'opinione diversa in merito alla questione. E non ci saranno obiezioni da parte del Senato nei confronti dell'iniziativa di legge, perché tutti e tre i partiti del Senato dovranno essere d’accordo nel respingere la petizione e a quel punto andremo davanti alla Corte Costituzionale. Non lo faranno.

DLF: la SPD, o il sindaco, tuttavia, ritengono che Berlino sia una città già altamente indebitata che non può permettersi una simile socializzazione degli appartamenti. Ci sarebbero da pagare miliardi di euro di indennizzi.

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Prütz: pensiamo che il risarcimento sarà ben al di sotto del valore di mercato. Ci aspettiamo dai 7 ai 14 miliardi, il Land Berlino dovrà farsene carico fino al 20 %, ci sarebbero da versare tra i 2 e i 2,5 miliardi e mezzo di capitale proprio e il resto verrebbe finanziato attraverso un prestito di una nuova società di edilizia popolare, e questo credito verrebbe ripagato con i canoni mensili. Abbiamo anche calcolato che gli affitti potrebbero diminuire di circa 80-90 centesimi al metro quadrato. Quindi, nessun problema per il bilancio statale di Berlino.

DLF: ma da dove dovrebbero venire questi miliardi? Berlino già ora dipende dalla perequazione finanziaria regionale, un Land come la Baviera dovrebbe davvero finanziare gli espropri a Berlino?

Prütz: non credo che 1 o 2 miliardi di euro sarebbero un grosso problema. Si tratta di denaro di cui Berlino effettivamente dispone, e come ho detto, il resto viene preso in prestito da una nuova società per l’edilizia residenziale, quindi non vedo alcun problema. Naturalmente i bavaresi non saranno entusiasti, ma si tratta di una questione regionale, e sarà decisa a Berlino, e in nessun altro luogo.

DLF: il Senato di Berlino ha venduto quegli stessi appartamenti, che Lei ora vorrebbe espropriare, non molto tempo fa, proprio a queste società immobiliari, e ora chiede di farseli restituire ad un prezzo ben al di sotto del valore di mercato, un prezzo fissato dal legislatore - c'è qualcosa di perfido, o la vede in maniera diversa?

Prutz: beh, non è proprio qualcosa di perfido, ma in effetti le cose stanno così, e lei ha ragione, il Senato nel 2003-2004 ha venduto grandi stock di edilizia residenziale pubblica, presumibilmente a causa di una crisi di bilancio. È successo anche in altre città. Oggi tutti dicono che è stato un grande errore, anche all’epoca ci fu una grande protesta contro questa decisione, ma il Senato non volle ascoltarla. E ora, naturalmente, si cerca di riportare indietro lo stato delle cose, vale a dire ammettere l'errore, per questo ora ci si dà molto da fare.

DLF: chi dovrà decidere l'importo dell'indennizzo, che lei ipotizza relativamente basso?

Prütz: il risarcimento naturalmente sarà definito dal tribunale. Supponiamo naturalmente che Deutsche Wohnen, Vonovia, Akelius o come si chiamano, semplicemente non si arrendano senza combattere. Andranno dal giudice, e poi alla fine ci sarà un compromesso, può esserne sicuro.

DLF: Herr Prütz, a Monaco e in altre città della Germania, gli affitti sono ancora molto, molto più alti che a Berlino, e altrove gli espropri non sono un tema, lo sono solo a Berlino. È ancora il vecchio spirito della DDR?

Prütz: no, non è il vecchio spirito della DDR. Berlino è una città di soli inquilini. L'85% della popolazione vive in affitto, da un lato, dall'altro invece, il livello dei salari a Berlino è del 25% piu' basso rispetto, ad esempio, ad Amburgo o a Monaco di Baviera, e le persone sono con le spalle al muro semplicemente perché non possono gestire l'aumento degli affitti - ovvero aumenti del 50% negli ultimi cinque anni.

DLF: manifestazioni di inquilini, lo abbiamo detto all'inizio o sentito, ci sono già oggi in più di 20 città tedesche, i piani per l'esproprio, tuttavia, si vedono solo a Berlino. Pensa che a Berlino ci sia come un terreno di coltura speciale, che non può essere confrontato con il resto del paese?

Prütz: si può fare un paragone senza alcun problema. Riceviamo richieste da tutte le città tedesche, tra l'altro anche richieste internazionali, per presentare la nostra iniziativa. Certo, la situazione legale è diversa: una città come Monaco non può decidere da sola una legge sull'esproprio, a farlo deve essere almeno un Land, ad esempio città come Amburgo o Brema potrebbero anche farlo. La risposta, anche a livello nazionale, alla nostra iniziativa è enorme, a nostro avviso, e non siamo in grado di gestire tutte le richieste.
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lunedì 8 aprile 2019

Il ritorno della questione tedesca

La NATO festeggia i 70 anni di vita ma per la stampa tedesca non si tratterebbe di una festa fra amici, sarebbero ormai troppe infatti le divergenze fra gli americani e gli europei: Nord stream 2, la spesa militare troppo bassa, il multilateralismo franco-tedesco e il riaprirsi della questione tedesca. Per German Foreign Policy lo scenario europeo attuale sarebbe molto simile a quello del 1871 e le élite politiche americane iniziano ad essere preoccupate. Ne scrive il sempre ben informato German Foreign Policy


"Non è una festa tra amici"

La celebrazione del 70 ° anniversario della fondazione della NATO è stata accompagnata da notevoli tensioni interne all'alleanza nord-atlantica. I commentatori sui media tedeschi vicini al governo di Berlino (Deutsche Welle) scrivono che il "compleanno della NATO" non sembra essere "una festa tra amici". [1] Diversamente dalla maggior parte delle alleanze militari terminate in tempi relativamente brevi, la NATO ha già raggiunto un'età quasi "biblica", scrivono invece i giornali apertamente transatlantici (FAZ), i quali parlano di festeggiamenti con il "freno a mano tirato" [2]. L'alleanza militare occidentale è stata rinominata “l‘alleanza degli svogliati", e si trova "nella più grave crisi dalla sua fondazione". [3] Fra le élite politiche americane cresce "la frustrazione nei confronti di Berlino", ha detto un ex ambasciatore USA presso la Nato: la Germania deve "assumersi le responsabilità che le spettano" e "riempire il vuoto" lasciato dall'amministrazione Trump nelle relazioni transatlantiche.


Le spese militari

Apparentemente lo scontro tra Berlino e Washington, tornato ad accendersi nei giorni delle celebrazioni, riguarderebbe il bilancio militare tedesco, che l'amministrazione Trump in piu' occasioni ha criticato pubblicamente in quanto considerato troppo basso. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump insiste affinché Berlino aumenti le spese militari fino al 2% del PIL, obiettivo fissato dalla NATO nel 2014 come parametro per gli Stati membri. Berlino a sua volta si è impegnata ad aumentare il budget della difesa fino all'1,5 % del PIL entro il 2024, per poi aumentarlo ulteriormente negli anni successivi [4]. Gli Stati Uniti nel 2018 per le proprie forze armate hanno speso 643 miliardi di dollari, due volte e mezzo la spesa di tutti i paesi europei della NATO i cui bilanci per la difesa ammontano a 264 miliardi di dollari. La Germania, la più grande economia della zona euro, ha speso per la difesa 45 miliardi di dollari, la Francia 53 miliardi, la Gran Bretagna addirittura 56 miliardi [5]. L'affermazione secondo cui l'aumento della spesa sarebbe necessaria per difendersi dalla minaccia di potenziali attacchi da parte degli avversari è smentita dalle dimensioni della loro spesa per la difesa: il bilancio militare russo, con un volume di 63 miliardi di dollari, è solo leggermente più grande dei singoli bilanci di Francia o Gran Bretagna, e anche la spesa militare della Cina nel 2018, con un equivalente di 168 miliardi di dollari, è rimasta ben al di sotto della spesa totale dei paesi europei della NATO.


"L'aggressione russa"

Nell'ambito delle celebrazioni per il 70° anniversario della NATO, il vice presidente degli Stati Uniti, Mike Pence, alla critica sulla inadeguatezza dello sforzo della Germania in termini di spesa militare, ha aggiunto un nuovo attacco relativo alla cooperazione energetica fra Berlino e Mosca [6]. Non si può "garantire la difesa dell'Occidente", ha dichiarato Pence, riferendosi al gasdotto Nord Stream 2, il quale rafforza le forniture dirette di gas dalla Russia verso la Germania, "se i nostri alleati sono sempre più dipendenti dalla Russia." La Germania, "la più grande economia europea", non dovrebbe "ignorare il pericolo di un’aggressione russa" e quindi "trascurare la sua autodifesa e la nostra difesa comune". Washington da tempo ha intensificato la pressione in merito a Nord Stream 2 e chiede al suo posto una maggiore disponibilità ad acquistare Fracking-gas liquefatto americano [7]. Se Berlino dovesse aderire al Nord Stream 2, "l'economia tedesca si trasformerebbe letteralmente in un ostaggio della Russia", ha detto Pence durante le celebrazioni della NATO.


"Multilateralismo" tedesco

A Washington le aperte ambizioni egemoniche di Berlino nella UE vengono registrate con una certa preoccupazione, come del resto i crescenti sforzi tedesco-europei per raggiungere l’autonomia strategica "nei confronti degli Stati Uniti”. Grazie a Nord Stream 2, infatti, la Germania in definitiva otterrebbe il ruolo di distributore centrale del gas naturale russo in Europa occidentale [8]. Ciò vale, ad esempio, per l'iniziativa franco-tedesca finalizzata a rafforzare il "multilateralismo" in diversi ambiti politici, annunciata all'inizio di aprile. [9] Berlino e Parigi stanno dimostrando che "il multilateralismo e le Nazioni Unite" sono sostenuti da una maggioranza di Stati, hanno dichiarato i ministri degli Esteri di Germania e Francia dando cosi' una stoccata alla politica unilaterale dell'amministrazione Trump. Stiamo combattendo "insieme" contro il cambiamento climatico, l'ineguaglianza e le conseguenze negative delle nuove tecnologie. Si tratta di "mostrare al mondo quali sono le conseguenze dell’unilateralismo, dell’isolazionismo e del nazionalismo", ha affermato il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian.


I motivi fondativi della NATO

In considerazione di ciò, le élite della politica estera americana - anche quella parte che si pone criticamente nei confronti dell'amministrazione Trump, formulano delle importanti riserve [10]. Sulla rivista "Foreign Affairs", la principale rivista di politica estera degli Stati Uniti, pochi giorni fa si parlava infatti del ritorno della "questione tedesca". Sin dalla fondazione del Reich tedesco nel 1871, infatti, la Germania è sempre stata una potenza troppo grande e troppo popolosa nel cuore d'Europa; ciò al'epoca aveva distrutto l'equilibrio dei poteri interno all'Europa e prodotto "due guerre mondiali", scrive "Foreign Affairs". La NATO nasce non solo a causa della "sfida sovietica", ma anche per risolvere la "questione tedesca": si trattava di mantenere "l’Unione Sovietica al di fuori, gli americani dentro, e la Germania sotto". Il processo di integrazione europea sotto l'egemonia statunitense sarebbe stata "l'unica soluzione convincente al problema delle relazioni tedesche con l'Europa". Un'Europa che si integra, che mette al bando i nazionalismi, deve essere in primo luogo un'Europa che mette al bando il "nazionalismo tedesco" – perché questo notoriamente ha avuto un importante "ruolo distruttivo nel sanguinoso passato europeo."


La costellazione del 1871

L’erosione dei pilastri su cui si fondava l’ordine sorto nel dopoguerra e il crescente nazionalismo, ripropongono in Europa la stessa costellazione del 1871, scrive "Foreign Affairs" - questa volta però ad un livello "geo-economico" [11]. Dopo lo scoppio della crisi dell'euro, si sono sviluppati dei fronti simili a quelli presenti alla fine del 19° secolo, perché “l’egemonia economica ha dato alla Germania la possibilità" di imporre la sua politica di austerità "al resto d'Europa". In molte parti dell'UE è cresciuto il risentimento nei confronti della Repubblica federale. Fuori dalla Germania “si è parlato spesso di costituire un comune fronte anti-tedesco", mentre in Germania si è fatto largo un "sentimento di vittimismo" - la Repubblica Federale infatti ritiene di essere circondata da "economie deboli". In passato si era riusciti a seppellire in profondità la "questione tedesca" grazie ad una favorevole costellazione storica: prosperità e libero scambio, egemonia degli Stati Uniti, integrazione europea. Di fronte alla crisi e al nazionalismo, quelle "circostanze favorevoli" tuttavia non esistono piu’. La domanda è: "quanto tempo ancora potrà resistere la quiete se il resto del mondo e gli Stati Uniti continueranno sulla rotta attuale?" L'UE attualmente, secondo la rivista statunitense, può essere descritta come una bomba della seconda guerra mondiale inesplosa. In questa analogia, il presidente degli Stati Uniti Trump si comporterebbe come un "bambino con il martello", che vivace e spensierato continua a colpire un dispositivo esplosivo. Quella stessa bomba che dal punto di vista di Washington, indipendentemente da Trump, rappresenta un problema.


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[1] NATO-Geburtstag: Kein Fest unter Freunden. dw.com 04.04.2019.
[2] Lorenz Hemicker: Feiern ohne Trump. faz.net 04.04.2019.
[3] Robert Birnbaum, Malte Lehming, Susanne Güsten, Claudia von Salzen: Allianz der Unwilligen. tagesspiegel.de 03.04.2019.
[4] Daniel Brössler, Hubert Wetzel: Maas: "Wir beabsichtigen, unser Wort zu halten". sueddeutsche.de 03.04.2019.
[5] Lucie Béraud-Sudreau: On the up: Western defence spending in 2018. iiss.org 15.02.2019
[6] Pence calls Germany stance in NATO "unacceptable". yahoo.com 03.04.2019.
[7] S. dazu Die Macht der Röhren.
[8] S. dazu Berlins Kampfansage
[9] Edith M. Lederer: France and Germany launch alliance to back multilateralism. foxnews.com 04.04.2017
[10], [11] Robert Kagan: The New German Question. foreignaffairs.com 02.04.201
9.

Thomas Mayer - Perché potrebbero essere proprio i populisti e i partiti di protesta a salvare l'Europa

Interessante riflessione del grande economista Thomas Mayer sulla FAZ il quale analizzando le profonde differenze socio-economiche fra i paesi europei e il disastro causato dalla camicia di forza dell'integrazione europea giunge ad una conclusione semplice, ma non scontata: saranno i populisti e i partiti di protesta a salvare l'Europa. Dalla Faz.net Thomas Mayer


Se i sondaggisti non stanno sbagliando, in vista delle prossime elezioni europee di maggio, saranno proprio i partiti euroscettici a raccogliere i maggiori profitti. I sostenitori dell'Unione Europea spesso rispondono a questa ascesa con incomprensione o con aria di sfida. Proprio in questa fase, secondo loro, sarebbe importante portare a compimento una "unione sempre più stretta" per riuscire a neutralizzare le forze centrifughe. Nel fare ciò tuttavia trascurano il fatto che è stata proprio la pressione verso un'integrazione sempre più stretta a rafforzare questi movimenti.

Con la fondazione della Comunità Economica Europea nel 1957, sei paesi europei si unirono in una unione doganale. Con la creazione del mercato unico europeo del 1993, venne poi realizzata la libera circolazione dei servizi, dei capitali e delle persone, oltre alla libera circolazione delle merci. E con l'Unione Monetaria Europea infine venne introdotta una moneta unica. Dopo ogni passo verso l'integrazione, è venuta meno la protezione dei mercati nazionali ed è aumentata la concorrenza. Con la libera circolazione delle persone è aumentata la competizione tra i lavoratori nazionali e i migranti, e con la moneta unica è stata eliminata la protezione contro la concorrenza straniera realizzata attraverso la svalutazione della moneta. Dal punto di vista economico, "l'unione sempre piu' stretta" è stata una ricetta per accrescere la prosperità. Ma la realtà economica può essere rappresentata sulla tavola da disegno dell'economia con estrema difficoltà. Le differenze nelle strutture socioeconomiche dei singoli paesi hanno fatto sì che l'integrazione crescente agisse come un "ancoraggio sempre più stretto", che alla fine ha innescato delle difese.

L'economia politica del populismo

Lo scienziato politico Philip Manow nei paesi europei distingue fra tre modelli di organizzazione socio-economica ("L'economia politica del populismo"). Nel nord e nel centro prevale lo stato sociale generoso ed accessibile a tutti,  nel sud vi è lo stato sociale particolaristico e spesso clientelare, e nei paesi anglosassoni ad economia liberale e con un mercato del lavoro liberalizzato prevale uno stato sociale residuale. Una sempre più stretta integrazione significa che i paesi dell'Unione europea, secondo il loro modello organizzativo  - come scriveva Dostoevskij - saranno tutti "infelici a modo loro". Il modello di stato sociale nordico può convivere con il libero scambio perché provvede a compensare i cittadini per le perdite subite, ma viene sopraffatto da una forte immigrazione. Nel sud lo stato assistenziale clientelare esclude gli immigrati dai suoi benefici, ma i membri soffrono per la concorrenza commerciale e l'austerità fiscale. E nello stato sociale residuale, i lavoratori non specializzati perdono la guerra contro gli immigrati.

L'euro e le crisi migratorie degli anni fra il 2010 e il 2015 hanno portato a diversi movimenti di protesta nei diversi gruppi di paesi, movimenti politici raggruppabili in base alla loro organizzazione socio-economica. Laddove l'immigrazione viene percepita come un problema importante, sono stati i partiti di protesta di destra a trarne un vantaggio elettorale (stato di welfare nordico e stato sociale residuale). D'altra parte, dove la concorrenza e l'austerità fiscale vengono percepite come oppressive, a trarne un vantaggio politico sono stati i partiti di protesta di sinistra. L'Italia rappresenta ancora una volta questa divisione all'interno dei suoi confini: nel nord, organizzato molto meglio in termini di stato sociale, domina la lega anti-immigrati, politicamente di destra; nel sud invece, organizzato sulla base delle clientele, sono i Cinque Stelle a dominare, politicamente di sinistra e in favore di una maggiore spesa pubblica.

Sempre più partiti di protesta al Parlamento europeo

Se l'analisi di Manov è corretta allora la Brexit è solo la punta dell'iceberg formato da tutti i problemi creati dalla politica "dell'unione sempre più stretta". A dire il vero, il caos attuale in Gran Bretagna sembrerebbe scoraggiarli dal risolvere questi problemi attraverso "l'uscita". Ma secondo Albert Hirschmann ci sarebbe ancora "Voice", vale a dire resistenza, ad affrontare i problemi. Ed è  su questa linea che i partiti di protesta di destra e di sinistra che cercano seggi nel Parlamento europeo sembrano essersi insinuati. Secondo le ultime indagini di "Eurobarometro" della Commissione europea, nel nuovo parlamento, questi partiti potrebbero diventare il secondo partito più forte dopo il Partito popolare (conservatore).

Coloro a cui sta a cuore l'Unione Europea dovrebbero considerare l'ascesa dei partiti di protesta come il sintomo di una malattia sorta a causa di una politica di sempre maggiore integrazione pensata sulla tavola da disegno dell'economia. I politici che si definiscono "europeisti ferventi" tuttavia non sembrano averlo capito. Sarebbe proprio un'ironia della storia se proprio i partiti di protesta riuscissero involontariamente a salvare l'UE rompendo la camicia di forza di un'integrazione sempre più stretta.


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