martedì 19 febbraio 2013

Maggioranze mediterranee


Hans Werner Sinn torna a chiedere un cambio di rotta radicale nella politica europea della Germania e rilancia un suo tradizionale cavallo di battaglia: c'è bisogno di una banca centrale che possa e sappia tutelare gli interessi tedeschi. Da CesIFO-group.de
La minaccia della Gran Bretagna di abbandonare l'Unione Europea è un segnale di allarme politico ed economico. La Germania dovrebbe avviare un'iniziativa di riordino della EU che possa rafforzare l'idea di sussidiarietà - per consentire ai britannici di restare.

Molti politici a Bruessel e a Parigi, ma anche a Berlino, hanno reagito deridendo le posizioni di David Cameron: far votare il suo popolo sull'adesione all'UE. Non sarà cosi' facile risolvere la questione. La Gran Bretagna è ancora il paese europeo piu' influente nel mondo e la decisione di Cameron cambierà l'Europa.

Il primo ministro britannico non ha fatto questo passo di sua iniziativa.  La vera causa è stata la   decisione di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie a livello europeo. Si puo' pensare cio' che si vuole di questa tassa. E' un provvedimento sciocco la cui utilità non è chiara - ma rappresenta una puntura di spillo nella carne viva dei britannici. Lasciare che la Gran Bretagna esca per questa ragione sarebbe un errore non trascurabile. Coloro che hanno spinto per la sua introduzione, sapevano che in questo modo avrebbero irritato la Gran Bretagna, ma l'hanno fatto ugualmente mettendo a rischio il progetto europeo. Non a caso Cameron ha tenuto il suo discorso sull'uscita il giorno dopo che la decisione di introdurre la tassa è stata approvata dalla  maggioranza dai paesi EU.

C'erano voluti due tentativi prima che la Gran Bretagna nel 1973 diventasse finalmente membro della Comunità europea. Il primo tentativo era fallito nel 1963 per il veto della Francia. La Germania era stata allora convintamente a favore: nell'ingresso dei britannici vedeva un mezzo per bloccare le intenzioni mercantiliste dei francesi e ridurre i rischi per l'industria tedesca. Inoltre era chiaro che senza la Gran Bretagna l'EU non sarebbe mai stata in grado di occupare nel mondo la posizione politica a cui ambiva. Da allora è stata ferma intenzione della Germania coinvolgere quanto piu' saldamente possibile la Gran Bretagna nel progetto di integrazione europeo. Oggi tutto cio' non vale piu'?

Il ministro degli esteri francese Fabius, con una certa malizia, facile da capire, ha annunciato: "non cercheremo di trattenere i britannici se intendono andarsene". E' incomprensibile invece  che il Ministro degli esteri tedesco, con la sua accusa di "cherry picking", si sia unito al coro dei critici. Angela Merkel al contrario, con la sua offerta ai britannici di una trattativa sui negoziati,  è stata molto piu' intelligente. 

Cameron ha sostanzialmente ragione. Nell'EU e nell'Eurozona c'è qualcosa di sbagliato. Il principio di sussidiarietà sottoscritto con il trattato di Maastricht, di fatto viene violato in continuazione.  La EU regolamenta in troppi ambiti per i quali non dovrebbe essere responsabile, e per i quali non esistono esternalità transfrontaliere. L'eliminazione delle lampadine a incandenscenza, le regole per la curvatura dei cetrioli e piu' recentemente gli sforzi per privatizzare l'acqua, che per motivi puramente tecnici non puo' essere un ambito in cui si esercita la concorrenza, sono solo alcuni esempi di una lunga lista di abusi di potere privi di ogni senso economico. Allo stesso tempo la BCE si muove in contrasto con le regole del trattato di Maastricht sul finanziamento agli stati, abusando del suo ruolo per attuare misure di natura fiscale, che secondo il precedente capo economista della BCE Otmar Issing non hanno piu' nulla a che fare con la politica monetaria. 

E' un errore perseguire l'unità politica europea attraverso un ulteriore approfondimento della zona Euro. Paesi importanti come la Gran Bretagna, la Svezia e la Polonia non appartengono alla zona Euro e a causa della socializzazione dei debiti non vi prenderanno parte per un lungo periodo di tempo. Sono pero' una parte dell'Europa come Cipro, Malta o la Grecia.

Se misurato secondo il diritto di voto nel consiglio BCE, il baricentro geografico dell'Eurozona è nel bacino mediterraneo.

L'Eurozona sembra quasi l'unione monetaria latina che nel diciannovesimo secolo si estendeva dalla Francia fino alla Grecia, e che allora causo' tre fallimenti statali. La Germania deve subordinarsi alle maggioranze mediterranee. L'impotente protesta dei presidenti Bundesbank Axel Weber e Jens Weidmann e quella del precedente capo economista BCE Jürgen Stark lo mostrano molto chiaramente.

Chi intende raggiungere l'unità europea attraverso una piu' stretta cooperazione nell'Eurozona, spinge la Germania in una posizione marginale - e divide l'Europa. Per questa ragione è arrivato il momento di ripensare radicalmente la politica europea tedesca. Durante il suo cammino l'EU ha perso di vista l'obiettivo di fondo. Non sappiamo dove il viaggio ci sta portando, ha sostenuto Cameron. In queste circostanze si dovrebbe veramente accelerare il passo? Non sarebbe meglio fare una pausa, riflettere e tornare all'ultimo bivio, e provare a imboccare un'altra strada?

La Germania dovrebbe prendere sul serio Cameron e insieme a Gran Bretagna, Francia e agli altri stati EU, sviluppare un'iniziativa per ridisegnare l'Europa. Un percorso che possa portare all'Europa piu' pace, libertà, unità e prosperità, molto piu' di quanto non accada con il corso attuale. 

David Cameron ha fondamentalmente ragione: c'è qualcosa che non va nell'EU e nella zona Euro.

lunedì 18 febbraio 2013

Dov'è finita l'economia sociale di mercato?

"Ausgeliefert!" - L'inchiesta di ARD documenta le condizioni dei lavoratori interinali nei magazzini Amazon.de. Migliaia di migranti europei provenienti dai paesi in crisi lavorano sotto la minaccia di un licenziamento immediato e controllati da una security di estrema destra. Dov'è finita l'economia sociale di mercato? La politica cosa puo' fare?  Da FAZ.net
Mercoledi sera ARD ha raccontato una storia toccante sui lavoratori interinali del gigante internet Amazon.de. Un modello di business basato sull'intimidazione e il sospetto.

Che cosa succede quando in un sistema tutti hanno degli svantaggi ed è solo una parte ad avere dei vantaggi? Dovrebbe restare com'è, oppure essere cambiato? Sembrerebbe una domanda abbastanza facile. Come è possibile allora che un'azienda come Amazon sia l'unica ad avere benefici dalle regole in vigore, senza che nessuno faccia nulla? Perché le cose vanno in questo modo, non è stato possibile capirlo neanche dalla trasmissione di mercoledi' sera della ARD. E cio' non dipende dal rifiuto della società di rispondere alle domande - in questo caso non c'è bisogno di porle. Il reportage "Ausgeliefert!" sui lavoratori interinali presso Amazon.de ha mostrato chiaramente cosa si nasconde dietro la facciata del gigante Internet. Con un fatturato di 6.5 miliardi di Euro controlla almeno il 20% del commercio on-line e nella stessa grandezza d'ordine il mercato dei libri.

Da un punto di vista economico non dovrebbe essere molto importante il luogo dove compro le scarpe o i libri. Alla fine ci dovrà sempre essere un compratore ad ordinare questi prodotti. Con i proventi si dovranno pagare i salari, i contributi sociali e le tasse. Il resto è il profitto dell'impresa. In una "economia sociale di mercato" tutte le parti alla fine dovrebbero avere un vantaggio. E in essa nessuno dovrebbe lavorare sotto intimidazione. Ora: perché Amazon ha bisogno di un'azienda per la sicurezza chiamata H.E.S.S.? I lavoratori di questa azienda provengono dall'estrema destra e nel filmato minacciano i giornalisti della ARD. Forse perché il modello di business di Amazon puo' essere garantito solo in questo modo?  Tutto cio'  non ha molto a che fare con l'economia sociale di mercato.

L'intimidazione come modello di business

Entrambi gli autori dell'inchiesta, Diana Löbl und Peter Onneken, lo hanno descritto chiaramente; l'intimidazione da Amazon è un modello di business. L'azienda in Germania ha 7 centri di distribuzione nei quali sono impiegati sopratutto lavoratori interinali. La catena di intimidazione inizia già nelle fasi di reclutamento nei loro paesi europei di origine. Invece del promesso rapporto di lavoro diretto con l'azienda Amazon.de, prima dell'inizio del contratto entra in gioco un'azienda di lavoro interinale dal nome „Trenkwalder Personaldienste GmbH“. "Per Trenkwalder l'uomo è al centro - questo è il punto fondamentale in un rapporto di fiducia e collaborazione con i lavoratori e i clienti", cosi' racconta l'impresa sulla sua home page aziendale. Che cosa significa? Hanno offerto all'insegnante di arte spagnola Silvina un contratto di lavoro - con condizioni peggiorative. Nel centro Amazon di Bad Hersfeld i lavoratori vengono alloggiati in una struttura turistica in stato di insolvenza. Almeno qualcuno puo' gioire: secondo il racconto del Hersfelder Zeitung del 15 dicembre 2012, il liquidatore del parco turistico sarebbe molto soddisfatto per "tutta questa liquidità inaspettata".

Che cosa significhi questa bella storia per i lavoratori a tempo, i giornalisti lo raccontano in un'atmosfera carica di immagini dense. Hanno cio' di cui il buon giornalismo ha bisogno: tempo. Hanno affittato una stanza nella struttura turistica e sono riusciti a descrivere la reale situazione dei "lavoratori migranti" europei. Un concetto che normalmente viene utilizzato per le condizioni di lavoro cinesi. Ma di fatto non c'è molta differenza con il modello di sviluppo di Amazon. Il sud e l'est Europa sono come le province agricole e povere della Cina. Dalla sistemazione, al trasferimento in bus, fino alla sorveglianza da parte delle società di sicurezza: migliaia di lavoratori vengono degradati a meri oggetti. Sono utilizzati per un solo scopo: assicurare il successo commerciale di Amazon.

Un piccolo ingranaggio in questa macchina

Questi lavoratori migranti non rappresentano il classico lavoratore dipendente, come formulato nei libri sull'economia sociale di mercato, con diritti e doveri. Sono solo "un piccolo ingranaggio in questa macchina", come descritto dall'insegnante di arte spagnola. H.E.S.S. è onnipresente - e l'intimidazione funziona come descritto dai lavoratori: "Questa è casa nostra, queste sono le nostre regole e voi dovete fare quello che noi vi diciamo". E il principio arriva, ben documentato, fino alla violazione della propria sfera privata. Chi si oppone, deve fare i conti con i licenziamenti. Un funzionario Ver.di (sindacato) ha descritto le conseguenze di questa cultura della minaccia e della sfiducia istituzionalizzata: "loro", i lavoratori migranti, "non dicono nulla, tengono la frustrazione dentro di loro". Hanno bisogno del denaro e sperano in un'assunzione a tempo indeterminato. Questa speranza è ingannevole e finisce come nel caso di Silvina con il licenziamento poco prima di Natale.

"Non sono d'accordo con questo lavoro da schiavi", cosi' ha detto ai giornalisti uno dei guidatori di autobus che ogni giorno si occupa del trasferimento dei lavoratori. Ma anche lui è solo un piccolo ingranaggio in questa macchina Amazon. L'azienda è il piu' grande beneficiario, i suoi scagnozzi sono Trenkwalder, CoCo Job Touristik Gmbh e Co e la società di sicurezza H.E.S.S. Amazon è conosciuta per la sua contabilità creativa e per aver registrato solo perdite nei suoi affari in Germania. Questo danneggia non solo lo stato tedesco, ma tutti  i concorrenti che si comportano in maniera corretta nei confronti dei loro dipendenti. 

E' stata la politica ad aver reso possibile questa macchina

Da un punto di vista economico non ci sono grandi guadagni:  i libri si possono comprare presso la libreria locale. Non è stata Amazon a creare questa macchina, ma la politica tedesca. E' stata lei a rendere possibile in Germania i lavoratori migranti sul modello cinese. Perchè sia andata in questo modo, nella trasmissione di mercoledi di ARD non è stato chiarito. Ma la domanda è  superflua. La politica puo' cambiare la situazione - iniziando già da oggi.

domenica 17 febbraio 2013

Chi di austerity ferisce, di austerity perisce


I dati in arrivo dall'economia tedesca ci dicono che l'austerity sta avendo un effetto molto negativo anche sulla principale economia dell'Eurozona. Il ramo inizia a scricchiolare sul serio. Da jjahnke.net

Andamento del PIL in rapporto trimestre precedente (Fonte: Statistisches Bundesamt)

Secondo l'ultimo comunicato dell'Ufficio federale di statistica il PIL tedesco nel quarto trimestre è sceso dello 0.6 % rispetto al trimestre precedente (dati destagionalizzati).

Sviluppo del PIL tedesco (dati destagionalizzati) in rapporto al trimestre precedente e allo stesso periodo dell'anno precedente

Di particolare interesse: gli investimenti netti, in calo già dal secondo trimestre del 2011, secondo i dati pubblicati, hanno continuato la loro discesa anche nel quarto trimestre 2012. 

Investimenti netti in Germania (Fonte: Statistisches Bundesamt)

Altri dati dell'ufficio di statistica confermano per il quarto trimestre 2012 un forte calo del fatturato dell'industria tedesca e una riduzione delle vendite al dettaglio.

Andamento delle vendite al dettaglio

Nel confronto internazionale lo sviluppo dell'economia tedesca non è particolarmente favorevole.

Andamento del PIL in rapporto al trimestre precedente (Fonte Eurostat)

Anche l'export sta rallentando, nonostante gli "Hurrà" che arrivano dalla politica. L'ufficio federale di statistica ha titolato cosi' il comunicato sull'andamento dell'export nel 2012: "+3.4 % sul 2011 - esportazioni e importazioni raggiungono nuovi livelli record". I media hanno rilanciato con molto piacere la buona notizia. In realtà, sono dati del passato. Rispetto al mese di dicembre dello scorso anno c'è stato un calo di quasi il 7%. 

Andamento dell'export in rapporto allo stesso mese dell'anno precedente (Statistisches Bundesamt).

Le importazioni tedesche si sono sviluppate in maniera ancora peggiore. Dall'Eurozona rispetto allo stesso mese dell'anno precedente sono scese di quasi il 6.8%. La Germania in questo modo è sempre di piu' l'opposto della famosa locomotiva d'Europa.

Andamento dell'import in rapporto allo stesso mese dell'anno precedente (Fonte: Statistisches Bundesamt)

Anche l'andamento dell'occupazione ristagna dalla metà dello scorso anno.

Andamento dell'occupazione rispetto allo stesso mese dell'anno precedente (Statistisches Bundesamt)

Nei dati sull'evoluzione della disoccupazione le statistiche potrebbero ingannare. Solo il 58 % dei 5.4 milioni beneficiari di sussidi di disoccupazione nel 2013 è stato ufficialmente segnalato come disoccupato. Sei anni prima la percentuale era del 65%. 

Percentuale di beneficiari di sussidi di disoccupazione contabilizzati come disoccupati (parte blu). Bundesagentur fuer Arbeit)

Nonostante tutti gli accorgimenti utilizzati per rendere piu' belli i dati (i disoccupati da piu' di 12 mesi con oltre 58 anni di età non vengono considerati nel numero dei senza lavoro), la disoccupazione cresce dall'ottobre 2012.

Andamento della disoccupazione rispetto allo stesso mese dell'anno precedente (Fonte: Bundesagentur fuer Arbeit)

venerdì 15 febbraio 2013

Imprenditori in povertà


Le statistiche tedesche mostrano un boom di imprese individuali: rinnovato spirito imprenditoriale, oppure lavoro  precario a basso costo in outsourcing? Da Der Spiegel.
Sempre piu' tedeschi decidono di mettersi in proprio, lavorando pero' come imprenditori singoli senza dipendenti - secondo uno studio negli ultimi 10 anni sono aumentati di circa il 40 %. Il numero riflette un nuovo spirito imprenditoriale in Germania? Oppure una politica anti-sociale?

Nessun capo, nessun orario di lavoro fisso, e un buon reddito - per un lungo periodo la vita dell'imprenditore è sembrata allettante. Il loro numero è cresciuto fra il 2000 e il 2011 di 800.000 unità raggiungendo i 2.6 milioni, come mostra uno studio appena pubblicato dal Deutsche Institut für Wirtschaftsforschung (DIW).

Secondo lo studio la crescita è da ricondurre principalmente al numero di ditte individuali, vale a dire lavoratori autonomi senza dipendenti. Il loro numero negli ultimi 10 anni è cresciuto del 40%. "Il motivo principale è stata la politica di promozione che i centri per l'impiego hanno fatto", ci dice Karl Brenke, esperto del mercato del lavoro presso DIW. Gli uffici del lavoro fra il 2003 e il 2006 con il programma "Ich-Ag" (finanziamenti ai disoccupati per la creazione di un'impresa) e con le altre sovvenzioni ai senza lavoro avrebbero contribuito alla crescita del numero di lavoratori indipendenti.

Oltre agli incentivi, secondo lo studio, hanno avuto un ruolo importante i cambiamenti nel mercato del lavoro - sono cresciuti infatti i lavori che le aziende hanno dato in outsourcing, trasferiti a lavoratori autonomi: "Non è certo una modernizzazione, piuttosto una segmentazione del mercato del lavoro che non ha solo caratteristiche positive", secondo Brenke. "Soprattutto se si considerano i redditi e gli sviluppi nel tempo".

I risultati dello studio DIW hanno suscitato reazioni molto diverse nel mondo politico - a seconda dell'area di appartenenza. "L'aumento dei lavoratori indipendenti osservato da DIW deve essere accolto positivamente. Se gli imprenditori intendono avviare un'attività imprenditoriale è un bene per la comunità e rafforza il nostro sistema di sicurezza sociale", ci dice Joachim Pfeiffer, portavoce economico del gruppo parlamentare CDU/CSU al Bundestag. "Molti fondatori di imprese in seguito riescono a creare  nuovi posti di lavoro".

In realtà solo una piccola parte dei nuovi imprenditori riesce a farlo: "Dopo 5 anni si puo' dire che solo il 10% dei lavoratori autonomi è riuscito ad assumere lavoratori", sostiene Brenke. Una percentuale maggiore lascia il lavoro autonomo per tornare ad essere dipendente - per Brenke un indizio del fatto che molti imprenditori individuali hanno scelto di fondare un'impresa individuale solo per questioni di necessità e non perchè avevano una buona idea.

"La forte crescita dei lavoratori indipendenti è una diretta conseguenza dell'agenda politica rosso-verde e della sua continuazione sotto il governo giallo-nero", dice Sarah Wagenknecht, vice presidente della Linke. Anche l'etichetta di lavoro indipendente non puo' nascondere che si tratta di lavoro precario con uno stipendio molto basso. "Queste persone vivono senza un'assicurazione sociale: povertà in vecchiaia e rovina finanziaria in caso di malattia sono inevitabili". 

Secondo i calcoli DIW la retribuzione oraria media di un imprenditore individuale è di 12.7 € lordi all'ora, inferiore a quella di un dipendente. Molti lavoratori autonomi non guadagnano a sufficienza per potersi garantire il sostentamento. Secondo uno studio dell'Instituts für Arbeitsmarkt - und Berufsforschung (IAB) dello scorso anno, il 12.5 % dei lavoratori autonomi resta sotto la soglia di povertà dei 925 € al mese lordi. E secondo i calcoli attuali del DIW, il 10% delle imprese individuali guadagna in media solo 800 € lordi al mese. 

La Bundesagentur für Arbeit (BA) sostiene finanziariamente il lavoro autonomo, attualmente 127.000 imprenditori percepiscono un'integrazione al reddito sotto forma di Hartz IV (Aufstocker). "Deve essere considerato positivamente il fatto che  sempre piu' persone abbiano il coraggio di diventare indipendenti", dichiara Frank-Jürgen Weise, direttore della BA. "Vedo invece in maniera molto critica l'aumento dei lavoratori autonomi che non possono vivere del loro reddito e per questo sono costretti a chiedere allo stato un sostegno al reddito". Bisognerebbe chiedersi se questo modello economico puo' essere sostenibile nel lungo periodo. 

mercoledì 13 febbraio 2013

Mucca da latte europea?


Ancora una volta lo spettro della temuta unione di trasferimento terrorizza i tedeschi. La Germania è solo il maggiore contribuente netto, oppure è diventata una "mucca da latte"? Da FAZ.net
Dalla riunificazione ad oggi la Germania ha contribuito al bilancio EU con oltre 200 miliardi di pagamenti netti. Vale a dire il 45 % degli importi complessivi versati da tutti gli altri contribuenti netti - cifra piu' che proporzionale rispetto alle dimensioni dell'economia tedesca.

 
I capi di stato e di governo si sono battuti a lungo, e dopo un primo tentativo fallito hanno finalmente raggiunto un accordo sul quadro finanziario dell'Unione Europea dal 2014 al 2020. Dopo il compromesso di venerdi' a Bruessel, la dotazione finanziaria sarà limitata a 960 miliardi di Euro. Considerando anche i "bilanci ombra", il limite massimo di spesa arriverà a un trilione di Euro. Il Presidente del Parlamento EU Schulz ha inveito: "l'accordo è una manovra ingannevole", i limiti di spesa non saranno pienamente sfruttati e di fatto la spesa sarà inferiore. Se i parlamentari europei dovessero mettere il veto, il vecchio quadro finanziario verrebbe prolungato e aumentato automaticamente del 2% di anno in anno.

 
Colpisce il fatto che a Bruessel si mercanteggi sui pagamenti, come si potrebbe fare in un bazar. Della provenienza di questo denaro pero' si parla molto poco. Il sistema dei contributi non è stato intaccato, ci sono stati solo ritocchi marginali agli sconti per i grandi pagatori netti come la Germania, l'Olanda, l'Austria, la Svezia e ora anche la Danimarca. Lo sconto di gran lunga piu' grande lo hanno avuto i britannici - da quando Margaeret Thatcher ("I want my money back")  ha sbattuto la borsa sul tavolo. La riduzione è pari al 66% dei contributi netti, 3.5 miliardi di Euro nel 2011. Gli inglesi in questo modo sono diventati i campioni dello sconto.

Monti: l'Italia è il piu' grande contribuente netto

Ma chi puo' adornarsi del discutibile titolo di "ufficiale pagatore"? La politica non ha il coraggio di creare un bilancio di lungo periodo che comprenda tutti i pagamenti nazionali, gli sconti e il denaro restituito. La Germania senza dubbio è uno dei piu' grandi pagatori, ma è veramente il piu' grande? Recentemente il primo ministro italiano Mario Monti ha reclamato il titolo: il suo paese l'anno precedente ha sostenuto i pagamenti netti piu' alti - 0.38 % del PIL. Gli olandesi e i belgi per diversi anni hanno trasferito a Bruessel una quota simile del loro PIL.

Ma allora non è la Germania ad essere l'ufficiale pagatore? Da un calcolo empirico fatto dal professore emerito di economia di Heidelberg Franz-Ulrich Willeke, nel periodo fra il 1991 e il 2011, la Germania sia in termini assoluti che relativi è stata di gran lunga il maggiore contribuente netto. In questi 21 anni i contributi nazionali aggiustati (dopo gli sconti) sono stati di 383.6 miliardi di Euro. Da Bruessel sono fluiti di nuovo verso la Germania, attraverso le diverse sovvenzioni e i fondi regionali e strutturali, circa 213 miliardi di Euro. I maggiori beneficiari del denaro EU sono stati i paesi periferici e i paesi oggi in crisi; in questo momento è la Polonia, con il suo ampio settore agricolo, il beneficiario principale del denaro EU. 

 
I pagamenti netti tedeschi dall'inizio degli anni '90 ammontano a 170.6 miliardi di Euro - circa il 45% del totale dei contributi netti di tutti i 10 paesi pagatori netti. Questa percentuale è chiaramente sovraproporzionata rispetto alle dimensioni dell'economia tedesca, che nel periodo preso in considerazione è passata da un quarto a un quinto del PIL aggregato dell'intera EU. Se si considerano gli altri pagamenti aggiuntivi, come le entrate doganali e le altre imposte che vengono trasferite a Bruessel,  gli oneri netti sostenuti dalla Germania sono ancora piu' alti: oltre 200 miliardi di Euro. Per conoscere quale sarebbe il valore attuale di questa somma, Willeke ha aggiornato gli importi con l'inflazione. Al valore attuale i contributi netti tedeschi dal 1991 in poi ammontano a quasi 250 miliardi di Euro.
 
Già da molto tempo, secondo Willeke, l'EU è diventata una importante unione di trasferimento e di redistribuzione, e non soltanto in seguito agli Eurosalvataggi miliardari verso la periferia. Nei prossimi anni il contributo netto tedesco al bilancio EU aumenterà: le sovvenzioni per molte regioni nella Germania dell'est saranno ridotte, mentre aumenteranno i flussi verso l'Europa dell'est e quella del sud.
 
Sicuramente la Germania trae grandi benefici dall'esistenza di un mercato interno comune. Per le economie orientate all'export il mercato comune è un grande vantaggio, come per i consumatori. Sul fatto che ci siano trasferimenti fra le regioni piu' forti e quelle piu' deboli come espressione della solidarietà europea e come forma di aiuto allo sviluppo, Willeke non ha alcuna obiezione. Solo che il carico per i pagatori netti dovrebbe essere proporzionalmente uguale, secondo Willeke. Una tale parità di trattamento dei contribuenti netti in relazione alla loro economia sarebbe giusta e solidale.
 
Se tutti i contribuenti netti avessero contribuito con la stessa percentuale in rapporto al PIL al finanziamento del bilancio europeo, vale a dire lo 0.2 % del Pil annuale, la Germania a partire dagli anni '90 avrebbe pagato 60 miliardi di Euro in meno. Questa sarebbe la differenza fra quanto effettivamente pagato e quanto sarebbe stato corretto trasferire, secondo i calcoli di Willeke. Di fronte a certe somme, secondo il professore la Germania non è piu' solo l'ufficiale pagatore, piuttosto si è trasformata nella "mucca da latte" dell'EU.

martedì 12 febbraio 2013

Salari reali piu' bassi rispetto al 2000


Un'altra analisi ci conferma le dimensioni della moderazione salariale tedesca negli ultimi 12 anni e la presenza anche in Germania di due mercati del lavoro ben distinti: i garantiti dai contratti di categoria e i settori non coperti da contratto collettivo.

Negli ultimi anni i salari sono cresciuti piu' rapidamente rispetto al passato. In termini reali restano tuttavia ancora sotto il livello di fine millennio, e chiaramente indietro rispetto ai profitti e ai redditi da capitale. E' quanto mostrano i nuovi calcoli dell'archivio Wirtschafts- und Sozialwissenschaftlichen Instituts (WSI) presso la Hans-Böckler-Stiftung.

In termini reali, vale a dire al netto dell'aumento dei prezzi, fra il 2000 e il 2012 i salari lordi medi per dipendente sono scesi dell'1.8 %. Gli ultimi 3 anni, con una crescita dei salari reali  dell'1.2 %, dell'1 % e dello 0.6 %, non hanno cancellato le perdite in termini reali cumulate negli anni precedenti. Le difficili condizioni economiche e la deregolamentazione nel mercato del lavoro negli anni 2000 hanno contribuito ad una dinamica salariale molto debole. Anche le riforme Hartz IV hanno aumentato la pressione sui salari, mentre il settore a basso salario (Niedriglohnsektor) si è espanso. Il ritardo dei salari rispetto all'inflazione si è tuttavia ridotto: nel 2009 i salari reali erano addirittura piu' bassi del 4.6 % rispetto al 2000.

I salari definiti dai contratti collettivi sono invece cresciuti con piu' forza. Nel 2012 in termini reali erano piu' alti del 6.9 % rispetto al 2000. Nella maggior parte degli anni, gli esperti del WSI hanno osservato un "wage drift" negativo. Vale a dire: i salari lordi, in cui vanno a finire anche i salari dei lavoratori la cui retribuzione non è definita da un contratto collettivo, sono rimasti indietro rispetto alla dinamica dei contratti collettivi. "I dati mostrano che il sistema dei contratti collettivi negli ultimi anni è rimasto la spina dorsale della crescita salariale", ci dice il dottor Reinhard Bispinck, responsabile dell'archivio tariffario WSI. Ma la forza contrattuale nello stesso periodo è scesa, soprattutto perché la copertura della contrattazione collettiva si è ridotta e le imprese in difficoltà economiche hanno utilizzato clausole tariffarie aperte. Per queste ragioni gli aumenti salariali tariffari si sono solo in parte riversati sui salari lordi.

Secondo i calcoli del WSI, dalla fine degli anni '90 i redditi da capitale e gli utili societari hanno superato di molto i redditi da lavoro: fra il 2000 e il 2012 sono cresciuti in termini nominali del 50%, nonostante un rallentamento temporaneo durante la crisi del 2009. I redditi da lavoro sempre in termini nominali nello stesso periodo sono cresciuti solamente del 24%. Recentemente la distanza si è un po' ridotta: i salari hanno fatto progressi, i redditi da capitale soffrono per i temporanei bassi tassi di interesse. Le distanze tuttavia restano molto ampie, e cio' non è un bene per lo sviluppo, sia in Germania e in Europa, sottolinea l'esperto WSI Bispinck: "In un momento come questo capiamo chiaramente  quanto è importante una  solida domanda interna per la nostra stabilità economica. E' necessario un chiaro rafforzamento del potere d'acquisto".

Prosegue la campagna anti Draghi


Lo scandalo MPS alimenta sulla stampa conservatrice tedesca una campagna anti Draghi, ideatore di un sistema bancario ombra e fautore una politica monetaria troppo tollerante. Riusciranno a farlo fuori? da WirtschaftsWoche
Come capo della Banca d'Italia il presidente BCE Mario Draghi ha gettato le basi per un sistema bancario ombra sotto la guida delle banche centrali. Un sistema creato principalmente per proteggere dal fallimento e dalla nazionalizzazione le banche commerciali e i loro proprietari, tutto a spese del contribuente europeo.

La BCE e il suo presidente Draghi stanno scivolando sempre piu' in basso nel vortice creato dallo scandalo Monte dei Paschi (MPS). Si è recentemente saputo che Banca d'Italia nell'ottobre 2011, ancora sotto la guida di Draghi, ha concesso a MPS un prestito da 2 miliardi di Euro garantito da titoli, senza aver informato né l'opinione pubblica né il Parlamento.

Comprensibile, l'affare ha condotto ad un salvataggio segreto di MPS da parte di Banca d'Italia. Le perdite sui derivati e quelle dovute al prezzo troppo alto pagato per Banca Antonveneta hanno portato la banca di Siena in una crisi di liquidità. MPS non aveva alcuna possibilità di procurarsi denaro presso la BCE, in quanto non disponeva di titoli idonei per il rifinanziamento.

La banca centrale italiana è entrata in azione. Ha trasferito sul proprio bilancio prestiti e garanzie ipotecarie di dubbio valore e in cambio ha fornito titoli di stato italiani molto piu' liquidi per un valore di 2 miliardi di Euro. Con i titoli di stato MPS è stata in grado di procurarsi 2 miliardi di liquidità presso la BCE. In questo modo la banca fondata nel 1472 si è adeguata ai tempi.

Anche per l'ultimo degli scettici dovrebbe essere ormai chiaro: Banca d'Italia sotto la guida dell'allora presidente Draghi sapeva molto bene della difficile situazione in cui si trovata la terza banca italiana. Ma è probabile che ne fosse a conoscenza anche l'allora presidente della BCE Jean Claude Trichet. Secondo il direttore generale Fabrizio Saccomanni, transazioni simili sono state fatte dalle banche centrali nazionali in tutta Europa - in segreto e a spese del contribuente europeo.

Perchè è proprio lui che garantisce per i crediti di dubbia qualità delle banche commerciali che finiscono nei bilanci delle banche centrali. Di fatto le banche in difficoltà a porte chiuse possono scaricare sulle banche centrali crediti di dubbia qualità e in cambio ottenere titoli di stato, i cui interessi vengono pagati dal contribuente.

Con la transazione fra MPS e Banca d'Italia Draghi ha gettato le basi per un sistema bancario ombra sotto la guida delle banche centrali nazionali. Un sistema progettato principalmente per proteggere le banche commerciali e i loro proprietari dal fallimento e dalla nazionalizzazione, tutto a spese del contribuente.

Questo è il vero scandalo.