mercoledì 30 gennaio 2019

La "Lex Audi" e il dominio dell'industria dell'auto tedesca in Ungheria

Nel paese che non fa entrare i migranti e che grazie al Fiorino ha ancora il cambio flessibile, i lavoratori dell'Audi di Győr dopo appena 3 giorni di sciopero portano a casa un aumento salariale del 18%. I tedeschi tuttavia restano di gran lunga il principale investitore estero nel paese e le case automobilistiche continuano ad imporre i propri interessi e dettano ad Orban la "legge schiavitù", tanto che in Ungheria la legge sulle 400 ore di straordinario è stata ribattezzata "Lex Audi". Ne parla il sempre ben informato German Foreign Policy


Lotta dei lavoratori a Győr

Continua l'azione dei lavoratori negli stabilimenti Audi di Győr, in Ungheria. Gli operai lo scorso giovedì hanno iniziato uno sciopero di una settimana per ottenere un aumento salariale del 18%. Attualmente all'assemblaggio di Győr il salario medio è di 1.100 euro lordi al mese; secondo i sindacati si tratta del 28 % in meno rispetto allo stipendio medio presso lo stabilimento Audi in Slovacchia e il 39 % in meno rispetto a quanto guadagnano in media i dipendenti Audi in Polonia, mentre i lavoratori Audi in Belgio guadagnano in media 3,6 volte i loro omologhi in Ungheria - nonostante un costo della vita che nelle città ungheresi come Győr non è significativamente inferiore rispetto all'Europa occidentale. I lavoratori chiedono un aumento salariale del 18%, almeno 75.000 fiorini (circa 236 euro). Pur restando i dipendenti Audi peggio pagati di tutto il continente, la controllata del gruppo Volkswagen si rifiuta di cedere alle loro richieste. Ecco perché nella sede di Audi a Ingolstadt, in Germania, il lavoro è fermo da lunedì: mancano i motori prodotti a Győr.

Ungheria paese di produzione dell'industria dell'auto

Audi Ungheria è il più grande investimento diretto estero in Ungheria con un volume di quasi nove miliardi di euro investiti a partire dal 1993. A Győr non solo vengono prodotte più di 100.000 auto all'anno, ma anche circa due milioni di motori installati nei veicoli dei marchi Audi e VW. Lo stabilimento nel suo genere è considerato il più grande di tutto il mondo. Oltre ad Audi, anche Daimler dal 2012 gestisce uno stabilimento in Ungheria; a Kecskemét, dove nel 2017 sono stati assemblati circa 190.000 veicoli, più che in qualsiasi altro sito di produzione ungherese. Mentre Daimler a Kecskemét sta costruendo un secondo stabilimento con un investimento di circa un miliardo di euro, anche BMW, la terza casa automobilistica tedesca, ha annunciato di voler costruire uno stabilimento in Ungheria. Nel nuovo sito vicino a Debrecen sarà realizzato un investimento da circa un miliardo di euro. Parallelamente alle tre principali case automobilistiche tedesche, anche diversi fornitori tedeschi si sono stabiliti in Ungheria, fra questi Bosch, Continental, Schaeffler e ZF Friedrichshafen. Alcuni di questi stanno anche espandendo le loro attività; Bosch, ad esempio, ha annunciato di voler ampliare il proprio centro di ingegneria a Budapest con un investimento da 120 milioni di euro. FAG Magyarország, una filiale del gruppo tedesco Schaeffler, ha appena aperto un nuovo stabilimento produttivo a Debrecen.

Dominio tedesco

Gli investimenti in costante crescita da parte dell'industria automobilistica tedesca, che si avvantaggiano dei bassi salari ungheresi, hanno portato a un duplice effetto. Da un lato l'industria automobilistica domina l'economia del paese: attualmente rappresenta quasi il 30 % della produzione manifatturiera. Un settore egemonizzato dalle società straniere, mentre le piccole e medie imprese nazionali, come illustrato in una presentazione austro-tedesca dell'IHK, "agiscono più a livello locale e sono poco coinvolte nella filiera dei produttori internazionali".[1] Fra le aziende straniere a dominare è l'industria tedesca. Oltre ad Audi, Daimler e BMW c'è Suzuki che ad Estzergom produce circa 176.000 vetture l'anno, mentre Opel a Szentgotthárd produce circa 500.000 motori all'anno; entrambe restano significativamente indietro rispetto alla produzione complessiva delle aziende tedesche in Ungheria. Secondo i dati dell'agenzia di commercio estero Germany Trade & Invest (gtai), quasi un quarto (22,9%) dello stock degli investimenti diretti esteri in Ungheria arriva dalla Germania; l'ipotesi secondo cui anche l'investitore numero due (Paesi Bassi con il 18,6%) e numero tre (Austria con il 10,6%) nascondano imprese parzialmente tedesche è plausibile; entrambi i paesi sono noti come postazioni per il rilancio degli investimenti esteri tedeschi. 

La "Lex Audi"

L'espansione delle fabbriche automobilistiche tedesche in Ungheria è dovuta non solo ai bassi salari, ma anche alla debolezza dei sindacati, almeno fino ad ora, e alle altre condizioni molto favorevoli per i gruppi industriali presenti nel paese. Ad esempio nel 2017 il governo del primo ministro Viktor Orbán ha ridotto i contributi per la sicurezza sociale dal 27,5% al 19,5% e abbassato l'aliquota dell'imposta sulle società al 9%; il secondo valore più basso dell'UE. La produzione totale dovrebbe aumentare da poco meno di 500.000 automobili nel 2015 a più di 710.000 nel 2025, fino ad oltre 780.000 nel 2027. La forza lavoro tuttavia scarseggia. E dato che il governo di Orbán non vuole l'immigrazione - compresa l'immigrazione di forza lavoro [2] - ha scelto una strada diversa e a dicembre ha approvato una legge che aumenta drasticamente l'orario di lavoro come sostituto dell'immigrazione. In futuro le aziende potranno obbligare i propri dipendenti a fare non 250 ore di straordinario, ma bensì fino a 400 ore di straordinario all'anno; la compensazione non dovrà avvenire entro un anno, ma entro tre anni. Gli osservatori concordano sul fatto che la legge entrata in vigore, di fatto consente la reintroduzione della settimana di sei giorni. Poiché la legge difende principalmente l'interesse delle case automobilistiche tedesche, in Ungheria è stata ribattezzata non solo la "legge schiavitù", ma anche come "Lex Mercedes" o "Lex BMW" o "Lex Audi". [3] 

Il sistema Orbán

La gestione dell'Ungheria secondo gli interessi delle aziende tedesche di fatto permette al primo ministro ungherese di portare avanti il corso repressivo dello Stato [4]. ​​I siti automobilistici danno al paese un ruolo importante nel sistema dell'economia continentale - mentre la crescente volontà di cooperare da parte dell'industria tedesca garantisce ad Orbán un certo livello di supporto presso la potenza centrale dell'UE.

Messo in discussione

A causa delle recenti proteste in Ungheria, per la prima volta questo modello tuttavia viene messo in discussione. L'opposizione era già scesa in piazza contro la nuova legge sugli straordinari con una forza e una unità mai viste prima in Ungheria. A dicembre i lavoratori dello stabilimento Daimler di Kecskemét, lottando hanno ottenuto un aumento salariale del 22% per quest'anno, e di un altro 13% per il prossimo anno. L'attuale sciopero presso la Audi di Győr aumenta la pressione per ridurre i super-profitti delle aziende tedesche nell'Ungheria di Orban.
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NordLB - Un'altra banca tedesca salvata con il denaro dei contribuenti

E' sempre piu' probabile un salvataggio con i soldi pubblici per la dissestata Landesbank di Hannover. La politica regionale preferisce un consorzio di ricapitalizzazione formato dal Land e dalle casse di risparmio del nord, e sembra voler scartare l'opzione dei fondi americani. Per ora la Bassa Sassonia si farà carico di ricapitalizzare la banca con 2.5 miliardi di euro, ma le analogie con il caso HSH Nordbank, un altro buco con la Landesbank intorno (cit.), lasciano ipotizzare che anche in questo caso avremo a che fare con un altro pozzo senza fondo. Ne scrive Die Welt


Il 22 gennaio il governo regionale della Bassa Sassonia ha preso una decisione storica. A partire dal 2020, come comunicato dal Ministro delle Finanze regionale Reinhold Hilbers (CDU) subito dopo la riunione del governo rosso-nero, il cosiddetto freno all'indebitamento (Schuldenbremse) si applicherà anche alla sua regione. Entro quest'anno nella costituzione regionale verrà inserita un corrispondente articolo. 

Dopo questa modifica della costituzione, sia l'attuale che i prossimi governi della Bassa Sassonia non potranno spendere più soldi di quelli che hanno già incassato. Ma per il Land del nord, già fortemente indebitato, la situazione potrebbe diventare ancora più complessa di quanto non lo sia già ora. 

Perché sul governo della Bassa Sassonia e sui suoi contribuenti, lentamente, ma apparentemente in maniera inarrestabile, si sta formando una valanga di spesa che potrebbe gettare al vento tutta la precedente pianificazione finanziaria. La Nord/LB, la banca pubblica regionale della Bassa Sassonia, ha urgentemente bisogno di capitale fresco. 

Con molta fatica e fra tante difficoltà ha superato l'ultimo stress test della Banca centrale europea piazzandosi ultimo fra tutti gli istituti tedeschi analizzati. Nei circoli bancari si dice sia necessario un aumento di capitale di almeno 3,5 miliardi di euro - altrimenti Nord/LB rischierebbe la risoluzione. Se il nuovo capitale alla fine sarà sufficiente per rendere l'istituto in grado di affrontare il futuro, lo possono sapere solo le stelle. 

Saranno i contribuenti a dover pagare per la mancanza di capitale 

Tuttavia c'è la volontà di andare avanti ad ogni costo. La mancanza di capitale di Nord/LB, se possibile, dovrà essere coperta con dei fondi pubblici. E questo nonostante il fatto che due investitori finanziari statunitensi nel fine settimana si siano dichiarati interessati. Secondo gli ambienti bancari, le holding finanziarie Cerberus e Centrebridge sarebbero interessate alla Landesbank. Cerberus controlla già HSH Nordbank insieme a un gruppo di investitori. 

Secondo i piani della Cancelleria di Stato di Maschsee, il Land, di gran lunga il maggiore azionista con il 59 % dell'Istituto, nelle operazioni di salvataggio farà la parte del leone e dovrà sborsare 2,5 miliardi di euro. E con esso anche i contribuenti della Bassa Sassonia. Due miliardi e mezzo sono una bella somma di denaro, con la quale, come calcolato dall'opposizione della FDP, si potrebbero sanare i bagni di tutte le scuole della Bassa Sassonia almeno 20 volte. E a dire il vero i contribuenti tedeschi non sarebbero mai piu’ dovuti passare dalla cassa per salvare una banca. 

La Sassonia-Anhalt, che ha il 5% del capitale di Nord/LB, come l’Associazione delle Casse di risparmio della Bassa Sassonia, della Sassonia-Anhalt e del Meclemburgo-Vorpommern (insieme hanno il 35 per cento) dovrebbero partecipare all’aumento di capitale con diverse centinaia di milioni. Alla manovra di salvataggio dovrebbero partecipare anche i fondi per la tutela del risparmio delle casse di risparmio e di altre Landesbank. Secondo il piano architettato la scorsa settimana sotto la supervisione della BCE, il pacchetto di salvataggio dovrà essere completato entro febbraio. 

Ma la partecipazione diretta degli investitori privati in Nord/LB tuttavia sarebbe teoricamente ancora possibile. I fondi di private equity Cerberus e Centerbridge sabato mattina hanno presentato un'offerta per rilevare il 49,8% degli attivi della Landesbank. La proposta include, tra le altre cose, che i due investitori mettano più di un miliardo di euro in NordLB, mentre il Land Bassa Sassonia, l'azionista di controllo, dovrebbe mettere a disposizione una parte del capitale necessario, almeno cosi’ si dice negli ambienti finanziari. In ogni caso, le opportunità, ma anche i rischi associati all'operazione sulla dissestata Nord/LB, rimarranno in capo al contribuente. 

La risanamento di una Landesbank in passato è già fallito 

Secondo Hilbers, l'offerta degli investitori privati sarebbe la conferma che la banca ha ancora buone potenzialità. L'offerta sarà valutata alla svelta e discussa con le parti interessate, il ministro delle Finanze tuttavia ha dichiarato: "contemporaneamente sto spingendo per i colloqui con il settore pubblico". Per lui è importante raggiungere una soluzione di lungo periodo sostenibile e praticabile e con una struttura redditizia. "Non si potrà semplicemente andare avanti come si è fatto fino ad ora" e non ci sarà nemmeno "una soluzione di breve termine", ha detto durante il fine settimana. 

Il pubblico, secondo il governo di Hannover, dovrà avere pazienza fino a quando l'accordo - sia esso con le casse di risparmio e le banche pubbliche, oppure con gli investitori privati - sarà concluso. I Verdi e la FDP avrebbero voluto una sessione speciale del parlamento regionale sul tema Nord/LB, ma a causa dei rapporti di forza nel parlamento regionale dovranno fare affidamento sulla buona volontà della Groko della Bassa Sassonia. 

Ma proprio quello che in questi giorni il governo regionale sta cercando di fare, solo 160 chilometri più a nord in passato è già finito male una volta. Esattamente ad Amburgo, dove la città anseatica e la regione dello Schleswig-Holstein quasi dieci anni fa hanno assicurato la sopravvivenza della loro Landesbank con i soldi del contribuente. Nel 2008 e nel 2009, le due regioni avevano anche versato tre miliardi di euro nella loro Landesbank in crisi, ed emesso garanzie per altri dieci miliardi di euro. 

I politici ne avevano sottolineato "la grande importanza" per la regione 

L'allora senatore delle finanze di Amburgo, Michael Freytag, e il ministro delle finanze di Kiel, Rainer Wiegard (entrambi CDU), all'epoca si erano mostrati fiduciosi come fa oggi, dieci anni dopo, il loro collega di partito della Bassa Sassonia, Reinhold Hilbers. Con quelle stesse iniezioni di risorse finanziarie negoziate a porte chiuse, secondo il duo Freytag/Wiegard, sarebbe stato tracciato "un sentiero decisivo per la capacità di HSH Nordbank di sopravvivere". 

Entrambi avevano giustificato la loro decisione con la "grande importanza" che HSH rivestiva per l’area economica e con il fatto che praticamente la banca sarebbe indispensabile per la crescita e la prosperità della Germania del nord. Quanto sia costato il risultato di questa requisitoria è ben noto. 

Poco più di 16 miliardi di euro è la somma che i cittadini di Amburgo e dello Schleswig-Holstein nei prossimi anni dovranno pagare per aver deciso di salvare la loro Landesbank, almeno secondo i calcoli fatti dalla "Hamburger Abendblatt". L'elenco delle promesse secondo le quali il governo regionale non sarebbe mai piu' dovuto intervenire nel settore bancario è così lungo che potrebbe essere usato per tappezzare di carta le pareti di vetro del parlamento di Kiel o i rivestimenti in legno del Parlamento di Amburgo. 

La stessa HSH a dicembre è stata venduta ad un prezzo da saldo al gruppo finanziario internazionale creatosi intorno al gigante degli investimenti statunitense Cerberus. Ed è proprio questa società che ora sarebbe interessata ad investire in Nord/LB. Probabilmente Cerberus finirà per acquistare solo alcuni crediti incagliati, a causa dei quali Nord/LB rischia di finire sotto la linea di galleggiamento, come accaduto a suo tempo alla HSH. 

La situazione per anni è stata minimizzata 

Come all'epoca di Freytag e Wiegard in questi ultimi due anni anche i ministri delle finanze della Bassa Sassonia hanno continuato a minimizzare la situazione della banca della regione. In primo luogo Peter-Juergen Schneider della SPD, il quale all’epoca aveva dichiarato che l'acquisizione della dissestata Bremer Landesbank, avvenuta nel 2016, non avrebbe mai potuto danneggiare la Nord/LB. 

In seguito alle elezioni regionali del 2018, Hilbers è diventato il successore di Schneider ed è lui che ora ad Hannover vorrebbe fare quello che i colleghi di Amburgo e Kiel non sono riusciti a fare: nel ruolo di presidente e capo negoziatore usare il denaro dei contribuenti per stabilizzare una Landesbank allo sbando. 

I motivi di Hilber sono altrettanto onorevoli di quelli dei suoi amici di partito di Amburgo e Kiel. Anche lui considera la banca "un partner importante" dell'economia della Bassa Sassonia e un importante datore di lavoro della regione. Stando alle dichiarazioni rilasciate la scorsa estate dal ministro delle Finanze al "Weser-Kurier" di Brema, il governo della regione si impegna per "continuare ad avere un'influenza decisiva sulle sorti di questa banca". 

Il pericolo che anche Nord/LB per la Bassa Sassonia possa diventare un pozzo senza fondo come lo è stata la HSH per Amburgo e Brema, secondo il cristiano-democratico, sempre molto sicuro di sé, non esiste. Secondo quanto dichiarato da Hilbers alla WELT AM SONNTAG l'obiettivo delle sue negoziazioni sarebbe quello di "rafforzare i coefficienti patrimoniali della Nord/LB e rendere la banca in grado di affrontare il futuro". 

Fusione in una Megasparkasse? 

Un obiettivo che il ministro delle finanze della Bassa Sassonia condivide con Helmut Schleweis, il presidente dell'associazione delle Sparkasse tedesche. Egli tuttavia ritiene che la Landesbank dovrebbe cambiare radicalmente - e nel lungo periodo non dovrebbe restare indipendente. Egli ha in mente - diversamente da una Nord/LB autonoma e alla connessa influenza esercitata dalla regione della Bassa Sassonia - una Megasparkasse, un'associazione di banche regionali sul modello delle banche cooperative. 

Da anni ormai le numerose Landesbank sono una spina nel fianco delle casse di risparmio. Sebbene dopo la crisi finanziaria il loro numero sia diminuito drasticamente, i cinque istituti restanti cercano ancora una loro legittimazione. Le banche spesso si portano via i clienti fra di loro. Ma nonostante l'apparente inefficienza, l'ostinazione dei rispettivi signorotti regionali è grande. 

Anche la crisi di Nord/LB per il momento non cambierà molto. I negoziati per una fusione con la Landesbank dell'Assia sono miseramente falliti. E dato che la risoluzione della Nord/LB per le casse di risparmio sarebbe anche piu’ costosa rispetto all’invio di capitale fresco in Bassa Sassonia, probabilmente per loro non resterà altra scelta che mettersi un’altra volta le mani in tasca - almeno se l'accordo con gli investitori privati dovesse fallire. Alcune casse di risparmio continuano ancora oggi a soffrire per la megalomania di WestLB, la cui eredità si cerca di smaltire sin dal 2012. 

Anche la Commissione europea vuole esaminare attentamente l'accordo raggiunto dalla Bassa Sassonia. Per le autorità garanti della concorrenza di Bruxelles, le iniezioni di capitale fatte con il denaro dei contribuenti non rappresentano certo una soluzione auspicabile. Chi conosce la materia ipotizza quindi che l'operazione di salvataggio pubblico dell'Istituto sarà soggetta a delle condizioni, che probabilmente richiederebbero una ristrutturazione della banca, combinata con una cura dimagrante. Uno scenario possibile è che la Braunschweigische Landessparkasse, controllata da Nord/LB, venga sciolta. Di fatto un assist al grande fan del consolidamento Schleweis.


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martedì 29 gennaio 2019

Perché gli industriali tedeschi non ne vogliono sapere di guarire dall'exportismo

Nonostante gli enormi avanzi commerciali degli ultimi anni, ai primi segnali di rallentamento delle esportazioni i giornaloni e gli istituti di ricerca vicini alla lobby dell'export fanno partire i soliti allarmi sul costo del lavoro. Gli industriali tedeschi di fatto non ne vogliono sapere di collaborare con i paesi del sud e di far guarire la prima economia europea dalla grave patologia che la affligge, l'exportismo. Ne parla Die Welt su dati IW


Costosi ma buoni e affidabili, questa almeno è la reputazione che i prodotti dell'industria tedesca hanno all'estero. I dati sull'export tedesco riempiono di orgoglio e mostrano che i prodotti Made in Germany sono richiesti in tutto il mondo. Recentemente le esportazioni tedesche, tuttavia, sembrano essersi fermate. Ciò è dovuto anche al fatto che i nuovi dazi e le minacce di protezionismo stanno frenando il commercio internazionale. 

Ma una parte dei problemi sembra essere fatta in casa. La Repubblica federale con i suoi costi elevati si trova nella parte piu' alta della scala dei prezzi e a soffrire per l'indebolimento dell'economia globale non ci sono solo i beni industriali sulla cui produzione la Germania si è specializzata. 

Spesso la Germania deve sentirsi ripetere la solita critica: i tedeschi avrebbero ottenuto i loro successi nell'export grazie a un'eccessiva moderazione salariale. I dati dell'Institut der Deutschen Wirtschaft (IW) tuttavia mostrano che per quanto riguarda la produzione di beni industriali la Repubblica federale non può essere considerata un paese a basso costo del lavoro. 

Gli economisti dell'istituto di ricerca (vicino ai datori di lavoro) hanno calcolato il livello raggiunto dal costo del lavoro tedesco rispetto agli standard internazionali. La risposta è: la Germania è un paese di produzione costoso e l'accusa di dumping o di una iniqua moderazione salariale non può essere confermata dai fatti. "In Germania non si può in alcun modo parlare di una schiacciante compressione salariale", afferma Christoph Schröder, economista presso l'IW di Colonia. 


L'analisi dell'istituto è a disposizione di WELT e mostra ad esempio che le aziende francesi, in termini di costo del lavoro per unità di prodotto, possono produrre a prezzi molti simili a quelli tedeschi. In Belgio, Austria, Spagna o Paesi Bassi i costi sono ancora più bassi. Le loro attività dal punto di vista dei prezzi si trovano quindi in una situazione competitiva migliore rispetto a quelle del nostro paese 

Le esportazioni tedesche stanno perdendo slancio 

Recentemente le esportazioni in quanto motore di crescita dell'economia tedesca hanno perso slancio. A novembre, secondo gli ultimi dati disponibili, le esportazioni tedesche sono addirittura diminuite rispetto al mese precedente. "Il motore della crescita sta balbettando", ha detto Carsten Brzeski, economista capo di ING in Germania, il modello di business orientato all'export "Made in Germany" inizia a vacillare. 

Ma non bisogna necessariamente arrivare al peggio; in passato, il settore delle esportazioni tedesche si è dimostrato estremamente resistente rispetto alle tensioni globali. "La combinazione unica fra specializzazione di prodotto e diversificazione geografica ha contribuito a compensare la debolezza e i problemi dei singoli partner commerciali", spiega Brzeski. Le cose però ora potrebbero cambiare. 

Solo un crollo dell'economia mondiale simile a quanto accaduto nel 2008-09 potrebbe far affondare le esportazioni tedesche, ricorda Brzeski. Anche se la situazione attuale nel complesso è ancora molto diversa rispetto a quella della crisi finanziaria, nel settore delle esportazioni è tuttavia possibile fare alcuni parallelismi: problemi sui mercati emergenti, le tensioni tra Washington e Pechino, il protezionismo americano, un possibile rallentamento dell'economia cinese e il rischio di una hard Brexit. 

"Sembra che in questo momento nel commercio mondiale ci siano piu' crisi di quante l'industria dell'export tedesca ne possa affrontare. Anche l'euro debole ha fatto poco per la crescita dell'export tedesco", dice l'economista. 


Il costo del lavoro in Germania è relativamente alto 

In una fase di rallentamento economico la questione dei costi di produzione viene di nuovo presa piu’ seriamente rispetto a quanto non accadesse pochi anni fa. Il risultato è chiaro: esaminando i salari e il costo del lavoro degli altri paesi, la Germania è sicuramente uno dei paesi industrializzati più costosi al mondo. Nella classifica dell'IW sui paesi con il costo del lavoro piu' alto la prima economia europea si trova al quarto posto. 

"Solo in Norvegia, Belgio e Danimarca il costo del lavoro è più alto che nel nostro paese", dice Michael Grömling, capo del gruppo di ricerca sull'analisi macroeconomica e congiunturale all'IW. Anche l'idea che la Germania, grazie ad un euro troppo sottovalutato rispetto alla forza dell’economia tedesca, possa produrre a dei prezzi molto piu' bassi rispetto a quelli degli altri paesi europei non sembra essere corroborato dai dati. 

"Nel complesso, la Germania si trova sullo stesso livello degli altri paesi dell'area dell'euro. Il confronto fra i paesi non indica un particolare vantaggio competitivo in termini di costo per la Germania", osserva Grömling. Sebbene il costo della manodopera in Francia e nei Paesi Bassi sia un po' piu' basso che in Germania, in Belgio invece un po’ piu' alto. 

Il bilancio finale non cambia se gli economisti, invece del solo costo del lavoro, prendono in considerazione anche la produttività. Mettendo in relazione il costo del lavoro con la produttività, il risultato è il cosiddetto costo unitario del lavoro e cioè il costo del lavoro per unità di prodotto. Il costo del lavoro per unità di prodotto è considerato una misura importante della competitività di prezzo di una nazione. 

Anche il costo del lavoro per unità è al vertice 

Se la produttività di un'azienda è elevata, l'azienda può anche pagare salari e contributi sociali elevati senza mettere a rischio la propria competitività. La buona notizia: in termini di produttività le aziende tedesche sono al di sopra della media. Le cattiva notizia: non sono abbastanza produttive da poter compensare i recenti aumenti dei costi. 


"Il costo del lavoro per unità di prodotto nell'industria tedesca è elevato, sebbene la produttività sia chiaramente superiore rispetto alla media dei paesi industrializzati", afferma lo studio dell'IW. I lavoratori sono più produttivi, ad esempio, nei paesi scandinavi, in Belgio, nei Paesi Bassi e negli Stati Uniti. 

In termini di costo unitario del lavoro, oltre a Norvegia e Gran Bretagna, anche Italia e Francia risultano essere dei paesi costosi. Ma poi c‘è la Repubblica federale. Al contrario, le aziende possono produrre ad un prezzo piu' basso in Belgio, nei Paesi Bassi, in Finlandia e in Grecia. 

Molto più economico è anche il Giappone (86% della massa salariale tedesca) e gli Stati Uniti (80%). Gli effetti dei tassi di cambio, come ad esempio l'euro debole degli ultimi anni, sono già inclusi in questo calcolo. Non si può parlare di metodi sleali che favoriscano gli esportatori tedeschi. 

"In definitiva, l'elevato livello del costo del lavoro per unità dimostra che in Germania il livello di produttività non è tale da compensare lo svantaggio derivante dall'elevato costo del lavoro", afferma Grömling. Per quanto riguarda il costo del lavoro per unità, in media i paesi dell'area dell'euro sono all’incirca alla pari con la Repubblica federale. L'IW colloca il livello unitario del costo del lavoro dei paesi dell'unione monetaria, esclusa la Germania, al 97% di quello tedesco. 

L'economia della Germania in termini di costi non è in cima alla classifica 

"Il confronto fra i livelli non evidenzia un particolare vantaggio competitivo della Germania in termini di costi", sottolineano i ricercatori dell'IW. E i dati mostrano inoltre che la più grande economia d’Europa in termini di disciplina dei costi non ha fatto meglio degli altri. Dal 2011, infatti, non è stata osservata alcuna moderazione salariale, o almeno una moderazione che abbia conferito all'economia più grande d'Europa degli evidenti vantaggi competitivi, come invece più volte suggerito dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. 

Non sembra esservi tuttavia alcun motivo per farsi prendere dal panico, e alcuni economisti mettono addirittura in guardia da una eccessiva moderazione salariale che finirebbe per colpire i consumi interni. "Negli ultimi anni, la competitività di prezzo della Germania effettivamente si è leggermente deteriorata, sia verso l'area dell'euro che a livello globale", ammette Brzeski. 

Questa riduzione di competitività tuttavia può essere sopportata: "salari più alti hanno favorito il consumo interno e hanno reso il modello economico tedesco un po 'più equilibrato", afferma l'uomo di ING. 

All'industria delle esportazioni potrebbe anche non piacere, ma l’economia nel suo complesso in questo modo sta diventando a prova di crisi. Inoltre il costo unitario del lavoro non può essere considerato l'unico criterio di valutazione per un'economia competitiva. Per le innovazioni tecnologiche e i prodotti legati agli stili di vita, i prezzi in tutto il mondo sono molto più alti che non per i beni prodotti in serie.
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domenica 27 gennaio 2019

Heiner Flassbeck - Le gravi responsabilità del dogmatismo tedesco

"Il demone neo-liberista dell'UE ha sede a Berlino", e ancora "chiunque voglia riformare l'Europa non si deve trasferire a Bruxelles ma a Berlino", scrive il grande economista tedesco. Flassbeck non ha dubbi: il vero fallimento in Europa non è la Brexit, ma quello della leadership politica tedesca, inadeguata, e soprattutto troppo dogmatica per poter salvare la moneta unica. Come sempre un ottimo Heiner Flassbeck da Makroskop.eu






In questi giorni in Germania e altrove molti cosiddetti "amici dell'Europa", con il solito ditino puntato verso il Regno Unito, ci spiegano perché non si riesce a portare a termine la tanto indicibile Brexit e perché il paese si sta rendendo ridicolo in ogni modo possibile - in verità anche il partito laburista e Jeremy Corbyn non sono da meno. Ora è chiaro che non è cosi' semplice voltare le spalle all'Europa senza doverne subire le conseguenze, sostengono i conservatori. Ed è evidente che è necessario affrontare seriamente il tema di una riforma fondamentale dell'UE, invece di continuare a sperare in una rottura dell'Europa, ci dicono invece le sinistre. (...) 


Io stesso non ho mai avuto una grande opinione della Brexit, perché era chiaro sin dall'inizio del processo di separazione che sul lato del Leave c'erano idee estremamente ingenue in merito a quello che si poteva ottenere con l'uscita dall'UE. C'era inoltre un governo conservatore che sostanzialmente non voleva fare politiche diverse rispetto a quelle della maggioranza dei paesi dell'Europa continentale. La campagna del Leave, ad esempio, mirava all'esaltazione del libero commercio e alla limitazione della migrazione di manodopera dall'UE. Ma ciò non era né realizzabile né poteva costituire un serio programma di politica economica.

I soliti resoconti sulla Brexit grondanti Schadenfreude, tuttavia, sono solo un'altra faccia della profonda ignoranza tedesca nei confronti delle preoccupazioni europee. Continuo a pensare che sia giusta l'analisi che individua le principali ragioni del voto britannico nel fallimento dell'Europa e dell'eurozona sui temi economici e in particolare nell'egemonia tedesca esercitata sin dall'inizio della crisi dell'euro. Se la crescita economica dopo il 2009 fosse stata anche solo la metà di quello degli Stati Uniti, e se alla Grecia fosse stato riservato un trattamento ragionevole e al tempo stesso umano, nulla lascia pensare che si sarebbe comunque arrivati alla Brexit.

Ritengo inoltre che un secondo referendum possa essere l'unica onesta via d'uscita da questa situazione complessa. All'epoca del voto sulla Brexit il popolo britannico ha deciso in una situazione di "errore oggettivo" perché nessuno gli aveva spiegato cosa sarebbe realmente accaduto in caso di uscita e quali condizioni potevano essere realisticamente negoziabili con il resto d'Europa. Ora che è stato redatto un progetto di accordo, in ogni caso è molto più facile farsene un'idea ragionata. L'argomento secondo il quale un altro referendum sarebbe una ferita per la società britannica è poco convincente. Un nuovo referendum sarebbe invece l'unico modo per riportare la società britannica su un percorso costruttivo, indipendentemente da come finirà.

Il vero fallimento

Ma le posizioni sull'UE presenti nel dibattito tedesco, fra di loro contrapposte, non riescono a individuare la vera posta in gioco. L'UE non può essere né santificata - indipendentemente da come appare e da come si comporta -, né lo scioglimento dell'Unione europea da solo può risolvere tutti i problemi. Albrecht Müller sulle Nachdenkseiten giustamente sottolinea che gli abusi neo-liberisti in Germania vengono perpetrati in maniera completamente indipendente dall'UE. Di solito non si dà sufficientemente evidenza al fatto che in Europa sotto la "leadership" tedesca le cose vadano oggettivamente molto male e che questo fatto sia tutt'altro che una coincidenza.

Il riferimento ai trattati europei e in particolare al trattato di Maastricht, firmato da tutti gli Stati membri, non aiuta a chiarire la questione. I trattati europei sono lo sbocco naturale del neoliberismo tedesco, spinto dalla CDU e dalla FDP dopo il "cambiamento spirituale e morale" nei primi anni '80. La maggior parte dei partner europei ha firmato i trattati europei nella speranza che alla fine "nulla venga servito cosi' caldo come è stato cotto". Bisogna andare incontro ai tedeschi per indurli, almeno formalmente, ad aderire all'unione monetaria, o meglio queste erano le aspettative prima della firma del Trattato di Maastricht. Piu' avanti poi, in qualche modo, si riuscirà ad includere la Germania in un quadro di interpretazione piu' pragmatica dei trattati.

Ed era un'aspettativa del tutto realistica data l'interpretazione flessibile che oggi viene data del ruolo della politica monetaria - e le critiche che ad essa vengono mosse. La BCE in maniera relativamente elegante si è sottratta all'ingessatura tedesca sul divieto di finanziamento agli stati attraverso una sua interpretazione della politica monetaria, che nel frattempo, su insistenza della Corte costituzionale tedesca, è stata piu' volte confermata anche dalla Corte di Giustizia Europea. Il Quantitative Easing era ed è una misura che si muove nella zona grigia dei trattati, chiaramente ragionevole, ma che dalla Germania è sempre stato attaccato con forza.

Quando si parla di politica monetaria, bisogna anche tenere presente che solo vent'anni fa in Germania, persino nominare la banca centrale in una dichiarazione politica era considerato un tabù politico. Oggi invece, ogni principe della provincia bavarese può criticare violentemente la BCE senza che a nessuno al Ministero delle Finanze o alla Cancelleria venga in mente di chiedere piu' moderazione alle parti nel criticare un'istituzione politicamente indipendente. Anche questo è un pezzo di normalità europea che si allontana in maniera positiva dal dogmatismo tedesco.

La vera disgrazia europea è avvenuta proprio nel momento in cui, dopo la crisi finanziaria globale, la grande, ma non ancora cosi' potente Germania è diventato il principale paese creditore e investitore. E a tal fine è stata decisiva la posizione di avanzo commerciale con l'estero dei tedeschi, ottenuta nei primi dieci anni dell'euro grazie al suo dumping salariale. Poiché per quei paesi che stavano perdendo l'accesso ai mercati finanziari la Germania restava la nazione creditrice più importante, il paese è finito in una posizione di potere che non era affatto in grado di gestire.

E poiché la Germania in termini economici sta andando ancora relativamente bene, negli ultimi anni è emersa una tipica mentalità da professorone tedesco che sta appesantendo l'Europa più di ogni altra cosa. Da un lato non c'è la volontà di prendere atto della  difficile situazione in cui si trovano gli altri paesi. E quando questa viene presa in considerazione, allora ti viene immediatamente detto che gli altri non hanno fatto i "compiti a casa". Proprio a nessuno in Germania viene in mente che fra nazioni civili non è affatto comune che ci sia un paese che distribuisce i compiti da fare agli altri paesi?

Ma il dogmatismo tedesco non avrebbe mai potuto giocare un ruolo decisivo nella crisi se la BCE avesse agito come una normale banca centrale. Se avesse trattato gli stati membri dell'unione monetaria come degli stati che hanno delle difficoltà sul mercato dei capitali, come del resto avrebbe dovuto fare la propria banca centrale. Tuttavia ha scelto di non farlo, mal giudicando i propri compiti, e li ha trattati allo stesso modo in cui il Fondo Monetario Internazionale tratta gli stati in crisi - inclusa la condizionalità neoliberista che ha aperto porte e portoni al dogmatismo tedesco.

Spirito tedesco ...

Non c'è nulla da minimizzare: il demone neo-liberista dell'UE ha sede a Berlino. Accanto alla politica salariale e al mercato del lavoro, la questione centrale resta quella del finanziamento agli stati da parte della banca centrale, questione che prima o poi porterà a una rottura. Nel lungo periodo un'unione monetaria può funzionare solo se la banca centrale in ogni situazione si considera come la banca centrale di ogni singolo paese. Ma qui, ancor più che nel quantitative easing, la BCE dal punto di vista tedesco è vincolata dal divieto di finanziamento agli stati previsto dal Trattato di Maastricht.

Ma ancora una volta la posizione tedesca è più che discutibile. Perché resta una questione completamente aperta decidere se ciò che dovrebbe fare la BCE in una situazione di crisi può essere ancora considerato come un qualsiasi finanziamento agli stati nel senso di quanto previsto dal Trattato di Maastricht. Ciò a cui il trattato si riferisce è senza dubbio il finanziamento a lungo termine della spesa pubblica, in quanto ci si aspettava che questo avrebbe potuto portare all'inflazione. Abbiamo dimostrato in piu' occasioni che ciò è sbagliato; ma durante una crisi non si tratta mai di questa eventualità, ma di qualcosa di completamente diverso.

Una grave situazione di crisi significa che il mercato dei capitali si aspetta che un paese non sarà più in grado di rimborsare i prestiti contratti in euro. Se la banca centrale vuole bloccare queste aspettative, come del resto fanno ogni giorno molte banche centrali in caso di speculazione sulla valuta, deve acquistare titoli di stato del paese interessato. Poiché nell'unione monetaria non ci sono piu' le diverse valute, il rendimento dei titoli di stato funge da surrogato per la valutazione del movimento di una valuta, in quanto fa riferimento al prezzo di un titolo scambiato a livello internazionale.

Se la BCE in una situazione estrema dovesse operare una "gestione dei corsi" si metterebbe di traverso alle aspettative dei mercati poiché ha deciso che queste sono sbagliate o eccessive. Allo stesso modo la Banca nazionale svizzera (BNS) da anni gestisce il corso del franco e contemporaneamente "finanzia" gli eurostati dato che invece di mantenere in contanti il denaro convertito in euro acquista obbligazioni governative. Perché la BCE non dovrebbe fare ciò che invece è naturale per la banca centrale svizzera? Ovviamente finanziare gli stati della zona euro non è un obiettivo della BNS, si tratta piuttosto di una politica per contrastare i movimenti irrazionali del mercato e nient'altro.

... il demone tedesco

Tuttavia la "legalizzazione" di queste semplici operazioni di politica monetaria, lo si può già immaginare, è sicuramente destinata a fallire a causa del demone tedesco degli ultimi dieci anni. Perché non solo non abbiamo imparato nulla, ma anche perché in programma ci sono dei concreti passi indietro. Nell'ambiente degli economisti e dei politici conservatori tedeschi viene generalmente accettato il fatto che per rendere l'unione monetaria "a prova di futuro" sia necessario un totale divieto di intervento della BCE. E ciò significa nient'altro che proprio il principale paese responsabile della miseria vuole ritirare dal commercio i farmaci per la sua cura. Per i paesi partner ciò significava dover vivere con un trattato che nessuno avrebbe mai voluto fosse in questa forma, perché nessun paese con la firma del trattato di Maastricht intendeva rinunciare ad avere una banca centrale. Nessuna persona ragionevole lo può desiderare e con un tale errore di costruzione l'unione monetaria non può certo sopravvivere. Uscire potrebbe essere una follia, ma anche restare dentro certamente lo è.

Posso solo ripetere quello che ho già detto in piu' occasioni: chiunque voglia riformare l'Europa non si deve spostare a Bruxelles ma a Berlino. Chi come tedesco mette in discussione l'unione monetaria perché non vuole prendere in considerazione il giudizio di Bruxelles sui problemi strutturali della costruzione, deve immaginare la follia senza limiti con cui dovrebbe confrontarsi nel caso in cui ci fosse un governo tedesco non piu' legato all'Europa. Chi come me, con consapevolezza dei fatti, ha vissuto il modo in cui una coalizione permanente (non eletta) fra una Bundesbank tedesca "indipendente" e quasi ogni governo di ogni colore nel corso dei decenni ha preso una decisione sbagliata dietro l'altra, avrà i brividi ad immaginarsi un governo tedesco finalmente "liberato" dai vincoli europei.
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sabato 26 gennaio 2019

Bisogna aver paura degli artigli dell'Aquila?

"Non ci sono due Germania, una buona e una cattiva...La Germania cattiva, è solo il fallimento di quella buona, il buono nella sfortuna, nella colpa e nella rovina", scrive German Foreign Policy nel suo editoriale di gennaio. Bellissima riflessione storico-politica del direttore di GFP, Hans-Rüdiger Minow, in occasione della recente firma del trattato di Aachen con il partner francese.




Sicuramente conoscerete l'Aquila tedesca che ancora oggi si può vedere sulle bandiere issate davanti ai giardini privati ​​tedeschi - e che è anche l'icona di stato della Repubblica Federale.

Ciò che normalmente sventola in modo innocuo tra le aiuole tedesche è anche il simbolo di un'egemonia che proietta ombre pesanti su tutta l'Europa.

Queste ombre (economiche, politiche e culturali) però non si riescono sempre a vedere, perché nei racconti ufficiali vengono continuamente ritoccate.

Il ritocco non è una censura:

i racconti ufficiali perdono cosi' i loro contorni piu' problematici. Ci vengono risparmiate le realtà piu' oltraggiose. I contorni diventano più morbidi, diventano un'abitudine, fino al momento in cui nessuno sentirà piu' il bisogno di alzare la voce.

Nella realtà, nell'ombra quotidiana fatta di condizioni di vita profondamente disuguali, mentre alcuni in Europa continuano a cercare bottiglie riutilizzabili nei contenitori dei rifiuti, altri invece, nella luce del sole se la passano piuttosto bene. Ma dire che se la passano bene in questo caso non è abbastanza. Sprecano, scialacquano - e in una misura tale da rendere la ricchezza qualcosa di non piacevole: a guardarla sembra davvero un'oscenità.

Ed è proprio il dominio tedesco sull'Europa a stabilizzare queste condizioni - dal punto di vista economico, politico e culturale.

L'icona dell'Aquila che distende le ali, raffigurata sulle bandiere tedesche, risale all'idea di un "impero" continentale. Per questo nella tedesca Aachen ogni anno viene assegnato un premio che porta il nome di un sovrano medievale, un re che secondo i nostri standard attuali dovremmo considerare un barbaro. Il suo "impero", a cui è legato il cosiddetto premio Karlspreis, era un impero che espandeva costantemente la sua base economica attraverso continue guerre.

L'idea del Reich, dopo Carlo, il cosiddetto "Magno", nella storia nazionale tedesca è sempre stata una forte tentazione e un immenso pericolo per i vicini dei tedeschi in Europa ...

Dopo le guerre perse, "l'aquila imperiale" veniva raffigurata con le ali appese - come nel simbolo di stato della Repubblica di Weimar ...

... in tempi di ambizioni egemoniche e di dominio sull'Europa, queste ali sono cresciute di nuovo e gli artigli sono tornati minacciosi - come nell'emblema nazionale di ogni"Reich" tedesco, nel 1945 martoriato militarmente....militarmente...ma economicamente e politicamente è rimasto intatto. L'aquila continua a volteggiare.

Lo stato tedesco di oggi pensa di essere "identico al Reich tedesco". L'icona dell'aquila nello stemma della Repubblica Federale sottolinea questa ambizione "imperiale". Come un' ombra cupa che non si proietta solo sull'Europa:

Berlino è diventata egemone sul continente.

Appena riunificata, ha condotto una guerra in violazione del diritto internazionale (almeno una), per la distruzione della Repubblica di Jugoslavia...la Germania si è presentata sulla scena internazionale come una potenza in grado di ristabilire l'ordine. Berlino la chiama "Weltpolitik".

I diritti umani sono il pretesto per questa "politica mondiale". Berlino persegue la tutela dei cosiddetti diritti umani soprattutto nell'Europa dell'est, proprio nel luogo in cui milioni di persone sono state derubate dei loro più elementari diritti umani all'ombra dell'Aquila: hanno perso la loro vita e la loro umanità mentre morivano sotto gli stivali dei soldati tedeschi.

Berlino nel frattempo ha iniziato a immischiarsi anche in Cina, meno per i diritti umani, molto di piu' per la pressione economica e geopolitica che può esercitare su di essa... Berlino cerca di riorganizzare l'Africa...Berlino invia truppe tedesche.

L'ampliamento e la radicalizzazione del colpo d'ala tedesco sta prendendo proprio quelle forme tanto temute quando i confini dell'Europa centrale e orientale sono crollati.

Le conseguenze della leadership tedesca nell'Europa dell'UE da molto tempo ormai sono un tema quotidiano nei paesi dell'Europa meridionale e sud-orientale. L'aquila anche se in una forma graficamente rivista, ma con ali decisamente aperte e gli artigli chiaramente visibili, è nuovamente riconoscibile.

Questa sensazione di déjà-vu e di aver già visto qualcosa di simile, rende l'icona dell'aquila nell'emblema di stato della Repubblica Federale un simbolo minaccioso.

La minaccia si fonda sull'eccezionale potere economico tedesco - e sulle esercitazioni militari alle quali si sono uniti anche i governi neoliberisti dei vicini paesi dell'Unione europea. A Berlino si discute apertamente di armi nucleari - con l'obiettivo di una "compartecipazione tedesca".

Bisogna aver paura della Repubblica Federale Tedesca? Dipende.

Chi ha fiducia nei risultati raggiunti dalla cultura tedesca dirà di no. Chi ha conosciuto la freddezza e la mancanza di scrupoli dei tedeschi starà in guardia.

Thomas Mann nel 1945 ha detto:

"non ci sono due Germania, una buona e una cattiva...La Germania cattiva, è solo il fallimento di quella buona, il buono nella sfortuna, nella colpa e nella rovina."

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venerdì 25 gennaio 2019

NordLB, ovvero la prossima fornace di denaro pubblico

Dopo il disastro finanziario di HSH Nordbank - la Landesbank di Amburgo - la prossima fornace di soldi pubblici sarà la Landesbank della Bassa Sassonia e del Sachsen-Anhalt, e cioè la Norddeutsche Landesbank (NordLB). La banca pubblica di Hannover deve trovare alla svelta 3.5 miliardi di euro di capitale e anche se nella banca dovessero entrare i fondi privati, il conto per il contribuente tedesco alla fine sarà molto alto. Ne scrive N-TV


“Non useremo mai piu' i soldi dei contribuenti per salvare le banche”, era la promessa che la politica aveva fatto dopo la crisi finanziaria. Ma dopo la debàcle causata dalle perdite di HSH Nordbank, una minaccia identica arriva ancora una volta proprio dal nord della repubblica federale.

Se la Bassa Sassonia dovesse indire un concorso per scegliere chi è piu' bravo a raccontare balle, Peter-Jürgen Schneider e Reinhold Hilbers avrebbero delle ottime possibilità di vincere. Uno è stato ministro delle finanze regionale fino a novembre 2017, l'altro gli è subentrato subito dopo. Ed entrambi si sono dati molto da fare per minimizzare agli occhi del pubblico la disastrosa situazione finanziaria della Norddeutsche Landesbank (NordLB).

Nel giugno 2016, in merito all'acquisizione da parte di NordLB della dissestata Bremer Landesbank, l'uomo della SPD Schneider dichiarava ad "Handelsblatt": "possiamo farlo in maniera amichevole". Esiste la minaccia di un significativo deterioramento del coefficiente patrimoniale di NordLB? "No, la dimensione dell’acquisizione è sopportabile." Un errore fatale. Soprattutto a causa dei crediti verso le compagnie navali che la banca di Brema ha portato con sé nel nuovo gruppo, problema che NordLB ha dovuto affrontare nel 2016 facendosi carico di una perdita di quasi due miliardi di euro.

Hilbers, all'epoca ancora vice capo-gruppo della CDU nel parlamento regionale, si lamentava per la politica della “scatola nera” di Schneider. Sei mesi prima delle elezioni dell'ottobre 2017 affermava infatti che il parlamento e l'opinione pubblica avevano il diritto di sapere "quale avrebbe dovuto essere l'adeguamento del valore per poter portare a termine il negoziato per l'acquisizione". Pochi giorni dopo le elezioni con le quali la coalizione rosso-verde era stata sostituita da una Große Koalition sono subito comparse le prime speculazioni su una presunta iniezione di liquidità necessaria. All'epoca si parlava ancora di un miliardo di euro. Schneider dichiarava: "Al momento non c'è bisogno di capitale aggiuntivo". Al momento, naturalmente.

"Sempre più nuvoloso"

All'epoca Hilbers riteneva che per la Landesbank sarebbe stato "molto ambizioso" riuscire a raccogliere almeno un miliardo di euro con le proprie risorse. Il cristiano-democratico non aveva ancora sostituito il suo collega della SPD nel ruolo di Ministro delle finanze e capo del consiglio di sorveglianza di NordLB, che già iniziava ad abbellire la situazione e a cercare di prendere tempo. C'è sempre stata molta insoddisfazione nel parlamento regionale in merito alla sua politica di comunicazione sulla reale condizione della banca. Christian Grascha, esperto finanziario della FDP, affermava: "L'informazione ai deputati da parte del governo è scarsa e la gravità della situazione continua ad essere minimizzata". La sua controparte nei Verdi, Stefan Wenzel, descriveva le dichiarazioni pubbliche di Hilbers come "sempre più nebulose".

Hilbers nel febbraio 2018 aveva dichiarato alla "Braunschweiger Zeitung": "la questione di un aumento di capitale da parte dei proprietari al momento non si pone". La situazione della banca è "stabile". In realtà da tempo era ormai chiaro quanto la situazione della banca fosse pessima. Si dice che Thomas Bürkle, il capo della banca, già nel dicembre 2017 avesse chiesto nuovi soldi alla tesoreria della regione. All'improvviso Hilbers ha annunciato: "La NordLB non dispone di capitale proprio a sufficienza". I suoi esperti hanno avviato ogni sorta di considerazione sul modo in cui si poteva rafforzare finanziariamente il gruppo bancario. Ma molte di queste simulazioni sono state affondate perché legalmente, politicamente oppure per via di Bruxelles apparivano come impraticabili

Nel frattempo dal tetto della banca i passeri hanno iniziato a cantare: mancano 3,5 miliardi di euro. E questo nonostante tutti i progressi fatti nella ristrutturazione. Dopotutto nel 2017 la banca aveva di nuovo registrato un utile di 195 milioni di euro. Lo stock di prestiti alle compagnie navali, crediti particolarmente vulnerabili, era sceso a 7,3 miliardi di euro. Nonostante ciò lo scorso autunno il gruppo ha ottenuto il peggiore risultato nello stress test della vigilanza bancaria europea fra tutte le otto principali banche tedesche controllate. Per il 2018 NordLB registrerà un altro esercizio in perdita, dovuto proprio alla sua riorganizzazione: vuole tagliare 1.250 posti di lavoro entro la fine del prossimo anno e per questo sta accantonando denaro.

Una cosa è certa: la società non sarà in grado di soddisfare le aspettative dell'Autorità Bancaria Europea con le proprie forze, vale a dire trovare i miliardi necessari nei primi tre mesi del 2019. Le autorità di Bruxelles infatti prestano molta attenzione alla provenienza dei soldi. Se sospettassero dei sussidi nascosti, potrebbero intervenire vigorosamente come è già accaduto con la WestLB.

Il problema dovrà essere risolto prima di tutto dalla regione della Bassa Sassonia, che possiede il 60 % della banca. Le Casse di Risparmio partecipano con un buon 26 %, la Sassonia-Anhalt con poco meno del 6 %. Il Ministro delle finanze ha teoricamente due opzioni: versare denaro dei contribuenti proveniente dalle casse dello stato oppure far salire a bordo dei finanziatori privati.

Cerberus è interessato

In effetti gli investitori privati hanno bussato alla porta di Hilbers già a metà del 2018. I cristiano-democratici sono piu' aperti nei confronti di una partecipazione del capitale privato rispetto a quanto non lo sia la SPD, con la quale la CDU governa la Bassa Sassonia. Il sindacato Ver.di. boccia senza appello la privatizzazione: "le banche private sono essenzialmente interessate ai guadagni di breve termine, mentre NordLB intende sostenere l'economia della Germania settentrionale nel lungo periodo", dichiara Ver.di. L'esperto finanziario di Ver.di. Wenzel afferma: "la banca minaccia di entrare in una situazione di dipendenza problematica nei confronti di alcuni hedge fund".

Eppure tutto sembra portare a questa strada: Commerzbank, che sorprendentemente - e probabilmente mai seriamente - si era candidata per rilevare NordLB, è sparita altrettanto rapidamente dalla gara, come del resto ha fatto la Landesbank Hessen-Thüringen (Helaba). In corsa restano i fondi statunitensi Cerberus, Centerbridge e Apollo. Cerberus è uno degli acquirenti di HSH Nordbank, che i Laender  Amburgo e Schleswig-Holstein dopo le ingenti perdite causate dai prestiti navali e sotto pressione di Bruxelles hanno dovuto vendere.

Le società di private equity come Cerberus sono dei freddi calcolatori e dei duri negoziatori. Come è già accaduto con HSH difficilmente oseranno entrare in NordLB senza avere una copertura pubblica sui rischi nascosti nel bilancio. Potrebbero pertanto chiedere garanzie allo stato nel caso in cui i prestiti navali tossici diventassero inesigibili. Questo crea un senso di allarme tra le casse di risparmio, le quali dovrebbero prendere in considerazione un possibile ricorso al loro fondo di tutela. Secondo un rapporto del "Börsen-Zeitung", non commentato ufficialmente, le casse di risparmio della Bassa Sassonia hanno completamente cancellato il valore contabile in bilancio della loro quota in NordLB. Costo: 400 milioni di euro.

L'esperto finanziario della FDP Grascha è alquanto arrabbiato per "l'assenza di qualsiasi piano da parte del governo regionale e del ministro delle Finanze", fatto che ci ha portati in un vicolo cieco: "e ora ci saranno miliardi di euro di oneri aggiuntivi per i contribuenti della Bassa Sassonia". Hilbers dovrebbe premere "reset" e avviare un nuovo processo con chiari obiettivi strategici. Grascha ricorda ai politici la promessa fatta dopo la crisi finanziaria globale di dieci anni fa: non salveremo mai piu' le banche con i miliardi provenienti dalle tasse. "E' finita quell'epoca", dice, aggiungendo: "speriamo."

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giovedì 24 gennaio 2019

Perché l'asse franco-tedesco è un bluff

"Il trattato del 1963 è stato il simbolo di una svolta storica: la fine della "secolare ostilità" fra i due paesi. (...) Il nuovo accordo invece è l'espressione di quello che oggi nelle relazioni franco-tedesche ancora funziona - cioè, molto, molto poco", scrive su Makroskop Peter Wahl, giornalista, scrittore ed attivista tedesco. Per l'autore il nuovo trattato di amicizia franco-tedesco esprime piu' che altro la debolezza francese ed è un compromesso per forza di cose vago fra interessi profondamente divergenti. Ne scrive Peter Wahl su Makroskop.eu


Il 22 gennaio 1963 Charles de Gaulle e Konrad Adenauer firmavano il trattato dell'Eliseo, il simbolo della fine della "secolare ostilità" tra Francia e Germania. Esattamente 55 anni dopo, Merkel e Macron, questo martedì hanno firmato ad Aquisgrana un nuovo trattato di amicizia.

L'idea di un nuovo Trattato dell'Eliseo 2.0 arriva da Emmanuel Macron. Era una delle sue proposte di riforma per la politica europea annunciate nel corso del suo famoso discorso alla Sorbona nel settembre 2017. All'epoca il neo-presidente francese pensava di poter prendere due piccioni con una fava: ridare slancio all'Eurozona e al tempo stesso provare almeno a frenare il declassamento della Francia verso il ruolo di junior partner dei tedeschi, se non addirittura di rendere la Francia great again. Il nuovo trattato di amicizia era stato pensato come un lubrificante aggiuntivo di questo processo.

Macron non è riuscito a rimettere in pista l'Eurozona. Prima di tutto a causa del governo tedesco. Quello che restava dei suoi piani, nel giugno 2018 è stato fissato nella Dichiarazione di Meseberg. [1] Invece di un budget della zona euro per "diversi punti percentuali di PIL" come aveva chiesto, c'è solo l'impegno a lavorare, nell'ambito dei negoziati sul bilancio UE, per una posta speciale di poche decine di miliardi di euro. Invece di un Fondo monetario europeo, viene stabilizzato il fondo anti-crisi ESM. Invece di un ministro delle finanze e di un parlamento dell'Eurozona c'è il vuoto. E anche sull'unione bancaria, che dieci anni dopo il crash non è ancora completata, Berlino continua a frenare.

Poco ambizioso

E proprio per non lasciare Macron completamente a mani vuote, il nuovo trattato di amicizia dovrebbe funzionare piu' che altro come una consolazione. L'accordo non riesce davvero ad impressionare nessuno. Le Monde deluso lo descrive come "poco ambizioso". Accanto alla retorica sull'amicizia europea, i 28 articoli contengono molte dichiarazioni di intenti, ma nulla di concreto.

Un esempio tipico: la politica estera dovrebbe essere coordinata in maniera piu' stretta, anche all'ONU (articolo 8), dove Berlino attualmente ha un seggio non permanente nel Consiglio di sicurezza. La realtà è diversa: Olaf Scholz lo scorso novembre aveva chiesto che la Francia metta a disposizione dell'UE il suo seggio permanente e il diritto di veto associato. A giudicare dalle reazioni acide provenienti da Parigi è diventato subito chiaro che l'amore francese sia per l'UE che per la Germania è così grande che proprio su uno dei pochissimi terreni sui quali Parigi mantiene ancora lo status di grande potenza la Francia non intende indietreggiare di un solo millimetro [2]. Nel trattato resta solo una frase molto diplomatica non vincolante:

"L'ammissione della Repubblica Federale Tedesca al seggio di membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è una priorità della diplomazia franco-tedesca".

E questo stile attraversa l'intero documento. Anche per quanto riguarda la cooperazione militare, dove l'obiettivo principale di Macron è quello di far sostenere ai tedeschi una parte del costo delle operazioni militari francesi nelle ex colonie. Mentre la comunità politico-militare in Germania specula sfacciatamente sulla "compartecipazione al nucleare" dei tedeschi, eventualmente anche alla Force de frappe francese [3]. Gli interessi sul tema sono così divergenti che il contratto resta molto vago.

Anche su argomenti piuttosto innocui, come la promozione delle lezioni scolastiche nell'altra lingua, rivendicazioni e realtà divergono. Anche sotto la presidenza di Hollande, solo con un grande sforzo e con tanto rumore si era riusciti ad evitare una drastica riduzione delle ore di tedesco nelle scuole francesi. Anche i bambini francesi oggi preferiscono imparare l'inglese.

Altri articoli del Trattato confermano quello che già funzionava anche senza il trattato di amicizia, come ad esempio la realizzazione dei progetti per la difesa comune e l'intensificazione della cooperazione militare nel quadro della cosiddetta Cooperazione strutturata permanente  (PESCO) dell'UE (art. 3-5), oppure una piu' stretta cooperazione nell'ambito dello sviluppo dell'economia digitale, dell'intelligenza artificiale e dell'industria digitale (articolo 21).

L'ambizione di portata decisamemente maggiore è quella di sviluppare "una integrazione delle economie verso un'area economica franco-tedesca con regole comuni " (articolo 20). Se l'argomento venisse  affrontato in maniera seria, da un punto di vista politico europeo sarebbe senza dubbio interessante, in quanto equivarrebbe al concetto di „Kerneuropa“. Macron in passato aveva già dichiarato di essere un sostenitore "dell'Europa a due velocità". Una Kerneuropa tuttavia non farebbe altro che approfondire la differenziazione del livello di integrazione rispetto alle quattro o cinque velocità già esistenti adesso, intensificando ulteriormente le tendenze centrifughe in tutta l'UE.

D'altra parte, le differenze strutturali tra il modello tedesco della valuta forte e orientato all'esportazione e il sistema monetario debole orientato verso la domanda interna, tipico della Francia, probabilmente porranno dei limiti abbastanza rigidi al livello di integrazione possibile tra le due economie. Il recente rifiuto da parte del governo federale di seguire la proposta francese e di introdurre una tassa digitale sui giganti Internet parla da solo.

Il bilancio economico di Macron è magro

Anche la promessa fatta da Macron di rilanciare l'economia francese non si è trasformata in realtà. La crescita è scesa dal 2,2% del 2017 all'1,7% del 2018, ampiamente al di sotto della media della zona euro (2,1%). [4] Per il 2019 e il 2020 è prevista all'1,6%, da ottenere principalmente con la domanda interna. Il tasso di disoccupazione a fine 2018 è sceso di poco sotto il 9 %. Anche questa non è stata una pagina gloriosa. Il debito pubblico si attestava al 98,7% del PIL nel 2018 e dovrebbe scendere di poco passando al 97,2% entro il 2020. Il disavanzo delle partite correnti rimane invariato allo 0,6 per cento del PIL. Il "campione del mondo dell'export" ha un surplus del 7,8 % del PIL. La Germania è il principale partner commerciale della Francia, mentre la Francia è al secondo posto tra i partner tedeschi. Quindi, ancora una volta, Macron, che ha iniziato il suo mandato parlando di una presidenza da "padre degli dei", si è invece ridotto a a  dimensioni piu' umane. L'operazione "Make France great again" per il momento è sospesa

I Gilets jaunes

Ma Macron il colpo piu' duro l'ha ricevuto dal movimento dei Gilets jaunes. All'inizio c'è stata molta incertezza nella valutazione delle proteste - anche in una parte della sinistra. Sono letteralmente usciti dal nulla e non sembravano adattarsi allo schema familiare dei movimenti sociali. Né le scienze sociali, né i sindacati, né i partiti di sinistra avevano notato nulla. I protagonisti non erano mai stati politicamente attivi prima. Sostenevano di non essere né di sinistra né di destra e si opponevano ad ogni cooptazione dall'esterno. Sono state respinte le strutture organizzative centrali e la rappresentanza sovraregionale.

Da parte del governo inizialmente è stato avviato un duro scontro. Il Ministro del Bilancio Gérald Darmanin ha parlato di "peste bruna". Ma anche con tutte le peculiarità del movimento ben presto si è capito che le diverse rivendicazioni potevano trovare un punto in comune nel contrasto alle riforme neo-liberiste di Macron."Si tratta in sostanza di una rivolta anti-liberista" [5]. Per questa ragione in poco tempo il movimento ha ottenuto la simpatia di due terzi della popolazione e il sostegno della maggioranza della sinistra francese.

Ciò che i sindacati e la sinistra non erano mai riusciti a fare, dopo solo tre settimane invece è riuscito ai gilet jaunes: Macron è stato costretto a fare concessioni in materia di politica sociale. L'aumento della tassa sul diesel, detonatore del movimento, è stato ritirato e sono state approvvate misure di politica sociale per un volume di 10,3 miliardi di euro.

Nessuno può sapere come il movimento potrà andare avanti. Potrebbe stancarsi e disintegrarsi, ma potrebbe anche arrivare a nuovi estremi, come ad uno sciopero generale. Tuttavia ci sono già degli effetti che vanno ben oltre la politica sociale:

- Merkel è un'anatra zoppa, a Londra c'è il caos, il governo socialdemocratico di minoranza a Madrid non andrà avanti a lungo e l'Italia non scoppia dalla voglia di assumere la leadership politica in Europa, la grande speranza della politica europea di Parigi ormai è tramontata;

- sullo sfondo la Brexit, Trump, il rallentamento dell'attività economica e tutti gli altri problemi irrisolti dell'UE, in questo quadro la sua politica europea e la sua capacità di risolvere i problemi continueranno a diminuire;

- non dovrebbe essere possibile continuare con il programma di riforme à la Hartz-IV di Macron. Se dovesse proseguire il suo corso neoliberale rischia una resistenza ancora più grande di quanto non stia già accadendo ora;

- le tensioni interne nella sua République en Marche sono aumentate bruscamente. Il presidente anche fra le sue fila non è più indiscutibile;

- la Francia probabilmente infrangerà i criteri di Maastricht con il 3,2% di deficit. Senza le coperture potrebbe arrivare al 3,4 %. Prima delle proteste era previsto solo il 2,8%. Quindi nella gestione della crisi dell'euro la posizione di Macron di fronte a Berlino e agli altri intransigenti è praticamente inconsistente;

- nelle elezioni per il Parlamento europeo di maggio Macron rischia una pesante sconfitta. Diversamente da qualsiasi altra elezione, si vota con un sistema elettorale puramente proporzionale, vale a dire che verrà mostrato l'effettivo equilibrio di potere in maniera ragionevolmente realistica. Nei sondaggi, il "salvatore d'Europa" da diversi mesi resta sotto il 20 %. Al vertice c'è Marine Le Pen, che dopo la sconfitta alle elezioni presidenziali, da molti veniva data per politicamente morta. Sebbene il Parlamento europeo in termini di potere politico non sia molto rilevante, le prossime elezioni avranno un alto significato simbolico.

Il trattato del 1963 era il simbolo di una svolta storica: la fine "dell'ostilità secolare" fra i due paesi. Non deve essere glorificato, perché in quel momento a formare il quadro in cui si inseriva il trattato dell'Eliseo c'erano pochi sentimenti nobili attintenti alla sfera delle relazioni interpersonali, come ad esempio la riconciliazione e l'amicizia, ma piuttosto dei duri fatti geopolitici - come la totale disfatta militare della Germania e la guerra fredda. Ma era di importanza storica. Il nuovo accordo invece è l'espressione di quello che oggi ancora funziona nelle relazioni franco-tedesche - cioè, molto, molto poco.


[1] PRESSE- UND INFORMATIONSAMT DER BUNDESREGIERUNG. Erklärung von Meseberg. Das Versprechen Europas für Sicherheit und Wohlstand erneuern. 19.6.2018. https://www.bundesregierung.de/Content/DE/Pressemitteilungen/BPA/2018/06/2018-06-19-erklaerung-meseberg.html
[2] Le Figaro, 30.11.2018; S.8
[3] Major, Claudia (2018): Germany’s Dangerous Nuclear Sleepwalking. Carnegie Europe.
http://carnegieeurope.eu/strategiceurope/?fa=75351&utm_source=rssemail&utm_medium=email&mkt_tok=eyJpIjoiTURFME1EaGxaRFE0Wm1ZeiIsInQiOiIzVm1ZY1g1NXBmUFp2Wm5YejMyYThnZGl3N1REM25VTVhQN2l5dHJQZ2tyZnlva2NuUzVXTUJvMmZLTURtOUZQdGEwXC9MbEsyejd6UTNBZlJQb3BTOERjWUx0RFZTYzJ4Q21HalRJMHhkMENVZDBneW5uM3d6Sjh5elBiNlF2TUwifQ%3D%3D
[4] Alle Zahlen in diesem Absatz nach: Wissenschaftlicher Dienst des Deutschen Bundestages; Referat PE 2 EU-Grundsatzangelegenheiten, Fragen der Wirtschafts- und Währungsunion. Aktuelle wirtschaftliche Lage in Frankreich und Auswirkungen der Protestbewegung „gilets jaunes.” Stand: 11. Januar 2019
[5] Aus der knappen, aber ziemlich treffende Analyse der Bewegung (in deutscher Sprache) unter: https://www.attac.de/fileadmin/user_upload/Kampagnen/Europa/Downloads/Attac_DE-Projektgruppe_Europa_-_Solidarita__t_mit_Gelbwesten_18jan2019.pdf


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