giovedì 1 dicembre 2016

Lavoro in affitto, schiavitu' moderna?

NachDenkSeiten.de intervista Mag Wompel, giornalista, sociologa ed attivista sindacale, impegnata nella difesa dei diritti dei lavoratori interinali.  

Fra i meccanismi che nel nostro paese favoriscono l'impoverimento e la diffusione della miseria, accanto ad Hartz IV, c'è soprattutto il cosiddetto lavoro in affitto (Leiharbeit), con il quale i lavoratori vengono dati in affitto, come se fossero merci, e spesso sono costretti a vivere in condizioni precarie e in povertà. Nonostante la posizione espressa dalla confederazione sindacale DGB, stesso salario per lo stesso lavoro, c'è da temere che anche la prossima tornata di contrattazione collettiva non cambi la situazione. Intervista alla giornalista e attivista sindacale Mag Wompel.

Frau Wompel, abbiamo già parlato piu' volte della logica disumana di Hartz IV, e del fatto che con Hartz IV le élite abbiano aperto il fuoco automatico sui salariati. Quali sono le conseguenze concrete?

Io preferisco parlare di leggi Hartz, poiché l'Agenda 2010, in tema di politica sociale e del lavoro, non si è occupata solamente di ridurre i diritti dei disoccupati, al suo interno contiene infatti anche norme di deregolamentazione massiccia, ad esempio per quanto riguarda il lavoro interinale. Si tratta di un elemento particolarmente significativo in quanto i lavoratori possono essere messi sotto pressione con due morse: da un lato la paura della disoccupazione, dall'altro la paura dell'impoverimento e della privazione dei diritti nei periodi di disoccupazione. 

Vorrei ribadire che nel nostro paese ci sono circa 5 milioni di persone che non possono vivere del loro salario e che per questo devono chiedere un sussidio Hartz IV. Detto diversamente, e considero questo punto importante, le aziende possono permettersi di pagare uno "stipendio" insufficiente per vivere. Prima, in queste condizioni, dovevano presentare istanza di fallimento, oggi al contrario fanno degli extra-profitti. Perchè? Perché noi lavoratori paghiamo una parte dei loro costi del personale. L'economia di mercato funziona in maniera splendida - soprattutto per il capitale, perché il rischio d'impresa è a carico delle  vittime del sistema.

Questa crescita massiccia della dipendenza dal salario è stata agevolata anche dalla condotta dei sindacati, sotto l'influenza del "feticcio del lavoro", come lo chiamo io: per loro "qualsiasi posto di lavoro" era molto piu' importante, ad esempio, della qualità della vita. E anche oggi, dopo molti anni, motivano la loro ridotta capacità di mobilitazione ripetendo che le leggi Hartz IV ne sarebbero la vera causa: tagli salariali, povertà, intensificazione del lavoro, straordinari non pagati, enormi disturbi da stress - tutto cio' per molti è sempre meglio dello spettro di Hartz IV.

E la situazione continua a peggiorare, perché una volta che la ricattabilità dei salariati è stata riconosciuta, non è facile levarsela di dosso. E non dobbiamo dimenticarlo: in piu' di 10 anni di leggi Hartz, oltre 10 milioni di persone sono entrate nell'inferno dei Jobcenter come clienti. 

Lei parla del lavoro in affitto come di un elemento molto importante in questo contesto. Che cosa si intende per lavoro temporaneo -  e come si è sviluppato nel nostro paese?

Legalmente si parla di lavoro temporaneo per nascondere il fatto che le persone sono date in affitto come se fossero merci: da un prestatore ad un altro che le prende in prestito. Noi invece preferiamo parlare di moderna "tratta degli schiavi". E come in ogni commercio anche qui alla fine ci deve essere un guadagno, che infatti i lavoratori interinali pagano con un salario che è fino al 40% inferiore rispetto a quello dei dipendenti a tempo indeterminato.

La diffusione dei bassi salari anche nel settore del lavoro interinale favorisce sempre piu' una sostituzione dei lavoratori fissi con i lavoratori temporanei. Molte aziende hanno un loro bacino di lavoratori da cui attingono. Quello del lavoro in affitto è stato un settore relativamente stabile e di nicchia fino al 2003: nel 1996 i lavoratori temporanei erano 177.935 mentre nel 2003 erano saliti a 327.789. Hanno continuato a crescere fino a triplicare nel 2011, mentre alla fine del 2016 gli interinali saranno probabilmente piu' di un milione.


Possiamo dire che senza il consenso dei sindacati non ci sarebbe stato il boom del lavoro in affitto?

La risposta piu' semplice è si'. Ma da un lato bisogna anche aggiungere che il lavoro temporaneo non è la sola forma di precarizzazione. La precarizzazione, in quanto condizione di vita e di lavoro non sicura e non pianificabile, inizia con i contratti di lavoro a tempo determinato, passa attraverso le clausole tariffarie diversificate e finisce con i contratti d'opera. Gli ultimi dati disponibili ci dicono che nel 2014 i contratti collettivi si applicavano solo al 45 % degli occupati.

Per i lavoratori a tempo quali sono gli elementi piu' negativi in questa situazione?

Possiamo dire che cosi' come i disoccupati e i migranti sono utilizzati contro la forza lavoro per ottenere rinunce salariali e peggiori condizioni, i lavoratori interinali svolgono lo stesso ruolo all'interno delle aziende nei confronti degli occupati stabili, a volte sono usati anche come "crumiri".

Il lavoro temporaneo non ha una buona reputazione, ed è normale che sia cosi'. I  lavoratori interinali spesso non hanno un'alternativa, in quanto la maggioranza delle posizioni aperte sono nel lavoro interinale e i Jobcenter le propongono ai disoccupati sotto la minaccia di sanzioni. Fino al 40% di salario in meno - con una forte differenziazione a seconda del settore - spesso senza alcun elemento salariale accessorio aggiuntivo e meno diritti. Dei loro pochi diritti la maggior parte non sa nulla, oppure se li conoscono vi rinunciano volontariamente, per paura di perdere il lavoro.

Dalle aziende sono considerati come un fattore per la riduzione del costo del lavoro, fanno paura ai lavoratori dipendenti stabili e in piu' sono un carico di lavoro aggiuntivo perché ogni volta devono ricevere la formazione necessaria. L'economia del lavoro temporaneo al contrario vive di queste differenze salariali e dell'arte di sottrarre una parte del salario alle sue vittime. Anche la nuova legge sui contratti a tempo non cambierà molto. 

Vuole aggiungere un'ultima parola?

Per uscire dalla trappola della ricattabilità di ogni posto di lavoro, che di fatto spinge i sindacati a considerare ogni lavoro temporaneo qualcosa che è sempre meglio della disoccupazione, dovremmo modificare il centro della nostra attenzione. L'immenso settore a basso salario, la diffusione della povertà fra i lavoratori, le divisioni che ci paralizzano, si fondano sull'accettazione su larga scala e a qualsiasi prezzo della dipendenza da un lavoro salariato.

I sindacati, e non solo, hanno perso di vista il fatto che il lavoro ha un senso sociale solo quando riesce a garantire le funzioni di sostentamento e di socializzazione e i suoi frutti hanno un'utilità sociale. Sappiamo che cio' molto spesso non accade. Perché allora non rimettiamo al centro la qualità della vita, e non iniziamo a valutare la qualità del lavoro secondo questo parametro?

lunedì 28 novembre 2016

Bombe tedeske

Secondo Berthold Kohler, condirettore della prestigiosa Frankfurter Allgemeine Zeitung, nel suo ultimo editoriale su FAZ.net, dopo l'elezione di Trump, per la Germania è arrivato il momento di dotarsi di un'arma nucleare. Da FAZ.net

Dato il terremoto geo-politico che con l'elezione di Trump potrebbe colpire il nostro continente, anche la Germania deve rivedere la sua politica di sicurezza.

Presto Frank-Walter Steinmeier si trasferirà al palazzo di Bellevue e la Germania avrà bisogno di un nuovo Ministro degli Esteri. La scelta del suo successore ancora non è stata fatta, la SPD sta prendendo tempo. Il nuovo Ministro degli Esteri dovrà rivedere la politica estera tedesca, in particolar modo la politica di sicurezza. Un "avanti cosi" sul percorso già noto non è possibile, soprattutto se nella politica mondiale dovessero materializzarsi quelle scosse geo-politiche che per ora sono solo state annunciate.

L'ordine sorto in Europa dopo la vittoria delle democrazie liberali occidentali sul dispotismo sovietico è entrato in crisi da quando Putin ha deciso di voler ridare alla Russia un ruolo di super-potenza. Anche la Cina qualche anno fa si è risvegliata dal suo torpore e ha iniziato a ricordarsi che i draghi hanno grandi aspirazioni. La spinta di entrambe le potenze ad estendere le loro zone di influenza viene contrastata da una contro-forza che da decenni garantisce la sicurezza dei suoi alleati in Europa e Asia: gli Stati Uniti d'America.

Che cosa accadrà all'architettura di sicurezza occidentale?

Si puo' e si deve sperare che Trump, quando si sarà ripreso dallo shock dell'elezione, impari alla svelta quali sono le responsabilità "dell'uomo piu' potente del mondo". Potrebbe anche diventare un presidente erratico che riesce a mantenere almeno alcune delle sue promesse, perchè se cosi' non fosse sarebbe bugiardo quanto il tanto criticato establishment. Anche se Washington non dovesse ritirarsi completamente dalle sue posizioni politiche e geografiche, e se anche lo scudo protettivo sugli alleati non dovesse crollare completamente, la convinzione che il destino dell'America sia indissolubilmente legato a quello dei suoi principali partner europei e del Pacifico è già stato messo in crisi, sia fra gli alleati che fra gli antagonisti. I dubbi seminati da Trump tuttavia mettono in crisi uno dei pilastri piu' importanti nell'architettura della sicurezza occidentale: la pace si crea con il potere dato da un deterrente.

Solo a sentirne parlare in Germania, dove ancora si sogna "di portare la pace senza armi", sono in molti a trasalire. La politica della deterrenza ha evitato che la guerra fredda si trasformasse in una apocalisse nucleare. La stabilità raggiunta grazie alle armi nucleari era infatti la base per una pacifica coesistenza e per le iniziative di disarmo, sulle quali anche Steinmeier ha investito una parte delle sue speranze politiche. Tuttavia per negoziare con successo con il Cremlino bisogna essere determinati e capaci di dimostrare di essere in grado di saper difendere i propri interessi, valori e alleati.

Un proprio deterrente nucleare

Se Trump dovesse restare sulle sue posizioni, allora l'America lascerà agli europei il compito di difendere l'Europa, compito che dal 1945 di fatto l'Europa non conosce piu'. Non sarebbe poi cosi' strano, ma certamente per molti europei sarebbe una sfida. Le conseguenze spiacevoli collegate, fino ad ora evitate grazie al tanto odiato ma molto comodo scudo americano, sarebbero molte: aumento della spesa militare, ad esempio, e ripristino della leva obbligatoria, di fatto delle linee rosse che per il cervello dei tedeschi restano alquanto inconcepibili. Fra le conseguenze ci sarebbe ovviamente anche un adeguato deterrente nucleare in grado di compensare i dubbi sulle possibili garanzie americane. Gli arsenali francesi e britannici nelle loro condizioni attuali sono troppo deboli. Mosca nel frattempo si sta riarmando.

Schierati su queste posizioni ("nessuna arma nucleare") ci sono proprio coloro che considerano Trump il peggior errore della storia americana, e sperano che alla fine ascolterà i suggerimenti di qualche consigliere saggio, o che magari si farà frenare dal sistema politico americano o forse interverrà una fata durante la notte a ridargli il senno politico. I responsabili della politica estera e della difesa europei e tedeschi, che intendono adempiere al loro ruolo e alle loro responsabilità, devono preparare i loro paesi all'eventualità che tutto questo non accada.

domenica 27 novembre 2016

Trump e i turbamenti dell'establishment tedesco

Ricevo da Claudio e molto volentieri pubblico. Ottima traduzione di un illuminante articolo pubblicato qualche giorno fa da RT Deutsch sulle reazioni dell'establishment tedesco dopo l'elezione di Trump. Grazie Claudio per la traduzione!


Le reazioni del mainstream tedesco in seguito alla vittoria elettorale di Donald Trump sono particolarmente significative, in quanto palesano il fatto che la Germania non sia semplicemente un vassallo degli Stati Uniti, bensì un componente essenziale del Neoliberalismo

Jean-Jacques Rousseau, uno dei grandi illuministi europei, fu colui che attribuì all'ultima regina di Francia Maria Antonietta la frase “Se non hanno più pane, che mangino brioche1!”, che sarebbe stata pronunciata proprio alla vigilia dello scoppio della Rivoluzione Francese.

Questo motto è divenuto un'icona linguistica per rimarcare la distanza tra le élite e le masse da loro governate; esprime l'ignoranza nei confronti delle esigenze e degli avvenimenti da parte di una classe dirigente immobilizzatasi nel proprio solipsismo, e che generalmente è l'elemento che fa sprigionare l'evento storico della rivoluzione.

Non è invece archiviabile come mera leggenda il fatto che fu Maria Antonietta a optare per una soluzione militare e che fece sfociare gli Stati Generali in un colpo di stato. Il risultato fu un acuirsi delle tensioni che accelerò lo sgretolamento dell'Ancien Régime. Anche in questo caso l'élite riteneva possibile ripristinare l'ordine (da non confondere con la pace) attraverso un intervento militare, nonostante l'inadeguatezza di tale strategia diventasse sempre più evidente con il passare dei giorni: non ci vuole una laurea in Psicologia per comprendere le dinamiche di tale meccanismo.

Eppure, anche nel caso in cui i paralleli con il presente risultino innegabili, la storia non si ripete mai in modo identico. La cognizione circa la dissociazione tra le élite occidentali e la vita quotidiana della maggioranza delle persone è ancora oggi, di nuovo, un tema decisivo. E la sensazione di trovarsi alla vigilia di un nuovo ordine mondiale è stata ulteriormente rafforzata dopo l'elezione di Trump a Presidente degli Stati Uniti. È in questi momenti di sconvolgimento dell'ordine vigente che si manifestano apertamente le fondamenta e l'impalcatura sulle quali poggia l'ordine stesso. Per un istante gli effetti speciali del palcoscenico si inceppano e, nel frattempo, diventa visibile il meccanismo che è adibito alla riproduzione artificiosa della realtà. Questo è quanto è avvenuto quel mercoledì mattina, quando sono diventati definitivi i risultati delle elezioni americane. Questi momenti di scombussolamento si stanno verificando sempre più spesso: la loro frequenza aumenta e ciò indica che qualcosa alla base non funziona più correttamente.

Attraverso il turbamento nella struttura ordinaria dello schema politico generato dal risultato elettorale americano si è potuto riconoscere per un momento il vero volto dell'establishment tedesco. Il rimprovero più volte sollevato nei confronti della Germania, ossia di essere un vassallo degli Stati Uniti, deve essere questa volta sospeso, in considerazione della reazione aggressiva dei politici e dei media mainstream.

Il ministro della Difesa tedesco Ursula von der Leyen esige da Trump una dichiarazione di lealtà riguardo l'alleanza NATO, la Merkel lancia ammonizioni circa il rispetto dei diritti umani e confonde per l'ennesima volta il concetto di identità sessuale, che nulla ha a che vedere con i diritti umani, professando con ciò la sua ignoranza a riguardo. Il populista (in materia economica), nonché Ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble si mostra preoccupato per l'indipendenza della FED – la Banca Centrale americana – e, a sua volta, mette in guardia dai populisti. Il Ministro degli Esteri Franz-Walter Steinmeier, che viene proposto come candidato per la carica di Presidente Federale, perde il proprio aplomb diplomatico e per il momento non si congratula per la vittoria elettorale, screditandosi per un qualunque incarico che richieda un certa discrezione. Probabilmente otterrà ugualmente quella carica, giacché, in definitiva, in un Ancien Régime non sono le qualifiche a risultare determinanti, bensì la rete di conoscenze.


Ad ogni modo cosa rivelano questi atteggiamenti inauditamente aggressivi da parte del mondo della politica?

L'ultima copertina dello Spiegel raffigura Trump come una meteora impazzita diretta contro la Terra e annuncia la fine del mondo (come noi lo conosciamo), lo Stern tratteggia un futuro a tinte fosche, lo Zeit non perde l'occasione di imprecare contro gli elettori, il Süddeutsche Zeitung riproduce un respiro agonico, mentre lo Springer Verlag impiega una buona mezza giornata prima di riprendersi, poi però il massacro parte anche lì.
Dopo quasi un anno di resoconti apocalittici sulle elezioni statunitensi, che toccarono l'apice preconizzando un disastro, i media non si sono fermati un attimo mantenendo imperterriti la loro scadente qualità e tentando addirittura di abbassare ancor di più il loro già squallido livello di giornalismo.


Cosa può spiegare questa follia mediatica?

Improvvisamente ai rappresentanti della politica e dei media saltano in mente fatti relativi agli USA che sarebbero stati liquidati come americanismo da strapazzo qualora fossero stati pronunciati solo due settimane prima.


Cos'è successo?

Di attinente con i fatti che si sono verificati o con quanto Trump farà non c'è assolutamente nulla, e in definitiva la campagna elettorale è stata condotta in modo indegno e non certo come una discussione o uno scambio argomentativo. C'è un programma elettorale e un breve discorso in cui Trump, all'indomani delle elezioni, ringrazia i propri elettori e finanche Hillary Clinton per il suo impegno in favore degli Stati Uniti, annunciando la sua volontà di riappacificare i partiti e di essere il Presidente di tutti gli americani. Professa di voler istituire un governo al servizio dei cittadini e annuncia un vasto programma per le infrastrutture, un progetto di crescita nazionale. Parimenti la sua politica estera è improntata alla riconciliazione: Trump vuole certamente perseguire gli interessi degli Stati Uniti mantenendo tuttavia un atteggiamento collaborativo e non ostile nei confronti degli altri Paesi. Ma in realtà lui non aveva mai dichiarato nulla di diverso; stona con l'immagine di psicopatico con cui era stato dipinto e risulta invece essere alquanto ragionevole. “Gli uomini e le donne finora dimenticati non saranno più abbandonati a sé stessi” è la chiosa passionale del suo breve discorso.

Cos'è allora che ha fatto scattare questa furia insensata da parte della politica e dei media tedeschi?Cosa ha indotto i telegiornali che avevano accompagnato in modo orribilmente grottesco le elezioni americane a pubblicare a quattro giorni di distanza dal risultato degli scrutini un articolo in cui si tenta di collegare la vittoria di Trump a un rigurgito di violenza razzista negli Stati Uniti? Nessuna testata giornalistica seria si lascerebbe mai scappare un'affermazione del genere perché nessuna fonte sufficientemente attendibile sarebbe in grado di dimostrarla.

La ricerca va condotta, come al solito, su quanto non viene detto. C'è un particolare della campagna elettorale di Trump che non è stato discusso qui in Germania: il neo presidente aveva annunciato di voler ripristinare posti di lavoro negli Stati Uniti, lanciando in questo modo il guanto di sfida alla Cina. L'agenda politica di Trump prevede dazi doganali e la Cina, come è noto, produce più di quanto consuma; la sua imponente crescita economica degli ultimi anni è dovuta, in larga parte, proprio all'export. Ciò nonostante, ultimamente sta facendo sempre più affidamento sul suo immenso mercato interno, distanziandosi progressivamente dal modello di crescita incentrato sulle esportazioni.

Nel globo terracqueo vi è però un altro Paese che ha promulgato a più non posso questo modello economico, sui cui media il titolo “Campioni del mondo dell'export” viene venerato come il vitello d'oro. Trump è stato il primo presidente americano dopo la Seconda Guerra Mondiale ad aver osato mettere in discussione il paradigma economico tedesco, ritenuto “asociale2” nei confronti del resto del mondo; tale modello consiste, in poche parole, nel contenere i salari nel tentativo di aumentare la produttività, affinché i beni possano essere esportati più facilmente all'estero. Questo però comporta inevitabilmente anche “un'esportazione di disoccupazione”: in questo modo la Germania sta promuovendo la disgregazione dell'Unione Europea (in particolare dell'Eurozona) e si ritrova ormai sul banco degli imputati a causa del suo surplus, che, da un lato, sta compromettendo il benessere degli altri Paesi e, dall'altro, produce un tipo di crescita che richiede inevitabilmente l'esclusione dei dipendenti salariati dai profitti generati, altrimenti il modello di crescita economica andrebbe in tilt.


Con Trump gli accordi internazionali liberistici come il TTIP vengono meritoriamente messi in soffitta.


L'arrivo di Trump rende però anche visibile ciò che finora era rimasto nascosto. Le élite tedesche non sono semplicemente un vassallo degli Stati Uniti, bensì un motore fondamentale di quel consesso che vorrebbe far attecchire in ogni angolo del pianeta la forma attuale di Neoliberalismo. Lo si può notare dal modo in cui salutano la conseguente militarizzazione e la frattura della società. Tale consenso annovera personaggi provenienti dall'intero spettro politico e mediatico: in ogni partito e in tantissimi mezzi di informazione ci sono singoli elementi che perseguono un certo tipo di politica, e nel complesso tutti i partiti e la totalità del sistema mediatico condividono l'agenda neoliberale.

Grazie a Trump è inoltre visibile quanto le élite tedesche abbiano subordinato il pensiero politico in favore delle Relazioni Pubbliche e del Marketing. Da tempo, ormai, non c'è più traccia – e questo ormai lo percepiscono e lo sanno in molti – di una ricerca di alternative e di un compromesso per il bilanciamento degli interessi di tutti i gruppi sociali in gioco; al contrario si procede con la propaganda più convincente possibile di una presunta mancanza di alternative a scapito della maggioranza delle persone. Tutto ciò non è più accettabile.

Gli sconvolgimenti scatenati dalle elezioni americane mostrano anche che in Germania non c'è un'alternativa di sinistra ad un Donald Trump. La sinistra, in seguito alla pressione derivante dalla caduta dell'Unione Sovietica negli anni '90, ha smesso di sollevare la questione della ridistribuzione dei profitti, per rincorrere quella della partecipazione e dell'inclusione. In termini cromatici, bandiere arcobaleno al posto di bandiera rossa. Questo è stato un errore madornale, ormai difficilmente lo si può negare. Gli Antifa sventolano bandiere in una dimostrazione anti Trump davanti all'Ambasciata di Berlino e reclamano pace e il rispetto dei diritti umani. L'imbarazzo, la goffaggine e l'inconsapevolezza che quelle immagini esprimono a livello psicologico fanno male. La sinistra in Germania assomiglia a un piccolo conglomerato conforme al sistema. Grazie a Trump si verificherà un maggior numero di rivendicazioni degne della vera sinistra rispetto a quanto è stato fatto sotto Obama o quanto si sarebbe fatto con la Clinton.

La Germania, i suoi partiti e le sue corporazioni svolgono un ruolo centrale in seno al progetto neoliberale di riorganizzazione del mondo. In quest'ottica la reazione al voto americano diventa facile da interpretare. Si capisce come mai la notizia che il presidente venturo voglia cercare di conciliarsi con la Russia scateni quest'ondata di panico. Per un istante il telone è stato stracciato: pace e accordi con la Russia? Per il ministro della Difesa tedesco, per i politici di ogni partito, per gli articolisti, per gli Antifa, per i gruppi di sinistra, per tutti loro ciò rappresenta un pensiero raccapricciante. Molto meglio lasciare in piedi l'attuale aggressione strutturale.

L'immagine della Russia malvagia, che allunga la sua mano in direzione della pacifica Europa, è stata amplificata. Attribuirle un ruolo così nefasto e minaccioso significa essere spiccatamente disinformati circa gli sviluppi verificatisi nella Federazione Russa; la Russia sta sviluppando assieme ad altri Stati un'imponente rete di progetti all'impronta della collaborazione reciproca: i BRICS, le nuove vie della seta, l'unione doganale e il gruppo di Shanghai dovrebbero essere usati come semplici rimandi a concetti o realtà ben note. E quindi, invece di perseguire questo progetto tutt'altro che irrilevante, alla Russia salterebbe ora in testa l'idea di invadere militarmente la Lituania... non poteva esserci argomento più ridicolo. Il guaio è che questo è il livello della discussione politica in Germania.

In fondo i Tedeschi dovrebbero applaudire un Presidente americano che non ha intenzione di ridurre in cenere nucleare l'Europa; la Clinton sarebbe stata pronta a ciò. Dovrebbero acclamare chi osteggia apertamente il TTIP; la Clinton non avrebbe invece mollato la presa. Dovrebbero schierarsi dalla parte di chi vuole evitare la guerra; la Clinton invece – come ha fatto anche Obama – avrebbe calpestato ogni diritto internazionale pur di attenersi ad un'idea di America che sovrasta gli altri popoli e le altre nazioni.

Ma il fatto che ciò non accada, simbolo di un'evidente ignoranza politica del popolo tedesco, è assai preoccupante.

L'ultima regina di Francia Maria Antonietta aveva origini tedesche. D'altronde lo stesso valeva per la zarina russa Caterina la Grande; il suo nome incarna il fiorire della cultura e del sentimento nazionale russo. La recente tornata elettorale ha dimostrato che la Germania deve decidersi: in questo momento essa si trova avvinghiata all'agenda neoliberale, ponendosi pertanto in modo molto esplicito contro ogni progetto che miri alla pacificazione. Ma la posizione della Germania è sempre più isolata. Dobbiamo veramente attenerci al copione? Di nuovo “Deutschland über alles”? Così non può funzionare.

1 Si tratta ovviamente di una traduzione libera in quanto l'articolo originale riporta: “Se non hanno il pane perché non mangiano torte?”



2 A mio giudizio il termine tedesco asozial ha una valenza connotativa difficilmente traducibile in italiano (cfr. il suo impiego, nell'Umgangssprache, per descrivere gli atteggiamenti e i comportamenti di un particolare strato socio-culturale della società tedesca).

WirtschaftsWoche: il referendum del 4 dicembre fa paura e gli italiani stanno comprando oro in Svizzera

Secondo WirtschaftsWoche gli italiani temono il referendum del 4 dicembre e per questa ragione stanno acquistando oro da mettere al sicuro in Svizzera. 


A causa dell'incertezza sul risultato del referendum e sulla conseguente uscita dell'Italia dall'Euro gli italiani stanno comprando sempre più' oro da mettere al sicuro in Svizzera.

L'incertezza sull'esito del referendum costituzionale e sulla permanenza dell'Italia nell'Euro viene percepita anche dal commerciante di metalli preziosi di Monaco Pro Aurum. Nella sua filiale di Lugano nel Canton Ticino, a pochi kilometri dal confine italiano, da alcune settimane sono cresciuti gli ordini italiani di lingotti e monete.

La maggior parte dei clienti fa custodire l'oro nel magazzino doganale del commerciante a Zurigo. "Normalmente a Lugano abbiamo un 20% di clienti italiani e un 80% di clienti svizzeri. Ora pero' questo rapporto si è invertito", ha dichiarato a WirtschaftsWoche l'amministratore di Pro Aurum Robert Hartmann. 

Il 4 Dicembre gli italiani voteranno su di una riforma costituzionale a cui è legato il destino politico del Presidente Renzi. Se non dovesse superare questo test elettorale, probabile secondo gli ultimi sondaggi, potrebbe essere l'inizio della fine dell'Italia nell'Unione Europea e nell'Euro. Questa paura è condivisa da un numero sempre maggiore di investitori italiani. Che infatti chiudono i conti nelle banche nazionali e depositano il loro denaro in via precauzionale all'estero.

I compratori d'oro provenienti dall'Italia tuttavia non possono attraversare il confine con i pacchi di contante. Non è piu' cosi' facile, ci dice Hartmann. Chi attraversa la frontiera dall'UE verso la Svizzera e porta con sé del denaro, deve dichiarare per scritto a partire dai 10.000 Euro il contante trasportato. 

La sorveglianza ha le maglie strette. Chi non rispetta le regole e viene preso, deve aspettarsi multe draconiane. Inoltre la dogana deve informare le autorità per avviare un'indagine fiscale. I clienti italiani trasferiscono il denaro normalmente ed in maniera legale su di un conto di Pro Aurum presso la filiale di Lugano. Funziona ancora cosi'.

Ma nelle banche italiane i depositi stanno diminuendo. Cosi' i clienti della travagliata Monte dei Paschi negli ultimi 12 mesi hanno ritirato il 14% dei loro depositi. La terza banca italiana, con 28 miliardi di euro di crediti deteriorati in bilancio, deve trovare entro la fine dell'anno cinque miliardi di capitale fresco. Il tempo sta per finire. Il finale di partita italiano è iniziato. 

sabato 26 novembre 2016

E' iniziata la fine dell'egemonia tedesca in Europa?

Su Telepolis un'analisi dello scontro in corso fra il Ministro delle Finanze Schäuble e la Commissione Europea: la distanza non è mai stata cosi' ampia, sta per finire l'egemonia tedesca in Europa? Cristoph Stein su Telepolis


Lo scontro fra la Commissione UE e il governo tedesco cresce di tono. Quanto è profonda la frattura.

Cresce lo scontro fra la Commissione UE e la Germania, o meglio con il Ministro delle Finanze tedesco, sui principi di fondo della politica economica. Si parla di "superamento delle competenze" e di "violazione del diritto europeo".

Il Ministro delle Finanze tedesco ha criticato con forza la richiesta della Commissione UE di rilanciare la crescita in Europa attraverso una maggiore spesa pubblica. Ha accusato le autorità di Bruxelles di aver oltrepassato le loro competenze e di violare il diritto europeo. Il loro compito dovrebbe essere quello di esaminare i progetti di bilancio dei paesi europei secondo i criteri del Patto di Stabilità, e non secondo gli spazi fiscali disponibili. "Per fare questo non ha un mandato". 

Reuters

Schäuble, come racconta die Welt, ha alzato la voce "in un documento interno inviato alla Commissione UE". Si parla di una "lettera dai toni duri e molto urgente".

Nel dibattito sul bilancio del Ministero delle Finanze tenutosi il 22 novembre al Bundestag, Schäuble ha ripetuto la sua critica alla Commissione, questa volta pero' espressa in maniera un po' piu' pacata:

Il problema non è che riceviamo una raccomandazione, che magari non ci piace. Tali raccomandazioni vanno bene. E' normale, e ci sono naturalmente opionioni diverse sull'argomento. Il problema è che le raccomandazioni distraggono la Commissione dal suo vero compito, vale a dire valutare se i bilanci e i budget dei singoli paesi europei rispettano le regole europee. Questo è il vero compito della Commissione. E' il presupposto affinché la zona Euro possa rimanere stabile. Con queste raccomandazioni la Commissione non adempie il suo mandato, ma fa piuttosto il contrario, per questa ragione dobbiamo prendere posizione" 

Wolfgang Schäuble nel suo discorso di martedi' al Bundestag

Che cosa era accaduto? La Commissione il 16 Novembre aveva pubblicato il suo "Semestre europeo per il coordinamento delle politiche economiche nel 2017", il rapporto annuale sui programmi di bilancio e di riforma degli stati UE. Il documento segna un allontanamento dai rigorosi percorsi di risanamento e uno spostamento verso una politica fiscale piu' espansiva. La critica si è concentrata sulla Germania e il suo schwarze Null (pareggio di bilancio):

Il semestre europeo 2017, che inizia oggi, per l'Europa sarà fondamentale nel quadro di un cambiamento economico e sociale. Io credo che ce la possiamo fare. Per questo la Commissione raccomanda una politica fiscale positiva, da un lato per rafforzare la ripresa economica e dall'altro per sostenere la politica monetaria della BCE, che non può' essere lasciata da sola. Ogni stato membro deve fare la sua parte: quelli che se lo possono permettere dovranno investire di più', mentre quelli che hanno un minore spazio fiscale di manovra dovranno attuare riforme e un consolidamento fiscale favorevole alla crescita"

 Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione

A quanto pare la Commissione non si considera piu' solo come un organo di controllo sul mantenimento dei criteri di stabilità previsti dai trattati europei e sui livelli di indebitamento, ma come il guardiano della politica economica e della congiuntura europea.

Politica economica? Una parola che da molto tempo non si sentiva piu', almeno in Germania. Ma che questo concetto sia usato per parlare di una "politica di bilancio positiva", e cioè' un programma di investimenti finanziati a debito, viola tutti i principi che secondo Schäuble dovrebbero regolare l'Europa.

Tuttavia la Commissione fa un ulteriore passo in avanti: un passaggio in particolare deve aver seccato Schäuble, vale a dire quando parla come una sorta di super Ministero delle Finanze europeo:

Per valutare la situazione attuale, la zona Euro deve essere osservata nella sua totalità - come se ci fosse un Ministero delle Finanze europeo - e la sua politica fiscale deve essere presa in considerazione nel suo complesso.

La pretesa della Commissione di essere una sorta di Ministero delle Finanze per la zona Euro è stata probabilmente la ragione per cui Schäuble ha pronunciato parole come "superamento delle competenze" e "violazione del diritto europeo". Secondo Schäuble, come ha detto nel suo discorso al Bundestag, il compito della Commissione è quello di monitorare i limiti all'indebitamento, ma è chiaro che la Commissione si sta spingendo ben oltre.

Quattro citazioni dal testo della Commissione possono illustrarne gli obiettivi economici :

La situazione attuale è almeno sotto 2 aspetti insoddisfacente: il primo è che l'applicazione delle raccomandazioni per i diversi paesi sia per il 2017 che per il 2018 nel complesso porterebbero ad un corso fiscale di carattere restrittivo, mentre la situazione economica attuale sembra richiedere una politica fiscale espansiva.

Parlare di "una politica fiscale espansiva" da seguire a seconda della "situazione economica", fa riferimento al concetto di "politica economica anti-ciclica discrezionale" ed equivale ad un rifiuto dei vecchi principi del monetarismo, con i quali l'Euro è stato istituito nei primi anni '90.

Una politica fiscale discrezionale, da attuare secondo le circostanze, e' conosciuta solo dal keynesismo, ed è estranea alle teorie neoclassiche.

In questo testo la Commissione si riconosce in un approccio keynesiano. Apparentemente l'esperienza degli ultimi 10 anni, in particolare la grande crisi, gli effetti ridotti delle politiche monetarie espansive e lo shock della Brexit hanno minato l'evidenza del monetarismo, almeno a livello delle istituzioni europee.

Se ben concepita, in combinazione con le riforme e con la promozione degli investimenti, una politica fiscale attiva oggi puo' contribuire nel breve termine ad un rapido calo della disoccupazione, e nel medio termine, anche ad un miglioramento della crescita (potenziale) nella zona Euro.

Con queste frasi la Commissione si allontana dai tradizionali approcci neoclassici. Nel quadro della metafisica economica neoclassica una politica fiscale attiva in nessun caso puo' avere effetti positivi, puo' nel breve periodo creare l'illusione di un miglioramento, che pero' nel lungo periodo sarà pagato a caro prezzo. Che una politica fiscale attiva possa "aumentare il potenziale di crescita" è keynesismo puro.

Il nuovo keynesismo della Commissione resta tuttavia parzialmente bloccato dai requisiti restrittivi del patto di stabilità. Si applica ai paesi in surplus, mentre i paesi in deficit restano soggetti ai diktat dell'austerità. Tuttavia la Commissione indica la possibilità di un allentamento:

Dietro l'attuale orientamento fiscale generale ci sono grandi differenze fra i paesi membri, che da una prospettiva economica generale non hanno molto senso. Questa situazione può' essere riassunta come un eloquente paradosso: i paesi senza un margine di manovra fiscale, vorrebbero utilizzarlo, quelli che invece hanno un margine di manovra, non vorrebbero farvi ricorso. Affinché l'Eurozona nel suo complesso non finisca in una scenario di "lose-lose", è necessario un approccio collettivo.

Parlare di mancanza di senso o di un eloquente paradosso oppure di "lose-lose scenario" è un indizio chiaro del fatto che la Commissione è insoddisfatta dei requisiti restrittivi dettati dal Patto di Stabilità. E in effetti la Commissione negli ultimi tempi è diventata alquanto lassista nel controllo dei limiti all'indebitamento. La FAZ, a quanto pare non molto felice per il nuovo ruolo della Commissione, vede nella nuova direzione politica un passo verso "l'auto-distruzione finale", e parla di "frasi roboanti".

Il potere della Commissione viene tuttavia sottovalutato. Se ci ricordiamo della testardaggine con cui la Commissione in passato ha applicato i progetti precedenti, la svolta in direzione keynesiana potrebbe riservare molte sorprese.

Dal momento che la BCE fa già ampiamente uso dei suoi strumenti di politica monetaria, c'è largo consenso sul fatto che la politica monetaria da sola non puo' avere l'onere della stabilizzazione macroeconomica e che la politica fiscale deve svolgere un ruolo maggiore nella zona Euro. Questa preoccupazione è condivisa dalla comunità globale: nell'ultimo vertice i membri del G20 hanno affermato il loro impegno verso una strategia di crescita e nel loro comunicato di settembre 2016 si sono dichiarati decisi ad utilizzare individualmente o collettivamente gli strumenti di politica monetaria e fiscale per raggiungere l'obiettivo di una crescita forte, sostenibile ed equilibrata".

Il riferimento al vertice G20 nel testo della Commissione contiene un chiaro posizionamento. All'ultimo vertice G20 Wolfgang Schäuble e il Ministro delle Finanze americano Jack Lew si sono scontrati sui principi di politica economica:

da anni al vertice G20 si ripete la stessa discussione: il Ministro americano Jack Lew chiede un pacchetto di stimoli globali, esattamente i paesi con un avanzo con l'estero come la Germania dovrebbero fare di piu' per la crescita economica. Wolfgang Schäuble ripete quello che ha sempre risposto alla richiesta arrivata da Washington: per rilanciare la crescita globale sono necessarie le riforme strutturali, non un aumento della spesa. 

Der Spiegel

La Commissione si schiera pertanto chiaramente a fianco di Jack Lew e contro Wolfgang Schäuble. Non sorprende che Schäuble sia arrabbiato. Sente che sta perdendo il controllo sull'Europa.

martedì 22 novembre 2016

Oskar Lafontaine: un'altra volta Merkel

Oskar Lafontaine su FB commenta la ricandidatura di Merkel alle elezioni del 2017


Hurra, Merkel un'altra volta!

Ora è ufficiale, quello che i passeri da tempo fischiettavano e qualsiasi osservatore politico ragionevolmente informato sapeva già: Merkel lo farà un'altra volta.

Dal momento che domani sulla "stampa di qualità" ci saranno molti applausi e numerosi commenti favorevoli che cercheranno di nascondere la realtà, è opportuno ancora una volta elencare le performance di Merkel. E' riuscita a danneggiare gravemente le 3 colonne portanti della politica tedesca nel dopoguerra: lo stato sociale, l'integrazione europea e la politica di riappacificazione verso l'est (Ost-politik). Già da segretario della CDU si era adoperata affinché i tagli operati dall'Agenda 2010 di Schroeder fossero ancora piu' duri. Milioni di persone hanno un posto di lavoro precario con un basso stipendio e in vecchiaia non avranno una pensione adeguata. 2.5 milioni di bambini vivono in condizioni di povertà.

Il suo unilateralismo e i suoi diktat di risparmio hanno messo i popoli europei l'uno contro l'altro. La sua caotica politica sui rifugiati e l'opposizione al finanziamento di questa con un tassa sui ricchi hanno di fatto negato ogni forma di giustizia sociale. Su questo punto 3 opinioni:

Lo scrittore Navid Kermani scrive: "E' possibile sviluppare una politica europea comune in materia di rifugiati, che protegga i confini, distribuisca lo sforzo e che sappia veramente proteggere i piu' bisognosi, invece di operare una selezione dei piu' forti, vale a dire principalmente giovani uomini senza famiglia, poiché questi sono i soli che riescono a superare le difficoltà delle rotte clandestine".

Il politico SPD e teologo  Prof. Dr. Richard Schröder è ancora piu' chiaro: "in Europa non arrivano i piu' poveri. Che possono essere aiutati solo in loco perché non riescono a racimolare le migliaia di Euro necessarie per pagare i trafficanti"

Mentre il premier per l'economia Joseph Stiglitz commenta: "La libera circolazione delle persone in Europa significa anche che i paesi che hanno avuto piu' successo nella lotta alla disoccupazione, dovranno fare i conti con una parte piu' che congrua dei profughi in arrivo. I lavoratori in questi paesi dovranno sopportare automaticamente i costi dei bassi salari e un piu' alto livello di disoccupazione, mentre i datori di lavoro potranno beneficiare di piu' manodopera a basso costo. Non sorprende che a sopportare il peso dei rifugiati saranno proprio coloro che meno sono in condizioni di farlo".

L'espansione verso est della NATO, che il grande diplomatico americano George Kennan ha definito "l'errore piu' grande della politica americana nel dopo guerra fredda", è stata portata avanti con convinzione anche da Merkel. Ora abbiamo di nuovo soldati tedeschi al confine russo.

Ma "la Germania sta facendo bene", ha continuato a ripetere la Cancelliera, riferendosi al record occupazionale. Una frase post-verità. Se i lavori regolari e ben pagati vengono sostituiti da impieghi nel settore a basso salario, mini-jobs, lavori part-time, lavori temporanei, contratti d'opera mal-pagati e lavoro temporaneo, allora le statistiche saranno eccezionali: molti posti di lavoro!

giovedì 10 novembre 2016

I danni fatti dallo Schuldenmbremse

Lo Schuldenbremse tedesco, che di fatto è il modello a cui ci si è ispirati per il pareggio di bilancio nella Costituzione italiana, in Germania ha causato solo danni. Su Makronom Gustav A. Horn, il direttore del prestigioso Instituts für Makroökonomie und Konjunkturforschung (IMK) presso la Hans-Böckler-Stiftung spiega perché ormai è arrivato il momento di rimuoverlo. Da Makronom.de


Lo Schuldembremse tedesco viene celebrato come una storia di successo. Di fatto è una misura pericolosa e inutile che impedisce la crescita del benessere e aumenta l'instabilità. Un commento di Gustav Horn e Katja Rietzler.

Qualche settimana fa il presidente DIW Marcel Fratzscher ha criticato l'ex capo economista della BCE Otmar Issing, il quale aveva chiesto più' investimenti pubblici, e allo stesso tempo aveva proposto di finanziarli con una riorganizzazione della spesa pubblica. La proposta di Issing di fatto equivale ad una difesa dello "Schwarze Null" (pareggio di bilancio) in quanto obiettivo di politica economica.

Giustamente Fratzscher evidenzia i problemi sollevati da un tale obiettivo, in particolar modo nel caso in cui la crescita potenziale di un'economia sia cosi' bassa come in Germania. Fratzcher al contrario propone di sfruttare gli spazi fiscali disponibili, per aumentare gli investimenti pubblici anche in un regime di "Schuldembremse" (legge Costituzionale introdotta nel 2009 valida sia a livello federale che nei Laender e che impone un bilancio pubblico in pareggio oppure un deficit strutturale massimo dello 0.35%). In questo modo si avrebbe un aumento della crescita potenziale, che alla fine è quella che determina la nostra prosperità. Tutto cio' sembra pragmatico, giusto e buono.

Ma alla fine del suo discorso si trova una frase che lascia sbalorditi. Fratzscher scrive.

"lo Schuldenbremse è giusto e necessario ed ha portato ad una riduzione del debito nazionale, purtroppo anche a scapito degli investimenti pubblici"

Questa frase irrita, soprattutto alla luce di quanto scritto prima. Senza dubbio la bassa crescita della produttività è attualmente uno dei problemi piu' gravi, se non il problema piu' grave dell'economia tedesca. Ed è per questa ragione che gli spazi per un aumento del potere di acquisto dei consumatori o per un aumento dei profitti aziendali sono limitati. In altre parole: la crescita del nostro benessere sta rallentando.

Una ragione fondamentale di questo processo probabilmente è la mancanza di investimenti nei settori produttivi. Questo vale sia per gli investimenti privati in macchinari e attrezzature, ma soprattutto per gli investimenti pubblici in infrastrutture. Di fatto gli investimenti pubblici sono da molti anni negativi, una lunga fase interrotta solo dai programmi congiunturali durante la crisi. Vale a dire, gli ammortamenti sono superiori alla formazione di capitale lordo. Formulato altrimenti: l'infrastruttura pubblica si sta consumando.

Che da questa situazione non possa emergere una crescita della produttività è tutt'altro che sorprendente. La vera questione da indagare è se lo Schuldenbremse impedisce una duratura ripresa degli investimenti; e se è cosi', perché allora sarebbe "giusto e necessario" come ha scritto Fratzscher? Lars Feld, membro del Consiglio dei Saggi Economici e come Fratzscher membro della commissione per la promozione degli investimenti presso il Ministero dell'Economia nega addirittura ogni connessione fra lo Schuldenbremse e la debolezza degli investimenti.

E' vero che negli anni passati, anche dopo l'introduzione dello Schuldenbremse, ci sono state notevoli possibilità di fare investimenti. Grazie alla forte congiuntura interna e al corrispondente forte aumento delle entrate fiscali, è stato relativamente facile soddisfare i requisiti previsti dallo Schuldenbremse. E' stata piuttosto una scelta ideologica della politica quella di non utilizzare gli spazi disponibili per aumentare gli investimenti. Si è scelto di dare alla crescita futura una priorità inferiore rispetto allo "Schwarze Null", che nel frattempo è diventato il feticcio del Ministero delle Finanze.

Lo Schuldenbremse è pericoloso, in quanto le sue procedure di aggiustamento ciclico eliminano rapidamente gli spazi di manovra. Gli studi sullo Schuldenbremse svizzero lo mostrano chiaramente: esiste da piu' tempo rispetto a quello tedesco e i metodi di adeguamento al ciclo economico hanno un minore effetto pro-ciclico rispetto allo Schuldenbremse tedesco. E' plausibile pensare che la sua applicazione implichi una particolare debolezza degli investimenti. Supponiamo ad esempio che il governo si aspetti che il deficit pubblico superi la soglia consentita dallo Schuldenbremse. In questo caso ha 3 opzioni:

1) il governo puo' aumentare le tasse. Si tratta di un processo legislativo lungo e impopolare. Pertanto un governo potrebbe essere riluttante nello scegliere questa opzione.

2) può ridurre la spesa corrente. Ma cio' è possibile solo in misura limitata. La parte principale della spesa corrente è costituita da spese per il personale, che al massimo potranno essere ridotte nel lungo termine. In considerazione dei fabbisogni di personale non coperti, anche questa scelta risulterebbe alquanto impopolare. Anche questa opzione non potrebbe essere esercitata in misura significativa. Resta come ultima risorsa:

3) il governo puo' ridurre la spesa per investimenti. E' la variante piu' facile da realizzare. Alla fine si tratta di risorse disponibili, la cui non-spesa nel breve periodo non ha alcun impatto negativo, e allo stesso tempo migliora rapidamente la situazione di bilancio. Non è quindi sorprendente che questo approccio sia la risposta piu' probabile alle limitazioni imposte dai bilanci pubblici.

In questo scenario, l'affermazione secondo cui lo Schuldenbremse è allo stesso tempo "necessario e giusto" non è compatibile con l'obiettivo di aumentare in maniera sostenibile la spesa per investimenti - impossibile che accada con lo Schuldenbremse in vigore. Al massimo, nei periodi di buona congiuntura economica e con elevate entrate fiscali - come accade adesso - ci si puo' aspettare un aumento temporaneo degli investimenti. In caso contrario, soprattutto in tempi di difficoltà economiche, saranno la prima voce ad essere tagliata. E questo vale ancora di piu' se lo Schuldenbremse è progettato in maniera piu' rigida. La tanto desiderata spinta verso l'alto della produttività in queste condizioni appare improbabile.

Lo Schuldenbremse impedisce un aumento del benessere e quindi la riduzione del debito, che in realtà era il suo obiettivo - per non parlare del fatto che non ha niente a che fare con l'equità intergenerazionale. Alla fine l'infrastruttura sarà utilizzata per diverse generazioni, fatto che rende giustificabile il contributo delle generazioni future attraverso un finanziamento del debito.

Questa gestione degli investimenti ha anche un altro effetto: amplifica le fluttuazioni economiche. Se nelle fasi espansive le spese per investimenti crescono mentre nei periodi piu' difficili vengono ridotte, succede esattamente il contrario di quello che sarebbe richiesto per ragioni di stabilità. Quindi non stupitevi se in futuro le fluttazioni cicliche saranno amplificate. Non mi pare né necessario, né giusto.

Mercati finanziari ancora instabili.

L'obiettivo dichiarato dello Schuldenbremse è la riduzione del debito pubblico. Obiettivo desiderabile e giustificabile nella misura in cui tiene sotto controllo l'onere per gli interessi nei conti pubblici. Alle fine queste risorse saranno disponibili per altri usi, piu' produttivi, come ad esempio gli investimenti pubblici. Ma si tratta di una prospettiva sul debito pubblico che è possibile seguire per buone ragioni solo fino a quando il debito pubblico è relativamente alto.

Cosa accadrebbe se lo Schuldenbremse avesse il successo che i suoi sostenitori auspicano? Il debito pubblico si stabilizzerebbe probabilmente ad un livello di poco superiore al 10% del PIL. Dal punto di vista dei sostenitori sarebbe un successo - dal punto di vista del mercato dei capitali sarebbe una catastrofe. 

Perché dal punto di vista dei mercati finanziari il debito pubblico è fatto dai titoli del debito pubblico. Questi titoli sono l'investimento per tutti coloro che cercano la sicurezza sui mercati finanziari. Questa forma sicura di investimento viene di fatto ridotta dallo Schuldenbremse e costringe gli investitori ad un maggior rischio oppure alla liquidità. Le conseguenze non sarebbero solo minori investimenti, ma anche mercati finanziari piu' instabili. Anche questo non è né necessario né buono per l'economia.

L'introduzione dello Schuldenbremse in Germania nel 2009 era stata celebrato, soprattutto da CDU e SPD, come un grande successo di politica economica. Nel frattempo anche in questi partiti l'entusiasmo si è spento. Nel dibattito pubblico, soprattutto nei Laender, si tende ad attribuire le buone condizioni dei bilanci pubblici all'effetto dello Schuldenbremse. In realtà il miglioramento delle finanze pubbliche è dovuto in buona parte alla congiuntura supportata dalla situazione economica interna.

L'inutile ricerca di scappatoie

Nel frattempo dietro le quinte si lavora in  tutti i modi per aggirare lo Schuldenbremse. Questi sforzi vanno dal livello europeo (parola chiave "Piano Juncker") fino al Ministero delle Finanze con la nuova società di gestione delle autostrade che dovrà agire ed investire al di fuori del bilancio pubblico. Al Ministero dell'Economia invece c'è la commissione guidata da Marcel Fratzscher per la promozione degli investimenti il cui unico obiettivo è quello di esplorare nuovi modi per aumentare gli investimenti e sfuggire al giogo dello Schuldenbremse. Senza lo Schuldenbremse, questa commissione non ci sarebbe mai stata, perché semplicemente non sarebbe stata necessaria.

Non c'è da meravigliarsi se lo Schuldenbremse oggi sembra essere già antiquato: si basa su di un pensiero economico superato. Lo Schuldenbremse puo' funzionare solo se l'economia non va in crisi. Si basa sul presupposto che il sistema di mercato sia intrinsecamente stabile e non richieda nessun intervento stabilizzatore attraverso la politica fiscale. In verità implica molto di piu': una duratura assenza dello stato in materia di politiche di stabilità. Questo compito, considerato non necessario, viene lasciato alla politica monetaria.

Le crisi degli ultimi anni hanno mostrato chiaramente che questo punto di vista è falso. La politica monetaria è stata sovraccaricata di compiti, e ha bisogno di ulteriori interventi discrezionali di politica fiscale per poter ripristinare la stabilità. Lo Schuldenbremse è inutile e sbagliato. La sua eliminazione sarebbe una misura di politica economica sensata. Ma il coraggio politico per farlo nella Germania del 2016 è difficile da trovare.