sabato 23 marzo 2019

Cosa c'è dietro il Trattato di Aachen

Sevim Dagdelen, vice capo-gruppo della Linke al Bundestag, ci spiega perché l'attuazione del trattato franco-tedesco di Aachen procede spedita e perché a beneficiarne sarebbero soprattutto i produttori di armi. Ne scrive Sevim Dagdelen su Telepolis


Oggi il Bundestag ha approvato a larga maggioranza l'accordo parlamentare franco-tedesco. Unione, SPD, FDP e Verdi si sono uniti  sulla mozione e hanno convenuto di dotare l'accordo stesso con un impegno per il riarmo e una cooperazione militare più stretta. "Restare atlantisti, diventare europeisti", così la zelante definizione dell'attuale politica per la NATO e la militarizzazione dell'UE dei quattro gruppi parlamentari. Alle voci critiche potrebbero rispondere: cosa c'é di male in un nuovo organo parlamentare? Cosa ci sarebbe da obiettare nei confronti di una intensificazione della cooperazione franco-tedesca? 

Con l'accordo parlamentare nasce un nuovo organo il cui compito sarà quello di  "accompagnare l'attuazione" (Niels Schmidt, SPD) del Trattato di Aachen. Il punto centrale del trattato di Aachen tuttavia riguarda una più stretta cooperazione militare e in particolare l'avanzamento dei progetti di riarmo congiunto. Si dovrà pertanto creare una nuova assemblea che "vigili" sull'attuazione del trattato, ma che secondo l'accordo non dovrà disporre dei diritti di controllo democratico. Lo scopo di questa organo sarà soltanto quello di monitorare l'attuazione dei progetti di riarmo congiunti e gli sforzi militari all'interno della NATO e dell'UE. Con questa restrizione auto-imposta, il nuovo organo si configura come un servizio di accompagnamento per una politica sempre più orientata verso il riarmo e l'esportazione di armi.

È stata la stessa Cancelliera Angela Merkel a sottolineare il valore aggiunto del trattato franco-tedesco di Aachen per l'industria della difesa. La cooperazione con la Francia sugli armamenti sarà utilizzata per allentare le già deboli norme tedesche in materia di esportazione di armi e rendere impossibile in futuro un blocco delle consegne come quello attuale nei confronti dell'Arabia Saudita. A tal fine al trattato di Aachen è stato aggiunto un allegato segreto, che non è mai stato nemmeno presentato al Bundestag.

Con l'obbligo parlamentare di attuare le disposizioni sulla militarizzazione previste dal Trattato di Aachen viene minato anche il dettame di pace previsto dalla Costituzione. Nel quadro della responsabilità tedesca per le due guerre mondiali, i padri costituenti avevano tracciato delle chiare linee costituzionali contro la preparazione della guerra e le esportazioni di armi senza restrizioni. Queste linee di arresto rischiano ora di essere spazzate via dal trattato di Aquisgrana e da un organo parlamentare che ne deve solo accompagnare e monitorare l'attuazione.

L'insegnamento di due guerre mondiali perse non può essere quello di voler costruire portaerei franco-tedesche per una nuova proiezione globale di potenza, di vendere insieme ai francesi armi da guerra in tutto il mondo, oppure trasformare la Germania, con la Francia, nella più forte potenza militare del continente, davanti perfino alla Russia. Invece di un sostegno franco-tedesco in favore dei profitti dei produttori di armi, c'è bisogno di attuare i dettami di pace contenuti nella Legge fondamentale: basta con il riarmo, che serve solo a prepararsi per la guerra! Basta con le micidiali esportazioni di armi da guerra!


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giovedì 21 marzo 2019

Handelsblatt - Con la fusione bancaria la Germania si gioca la sua credibilità

"La fusione bancaria batte tutto quello che abbiamo visto fino ad oggi. Se alla fine nascerà una grande banca con una partecipazione pubblica e una garanzia implicita dello stato, allora si tratterà di capitalismo di stato". Se ne sono accorti anche sulla cosiddetta stampa di qualità. Ne scrive Frank Wiebe su Handelsblatt


Il ministro delle finanze tedesco assume un alto banchiere di Goldman Sachs come sotto-segretario. Poi spinge Deutsche Bank e Commerzbank a sondare la possibilità di una fusione. Anche i fautori di questo accordo riconoscono che la riduzione dei costi di finanziamento, grazie al sostegno del governo, sarebbe uno dei principali vantaggi aziendali derivanti dalla fusione.

Se il governo tedesco, il principale azionista di Commerzbank, si fa carico di portare avanti il ​​progetto, non sarà certo il governo a piantare in asso la "Deutsche Commerzbank" - o come si chiamerà. A cosa somiglia? All'economia di mercato? Alla politica di regolamentazione? Ricorda forse la promessa di non scaricare più sul contribuente i rischi del settore bancario?

La risposta è in ogni caso: no. E cosi' la Germania sta mettendo in gioco la sua credibilità. In futuro in Europa non potremo più recitare il ruolo del professore. Cinicamente ci si potrebbe chiedere se questo sia un vantaggio o uno svantaggio. Non sono proprio i politici tedeschi che da sempre chiedono agli altri paesi dell'area dell'euro di rispettare le regole?

Non c'erano forse critiche nei confronti dell'Italia quando il governo italiano aiutava le banche piccole e medie? Non nutriamo il sospetto che in Francia il capitalismo di stato alla Colbert o alla Mitterrand sia ancora molto popolare? I richiami tedeschi suonavano sempre un po' vuoti. Un'ampia quota di mercato gestita dalle banche di diritto pubblico non puo' certo essere un modello di politica di regolamentazione.

Non solo durante la crisi finanziaria c'è stata una forte volontà di spendere denaro pubblico per salvare modelli di business falliti. Ma ancora oggi, come mostra l'esempio attuale di NordLB. Ma la fusione bancaria batte tutto quello che abbiamo visto fino ad oggi. Se alla fine nascerà una grande banca con una partecipazione pubblica e una garanzia implicita, allora si tratterà di capitalismo di stato. Jean-Baptiste Colbert, ministro delle finanze sotto Luigi XIV, e il presidente socialista François Mitterrand non avrebbero potuto fare di meglio.




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Una bella portaerei per la marina tedesca?

La marina tedesca potrebbe dotarsi di una bella portaerei nuova di zecca, almeno secondo le recenti promesse di AKK e Merkel. Riusciranno la Cancelliera e il nuovo leader della CDU a fare quello che né il Kaiser né il Führer erano riusciti a fare? Dopo i recenti fallimenti nella realizzazione di grandi progetti, in patria ci sono dei forti dubbi in merito. Ne scrive Jens Berger sulle Nachdenkseiten


Cosa sanno fare davvero bene i tedeschi? Costruire aeroporti e navi. E qual'è l’incrocio perfetto fra BER (aeroporto di Berlino) e Gorch Fock (nave a vela)? Una portaerei, esatto. E la sua costruzione è stata proposta con la massima serietà dal nuovo leader della CDU Annegret Kramp-Karrenbauer in una recente riflessione sul futuro dell'Europa. La specialista di costruzioni navali della Saarland ha ricevuto un sostegno convinto e di spessore nientemeno che dalla Cancelliera stessa. Angela Merkel trova che l'idea di una portaerei tedesca sia "buona e giusta" e addirittura accetta l'idea di "lavorarci sopra". Se la Cancelliera avesse successo, riuscirebbe a fare quello che prima di lei né il Kaiser né il Führer erano riusciti a fare, i tedeschi finalmente avranno un posto al sole. Un testo di Jens Berger


Volevamo solo una pensione decente e dei salari onesti, e invece abbiamo ottenuto dei taxi volanti e una portaerei – un giorno potrebbe essere raccontato così il "bilancio" del governo dell’Unione. Tutti sanno ormai che la nostra Cancelliera divina non si occupa più di questioni terrene come la catastrofe dell’assistenza sanitaria, il malessere socio-economico dei suoi sudditi ingrati o persino di questioni banali come la politica climatica. Alla fine del suo mandato, Angela Merkel ambisce a qualcosa di più alto. Ora fa politica per entrare nei libri di storia! Ma cosa dovrebbe essere scritto nei libri di storia? Che porta sulla coscienza l’aver rovinato le relazioni tedesche e dell’UE con la Russia? Che ha sempre obbedito agli interessi delle compagnie automobilistiche e del vecchio alla Casa Bianca? Dal momento che tutto ciò non è così piccante, c'è bisogno almeno di una nave da guerra che porti il suo nome, una nave le cui dimensioni siano degne di lei. Se la marina tedesca dovesse intitolare il suo prossimo rimorchiatore a Gerhard Schröder, per la prima e migliore Cancelliera della Germania c’è bisogno di qualcosa di più!

Beh, la piu’ giovane fra le portaerei americane, la USS Gerald R. Ford, è costata circa 18 miliardi di dollari – facendo le dovute proporzioni per la Germania, incluso il moltiplicatore di Stuttgart-21 e quello della "Filarmonica dell'Elba" si raggiungerebbe probabilmente l'intero debito nazionale della Grecia. Ma la Cancelliera uscente dovrebbe valere almeno questa somma. Oppure? Potrebbe anche essere leggermente problematico il fatto che la Germania in realtà non ha alcun bisogno di una portaerei. Tali basi galleggianti sono elementi fondamentali di una dottrina chiamata "proiezione di potenza globale". Non hanno nulla a che fare con la difesa, ma con la possibilità di imporre i propri interessi in tutto il mondo per mezzo di una forza offensiva. Ma noi comuni mortali cosa ne sappiamo del genio strategico delle signore Kramp-Karrenbauer e di Merkel, entrambe GRÖCAZ (größten CDU-Vorsitzenden aller Zeiten)?

La storia delle portaerei tedesche non è affatto gloriosa. Nella Marina imperiale erano in servizio solo quattro piccole "navi portaerei" utilizzate principalmente per combattere contro gli idrovolanti russi nel Mar Baltico. I piani per il „Flugzeugdampfer I“, che avrebbe dovuto navigare contro "Engeland" e avrebbe dovuto assicurare ai tedeschi un legittimo posto al sole, furono abbandonati nell'ottobre del 1918. Venti anni dopo fu varata l'unica portaerei di Hitler utilizzata però solo come deposito di legname e abitazione galleggiante. Nemmeno la macchina da guerra di Hitler era riuscita a trovare una funzione per un simile mostro. Ma probabilmente il caporale boemo non pensava abbastanza in grande e in materia di proiezione di potenza su scala globale avrebbe dovuto prendere ripetizioni da AKK e Merkel.

Ora una marina che fallisce miseramente nel tentativo di riparare una nave a vela, in futuro dovrebbe difendere l'Europa da tutto il mondo? Bene, se questo non è un piano audace. Qual è la prossima idea delle grandi menti della CDU? I taxi aerei e le portaerei sono difficili da eguagliare e superare. Che ne dite di una missione tedesca su Marte? O forse sarebbe meglio con Alpha Centauri? E perché allora non costruire una Torre di Merkel alta mille metri nella bellissima Uckermark? Fino a quando l'Unione non avvierà un gigantesco e irrealistico progetto come la copertura delle buche sulla B192, sarà il cielo l'unico limite per dei piani audaci che possano aiutare veramente il paese. In questo modo - considerando il moltiplicatore Stuttgart-21 e e quello della "Filarmonica dell'Elba" (2 progetti clamorosamente andati male) - nell'anno 2139 la nipote di Philipp Amthor (giovane della CDU) nel suo ruolo di cancelliera tedesca potrà battezzare la nuova portaerei con il nome "MS Angela Merkel" - naturalmente da un taxi aereo.


mercoledì 20 marzo 2019

Perché in Germania gli affitti crescono molto piu' in fretta delle retribuzioni

E' sicuramente vero che negli ultimi anni le retribuzioni tedesche sono cresciute, ma è altrettanto vero che il prezzo degli affitti è cresciuto molto piu' in fretta e si è mangiato una fetta crescente del reddito dei lavoratori. Quello che l'uomo della strada aveva intuito da tempo, cioè che il boom immobiliare e l'enorme afflusso di migranti hanno fatto arricchire i grandi proprietari di immobili, ora viene certificato dai dati ufficiali. Ne scrive Welt


I salari e gli stipendi in Germania stanno crescendo in fretta. Ma gli affitti per i nuovi contratti di locazione crescono ancora più in fretta. Questo è quanto emerge dall'analisi degli ultimi dati disponibili. 

Nelle grandi città molti hanno l’impressione che i costi per la casa stiano crescendo a dismisura. Soprattutto se vivono in affitto. Le statistiche ufficiali sul mercato immobiliare tedesco spesso mostrano solo una parte della verità, ad esempio, quando si tratta di individuare il costo effettivo per le famiglie.

Alla fine l'elemento decisivo è la percentuale di reddito che viene spesa per l'affitto. Un'analisi recente mostra che l'impressione di molti cittadini probabilmente non è sbagliata: il costo degli affitti per i nuovi contratti cresce molto più in fretta dei redditi. Addirittura ad una velocità quasi doppia.

Nel 2017 la crescita nominale dei redditi a livello nazionale rispetto all'anno precedente è stata del 2,5 %. Gli affitti per i nuovi contratti, al contrario, sono aumentati del 4,5% rispetto all’anno prima. Questo è quanto emerge da una risposta del governo federale ad una interrogazione del gruppo parlamentare dei Verdi.



Nel 2018 questa dinamica ha addirittura accelerato. Nel primo trimestre dello scorso anno l'indice dei salari nominali è aumentato del 2,7% rispetto al primo trimestre del 2017, mentre i nuovi canoni contrattuali sono aumentati in media di un buon 5,5%. Nel terzo trimestre, la crescita è stata del 3,6 % per gli stipendi e del 5,1 % per gli affitti.

I dati sui salari del quarto trimestre non sono ancora disponibili. La valutazione si basa sui prezzi degli affitti raccolti dal Bundesinstitut für Bau-, Stadt- und Raumforschung (BBSR), nonché sui tassi di variazione delle retribuzioni mensili lorde raccolti dall'Ufficio federale di statistica.



"Già da molto tempo ormai gli affitti in Germania corrono piu’ in fretta delle retribuzioni", afferma Chris Kühn, portavoce per la politica edilizia e abitativa del gruppo parlamentare dei Verdi. "Misure prive di senso come il Baukindergeld non risolveranno il problema", afferma Kühn. E chiede una migliore regolamentazione: "per mettere finalmente sotto controllo i prezzi degli affitti saliti ormai alle stelle, abbiamo bisogno di un Mietpreisbremse che funzioni".

Ma il confronto fra i dati nazionali relativi al costo degli affitti e l’andamento delle retribuzioni mostra solo una parte della storia. Perché soprattutto nelle metropoli, ma sempre di più anche nelle piccole città, gli affitti stanno aumentando molto più rapidamente della media nazionale. A Berlino, ad esempio, i proprietari hanno aumentato gli affitti per i nuovi contratti del 13% in soli dodici mesi. Lo mostrano i dati della piattaforma Immowelt.de. Nel secondo trimestre i salari nominali nella capitale sono aumentati solo dell'1,6 percento.

C'è una generale mancanza di nuove abitazioni, si dice ovunque - la colpa spesso viene data alla politica e all'amministrazione pubblica. In realtà continua a crescere il monte dei permessi edilizi inutilizzati. Ciò potrebbe essere dovuto anche al livello estremo di utilizzazione delle capacità dell'industria delle costruzioni.


La scorsa settimana, Felix Pakleppa, presidente dell'Associazione nazionale dei costruttori ha riconosciuto che l'obiettivo di 400.000 nuove case all'anno indicato dal governo federale non è realizzabile. "Pensiamo che 320.000 case possa essere un obiettivo realistico", ha detto. "Ci aspettiamo di avere una forte domanda di nuovi alloggi ancora per due o tre anni. Dopodiché la domanda tornerà a scendere.

Una dichiarazione supportata da una recente ricerca di mercato di DB Research. "L'elasticità dell'offerta rimane bassa, motivo per cui il ciclo nazionale dovrebbe durare almeno fino al 2022", si dice. I prezzi per l’acquisto di un appartamento quest’anno tuttavia, cresceranno di circa l’8%.
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martedì 19 marzo 2019

Peter Bofinger: perché dobbiamo liberarci quanto prima dall'ideologia dello Schwarze Null

Il grande economista Peter Bofinger, per oltre 15 anni membro del prestigioso Consiglio degli esperti economici tedeschi, dalle pagine della IPG (Internationale Politik und Gesellschaft) ci spiega perché la Germania deve liberarsi quanto prima dalla assurda ideologia dello Schwarze Null. Ne scrive Peter Bofinger sulla rivista IPG.

Quando i nostri figli e nipoti fra 30 anni guarderanno indietro per capire cosa è accaduto in questo periodo, probabilmente si chiederanno per quale motivo un paese civile come il Regno Unito abbia potuto prendere in considerazione l'idea di uscire dall'Unione Europea rinunciando alle sue prospettive economiche e politiche. Guardando alla Germania invece, si chiederanno perché la terra dei poeti e dei pensatori abbia scelto di seguire ciecamente l'ideologia dello "Schwarze Null": come è possibile che la Germania abbia intenzionalmente deciso di rinunciare gli investimenti per il futuro - credendo anche di fare un favore alle generazioni future?

La SPD sembra essere in procinto di correggere gli errori del passato. Ciò vale in particolar modo per le riforme del mercato del lavoro realizzate nel 2005 sotto il cancelliere federale Gerhard Schröder, il quale aveva incaricato una commissione sotto la presidenza di Peter Hartz, l'ex direttore del personale della Volkswagen. Le riforme Hartz per molti anni sono state celebrate come una grande conquista. Ad un esame più attento, tuttavia, è chiaro che assomigliano molto alla fiaba "I vestiti nuovi dell'Imperatore".


Perché i successi dell'economia tedesca sui mercati mondiali non hanno nulla a che fare con il fatto che con Hartz IV i  benefici per i disoccupati di lunga durata sono stati ridotti. Se una tale riforma fosse davvero un punto di svolta, allora l'economia italiana e greca dovrebbero prosperare, dopotutto, i disoccupati di lunga durata in quei paesi non ricevono alcun sostegno statale. È quindi positivo che la SPD abbia iniziato a mettere sotto esame Hartz IV, casualmente anche con effetti positivi sui risultati dei loro sondaggi.

Proprio per questa ragione la SPD dovrebbe essere coraggiosa e prendere le distanza dall'ideologia dello "Schwarze Null", ideologia secondo la quale i bilanci pubblici devono essere sempre in pareggio. Perché a sostegno di questa regola, che a partire dalla crisi finanziaria globale è stata inserita anche in Costituzione con il nome di "freno all'indebitamento", non ci sono argomenti economici validi.

In Germania, il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo attualmente è del 56%. Questa cifra è inferiore al limite del 60% fissato dal Trattato di Maastricht e ben al di sotto del livello degli altri paesi del G7: il Giappone ha il più alto rapporto debito PIL, al 237% del PIL, seguito dall'Italia (129%), Stati Uniti Stati (108%), Francia (96%), Regno Unito (87%) e Canada (85%).

Finora la scienza economica non è riuscita a calcolare un limite massimo convincente per il rapporto debito/PIL degli Stati. Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff nel 2010 in un articolo scritto per l'American Economic Review avevano identificato una soglia del 90 %, lo studio tuttavia conteneva alcuni dati errati. Inoltre, nonostante il suo elevato rapporto debito/PIL, il Giappone non ha mai avuto problemi a prendere in prestito nuovo denaro. Non c'è mai stata una grande crisi di fiducia nei confronti dello yen. Al contrario, la valuta giapponese spesso in passato è andata meglio di quanto non abbia fatto l'economia giapponese.

Ma anche supponendo che un rapporto debito/PIL al 60% per la Germania sia appropriato, lo Schwarze Null non è giustificato. Supponiamo che il prodotto interno lordo nominale continui a crescere di circa il 3% all'anno. In questo caso, il deficit di bilancio annuale della Germania potrebbe ammontare all'1,8% del PIL, quindi il rapporto debito/PIL rimarrebbe al livello attuale. Ciò deriva da una formula semplice: il livello di deficit, che consente di mantenere costante il rapporto debito/PIL è il prodotto del tasso di crescita del PIL nominale e del rapporto debito/PIL (3 x 0,6 = 1,8). La Germania, quindi, ogni anno potrebbe spendere circa 60 miliardi in più in investimenti pubblici.

Con un deficit di questa portata, la Germania si troverebbe ad un livello simile al resto del G7. Attualmente il deficit è del 5,0% negli Stati Uniti, del 2,8% in Giappone, dell'1,7% nel Regno Unito e in Italia e dell'1,1% in Canada.

Sebbene non esista una solida base teorica per stabilire un limite massimo nel rapporto debito/PIL, si può affermare che l'indebitamento di un paese sovrano può essere giustificato se il denaro viene utilizzato per finanziare gli investimenti per il futuro. Questa è la "regola d'oro" delle politiche di finanza pubblica, che può essere dedotta dalla ottimale distribuzione delle risorse nel tempo. La logica di questa regola è tanto semplice quanto intuitiva: se lo stato costruisce un nuovo ponte che può essere utilizzato nei prossimi 50 anni, non vi è alcun motivo per pagarlo solo con le entrate dell'anno in corso.

Persino l'ultra-conservatore "Consiglio tedesco dei saggi economici" nel 2007 ha esplicitamente confermato il principio della regola aurea in una relazione speciale pubblicata sotto il titolo: "Limitare in modo efficace il debito pubblico". Gli economisti sostenevano che la richiesta di un generale divieto all'indebitamento era "economicamente priva di senso, come lo sarebbe proibire ai privati ​​o alle aziende di prendere denaro in prestito".

Se la Germania rinunciasse allo Schwarze Null come leitmotiv della sua politica fiscale e iniziasse invece a seguire la regola aurea, si potrebbe fare molto per migliorare la prosperità e la qualità della vita delle generazioni future. Il risultato sarebbe una maggiore stabilità politica: migliori infrastrutture pubbliche e maggiori risorse da dedicare all'istruzione contrasterebbero una insoddisfazione ampiamente diffusa nei confronti della classe politica. Con i fondi pubblici sarebbe possibile aumentare considerevolmente le attività di ricerca nel nostro paese e l'uso di energie rinnovabili - in linea con la già pianificata transizione energetica.

Più investimenti pubblici in Germania, inoltre, darebbero un contributo alla riduzione dell'eccedenza commerciale tedesca e a riequilibrare gli squilibri economici all'interno dell'area dell'euro. Questo, a sua volta, potrebbe togliere il vento dalle vele del protezionismo del governo americano, particolarmente critico nei confronti della Germania a causa del suo surplus di conto corrente molto elevato.

I vantaggi economici e politici di un simile cambio di paradigma fiscale sono ovvi. Allo stesso tempo è difficile capire cosa la Germania potrebbe avere da guadagnare se restasse ancorata allo Schwarze Null. In termini puramente matematici nei prossimi 20 anni il rapporto debito/PIL scenderebbe dall'attuale 56% al 31%. Nessun economista serio potrebbe ragionevolmente giustificare perché un rapporto debito/PIL così basso dovrebbe essere vantaggioso.

La più importante sfida politica del futuro sarà quella di superare la  profonda riluttanza dei tedeschi ad accettare l'indebitamento. A differenza di altre lingue, il termine "Schulden" (debito) in tedesco porta dentro di sé il significato di "Schuld" (colpa) e quindi ha una particolare connotazione negativa. A ciò bisogna aggiungere il fatto che è molto difficile spiegare il meccanismo tramite il quale il rapporto debito/PIL rimane stabile quando il debito pubblico aumenta in proporzione al PIL nominale.

Ciò tuttavia non dovrebbe essere una scusa per attenersi allo Schwarze Null e rinunciare all'enorme potenziale economico e politico di un simile cambio di paradigma per la Germania. Nella storia dei "Vestiti nuovi dell'imperatore", un bambino pronuncia l'ovvio: il re è nudo. La SPD dovrebbe avere il coraggio di fare la stessa cosa nei confronti del mito dello zero nero.

La retromarcia della SPD sulle riforme Hartz dimostra che tale coraggio può anche pagare. Già oggi ci sono dei prominenti economisti tedeschi pronti a mettere in discussione il pareggio di bilancio. Adesso anche la politica dovrebbe cedere. E in questo modo tutti noi fra 20 o 30 anni non dovremo confrontarci con la domanda dei nostri figli e nipoti su come sia stato possibile sprecare una così grande occasione per migliorare il loro benessere economico e politico, proteggendo l'ecosistema.



domenica 17 marzo 2019

La battaglia per l'autonomia strategica

Un influente Think Tank della capitale tedesca ipotizza la necessità di creare le condizioni per una maggiore autonomia strategica di Berlino e Bruxelles. Sullo sfondo il conflitto con gli americani per il gasdotto Nord Stream 2, sulla tecnologia Huawei e per i costi di stazionamento dei militari. Per German Foreign Policy, anche se fino ad ora il bilancio è modesto, l'autonomia strategica dall'America è l'inizio di un percorso che porta allo status di potenza mondiale. Da German Foreign Policy


"Autonomia strategica"

"L'autonomia strategica" che l'UE ha rivendicato per la prima volta nella sua "Strategia globale per gli affari esteri e la politica di sicurezza" del giugno 2016 [1], è oggetto di un recente studio della Fondazione Wissenschaft und Politik (SWP), fondazione finanziata dalla Cancelleria di Berlino. Per la SWP "l'autonomia strategica" non è solo "la semplice capacità di stabilire le priorità nella politica estera e di sicurezza e di prendere decisioni"; è necessario piuttosto disporre anche "delle condizioni istituzionali, politiche e materiali" per "implementare in maniera indipendente,  o in collaborazione con terzi, se necessario," le proprie priorità. [2] "Il contrario dell'autonomia strategica", prosegue la SWP, "sarebbe lo status di chi deve recepire  regole e decisioni strategiche prese da terze parti... con un effetto immediato sull'Europa". I "terzi" che stabiliscono le regole e prendono decisioni, possono essere anche gli Stati Uniti. "L'autonomia strategica" nei confronti degli Stati Uniti condurrebbe allo status di potenza globale.


La costruzione del contro-potere

La SWP consiglia "di espandere le proprie opzioni in politica estera", anche nei confronti degli Stati Uniti. [3] La "politica estera dirompente e irregolare" dell'amministrazione Trump "sfida l'UE a definire e proteggere gli interessi europei in maniera più forte". Berlino e Bruxelles inoltre, anche "per il periodo che seguirà la fine della presidenza di Donald Trump, dovranno prepararsi ad affrontare sempre piu' polemiche, dibattiti aperti e anche conflitti con gli Stati Uniti". Nel perseguimento di una "autonomia strategica" si possono trarre "alcune conclusioni per gestire i rapporti con gli Stati Uniti". Pertanto l'UE e i suoi stati membri  "... a seconda del conflitto e della costellazione di interessi..." dovranno "perseguire una politica di contro-potenza economica e diplomatica solida oppure più soft". "L'autonomia strategica" non deve essere mantenuta invano: in ogni occasione si dovrà sempre "nominare e prendere in considerazione i costi di una maggiore autonomia strategica nei confronti degli USA".

Bilancio misto

Ed è in questo contesto che i conflitti con gli Stati Uniti continuano ad aumentare. Finora Berlino e Bruxelles possono mostrare un bilancio misto. Cosi' nel conflitto commerciale è subentrata una sorta di situazione di stallo, mentre la minaccia di dazi punitivi sulle importazioni di auto pende come una spada di Damocle sull'UE, e molto di più sulla Germania - l'industria automobilistica tedesca, vanto della Repubblica federale, verrebbe colpita duramente dai dazi doganali [4]. Anche il tentativo di mantenere aperto il commercio con l'Iran per salvare l'accordo nucleare con Teheran dopo il ritiro degli Stati Uniti può essere considerato fallito: la minaccia di sanzioni degli Stati Uniti ha spinto tutte le maggiori compagnie dell'UE a interrompere il business con l'Iran. Lo strumento finanziario annunciato molto tempo fa da Berlino e Bruxelles, che avrebbe dovuto consentire di evitare le sanzioni statunitensi, in realtà non sta funzionando. [5]

Battaglia su Nord Stream 2

L'amministrazione Trump ora va all'offensiva su altri due campi in cui la Repubblica federale sta cercando di difendere i propri interessi, in contrasto con quelli degli Stati Uniti, per far rispettare la sua "autonomia strategica". Uno di questi riguarda il gasdotto Nord Stream 2, il quale assicura alla Germania [6] l'accesso esclusivo alle riserve di gas della Russia e conferisce a Berlino una posizione centrale nelle forniture di gas naturale all'UE. Già ad inizio mese un funzionario di alto livello del Dipartimento di Stato americano aveva confermato che se le compagnie europee dovessero continuare a lavorare al gasdotto, rischiano "sanzioni significative" [7]. Un altro funzionario di governo degli Stati Uniti, davanti alla stampa economica, ha confermato che Washington sta preparando le sanzioni. A Berlino lo si considera come un attacco nei confronti di un alleato NATO. "Le sanzioni condurranno inevitabilmente a uno scontro non solo con la Germania, ma anche con l'Europa", ha dichiarato un funzionario del governo di Berlino: "faremo tutto il necessario per completare il gasdotto". [8]

La battaglia su Huawei

Contemporaneamente si registra un'escalation del conflitto sull'uso della tecnologia del gruppo cinese Huawei per lo sviluppo delle reti 5G in Germania e nell'UE. Berlino non ha ancora preso una decisione definitiva, ma finora si è tenuta aperta la possibilità di utilizzare i prodotti Huawei per venire incontro ai forti interessi delle aziende tedesche [9]. Washington continua la sua campagna globale per escludere Huawei e aumenta la sua pressione sul governo federale. L'ambasciatore degli Stati Uniti a Berlino, Richard Grenell, con una lettera al ministero federale dell'economia ha minacciato che se Huawei in Germania dovesse avere via libera, allora gli Stati Uniti in futuro si troverebbero nella situazione "di non poter piu' scambiare informazioni di intelligence e altri dati come è accaduto fino ad oggi" [10]. Anche nella disputa sul Nord Stream 2, Grenell aveva già fatto ricorso a lettere di minaccia, senza tuttavia rivolgersi direttamente al governo federale, ma a dozzine di aziende di diversi paesi europei.

Tasse di stazionamento

Nella battaglia di potere con Berlino, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, secondo quanto riporta la stampa, sta ora prendendo in considerazione l'ipotesi di richiedere del denaro per il dispiegamento delle truppe statunitensi. Seoul ha già dovuto aumentare a 925 milioni di dollari la somma che paga a Washington per lo stazionamento dei circa 28.500 soldati statunitensi di stanza in Corea del Sud. Si tratta di circa la metà dei costi di stazionamento. Trump sta attualmente pensando, si dice nell'ambito dei suoi collaboratori piu' stretti, di aumentare di una volta e mezza l'importo dei costi di stazionamento, e non solo in Corea del Sud. Ciò potrebbe colpire anche la Germania, dove attualmente sono presenti più di 33.000 militari statunitensi. [11] In questo modo si estenderebbe ad un altro campo il conflitto per l'autonomia strategica della Germania e dell'UE.
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[1] Gemeinsame Vision, gemeinsames Handeln: Ein stärkeres Europa. Eine Globale Strategie für die Außen- und Sicherheitspolitik der Europäischen Union. Brüssel, Juni 2016.
[2], [3] Barbara Lippert, Nicolai von Ondarza, Volker Perthes (Hg.): Strategische Autonomie Europas. Akteure, Handlungsfelder, Zielkonflikte. SWP-Studie 2. Berlin, Februar 2019.
[4] S. dazu Vorbereitungen auf den Handelskrieg.
[5] S. dazu Sanktionskrieg um Iran.
[6] S. dazu Die Macht der Röhren.
[7] Jamie Dettmer: US Officials Issue Sanctions Warnings to Europe Over Russian Gas. Voanews.com 06.03.2019.
[8] Bojan Pancevski: How a Russian Gas Pipeline Is Driving a Wedge Between the U.S. and Its Allies. wsj.com 10.03.2019.
[9] S. auch Spionage bei 5G (II).
[10] Silke Mülherr: Der Drohbrief von Trumps Botschafter an die Bundesregierung im Detail. welt.de 12.03.2019.
[11] John Hudson, Anne Gearan, Philip Rucker, Dan Lamothe: Trump invokes new demand for extracting billions of dollars from U.S. allies. washingtonpost.com 09.03.2019.



Perché con AKK ci sarà un cambio di paradigma nella politica europea tedesca

"Per Annegret Kramp-Karrenbauer, la pressione per ricostruire l'Europa non deriva più dalla fragilità delle sue istituzioni, ma dalla mutata situazione mondiale", scrive Ulrich Speck sulla Neue Zürcher Zeitung, per questo con AKK dovremmo aspettarci un cambio di paradigma della politica europea tedesca. Ne scrive Ulrich Speck sulla NZZ.ch


L'Europa come cantiere permanente, la casa europea come una visione guida per il futuro: il discorso sull'UE degli ultimi decenni è stato guidato da un'idea federalista che mirava agli "Stati Uniti d'Europa". Nel suo sbocco piu' felice, gli stati odierni non sarebbero scomparsi del tutto, ma sarebbero stati messi in ombra da un super-stato europeo.


Ciò che distingueva i pro-europei nelle loro sfumature non era la visione, ma solo il radicalismo con cui queste venivano perseguite. Alcuni volevano accelerare il progetto e riorganizzare le istituzioni dell'UE di Bruxelles il più alla svelta possibile, seguendo l'esempio delle istituzioni nazionali: la Commissione al governo e il Parlamento come potere legislativo e organo di controllo. L'introduzione dell'euro sembrò rendere inevitabile un tale sviluppo: solo un'entità statale dotata di sovranità avrebbe potuto stabilizzare la moneta.

Nel suo manifesto europeo, il nuovo leader della CDU ha dato a questo  discorso europeo tradizionale un approccio e un tono completamente diverso («Europa richtig machen»). Per Annegret Kramp-Karrenbauer, che si posiziona come successore di Merkel anche alla Cancelleria, la pressione per ricostruire l'Europa non deriva più dalla fragilità delle istituzioni, ma dalla mutata situazione mondiale. La questione è se l'Europa ha la volontà di "modellare attivamente" le regole della futura convivenza globale, oppure accetta di diventare una palla da gioco nella nuova competizione fra le grandi potenze.

Si tratta di una auto-affermazione in un mondo che sta cambiando radicalmente nel quale a proteggere l'Europa dalle tempeste non c'è piu' un'America "egemone benevolente". L'Europa dovrà essa stessa mettere in risalto i suoi interessi globali.

Da una parte c'è il lato interno: "assicurare le basi della nostra prosperità" attraverso l'innovazione e il progresso tecnologico. Dall'altro c'è il lato esterno, ovvero "la capacità di agire in materia di politica estera e di sicurezza", capacità da sviluppare attraverso l'introduzione di "un consiglio europeo di sicurezza": con il Regno Unito e con un ampio portafoglio che non comprenderà solo la politica di sicurezza, ma anche la politica estera nel suo complesso.

L'auto-affermazione europea in un mondo di poteri fra loro in competizione può essere basata solo sugli stati nazione già esistenti i quali dispongono delle risorse in termini di legittimità e potere. Il "peso internazionale degli europei" deriva dal fatto che gli stati "formulano e riconciliano a livello europeo i propri interessi", scrive il presidente della CDU.

Con il suo manifesto, Kramp-Karrenbauer spinge programmaticamente verso un cambio di paradigma nella politica europea della Germania. Trae le conseguenze da una situazione geopolitica radicalmente cambiata. Se l'Europa vuole mantenere il suo ordine liberale interno contro il crescente nazionalismo e la nuova concorrenza delle grandi potenze, allora non potrà limitarsi a prendersi cura solo degli aspetti interni perfezionando le sue istituzioni, ma dovra riorganizzarsi in termini di politica della forza. Le capitali, così come i principali azionisti della cooperazione europea, non possono delegare questo compito a Bruxelles, ma devono mettere tutto il loro peso dietro il perseguimento di questa nuova Europa.