venerdì 15 settembre 2017

I paesi dell'Europa dell'est hanno una valida ragione per non ripetere l'euro-errore: il declino italiano

Juncker durante il discorso sullo stato dell'unione di mercoledi ha parlato dell'euro come destino comune per tutti i paesi UE. Holger Zschäpitz su Die Welt replica a Juncker scrivendo che i paesi dell'est avrebbero una valida ragione per non entrare nella moneta unica: l'esempio fornito dal declino dell'economia italiana iniziato con l'ingresso nell'euro. Holger Zschäpitz su Die Welt


Jean-Claude Juncker ha dei grandi progetti. "L'euro è destinato ad essere la moneta unica di tutta l'UE", ha detto il Presidente della Commissione europea nel suo discorso sullo stato dell'Unione Europea. E proprio alla moneta unica ha assegnato un ruolo centrale nell'ambito della riforma dell'Europa. Questa dovrebbe diventare qualcosa di piu' della valuta di un certo numero di paesi scelti. L'euro, secondo il messaggio di Junker, dovrebbe essere messo a disposizione di tutti.

Non ha del tutto torto. I trattati europei prevedono infatti che i paesi membri - con l'eccezione della Danimarca e della Svezia - diventino membri dell'euro-club dopo aver soddisfatto determinati criteri di convergenza. Il problema è solo uno: l'euro ha chiaramente mostrato che alcuni paesi non sono in grado di sopravvivere sotto il tetto di una moneta unica.

Gli anni passati non solo hanno disilluso i cittadini dei paesi membri, ma anche quelli dei paesi che aspiravano ad un'adesione. Cio' è emerso chiaramente anche durante la campagna elettorale tedesca. Tutti i partiti in grado di formare una coalizione si riconoscono sicuramente nell'Europa e si impegnano a trasferire ulteriori competenze all'UE. L'idea di Juncker di un euro per l'intero continente tuttavia non è in nessun programma elettorale.

Gli stati membri si sono sviluppati in direzione opposta

Per una buona ragione. Sicuramente l'euro dalla sua introduzione nel 1999 ha garantito molti vantaggi ai cittadini. Senza dubbio le transazioni transfrontaliere o i viaggi negli altri paesi dell'eurozona sono diventati piu' facili e quindi anche piu' economici. Tuttavia se l'obiettivo era quello di portare avanti l'integrazione dell'Europa attraverso l'euro, possiamo considerarlo un obiettivo fallito. Già dopo l'introduzione dell'euro le differenze fra i paesi membri hanno iniziato a crescere. E a partire dalla crisi finanziaria del 2008 i paesi membri si sono sviluppati in direzioni molto diverse.


Cio' è chiaramente visibile se si confronta il reddito pro-capite di Italia, Spagna e Germania. Prima del 1999 lo sviluppo era in parte sincronizzato. Dopo il cambio di valuta dalla Peseta all'euro la Spagna ha vissuto un boom mai conosciuto prima, mentre la Germania dopo aver abbandonato il Marco ha avuto una lunga fase di stagnazione. L'Italia a sua volta nei primi anni senza Lira ha continuato a crescere ma con discrezione. Il risveglio terribile è arrivato piu' tardi.

Senza dubbio tutti i paesi della zona euro durante la crisi finanziaria hanno subito una perdita in termini di ricchezza. Ma mentre la Germania ha rapidamente lasciato dietro di sé la crisi e ora sta vivendo una delle fasi di boom piu' lunghe della sua storia recente, l'Italia dopo diverse recessioni, sta lottando duramente per cercare di rialzarsi. La Spagna dopo una drammatica crisi causata dallo scoppio della bolla immobiliare è tornata a crescere.

L'euro come peccato

"Una moneta unica comporta inevitabilmente che le diverse economie si allontanino fra di loro: quelle piu' forti diventano sempre piu' forti, quelle piu' deboli sempre piu' deboli", dice Charles Gave, stratega presso il centro di analisi Gavekal Research. E' la classica concezione anglosassone, secondo la quale l'euro è una specie di peccato.

Secondo questa teoria, i paesi che non possono indebitarsi nella loro moneta, oppure che sono intrappolati in una valuta che non possono influenzare, sono di fatto ostacolati nel loro sviluppo e nella crescita della prosperità. Una moneta unica pertanto è adatta solamente a quei paesi che hanno cicli economici sincroni oppure che sono in condizione di adattarsi in maniera estremamente flessibile agli shock.


Addirittura la Finlandia è dovuta passare attraverso questa esperienza. Dall'inizio del nuovo millennio è stata infatti colpita da almeno 3 grandi shock: il declino del produttore di telefoni cellulari Nokia, la crisi dell'industria cartaria, un tempo fondamentale, e le sanzioni contro un importante partner commerciale quale la Russia. Sono stati tutti eventi esterni che non hanno inciso sugli altri membri della moneta unica. Poiché il paese non ha potuto svalutare la propria moneta, l'economia finlandese ha vissuto una lunga fase di stagnazione ed è finita dietro alla Svezia, che ha ancora la propria valuta. Ancora negli anni '90 la Finlandia, grazie ad una radicale svalutazione del Marco finlandese, era riuscita a superare in un periodo relativamente breve il collasso della Russia ed una importante crisi bancaria.

La Rep. Ceca non è piu' interessata all'euro

Molti paesi dell'europa dell'est, considerando queste esperienze, non hanno nessuna intenzione di abbandonare la propria flessibilità di cambio. In particolare la Polonia e l'Ungheria, grazie ad un forte deprezzamento dello Zloty e del Fiorino, sono riuscite ad assorbire gli effetti della crisi finanziaria. Secondo i trattati, infatti, già da tempo entrambi i paesi avrebbero dovuto essere parte della moneta unica, visto che per quanto riguarda i tassi, l'inflazione e l'indebitamento hanno già raggiunto da tempo i criteri di convergenza.


La situazione è ancora piu' marcata nella Repubblica Ceca. Il paese è l'allievo modello tra gli aspiranti all'adesione. L'agenzia di Rating Fitch prevede che i cechi quest'anno avranno addirittura un avanzo di bilancio. E anche per quanto riguarda l'indebitamento pubblico, il vicino dei tedeschi, con un 35% in rapporto al PIL, è chiaramente al di sotto del limite del 60%.

Come primo stadio per l'adesione alla moneta unica Praga da molti anni aveva agganciato la corona all'euro. Ma in primavera i cechi hanno fatto un passo indietro sulla strada verso la moneta unica ed hanno rinunciato all'aggancio monetario. Gli esperti lo hanno interpretato come un chiaro segnale del fatto che il paese non è piu' interessato ad una rapida adesione all'euroclub. Sebbene lo sviluppo della vicina Slovacchia abbia chiarito che l'adesione - il paese è un membro dal 2009 - non è necessariamente dannosa. Il paese, un tempo la zona piu' povera della ex Cecoslovacchia, dall'adesione ha avuto uno sviluppo economico migliore della Repubblica ceca.

Juncker ha una soluzione pronta

I paesi membri UE Bulgaria, Romania e Croazia al contrario sono ancora ben lontani dai criteri di convergenza. Mentre la Romania con il deficit è alquanto indietro e la Croazia con una quota di debito dell'82% sul PIL sta lottando, dal punto di vista economico il vero fanalino di coda dell'UE è la Bulgaria. Per quanto riguarda il reddito pro-capite, che tuttavia non è un criterio formale per l'adesione all'euro, il paese resta al di sotto del 50% della media europea.

Ma anche per questo problema Juncker sembra avere una soluzione pronta. Chiede la creazione di uno strumento per l'ingresso nell'euro che preveda l'assistenza tecnica e finanziaria ai futuri membri dell'euro. Sarebbe ancora una volta la tipica soluzione europea: voler guarire tutti i problemi con la maggior quantità di denaro possibile e con dei programmi di salvataggio.

mercoledì 13 settembre 2017

Perché la guerra fra poveri nella Germania del 2017 funziona ancora molto bene

Articolo molto interessante di Susan Bonath che su RT Deutsch ci spiega perchè anche in Germania la questione dei migranti resta un tema centrale. Da un lato i cittadini arrabbiati e preoccupati, dall'altra un esercito di profughi e migranti che entra in concorrenza con la popolazione autoctona. Da RT Deutsch.

Quando i politici della Linke o dei Verdi usano il loro slogan "Refugees welcome” per bollare come "mostri" oppure come "gentaglia" chi sul tema dei rifugiati la persa diversamente da loro, di solito lo fanno da un punto di vista privilegiato. Si potrebbe dire che hanno completamente perso di vista la realtà della vita. 

Al mondo reale appartengono le madri single che lottano per portare a casa 900 euro netti al mese con un lavoro part-time. Uomini e donne che con 3 o 4 minijobs sono costretti ad integrare il loro salario con Hartz IV. O un lavoratore specializzato malpagato che deve insegnare un mestiere a un tirocinante dell'Eritrea, e non a torto, teme che presto o tardi il suo apprendista possa rubargli il posto di lavoro per una paga ancora piu' misera.

Nessuno vuol finire nella parte piu' bassa della società, dove i polacchi, i bulgari e i tedeschi competono per un posto all'ostello dei senza tetto. Dove alle mense di carità per i poveri la coda si fa sempre piu' lunga. Dove i percettori di un sussidio Hartz IV sanzionati dai Jobcenter finiscono in mezzo alla strada perché non possono piu' pagarsi un affitto. E dove alla fine le amministrazioni comunali invece di aiutarli decidono di spendere i soldi pubblici per alloggiare i profughi in un costoso hotel.

Paura di perdere il proprio status

La competizione per la sopravvivenza e la paura di perdere anche il piu' piccolo dei privilegi spingono le persone verso destra. La richiesta di avere confini sempre piu' chiusi, di creare lager di internamento per i migranti, di ridurre gli aiuti finanziari per i rifugiati o di aumentare i programmi di respingimento funzionano molto bene sia nel ceto medio che nei ceti piu' bassi.

C’è qualcosa che invece sembra essere scomparso dalla percezione della maggioranza: mentre "l'invito di Merkel" e la sua "politica dei confini aperti" restano il bersaglio di ogni critica, la coalizione CDU/CSU-SPD ha già messo in pratica alcuni dei punti programmatici di AfD, NPD & co. Le carceri per i migranti respinti sono già presenti in tutta la Germania, i centri di detenzione preventiva per i richiedenti asilo sospettati in Baviera sono già una realtà e presto saranno estesi a livello nazionale. Il “Refugees welcome - wir schaffen das“ di Merkel già da tempo si è trasformato in una frase vuota che nasconde dietro di sé una realpolitik opposta.

"Gli danno tutto"

La voce secondo cui i profughi riceverebbero piu' denaro dei destinatari di Hartz IV autoctoni è ancora molto diffusa. In realtà i mezzi di sussistenza per i richiedenti asilo, a seconda dell'età, sono fra i 23 e i 55 euro piu' bassi. Per quanto riguarda le cure mediche hanno accesso solo alle prestazioni d'emergenza. Per ogni visita dal medico hanno bisogno di un certificato rilasciato dall'ufficio per gli stranieri.

Se non rispettano le regole oppure non partecipano in maniera adeguata, i rifugiati possono essere sanzionati come accade con i destinatari di Hartz IV. In realtà quelli che stanno facendo soldi con i migranti sono altri: locatori di immobili, gestori di ostelli per migranti, aziende private, organizzatori di misure di integrazione.

Gli ostelli per i rifugiati non sono hotel a tre stelle. Spesso persone di diversa lingua e religione vengono messe insieme in piccole stanze. I gestori degli ostelli incassano i rimborsi un tanto a migrante - e fanno guadagni impensabili.

Affari con le persone in stato di necessità

Come riportato dalla Potsdamer Neuesten Nachrichten la scorsa settimana l’amministrazione della città ha accordato ai gestori degli ostelli 295 € a persona al mese - per un letto, un armadio e l'uso di una cucina e un bagno comune. Per una stanza di 20 metri quadrati con 3 letti in totale si arriva a quasi 900 euro al mese. Per fare un confronto: ad una famiglia di 3 persone la città di Potsdam concede fino a 712 euro di affitto, spese comprese, per 80 metri quadrati.

Anche i programmi per l’inserimento lavorativo dei profughi stanno creando forme di competizione. Lo stabilimento Hermes a Haldensleben (Sachsen-Anhalt), una società appartenente al gruppo del multimilionario Michael Otto, impiega i richiedenti asilo come tirocinanti da inserire poi in azienda con un contratto a tempo determinato. Per fare cio' l'azienda percepisce il contributo per l'integrazione del Land Sachsen-Anhalt.

Cio' che volentieri non viene raccontato: da Hermes ci sono centinaia di lavoratori interinali che preparano pacchetti per la spedizione impiegati al minimo salariale. In produzione gli unici dipendenti fissi sono donne con un contratto part-time da 100 ore al mese. "Con 10 euro lordi di salario orario e i premi per il lavoro a turni si puo' arrivare a circa un migliaio di euro netti al mese", dice la dipendente Katrin P. Lei in realtà non ha paura per il suo lavoro visto che è li' da oltre 15 anni. Per i lavoratori interinali e gli occupati a tempo determinato la situazione però è molto diversa.

Ottimismo a tutti i costi contro l’allarmismo

Che il mondo del lavoro salariato sia sempre meno sicuro, piu' precario e piu' flessibile non è certo un segreto. Le previsioni da campagna elettorale della CDU sul presunto raggiungimento del pieno impiego nei prossimi anni non cambiano lo stato delle cose. Anche i piani per la riduzione delle tasse per i piu’ abbienti lanciati da AfD e FDP sono il progetto di un lupo ricoperto con il pelo di pecora: può funzionare solo a spese dello stato sociale. 

Il gruppo degli estremisti umanitari che vorrebbe ridurre i crescenti divari sociali attraverso "una maggiore compassione" risulta alquanto ingenuo. Si tratta di un atteggiamento cinico nei confronti degli autoctoni, che in parte a ragione - soprattutto grazie ad Hartz IV - devono temere per la sussistenza che fra mille difficoltà sono riusciti a conquistarsi. Chiunque sostenga che il mondo dell’economia non guarda ai profughi come a una futura riserva di manodopera a basso costo è proprio un ingenuo.

Ma anche chi crede che il governo federale garantirebbe ai lavoratori tedeschi maggiori diritti e un salario piu' elevato se non ci fossero i rifugiati si trova probabilmente sul terreno scivoloso della fantasia. E' stata l'Agenda 2010 che con una dura rappresaglia nei confronti di coloro "che non volevano lavorare" dal 2005 ha spinto 8 milioni di occupati in un settore a basso salario in continua crescita.

Il gioco con la paura non colpisce solo il mondo del lavoro. Anche la sicurezza è in pericolo. Ora non è esattamente chiaro se la BKA (Bundeskriminalitatamt) sta distribuendo pillole sedative quando ci informa che ormai da molti anni la criminalità non sta aumentando. Quello che sappiamo: lo scorso anno in Germania ogni giorno ci sono stati dieci attacchi violenti contro i rifugiati. Dall'altro lato: i media parlano molto piu’ frequentemente dei crimini sessuali commessi dai rifugiati.

La maggior parte delle donne tuttavia deve sapere che cio’ non significa che gli uomini tedeschi non fanno cose simili. Abusi nella propria famiglia, vacanze sessuali in Thailanda o altrove, oppure pedopornografia, non sono solo un privilegio dei rifugiati. La violenza sessuale è da sempre un problema delle società in cui ci sono un ceto alto e uno ceto basso. E' troppo facile cercare di dare la colpa agli altri. 

Le guerre economiche producono rifugiati economici

Quando si tratta dei respingimenti di profughi, tutti i partiti, dalla destra fino all'Unione ma anche una parte della SPD, fanno volentieri distinzione fra i profughi politici e i migranti economici. Lo fanno come se l'economia non avesse nulla a che fare con la politica, come se la miseria e la fame fossero piu' piacevoli della paura di un bombardamento. Le persone fuggono quando non hanno piu’ alcuna prospettiva di vivere oppure sopravvivere. Funziona cosi' da diversi secoli.

Ormai da molti anni gli stati non conducono solo delle guerre militari. Gli accordi di libero scambio, l'export di capitali, l'appropriazione di risorse pubbliche da parte di aziende private sottopongono milioni di persone alla dura disciplina dei mercati. Si tratta degli interessi privati dei grandi gruppi che in tutto il mondo si intrecciano fra di loro.

L'attuale fusione fra Bayer e Monsanto, fra Linde e Praxair (Germania-Usa) oppure fra Thyssenkrupp e Tata (Germania-India) ci mostrano la direzione. I grandi gruppi industriali dirigono i prezzi e i mercati. Comprano, si espandono e continuano a crescere. Non si fermano ai confini nazionali. Laddove l’energia, il cibo e gli ospedali vengono privatizzati e dove gli eserciti vengono riarmati, finisce lo stato sociale. E laddove c'è bisogno di sempre meno lavoro umano, cresce il numero delle persone bisognose. Chi su questi temi cerca delle soluzioni nazionali è arrivato troppo tardi.


martedì 12 settembre 2017

Come i partiti tedeschi vorrebbero stabilizzare la moneta unica

Cosa propongono i partiti tedeschi per stabilizzare l'euro? Tutti ad eccezione di AfD, che propone la fine della moneta unica, hanno (in teoria) una ricetta per risolvere la crisi dell'euro. Dalla Frankfurter Rundschau. 


AfD: ritorno al passato

Alternative für Deutschland (AfD) nasce dalla critica ai programmi di salvataggio per la Grecia e per gli altri stati in crisi dell'Eurozona. Per questa ragione l'atteggiamento del partito è molto chiaro: "l'euro è fallito". Innanzitutto gli stati euro hanno ignorato le regole del patto di stabilità e crescita e in secondo luogo hanno violato la clausola di non bail-out, secondo la quale nessun stato avrebbe dovuto garantire per gli altri. AfD pertanto chiede lo scioglimento dell'euro e un tempestivo ritorno al D-Mark. AfD è consapevole che il ritorno alle monete nazionali "sarà finanziariamente molto difficile. Tali costi tuttavia saranno inferiori rispetto alla permanenza nell'Eurosistema".

Linke: debito in comune

Per la Linke la "crisi dell'UE è prima di tutto una crisi sociale". Per questo si rifà a due punti fondamentali: da un lato propone un programma di investimenti pubblici europei per una riconversione dell'economia in chiave ecologico-sociale da finanziare attraverso una tassa patrimoniale una-tantum sui patrimoni superiori al milione di euro. La Linke inoltre appoggia l'emissione di titoli di debito comuni fra gli stati della zona euro "per evitare che si possa speculare sul debito degli stati". Sull'altro lato la Linke vorrebbe fermare la corsa al ribasso in materia di salari e tassazione, ad esempio attraverso "una tassazione coordinata dei super-ricchi" oppure imponendo degli standard sociali minimi con delle clausole tariffarie e un salario minimo europeo.

SPD: governo economico

Per la SPD la Germania è senza dubbio un contribuente netto ma anche il paese che maggiormente ha tratto vantaggio dall'UE. Per superare la fase di debole crescita è pertanto necessario un ampio programma di investimenti a livello europeo. La SPD vorrebbe superare "gli squilibri eccessivi" come ad esempio gli avanzi e i disavanzi commerciali tramite una politica economica coordinata. In futuro dovrà essere creato un governo economico della zona Euro accanto ad un bilancio comune dell'Eurozona. Il fondo di salvataggio ESM dovrà assumere le funzioni di un fondo monetario europeo mentre il patto di stabilità e crescita dovrebbe essere modificato in modo da ridurre il "debito in eccesso".

Verdi: fondo per il futuro

Nel programma dei Verdi ha un ruolo centrale il cosiddetto "fondo per il futuro" che tramite investimenti pubblici "dovrà sviluppare la modernizzazione sociale ed ecologica in Europa, oltre a sostenere gli stati membri in situazione di emergenza e combattere le crisi economiche". A questo fondo dovrebbero partecipare tutti gli stati europei. In cambio sarà necessario prendere delle misure piu' forti contro l'evasione e l'elusione fiscale. Anche i Verdi appoggiano la trasformazione del fondo di salvataggio ESM in una sorta di fondo monetario europeo controllato dal Parlamento europeo. Il divario sociale in Europa dovrà essere combattuto con l'introduzione di norme salariali minime. 

CDU/CSU: più controllo

La CDU nel suo programma elettorale si pronuncia in maniera vaga sui temi europei e parla solo di una limitata necessità di cambiamento. Non è certo una sorpresa visto che la trasformazione dell'Eurozona negli anni scorsi si è fondamentalmente basata sulle idee del Ministero delle Finanze tedesco. La CDU insiste sul rispetto del patto di stabilità ed esclude una messa in comune del debito. Allo stesso tempo si dice disponibile "a sviluppare ulteriormente l'Eurozona insieme al nuovo governo francese, ad esempio con la creazione di un fondo monetario europeo". La CDU pero' considera questo fondo non uno strumento per la pianificazione degli investimenti o per la gestione delle crisi, ma piuttosto come un modo per controllare le finanze statali.

FDP: insolvenza di stato

La FDP vorrebbe spingere i paesi membri dell'euro a conformarsi al patto di stabilità attraverso delle sanzioni automatiche. Ogni altra forma di redistribuzione viene completamente bocciata, come ad esempio la proposta della Commissione UE di introdurre un pilastro sociale all'interno dell'UE. La FDP è contraria alla possibilità che i singoli membri della zona euro possano garantire per gli altri stati. L'obiettivo è fare in modo che "gli stati membri siano responsabilizzati sulle conseguenze delle loro politiche economiche e quindi garantiscano una certa disciplina di bilancio". Per quanto riguarda il fondo di salvataggio ESM, disponibile come strumento di emergenza per prevenire l'insolvenza degli stati, la FDP vorrebbe diminuirne l'importo e nel lungo periodo liquidarlo. Invece di sostenere gli stati con del credito aggiuntivo, la FDP propone una "insolvenza di stato ordinata", che in caso di emergenza puo' significare anche ristrutturazione del debito.

lunedì 11 settembre 2017

Storia di una giovane Hartz IV

Dall'Huffington Post la testimonianza di una giovane ragazza che per diversi anni è stata destinataria di un sussidio Hartz IV e che grazie al tanto odiato sussidio pubblico è riuscita a studiare e ad uscire dalla spirale della povertà. Da huffingtonpost.de


Alcuni per il diciottesimo compleanno ricevono in regalo la loro prima auto. Io invece ho avuto solo uno frase molto stupida da parte di un impiegato del Bafög (ufficio per il sostegno economico agli studenti).

Ho 18 anni e mi trovo presso il Bafög di Düsseldorf davanti all'impiegato responsabile per l’assegnazione dei sussidi agli studenti. L'elaborazione della mia pratica dura da mesi. Di solito gli studenti ottengono una borsa di studio Bafög quando i genitori per qualche ragione non possono piu' occuparsi del figlio oppure non possono piu' sostenerlo finanziariamente. Se ad esempio sono finiti in prigione.

Mia madre non ha trovato particolarmente brillante la mia proposta di farsi carcerare in modo da velocizzare il disbrigo della mia pratica. Allora ho deciso di fare un'altra visita all'impiegato per accelerare le cose.

L'impiegato, un uomo simpatico sulla trentina, sfoglia i miei documenti – l’estratto conto dei miei genitori, i moduli di domanda, il mio certificato di nascita, le copie del mio passaporto polacco.

"Beh, se suo padre fosse morto un anno prima, ora lei riceverebbe piu' soldi"

La mia reazione è stata un'alzata di spalle e un sorriso storto. Considerando la mia giovane età mi ritengo abbastanza dinamica, visto che riesco a seguire tutta la burocrazia senza l'aiuto di mia madre. Confesso pero' che nella mia piu' tenera età adolescenziale non mi era mai capitato di arrivare a pensare alla scomparsa prematura di mio padre per riuscire a portare a casa magari 50 euro in piu' al mese qualche anno piu' tardi, a questo non ero davvero preparata. Alla fine resto una studentessa vicina alla maturità e ho altri progetti per la mente.

Se il Bafög ha bisogno di cosi’ tanto tempo per la pratica, allora che sia Hartz IV. Come per i miei genitori

Istruzione non riconosciuta in Germania

Dei destinatari di Hartz IV di solito abbiamo un'idea abbastanza chiara. Si tratta ad esempio degli alcolizzati asociali che si appostano fin dal primo mattino davanti al discount piu' economico e bevono birra tutto il giorno. Oppure si tratta delle madri single sui 20 anni che al supermercato vediamo correre e gridare dietro ai loro figli. Oppure della famiglia del ceto basso che dalla televisione ogni giorno ti ripete che tutte le vitamine buone si possono trovare solo in una certa salsiccia. 

Nella mia famiglia è andata diversamente. I miei genitori sono arrivati in Germania dalla Polonia negli anni 80. Entrambi avevano frequentato l’Università (sebbene mio padre non avesse completato gli studi). In Germania il suo diploma non è stato riconosciuto e quindi per molti anni è stato costretto a passare da un lavoro precario all'altro - distribuzione di giornali, consegna del cibo, vendita di panini, pulizie.

A volte dovevo accompagnare mia madre a fare le pulizie - trovavo i grandi spazi degli uffici cosi' emozionanti. Oppure la notte quando non riuscivo a dormire potevo restare nel sedile posteriore dell’auto mentre mia madre distribuiva giornali sotto la pioggia battente.

Il giorno successivo ero di nuovo sui banchi di un ginnasio a Düsseldorf a studiare vocaboli per la nostra lezione di storia in inglese.

Hartz IV e la sua interminabile burocrazia

A un certo punto i giri notturni in qualche modo sono finiti. Anche gli altri lavoretti. E quindi è arrivata l'indennità di disoccupazione e poi Hartz IV. Ignoravo i commenti fastidiosi dei miei compagni di classe sui destinatari di Hartz IV - e cio' aveva anche i suoi aspetti positivi: 

quando accompagnavo i miei genitori all'ufficio del lavoro (non so bene perché - forse come prova vivente del fatto che avevano un bambino?), potevo saltare la scuola.

Quando i miei genitori si sono dovuti trasferire ad Essen e poco dopo mio padre è venuto a mancare, si è deciso che io sarei dovuta restare da sola a Düsseldorf per terminare la scuola. 

Poiché mia madre con il suo stipendio da 900 € al mese difficilmente avrebbe potuto aiutarmi ed io con i miei lavoretti difficilmente sarei riuscita a mantenermi da sola a galla, mi sono messa alla ricerca di altre fonti di denaro. E cosi' una studentessa di scuola superiore di 18 anni è diventata una destinataria di Hartz IV.

In verità lo ero già stata in precedenza - ma ora me lo sentivo addosso, perché questa volta dovevo occuparmi da sola di tutta la burocrazia e perché nel frattempo mia madre era impegnata a consegnare pacchetti ad Essen.

Con Hartz IV sei considerato uno stupido

Mi sembra una grande cosa che in Germania ci sia un sistema che aiuta le persone in stato di necessità: ti pagano l'abitazione, offrono dei progetti di formazione e ti permettono di studiare. Ma ho sempre trovato assurdo che una studentessa che stava preparando l'esame di maturità e che aveva ottimi voti dovesse essere etichettata come una ragazza stupida e povera.

Trovavo assurdo che a causa di qualche errore burocratico mi venisse ritirato il sussidio e che per riaverlo ero costretta a spiegare ad un impiegato del Jobcenter alquanto annoiato che non avevo tempo per fermarmi e che non mi interessavano le sue Ausbildung, visto che dovevo tornare a scuola. 

Trovavo stupido che alcuni dei miei amici non mostrassero alcuna comprensione per le mie difficoltà economiche - e altrettanto stupido che altri amici invece condividessero le mie preoccupazioni e mi portassero qualche sacchetto di cibo.

Trovavo stupido dover spiegare al Jobcenter ogni volta: "Si' mio padre è veramente morto - sì questo è il certificato. No sicuramente non tornerà mai piu' in questo ufficio. Per favore cancellatelo dal vostro sistema".

Trovo ancora oggi alquanto stupido che una madre single sia etichettata come una cretina appartenente al ceto basso. Quando tutti si rivolgono a te come se tu fossi cretina, alla fine non imparerai mai nulla.

Sono stata senza dubbio una bambina povera - ma questo non era il problema principale. Sicuramente non è mai stato un granché. Tuttavia sono riuscita a fare la maturità, ho studiato, e ora lavoro. Tutto ok. Il mio unico punto di contatto con Hartz IV al momento è solo mia madre che occasionalmente mette a posto la merce negli scaffali del supermercato e spesso deve ancora ascoltare dei commenti offensivi.

Lo voglio dire a tutti: a noi che ci troviamo in una situazione precaria, per favore, non cuciteci addosso un'immagine negativa. Sicuramente fra gli Hartz IV ci sono degli scrocconi e degli asociali. Ma non state certo motivando tutti gli altri, che sono la grande maggioranza, ad andare avanti.


domenica 10 settembre 2017

Il tramonto del sindacato tedesco

Come si puo' spiegare l'avanzata dei minijob, del lavoro interinale, dei contratti d'opera e il trionfo di Hartz IV in un clima di relativa pace sociale? Un rivoluzionario del passato scriveva che se si chiedesse ai tedeschi di assaltare una stazione questi correrebbero a comprare il biglietto per poter accedere ai binari. Probabilmente non aveva torto. Der Spiegel analizza i dati.

Copertura della contrattazione collettiva
I contratti collettivi di lavoro si applicano ormai solo alla metà dei lavoratori dipendenti - includendo i contratti nazionali e quelli aziendali. Si tratta tuttavia di un fenomeno alquanto recente. Nei decenni scorsi infatti la regola prevedeva che gli accordi negoziati fra i sindacati e le associazioni dei datori di lavoro fossero validi per un'ampia maggioranza di lavoratori - quasi sempre si applicavano in maniera uniforme ad un intero settore. Da diversi anni tuttavia l'area di copertura dei contratti collettivi continua a restringersi.

Una delle ragioni probabilmente è il fatto che molti dei nuovi posti di lavoro vengono creati in settori in cui i sindacati sono tradizionalmente deboli: commercio, gastronomia, salute, assistenza e altre prestazioni di servizi. La copertura dei contratti collettivi in Germania è ampiamente al di sotto della media UE. Una percentuale inferiore la si puo' trovare solo nei paesi a forte orientamento liberista nell'Europa dell'est oppure in Gran Bretagna e Irlanda.


Molti lavoratori continuano tuttavia a beneficiare della contrattazione collettiva sebbene in senso stretto questa non dovrebbe valere per tutti i lavoratori - gli accordi salariali negoziati dal sindacato in teoria dovrebbero valere solo per i suoi membri. Il fatto che i contratti collettivi siano applicati anche ai lavoratori non iscritti al sindacato ha molto a che fare con la volontà degli imprenditori di non dare ai sindacati una spinta per far aumentare il numero dei loro iscritti. Da diversi anni anche la quota dei lavoratori iscritti al sindacato resta particolarmente bassa. Il cosiddetto livello di organizzazione è sceso dal 27% del 1994 al 20% verso la metà del decennio scorso, è rimasto per un periodo stabile e oggi ha raggiunto un nuovo minimo al 17%.

Mentre i sindacati rappresentano soprattutto gli interessi dei dipendenti al di là dei confini aziendali - cioè per un intero settore oppure per interi gruppi professionali, i Betriebsrat (consigli di fabbrica) rappresentano i dipendenti all'interno di una determinata azienda. I loro diritti sono definiti dalla legge sul lavoro. Già da molti anni ormai solo una minoranza dei lavoratori tedeschi viene rappresentata da un Betriebsrat. Se nel 2000 erano ancora il 50% nella Germania dell'ovest e il 41% nella Germania dell'est, nel 2016 la quota è scesa al 43% nell'ovest e al 34% nell'est. In linea di principio è sempre valido: quanto piu' grande è l'azienda, tanto piu' probabile è che ci sia un Betriebsrat. In molte piccole aziende tuttavia non vi è alcun Betriebsrat. Calcolato sul numero complessivo delle aziende in Germania, il Betriebsrat è presente solo nel 10% di queste.

Per quanto riguarda gli scioperi, come è noto i tedeschi restano estremamente ostili al conflitto sociale - il che spiega perché nel 2015 la lotta sindacale dei piloti, dei ferrovieri e degli insegnanti di scuola ha fatto cosi' tanto scalpore: solo cio' che è insolito puo' fare notizia. I giorni lavorativi persi a causa di uno sciopero quell'anno hanno raggiunto una media insolitamente elevata pari a 31 ogni mille lavoratori. 

La media degli ultimi decenni è di circa 5 giorni di sciopero all'anno ogni 1000 lavoratori - il che significa nient'altro che il lavoratore medio in Germania perde un giorno di lavoro per scioperare ogni 200 anni. Se si assume una vita lavorativa media di 40 anni, statisticamente solo un dipendente su cinque nella propria vita ha perso una giornata di lavoro per fare uno sciopero. Perché cio' accada  il lavoratore non deve necessariamente scioperare personalmente - se ad esempio i piloti d'aereo scioperano, il resto dell'equipaggio non puo' lavorare.

sabato 9 settembre 2017

Le libertà del junior partner

I tedeschi osservano con molta attenzione l'attivismo di Macron in Europa e in Grecia dove il presidente francese si è recato questa settimana per rilanciare il suo progetto europeo e per contrastare l'espansionismo economico tedesco e cinese. Da German Foreign Policy una riflessione molto interessante sulla strategia politica francese in Europa. 


La trasformazione dell'Eurozona

Al centro dell'offensiva politica europea recentemente avviata dal Presidente francese Macron c'è il piano, da tempo annunciato, per la trasformazione dell'Eurozona. Il piano francese sostanzialmente non sarebbe una completa retromarcia nei confronti della politica dell'austerità tedesca. Tuttavia con la proposta francese gli spazi di manovra, soprattutto per i paesi in crisi del sud-Europa, dovrebbero ampliarsi. L'obiettivo è quello di sviluppare misure di sostegno permanenti necessarie ad evitare il crollo dei singoli paesi europei, come la Grecia o l'Italia, stabilizzando in questo modo l'Euro nel lungo periodo. Per questa ragione Macron vorrebbe creare un budget specifico per la zona Euro. L'assegnazione delle risorse non dovrebbe quindi piu' dipendere dai soliti diktat di austerità di Berlino, ma essere gestita attraverso decisioni politiche. A tal fine dovrebbe essere istituito un Ministro delle Finanze dell'area Euro e un Parlamento dell'Eurozona. Per poter portare avanti il dibattito in maniera piu' decisa, Parigi pretende la guida dell'Eurogruppo che il Ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire dovrebbe assumere dal prossimo gennaio; nella prospettiva della riforma, il capo dell'Eurogruppo dovrebbe quindi corrispondere con il ruolo di Ministro delle Finanze Europeo. Parigi sarebbe quindi disposta ad appoggiare la candidatura alla presidenza della BCE dell'attuale Presidente della Bundesbank Jens Weidmann.[1] Macron tuttavia deve fare i conti con una forte opposizione, proveniente dalla Germania, contraria ad ogni ulteriore forma di redistribuzione attraverso un budget comune dell'Eurozona. L'opposizione è ancora piu' forte nella misura in cui Macron per questo budget chiederebbe un contributo pari a diversi punti di PIL dell'Eurozona. Un punto percentuale corrisponde a 107 miliardi di Euro; l'intero bilancio dell'UE è attualmente di circa 150 miliardi di euro all'anno.

A porte chiuse

Lo scorso fine settimana Parigi ha dato un primo schiaffo verbale alla politica di gestione della crisi dettata da Berlino: il Commissario agli Affari Monetari dell'UE Pierre Moscovici l'ha apertamente criticata definendola "non democratica". I suoi sforzi politici sono dettati dal tentativo di aprire una breccia per le riforme dell'Eurozona proposte da Macron, che in questo quadro vengono quindi rivendute come una presunta reintroduzione della democrazia nell'UE; le dichiarazioni di Moscovici sulla materia, insolitamente taglienti, sembrano aver colpito il centro del problema. Come dichiarato dal Commissario francese, nell'UE ci sarebbe "uno scandaloso deficit democratico". Cio' riguarda soprattutto le misure che Bruxelles nel corso della crisi ha imposto alla Grecia: si tratta "di misure decise a porte chiuse, prese da tecnocrati, senza alcun controllo da parte del Parlamento". Provvedimenti che "hanno coinvolto anche il piu' piccolo dettaglio nella vita del paese colpito, decisioni fondamentali sulle pensioni, oppure sul mercato del lavoro". Non c'è stato "alcun critierio costante", nemmeno "una linea guida comune"; anche i media non hanno mai saputo quello che realmente stava accadendo. [2]  Un tale stato di cose non puo' andare avanti, è necessario un vero cambiamento.

La ricostruzione della democrazia

Il presidente Macron sta cercando di ottenere il sostegno dei paesi dell'Europa del sud nei confronti della sua iniziativa politica. Nel fare questo puo' sicuramente riallacciarsi al lavoro preliminare del suo predecessore François Hollande che in qualità di leader aveva partecipato a tre "vertici dei paesi del sud-Europa" nel settembre 2016 e nel gennaio e aprile 2017. Al vertice erano presenti i leader di Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro e Malta. [3] Macron questa settimana si recherà ad Atene per promuovere pubblicamente la sua iniziativa. E' annunciato un discorso con cui il presidente francese - coerentemente con gli argomenti enunciati dal Commissario UE - intende promuovere "la ricostruzione di una Europa democratica". Con cio' intende essenzialmente la trasformazione dell'Eurozona secondo le proposte di Parigi. Macron per annunciare il suo progetto ha scelto la capitale greca dato il suo alto valore simbolico in quanto luogo di origine della democrazia europea nonché sito di esecuzione dei piu' estremi diktat di austerità ordinati da Berlino. [4]

La Francia contro la Cina

Accanto a cio' il presidente francese intende lanciare una prima offensiva economica contro la Cina. Macron viaggia ad Atene accompagnato da una delegazione economica di circa 40 rappresentanti di grandi aziende francesi, fra questi i dirigenti esecutivi di grandi aziende come Total, Engie, Vinci, Sanofi e L'Oreal. I dirigenti francesi arrivano in un paese che da decenni si trova sotto una notevole influenza economica tedesca. Un paese che pero' ha perso rilevanza dopo essere entrato in una profonda crisi economica: molte aziende tedesche si sono ritirate dal paese, altre si sono concentrate sui pochi pezzi buoni rimasti, ad esempio nell'industria del turismo [5]. Macron non solo spera di poter utilizzare  a vantaggio delle aziende francesi gli spazi lasciati vuoti dai tedeschi, ma si schiera di fatto anche contro la crescente influenza cinese. La compagnia marittima cinese COSCO ha recentemente assunto la maggioranza del porto del Pireo che vorrebbe trasformare in una stazione fondamentale sulla "Nuova via della seta".[6] Non possiamo incassare l'espansionismo economico cinese senza difenderci, si dice a Parigi in preparazione al viaggio di Macron verso Atene: è necessario rafforzare le posizioni europee in Grecia. Recentemente un consorzio franco-tedesco ha acquisito la maggioranza del porto di Salonicco [7]: Macron per impostare la sua strategia vorrebbe ripartire da questa acquisizione. Se dovesse riuscire a trasformare il suo piano in realtà, allora si potrebbe delineare una forte rivalità fra Berlino e Parigi, da un lato, e sull'altro lato della contesa, Pechino.

Meno professorale, piu' amico

Cio' presuppone che Berlino lasci la strada libera a Macron senza pregiudicare i suoi piani per la zona Euro. I consiglieri governativi di Berlino suggeriscono caldamente di non far andare via a mani vuote ancora una volta un presidente francese - diversamente da quanto accaduto con i suoi due predecessori [8]. Macron in Francia ha avviato una riforma del mercato del lavoro che fondamentalmente si basa sul modello dell'Agenda 2010 tedesca: la sua euro-iniziatva è la necessaria contropartita a queste riforme. Se le riforme del lavoro avranno successo, Macron continuerà a trasformare la Francia secondo il modello tedesco. In realtà il suo successo è tutt'altro che scontato: già la prossima settimana sono annunciate le prime proteste di massa, il 68% della popolazione non ha alcuna fiducia nelle riforme, mentre il consenso verso la presidenza di Macron è drasticamente diminuito. Il capo dell'Istituto demoscopico Ifop dice: "l'umore generale è quello della vigilia di una grande battaglia".[9] In una situazione cosi' difficile per Macron, Berlino "dovrebbe allentare le briglie" e lasciare strada libera al suo tentativo di trasformare l'Eurozona, in modo da poterlo rafforzare internamente. Cosi' è scritto in una recente presa di posizione della Deutsche Gesellschaft für Auswärtige Politik (DGAP); diversamente ci sarebbe il rischio di vederlo cadere. L'UE nel lungo periodo puo' funzionare solo "se Parigi non sarà piu' considerato come un un junior partner dei tedeschi", sempre secondo la DGAP. Berlino deve cambiare il suo approccio: "meno professorale, e piu' amico fedele". [10]

Il consiglio della DGAP di non spingere al massimo l'egemonia tedesca all'interno dell'UE e di lasciare che altri paesi possano almeno in parte essere coinvolti nella gestione del potere, al fine di evitare la disintegrazione dell'UE, sicuramente non è una novità. Sarebbe certamente una novità se questa volta Berlino dovesse ascoltare il consiglio. 


[1] S. dazu Vom deutschen Euro zur deutschen EZB.
[2] Moscovici: "L'Italia contenga il debito. Sì al ministro delle Finanze Ue". www.corriere.it 02.09.2017.
[3] S. dazu Spalte und herrsche.
[4] Grèce: Macron veut reconstruire une Europe démocratique. www.lepoint.fr 06.09.2017.
[5] S. dazu Die letzte Boombranche.
[6] S. dazu Die Grenzen der Diktate.
[7] S. dazu Wer hat, dem wird gegeben.
[8] S. dazu Sarkozy, der Deutsche und Le modèle Gerhard Schröder.
[9] Martina Meister: "Eine Stimmung wie am Vorabend einer großen Schlacht". www.welt.de 31.08.2017.
[10] Claire Demesmay, Jana Puglierin: What Germany Needs To Do Next... On France and the EU. berlinpolicyjournal.com 05.09.2017.

giovedì 7 settembre 2017

Roland Berger: "meglio la fine dell'euro che l'unione di trasferimento"

Roland Berger, grande consulente d'impresa nonché storico consigliere politico per diversi governi tedeschi, intervistato dalla Süddeutsche Zeitung in occasione dei suoi 80 anni non le manda a dire: l'euro è stato un fallimento, meglio la fine della moneta unica che una unione di trasferimento a spese dei tedeschi. Dalla Süddeutsche Zeitung


SZ: se Frau Merkel le chiedesse un consiglio, cosa le direbbe?

Berger: in primo luogo le direi di affrontare una fondamentale riforma dell'istruzione. E' intollerabile che nel nostro paese ancora oggi i figli dei laureati abbiano il triplo delle possibilità di andare all'università rispetto ai figli dei non laureati. Cio' è moralmente ingiustificabile e implica una enorme perdita di talenti per la nostra società. Inoltre, ogni studente dovrebbe essere in grado di programmare e conoscere almeno un linguaggio di programmazione, in modo da essere pronto per il mondo digitale.

SZ: si parla da anni di una riforma dell'istruzione ma nulla è cambiato

Berger: e' vero. Ma io spero che il prossimo governo prenda sul serio la questione. Il problema è che i successi di una riforma dell'istruzione saranno visibili solo fra 15 o 20 anni - molto dopo la fine di una legislatura, che è decisiva per la rielezione dei politici. In secondo luogo cercherei di stabilizzare l'Unione Europea.

SZ: secondo lei come dovrebbe essere stabilizzata l'UE?

Berger: la crisi dell'euro deve essere risolta. O con una unione di trasferimento accompagnata da massicce riforme nei paesi in crisi, oppure con la dissoluzione dell'euro.

SZ: rinunciare all'euro?

Berger: l'euro è evidentemente un fallimento e divide l'Europa. Nei paesi latini la disoccupazione giovanile è fra il 30 e il 50%. Non è accettabile. Poiché i tassi di cambio fra i diversi paesi dell'area euro non possono essere aggiustati secondo la loro competitività, fra i diversi stati ci sono ormai dei disallineamenti intollerabili, che dividono l'Europa.

SZ: non sarebbe l'intera UE ad essere in pericolo se l'euro dovesse essere sciolto?

Berger: io non credo. Vedere Frau Merkel rappresentata in uniforme nazista in Grecia e in Italia ci mostra il livello di divisione raggiunto. L'Europa è divisa. Non è possibile mantenere l'euro. Come alternativa resta l'unione di trasferimento, che corrisponde al concetto del presidente Macron. Chi sarà pero' alla fine a dover pagare per l'unione di trasferimento lo sappiamo: saranno i tedeschi.

SZ: temporaneamente pero' potrebbe anche essere ragionevole

Berger: ma i tedeschi non sono pronti per fare questo passo. La scelta piu' semplice e probabilmente la piu' ragionevole anche dal punto di vista economico è lo scioglimento dell'euro. L'asset piu' importante di tutta l'integrazione europea è l'UE, vale a dire prima di tutto il mercato comune con le 4 libertà fondamentali, e cioè la libera circolazione delle merci, dei servizi, delle persone e dei capitali. A cio' si aggiunge Schengen, una politica comune di sicurezza e di difesa, una politica di innovazione europea con una infrastruttura digitale ed un ruolo attivo dell'UE nella globalizzazione. Sui grandi temi possiamo raggiungere dei risultati importanti, soprattutto se l'Europa lavora insieme. Come coronamento, ma solo dopo aver approfondito l'integrazione, si potrebbe prendere in considerazione la possibilità di reintrodurre l'euro. Invece della "teoria della coronazione" all'epoca si è scelta la "teoria del locomotore": l'euro come motore per un governo europeo, che è visibilmente fallita.

SZ: cosa è migliorato oggi nell'economia tedesca rispetto a 40 anni fa, che cosa è peggiorato?

Berger: nulla è peggiorato. Dalla riunificazione il nostro prodotto interno lordo pro-capite è piu' che raddoppiato. La nostra reputazione internazionale non è mai stata cosi' positiva. La gestione delle imprese nel nostro paese è eccellente. La nostra economia è molto competitiva. Il numero degli occupati in Germania non è mai stato cosi' alto.

martedì 5 settembre 2017

The dark side of the boom

L'economia va bene, il mercato del lavoro ancora meglio, difficile che Merkel e la CDU possano subire un tracollo di voti alle prossime elezioni, anche se i sondaggi dicono che i tedeschi iniziano ad essere stanchi della Cancelliera. La conservatrice e liberista Die Welt timidamente prova a mostrare i punti deboli del Jobwunder tedesco, molte luci, qualche ombra. Da Die Welt


A fine estate 2017 nelle mense aziendali tedesche non si parla d’altro: il personale disponibile non basta a coprire i fabbisogni. La lamentela è tipica e ci mostra dove risiede veramente il problema: se il collega o la collega dovessero assentarsi la situazione potrebbe farsi difficile. Nel breve periodo non si riesce a trovare personale sufficiente per coprire il fabbisogno di lavoratori. La ragione di questa mancanza di personale un po' in tutto il paese è la seguente: il mercato del lavoro tedesco è in tensione. Molte aziende, ma anche le amministrazioni pubbliche, hanno difficoltà a reperire un numero sufficiente di dipendenti qualificati. Il numero dei posti di lavoro non coperti è salito al livello piu' alto di tutti i tempi: nel complesso ad agosto c'erano circa 741.000 posizioni segnalate come aperte, e non si trattava solo dei proverbiali specialisti IT.

Nemmeno due decenni dopo che The Economist aveva definito la Germania "il malato d'Europa", la piu' grande economia europea si trova nel pieno di un vero e proprio Jobwunder. Il mercato del lavoro tedesco sta vivendo una delle piu' lunghe fasi di boom della sua storia. I tempi dei tassi di disoccupazione a doppia cifra, diventati la normalità in molti paesi industrializzati ma anche in quelli emergenti, qui da noi fanno ormai parte del passato. Angela Merkel in campagna elettorale puo' rivendere la ripresa del mercato del lavoro come uno dei suoi piu' grandi successi sul campo. Negli uffici della Cancelleria tuttavia sanno bene che sotto la superficie brillante dei dati restano alcuni problemi irrisolti. Il boom dell'occupazione ha i suoi lati oscuri: non tutti i cittadini ne stanno beneficiando in egual maniera.


"Nel complesso ci sono piu' luci che ombre", dice Enzo Weber, Professore di Ricerca economica empirica presso l'Università di Regensburg. Ma non dovremmo dimenticare i molti lati oscuri. I dati di per sé sono imponenti, quasi epici. Quando il 18 settembre del 2005 l'Unione ha vinto le elezioni e poco dopo si è capito che Merkel sarebbe stata la nuova Cancelliera, in Germania c'erano 4.8 milioni di disoccupati: quasi il 12% della popolazione attiva. La situazione era particolarmente drammatica nell'est, un quinto della popolazione attiva era disoccupata. Quello che è successo da allora sembra quasi una favola. In dodici anni di governo Merkel la disoccupazione si è quasi dimezzata. Secondo l'Agenzia Federale per il Lavoro attualmente ci sarebbero solo 2.5 milioni di persone in cerca di occupazione.

Il tasso di partecipazione al lavoro è salito al 75%

Il governo non puo’ prendere per buona l'accusa secondo la quale le statistiche sarebbero abbellite dal fatto che molte persone scoraggiate semplicemente non si presentano piu’ ai centri per l’impiego. Diversamente da quanto è accaduto negli Stati Uniti, il tasso di partecipazione durante l'era Merkel in Germania è aumentato notevolmente: è passato da due terzi all’attuale 75%. In America nello stesso periodo è sceso dal 66 al 63 %. La Repubblica Federale, con circa il 75%, ora ha uno dei tassi più alti di partecipazione al lavoro del mondo sviluppato. Dal punto di vista economico il "mercato del lavoro" per le persone effettivamente in cerca di occupazione si è quasi completamente esaurito.

E c'è ancora un altro indizio che ci mostra la genuinità della ripresa: nel 2005 un lavoratore su sette in Germania era sottoutilizzato. Quasi il 14% della popolazione avrebbe lavorato volentieri piu' di quanto le condizioni del loro impiego gli permettevano. Nell'estate del 2017 questa quota è inferiore all'8%.

Nel complesso il numero delle persone occupate è salito notevolmente: da quanto Merkel è alla Cancelleria, la popolazione attiva è cresciuta di quasi cinque milioni (anche il PIL è cresciuto), mentre la popolazione complessiva è cresciuta solo leggermente. Neanche la Cancelliera probabilmente vorrebbe assumersene interamente il merito. Gli economisti tuttavia attestano che i tre governi da lei guidati ( grande coalizione I, nero-giallo, grande coalizione II) hanno gestito lo sviluppo con una mano leggera senza far deragliare il treno della ripresa.



"Il settore a basso salario è ancora molto grande"

Le riforme del lavoro e le politiche di moderazione salariale tuttavia hanno avuto un loro prezzo. La Germania oggi ha uno dei piu' grandi “settori a basso salario” del mondo, circa 4.7 milioni di lavoratori sono esclusivamente “dipendenti minori”, vale a dire minijobber. In diversi settori anche i redditi dei lavoratori a tempo pieno restano bassi. Accanto al loro lavoro principale, molte persone sono oggi costrette ad avere un secondo lavoro. Secondo l'Agenzia per il lavoro, nel 2016 quasi 2.7 milioni di lavoratori avevano un secondo impiego. "Per una parte di questi lavoratori il secondo lavoro è un extra reddito, per un'altra parte invece il reddito del primo lavoro semplicemente non basta", dice il ricercatore Weber.

Anche Brzeski osserva: "anche dopo diversi anni di forte crescita economica il settore a basso salario in Germania è ancora molto grande". Nei primi anni di applicazione delle riforme Hartz un “settore a basso salario” dinamico poteva essere un segnale del fatto che le riforme stavano funzionando e che le persone stavano tornando a lavorare, nel frattempo pero' le riforme hanno mostrato anche il loro lato oscuro. L'andamento dei salari non è negativo, ma non è stato certo esaltante. Nei dieci anni conclusi nel 2016 gli stipendi e i salari sono aumentati del 23%, depurato dall'inflazione ai lavoratori è rimasto un 10% di aumento reale, si tratta soprattutto di un aumento diffuso in maniera irregolare fra le diverse regioni e le varie occupazioni.


Piu’ sostegno per i disoccupati di lungo periodo

Mentre per gli stipendi dei dipendenti specializzati le cose non vanno troppo male, per i lavoratori meno qualificati e part-time spesso non è facile riuscire a sbarcare il lunario. Secondo l'ufficio federale di statistica il 7.7% di tutti i lavoratori è a rischio povertà. Calcolato sui 44 milioni di occupati della piu' grande economia del continente si tratta di circa 3.4 milioni di persone. Lo slogan di "povero con un lavoro" è diventato popolare. Ma c'è anche un altro gruppo di persone che dalla “favola del miracolo del lavoro” non ha ottenuto molto: i disoccupati di lungo periodo. Il loro numero è sicuramente diminuito, attualmente sono 900.000, restano tuttavia ad un livello molto elevato. "Per riuscire ad integrare nel mercato del lavoro il gruppo dei disoccupati di lungo periodo servirebbero maggiori sforzi", dice Weber. La chiave per farlo è un aiuto individuale ai disoccupati, combinato con un  sostegno personale nei Jobcenter.

Una critica di rilievo arriva da Gunther Schnabl, professore di Politica economica all'Università di Lipsia. Il boom nel mercato del lavoro secondo l'economista non sarebbe cosi' sostenibile come sembra. Secondo la valutazione di Schnabl il boom degli ultimi anni in gran parte è dovuto alla politica finanziaria e monetaria europea. "Con la crisi la banca centrale europea ha ridotto i tassi di interesse e ha iniziato ad acquistare titoli su larga scala", dice l'economista. I bassi tassi di interesse stanno surriscaldando il boom delle costruzioni, che nel breve periodo crea nuova occupazione. Inoltre l'euro debole ha creato una congiuntura particolarmente favorevole per i beni da esportazione, il che a sua volta ha stimolato l'occupazione nelle industrie orientate verso l'export. "Non appena la bolla immobiliare tedesca scoppierà, la disoccupazione in Germania tornerà a salire", teme Schnabl. E allora probabilmente nelle mense aziendali tedesche il tema principale di discussione sarà completamente diverso.