giovedì 25 maggio 2017

Hans Werner Sinn: nessun debito comune!

Hans Werner Sinn su WirtschaftsWoche commenta i progetti europei del neoeletto Macron. Le proposte francesi sono pericolose e dividono l'Europa, i tedeschi non devono fidarsi perché alla fine l'obiettivo dei francesi e dei sud-europei è sempre lo stesso: l'unione di trasferimento a spese dei tedeschi. Da WirtschaftsWoche


C'è grande gioia in Europa per il risultato delle elezioni francesi - ma cio' non dovrebbe autorizzare gli europei, specialmente i tedeschi, a spegnere il cervello. Il nuovo presidente Macron vorrebbe un parlamento ed un bilancio autonomo dell'Eurozona con una propria capacità di tassazione e la possibilità di emettere obbligazioni coperte da una garanzia comune. Inoltre, tramite un'assicurazione comune sui depositi bancari e un'indennità di disoccupazione europea vorrebbe creare un flusso di cassa dal nord verso il sud Europa. Questo ovviamente nel peculiare interesse dell'economia francese, visto che molti clienti delle industrie e delle banche francesi si trovano nel sud-Europa.

Il Ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel e il candidato alla Cancelleria della SPD Martin Schulz si sono accodati a queste richieste, la Cancelliera e il suo Ministro delle Finanze sembrano un po' meno entusiasti. Sottolineano giustamente che tali cambiamenti sono possibili solo con una modifica dei trattati UE. In questo pero' sottostimano le difficoltà giuridiche connesse. Si tratterebbe niente di meno che del trasferimento a un'organizzazione internazionale di una parte dei poteri di bilancio detenuti dal Bundestag. Si tratta di una violazione della Costituzione della Repubblica Federale.

L'articolo 110 della Costituzione tedesca indica infatti che la legge finanziaria appartiene ai diritti democratici inalienabili del Bundestag, ed è una di quelle "garanzie eterne" che non possono essere modificate dal Bundestag stesso. Una tale modifica richiederebbe una fondamentale rifondazione della Repubblica Tedesca, realizzabile solo attraverso una nuova assemblea costituente oppure con un referendum popolare.

Ci sono anche molti aspetti economici che giocano a sfavore delle richieste di Macron. Una unione bancaria "à la française" implicherebbe una garanza dei paesi del nord, primo fra tutti ovviamente la Germania, su di una considerevole parte dei depositi nei paesi in crisi del sud e in Irlanda, che ammontano a circa 3.690 miliardi di euro. Non solo scaricherebbe sulle banche e sui contribuenti tedeschi un'enorme mole di rischi, per i quali ovviamente non riceverebbero nulla in cambio, ma metterebbe le banche del sud in condizione di raccogliere depositi a tassi molto bassi, che poi sarebbero investiti in progetti rischiosi, ma in ultima analisi non redditizi: i profitti finirebbero per essere privatizzati mentre le perdite sarebbero scaricate sulla garanzia europea comune. La crisi americana delle banche di deposito e prestito ("Savings & Loan"), scoppiata negli anni '80 a causa dell'attrattività esercitata dall'assicurazione comune dei depositi, e che tra il 1986 e il 1995 ha provocato il fallimento di oltre 1000 istituti bancari, potrebbe facilmente ripetersi in Europa. 

Le proposte di Macron dividono l'Europa

Un'assicurazione comune contro la disoccupazione costerebbe molto denaro e aprirebbe porte e cancelli ad ogni forma di manipolazione. Per la politica sarebbe molto forte l'incentivo a scaricare su quest'assicurazione il costo del supporto economico alle aree svantaggiate, nella misura in cui i criteri per l'assegnazione dell'indennità, da stabilire necessariamente a livello europeo, sarebbero interpretati a livello nazionale in maniera molto blanda o addirittura fraudolenta. Per far percepire il piu' a lungo possibile l'indennità di disoccupazione, si potrebbe perfino scegliere di posticipare l'età di pensionamento dei lavoratori.

Un altro possibile abuso da temere sarebbe quello sulle tasse comuni. Se a livello nazionale dovesse affermarsi una politica tollerante con l'evasione fiscale, allora sarebbe il governo comune dell'Eurozona a dover istituire dei propri uffici per la riscossione dei tributi nei singoli paesi membri. Ma anche in questo caso non ci sarebbe nessuna garanzia contro una gestione dei funzionari secondo le usanze nazionali. 

Nessun debito comune!

Sarebbe particolarmente problematico se il Ministro delle Finanze europeo potesse finanziare in anticipo il proprio bilancio tramite l'emissione di titoli di debito coperti da una garanzia comune. Si tratterebbe di un aumento della pressione fiscale anticipato, estremamente pericoloso, perché incontrerebbe poca resistenza presso i contribuenti, in quanto inizialmente non ne percepirebbero il peso fiscale. La creazione di un debito comune europeo, come mostra la terribile esperienza degli Stati Uniti d'America nei primi decenni della loro esistenza, è un modo sicuro per arrivare ad una duro conflitto sulla responsabilità per una montagna di debito ormai fuori controllo.

No, in questo modo non si puo' costruire l'Europa. Chi non riesce a convivere con la moneta unica deve poter uscire, lasciar svalutare la propria valuta e in questo modo ripristinare la propria competitività. La grande opera di riunificazione del dopoguerra a cui si deve la pace e la prosperità non è l'Euro, ma l'Unione Europea.

Le proposte di Macron dividono l'Europa, e lo fanno al suono dell'inno europeo.

mercoledì 24 maggio 2017

La farsa di Schäuble

Telepolis pubblica un articolo molto interessante di Eric Bonse sui negoziati per gli aiuti finanziari alla Grecia. Siamo in una situazione peggiore rispetto all'estate del 2015, perché in Germania è iniziata la campagna elettorale e Schäuble non vuole perdere la faccia con gli elettori tedeschi: quanto piu' duro sarà con i greci, tanto piu' probabile sarà una vittoria della CDU alle elezioni di settembre. La farsa andrà avanti ancora un po'. Da Telepolis.


Si sta ripetendo lo stesso dramma del debito greco del 2015 - questa volta pero' solo come una farsa? Nel corso del vertice dell'Eurogruppo di lunedi' il Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble ha fatto di tutto per dare questa impressione. L'uomo della linea dura della CDU non solo ha frenato sulla possibilità di concedere nuovi aiuti e sulla necessità di accordare un taglio del debito.

Ma ha anche scherzato sul FMI e sul Ministro degli Esteri Sigmar Gabriel. Con i suoi modi unici. 

Il FMI è troppo pessimista sulla Grecia e vorrebbe fare previsioni sulla crescita per i prossimi 40 anni, ha scherzato il Ministro della CDU. Al contrario di Sigmar Gabriel, che come il FMI chiede una riduzione del debito, lui non avrebbe un'idea precisa. "Non posso negoziare misure ulteriori, perché non ho un mandato su questo tema", ha detto Schäuble durante la conferenza. "Questo a volte viene dimenticato, anche da parte dei membri del governo federale".

Gli altri ministri tuttavia non erano in vena di battute. Desideravano solo chiudere una volta per tutte il difficile dossier: dopo mesi di discussioni fra i creditori - tra Schäuble e il FMI - ora si sta cercando una soluzione per far partecipare il FMI al terzo programma di aiuti, possibilmente senza far arrabbiare Schäuble.

"E' arrivato il momento per il FMI di salire a bordo", ha sollecitato il capo dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. Le condizioni per una partecipazione del FMI devono essere decise nelle prossime settimane. Ma non sarà una discussione facile. Perché proprio il FMI ha posto come condizione per una sua partecipazione la proroga delle scadenze e la riduzione dei tassi di interesse sul debito greco, condizioni che Schäuble nega con veemenza. Dall'altro lato, la Germania non vuole pagare ulteriori aiuti alla Grecia se il FMI non viene coinvolto nel programma di aiuti. 

Chi sarà in grado di sciogliere questo nodo gordiano, anche dopo lunghe ore di discussioni, ai ministri lunedi' sera non era ancora chiaro. La sola cosa chiara è che la Grecia è a corto di tempo: nel mese di luglio Atene dovrà rimborsare piu' di 7 miliardi di prestiti in scadenza. Senza una nuova iniezione di denaro non sarà possibile.

La crisi ricorda il 2015, quando il paese rimase per mesi sull'orlo del fallimento. In un certo senso la situazione oggi è ancora piu' complicata. Perchè in Germania è appena iniziata la campagna elettorale; per questa ragione Schäuble e Gabriel hanno trasferito il loro scontro nello spazio pubblico. Per il momento Angela Merkel si tiene fuori.

Ad essere considerato imprevedibile questa volta è il FMI. Perché nessuno sa se e quando gli Stati Uniti, che a Washington dettano la linea del fondo, daranno il via libera alla partecipazione al programma di aiuti in corso. Il presidente americano Trump potrebbe essere tentato di far rimbalzare il problema sugli europei, temono gli insider di Bruxelles.

La speranza al contrario sembra essere il nuovo Presidente francese Macron. Lunedi ha spedito a Berlino il suo nuovo Ministro delle Finanze Bruno Le Maire per un colloquio amichevole con Schäuble. Ha telefonato anche al primo ministro greco Alexis Tsipras - e gli ha assicurato il suo sostegno nel negoziato sul debito.

Tuttavia questa "offensiva del charme" non sembra aver avuto particolarmente successo. Anche il commissario per gli affari monetari Pierre Moscovici, come La Maire un francese, non ha ottenuto grandi risultati. L'Eurogruppo si trova in fase di "avvicinamento alla pista di atterraggio", ha detto lunedì' con tono ottimista. Alla fine della giornata sembrava piu' che altro una atterraggio di fortuna.

Eurogruppo: un comitato disfunzionale che serve solo a posticipare gli aiuti

La responsabilità è di Schäuble, che da mesi inganna l'Eurogruppo. Ma nel fare cio' ha diversi complici volenterosi. Oltre al presidente dell'Eurogruppo Dijsselbloem, che discute il suo approccio con Schäuble fin nel piu' piccolo dettaglio, c'è il Ministro delle Finanze slovacco Peter Kazimir. Anch'egli spinge per posticipare nel tempo ogni taglio del debito per Atene.

Se aggiungiamo poi anche gli indecisi che si nascondono dietro Schäuble, allora è chiaro che l'Eurogruppo è un organo disfunzionale, che non riesce ad organizzare agli aiuti, ma che serve solo a ritardarli. Anche il FMI è sul banco degli accusati, perché non riesce a trarre le conclusioni dalle sue analisi. E queste mostrano chiaramente che la politica dell'austerità in Grecia ha fallito.

Ma invece di correggere la caduta libera, l'Eurogruppo vuole sempre di piu'. Le discussioni di lunedì ruotavano principalmente intorno a un tema: per quanto tempo ancora sarà possibile imporre ad Atene una politica di austerità? Quanto piu' a lungo si pretende un avanzo primario (budget prima del servizio del debito) del 3.5% del PIL, tanto piu' bassa sarà la quota di debiti che i creditori dovranno condonare ai greci - questa è la dura logica.

E quanto piu' la crescita futura sarà giudicata in maniera generosa, tanto piu' facile sarà convincere il FMI della "sostenibilità" dell'insostenibile debito greco. 

Se il presidente del FMI Christine Lagarde si farà convincere da questi trucchi contabili è tutto da vedere. Certo è che la tattica attendista di Schäuble rende piu' difficile la ripresa economica in Grecia, mentre aumenta le possibilità di un successo elettorale della CDU/CSU. Per questo la farsa probabilmente andrà avanti ancora un po'.

domenica 21 maggio 2017

Salonicco sta diventando tedesca

Dopo la gestione dell'aeroporto di Salonicco e di altri importanti aeroporti regionali, i tedeschi si sono aggiudicati anche la gestione del porto della seconda città greca. TAZ racconta la rabbia dei sindacati greci per questa forma di neocolonialismo finanziario. L'Euro serve anche e soprattutto a questo. Da Taz.de


Dalle finestre dei ristoranti dell'aeroporto si puo' vedere il tremolio dell'aria sopra i piazzali di manovra nel caldo del mezzogiorno greco. Il calore è soffocante e solo pochi viaggiatori si sono avvicinati ai ristoranti per il pranzo. Dimitris Nanouris con il dito mi mostra la costa. Li', vicino Salonicco, la seconda città greca per grandezza, è in corso l'ampliamento di una pista di partenza ed atterraggio dell'aeroporto Macedonia. Il progetto è stato finanziato dallo stato greco e dall'UE con 246 milioni di euro e servirà ad attrarre piu' turisti nella regione. "Questa nuova struttura sarà immediatamente data in gestione a un privato", ci dice Nanouris.

L'investitore è la società tedesca Fraport, che oltre a gestire il grande aeroporto di Francoforte partecipa alla gestione di altri nove aeroporti in tutto il mondo. La Troika composta dalla Commissione Europea, dalla BCE e dal FMI ha infatti obbligato Atene a privatizzare molte società pubbliche e a rimborsare con gli introiti di queste cessioni una parte del debito estero.



Nella lista ci sono 14 dei 37 aeroporti regionali greci. Fraport nel 2014 ha vinto la gara indetta dal fondo greco per le privatizzazioni "Hellenic Republic Asset Development Fund" (HRADF). La società tedesca ha pagato circa 1.2 miliardi di euro per poter gestire nei prossimi 40 anni i 14 aeroporti.

La concessione è uno dei piu' grandi progetti di privatizzazione nella super-indebitata Grecia. Fanno parte dell'accordo anche promesse di investimento per 330 milioni di euro fino al 2020. Vale a dire 5.9 milioni di euro l'anno per ogni aeroporto. In aggiunta lo stato greco dovrebbe ricevere 22.9 milioni di euro all'anno e il 28.5% del risultato operativo netto della controllata greca Fraport Greece.

"Avremmo potuto finanziarcelo da soli"

Dimitris Nanouris pensa che non sia stato un buon affare e per questo motivo si batte contro la privatizzazione. E' il segretario del sindacato dei lavoratori aeroportuali e in questo accordo con Fraport vede solo una svendita dell'infrastruttura. Nanouris, 54 anni, elettricista, lavora da 27 anni all'aeroporto. "Gli aeroporti non valgono 1.2 miliardi di euro, in realtà il loro valore è di almeno 10 miliardi", sostiene. Fraport puo' realizzare gli investimenti promessi anche solo con i ricavi dell'aeroporto.

Nanouris non mette in discussione il fatto che l'aeroporto abbia bisogno di investimenti. L'aeroporto Macedonia sta invecchiando rapidamente. L'aria condizionata non funziona, l'area di attesa è troppo piccola. Fraport vuole costruire un nuovo terminal e rinnovare quello vecchio. "Gli investimenti avremmo potuto anche auto-finanziarceli", è convinto Nanouris. L'aeroporto ha 6.5 milioni di passeggeri all'anno ed è anche profittevole - esattamente come quasi tutti gli altri aeroporti. "Per gli aeroporti non profittevoli sarà ancora la Grecia a dover pagare", dice Nanouris.

Invece degli investimenti promessi, fino ad ora abbiamo visto solo aumenti delle tasse, si lamenta il sindacalista. Fraport ha aumentato l'affitto dei negozi del 500%. Le singole agenzie di viaggio e le compagnie di autonoleggio hanno già dovuto chiudere. Fraport ha aumentato anche i diritti aeroportuali per ogni biglietto - da 12 a 13 euro,  e nel medio termine la tassa dovrebbe essere aumentata fino a 18 euro.

Per Nanouris lo scandalo è nell'aumento della spesa per il grande negozio duty-free. Lo stato greco aveva un contratto con un fornitore che fino ad ora pagava all'aeroporto il 5% del fatturato. Fraport ha aumentato il contributo al 23%. "Lo stato greco è costretto a pagare la differenza del 18%. Una cosa del genere accade solo in Grecia", racconta Nanouris. Ad una richiesta di informazioni della TAZ, Fraport Greece non ha voluto commentare.

Proprio la Germania

Altre accuse sono arrivate nel 2016 dalla rete no-global di Attac. Il contratto di concessione prevede che sia lo stato greco a dover indennizzare i dipendenti aeroportuali che Fraport non intende impiegare. In caso di incidente sul lavoro è sempre lo stato greco a dover pagare gli indennizzi, stesse condizioni anche nel caso di modifiche alla legge che causino un aumento dei costi operativi oppure in caso di sciopero.

Che l'investitore sia tedesco per Nanouris ha un retrogusto particolarmente amaro. Per i greci la Germania resta il sostenitore delle dure misure di austerità che hanno colpito l'economica ellenica. "Lo stato tedesco si sta comprando lo stato greco", dice Nanouris riferendosi alla partecipazione del 31% del Land Hessen nella società Fraport. Le società tedesche stanno acquistando anche hotel nelle vicinanze. "I turisti arrivano in aeroporti tedeschi, soggiornano in hotel tedeschi e alla Grecia non resta niente".

Il percorso verso il prossimo obiettivo degli investimenti tedeschi passa lungo la strada costiera intorno al golfo di Salonicco. Sul vasto lungomare passeggiano coppiette, sullo sfondo le gigantesche gru del porto. Fino a poco tempo fà anche questo porto era nella lista delle privatizzazioni della HRDAF. Alla fine di aprile un consorzio internazionale si è aggiudicato un contratto da 232 milioni di euro valido fino al 2051 per una partecipazione del 67% nel capitale. Il consorzio è guidato dal fondo tedesco Invest Equity Partners.

L'area del porto sul Meditarraneo si estende per oltre 1.5 chilometri quadrati. Su di un'area dismessa nei pressi del terminal container c'è Triantafillos Afentoulidis. L'ingegnere civile 47-enne lavora al porto dal 2002. Anche lui è sindacalista, anche lui è contro la privatizzazione e anche lui pensa che il patrimonio dello stato sia stato venduto sotto-prezzo. Lo mostra il bacino portuale. "Qui deve essere realizzato un nuovo bacino per le grandi navi porta-container, il terreno è già stato scavato". Nel 2013 il progetto era stato bloccato. Nel 2014 la HRDAF aveva avviato la gara per la privatizzazione. "Aspettate l'investitore privato", hanno detto i gestori del porto, "farà tutto molto meglio".

Le gru sui moli sono relitti

C'è stato un tempo in cui il porto avrebbe potuto gestire il progetto autonomamente. In effetti la Thessaloniki Port Authority l'anno scorso ha fatto 14 milioni di euro di profitti dopo le imposte. "Per anni il porto non ha speso i profitti per poter finanziare gli investimenti. Poi è arrivato lo stato che ci ha rubato i nostri soldi per ripagare i debiti", rimprovera Afentoulidis. Mediante il pagamento di alti dividendi al porto sono stati sottratti 80 milioni di Euro.

Che cosa era successo? Dal 1999 il porto di Salonicco è una società per azioni. Lo stato possiede circa il 75%, il resto è flottante. Ogni anno la società portuale paga un dividendo. Che per il 2011 è stato di circa 40 centesimi per azione. Nel 2011 il porto è stato inserito nella lista delle privatizzazioni della HRDAF - e i pagamenti di dividendi sono aumentati. Nel 2012 il dividendo è stato di 1.5 €. Nel 2013 c'è stato un extra-dividendo di 3.4 € e in aggiunta un dividendo ordinario di 60 centesimi per azione. Con 10 milioni di azioni equivaleva a circa 40 milioni di Euro. L'anno successivo gli azionisti - principalmente lo stato greco - hanno potuto beneficiare di un dividendo di 1.95 € - sebbene il porto nel 2014 non abbia fatto alcun profitto. 

I dividendi eccezionalmente alti sono stati utilizzati dal governo per il servizio del debito, sostiene Afentoulidis. Il denaro per gli investimenti semplicemente non c'è piu'. L'autorità portuale non ha risposto ad una richiesta di informazioni della Taz.

Anche qui gli investimenti sono assolutamente necessari. Le gru sui moli sono relitti del dopoguerra, negli edifici amministrativi gli intonaci vengono giu' dai muri. Ora sarà la tedesca Invest Equity a dover investire insieme ai suoi partner.

"Non si parla da nessuna parte dei diritti dei lavoratori"

Afentoulidis è scettico. Per la necessaria espansione del porto, secondo un piano redatto dall'autorità portuale, è necessaria una somma di 309 milioni di Euro. Il consorzio pero' dovrebbe investire solo 180 milioni di Euro. La nuova darsena, invece dei 600 metri del piano originale, dovrebbe essere lunga solo 400 metri e in grado di accogliere meno navi di quelle previste. E gli investitori non sono obbligati a continuare l'espansione del porto. "Allora perché abbiamo bisogno di una privatizzazione?", chiede Afentoulidis in maniera ironica.

Il sindacato teme un peggioramento delle condizioni di lavoro. Nella gara per la privatizzazione ci sono tutte le normative possibili. "Ma non si parla da nessuna parte dei diritti dei lavoratori". Lo stipendio dei lavoratori del porto è già stato tagliato del 35%.

L'entusiasmo per l'ingresso nel porto di una società tedesca anche in questo caso è ai minimi. Afentoulidis ci dice: "i tedeschi devono mostrare di volerci trattare come dei partner. Fino ad ora ci hanno trattato come una colonia". Afentoulidis e il sindacalista dell'aeroporto Nanouris non hanno ancora abbandonato la lotta contro la privatizzazione. Al Parlamento Europeo ci sarà un'audizione, i ricorsi costituzionali sono ancora pendenti nelle corti di giustizia greche. 

Nel frattempo Atene, con la concessione di nuovi crediti, si è impegnata a portare avanti la privatizzazione. Fra le altre cose, anche l'acquedotto di Salonicco dovrà finire sotto il martello delle privatizzazioni. Nella lista delle privatizzazioni ci sono anche un porto per gli yacht e un grande tratto di spiaggia vicino alla città. Se anche per questi beni ci saranno dei potenziali acquirenti tedeschi, ancora non si sa.


sabato 20 maggio 2017

Il candidato di Merkel e Schäuble

Per ora probabilmente è solo una manovra in chiave elettorale della CDU, ma se Merkel dovesse vincere le elezioni di settembre (probabile), allora il governo tedesco punterebbe con decisione sulla candidatura di Weidmann al vertice della BCE. Der Spiegel e quasi tutta la stampa tedesca scrivono oggi che la Cancelliera e il Ministro Schäuble stanno già lavorando per imporre in Europa la candidatura di Weidmann alla presidenza della BCE, carica che scade nell'ottobre 2019. Da Der Spiegel e  Frankfurter Allgemeine Zeitung


Da Der Spiegel

Da quando è stata creata la moneta unica non c'è mai stato un tedesco ai vertici dell'autorità monetaria europea. Ma cio' deve cambiare. La Cancelliera Angela Merkel e il Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble vogliono imporre in Europa le pretese tedesche per la nomina del successore dell'italiano Mario Draghi alla presidenza della BCE.

Secondo le informazioni di Der Spiegel, entrambi hanno deciso di impegnarsi per sostenere la candidatura del presidente della Bundesbank Jens Weidmann. Il loro argomento: dopo un olandese, un francese e un italiano è  arrivato il momento di mettere un tedesco ai vertici della BCE. Weidmann dalla sua avrebbe fatto sapere di essere disponibile ad accettare la posizione nel caso in cui gli fosse offerta. Il mandato di Draghi scade nel 2019.

Già una volta c'era stato un tedesco in ballo per la presidenza della BCE: Axel Weber, il predecessore di Weidmann alla presidenza della Bundesbank. Poco prima della candidatura ufficiale tuttavia aveva scelto di rinunciare alla posizione e di passare alla banca svizzera UBS come presidente del consiglio di amministrazione. Il suo ragionamento di allora: come tedesco non sarebbe stato in grado di applicare la sua politica nel consiglio della BCE contro la maggioranza dei rappresentanti del sud-Europa, i quali sono tradizionalmente a favore di una politica monetaria più' espansiva. Queste preoccupazioni non sembrano agitare piu' di tanto Weidmann. 


Dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung

Sebbene la carica di Presidente della BCE scada fra piu' di due anni, è già oggetto di ogni tipo di speculazione. Fra i favoriti per la successione a Mario Draghi c'è sicuramente il presidente di Bundesbank Jens Weidmann. Sarebbe il primo tedesco al vertice della BCE dalla sua fondazione avvenuta nel 1998. Dopo l'olandese Wim Duisenberg, in carica fino al 2003, ai vertici dell'autorità monetaria europea c'è stato il francese Jean-Claude Trichet. Dal novembre 2011 è in carica l'italiano Mario Draghi. Con la sua politica monetaria ultra-espansiva e la famosa promessa del "Whatever it takes“ viene considerato il vero salvatore dell'Euro. In Germania tuttavia la sua politica dei tassi zero ha causato molta insoddisfazione. Il mandato di Draghi scade alle fine di ottobre 2019.

Nella Berlino della politica cresce il sostegno per la candidatura di Weidmann. Secondo il governo federale è giunto il momento di avere un tedesco ai vertici della BCE. La piu' grande economia della zona Euro fino ad ora non ha avuto un rappresentante nella posizione più' alta della Banca centrale Europea. Il Ministro delle Finanze Schäuble in questo scenario, pensa di poter mettere in campo un'offerta attraente.

Weidmann non si pronuncia

Le posizioni di vertice da assegnare sono 2 in realtà. Quella di vicepresidente della BCE sarà libera da maggio 2018, quando Vítor Constâncio si ritirerà. Inoltre è necessario un nuovo presidente dell'Eurogruppo come successore del Ministro delle Finanze olandese Jeroen Dijsselbloem, il cui partito socialdemocratico ha perso le elezioni e che quindi non farà parte del prossimo governo. 

Come riportato da "Der Spiegel", Weidmann, se dovesse essergli offerta, è pronto ad accettare la posizione di vertice della BCE. Fra i possibili successori di Draghi c'è anche il presidente della banca centrale francese François Villeroy de Galhau. Le posizioni di Weidmann nel consiglio della BCE, con la sua critica aperta al programma di acquisto delle obbligazioni, sono agli antipodi di quelle di Mario Draghi. Nel sud-Europa viene considerato un sostenitore della linea dura. In Germania invece sono in molti a riporre in lui le speranze di una energica svolta nella politica monetaria.

Weidmann stesso non vuole esprimersi sul successore di Draghi. "Non ho intenzione di partecipare a queste speculazioni", ha detto recentemente in un'intervista. La discussione "oggi è completamente inutile e sleale nei confronti di Mario Draghi. Il suo mandato dura altri 2 anni". La Spagna invece rivendica la posizione attualmente occupata da Constâncio alla vice-presidenza della BCE. Per la successione del portoghese si parla infatti del conservatore Luis de Guindos, Ministro dell'Economia spagnolo, che in Europa ha una buona reputazione e che era stato anche candidato alla presidenza dell'Eurogruppo, ma nel 2015 gli era stato preferito Dijsselbloem.

giovedì 18 maggio 2017

Jan Fleischhauer: fermate l'unione di trasferimento

Jan Fleischhauer è conosciuto anche in Italia per i suoi articoli pungenti. Questa volta dalla sua rubrica su Der Spiegel, con un commento dal tono ironico, se la prende con l'unione di trasferimento proposta dai francesi e con la socialdemocrazia tedesca: non possiamo e non dobbiamo finanziare i piani di Macron con il denaro dei tedeschi. Da Der Spiegel


Sono una persona gretta e di vedute molto limitate, lo ammetto. Non avrei nulla in contrario se Emmanuel Macron, il nuovo presidente francese, prima di dare avvio alla ristrutturazione della grande Europa, iniziasse rimettendo in sesto il suo paese. 

Sigmar Gabriel ha scritto che chi si oppone alla proposta di Macron di mettere in comune i debiti europei è una persona gretta e di vedute limitate. Le politiche di austerità tedesche ci portano verso il disastro, scrive il Ministro degli Esteri, per questo ha elaborato un piano per un asse del debito franco-tedesco. Il piano si chiama "Eliseo 2.0": cosi' è chiaro sin da subito dove sarà il centro di potere di questa nuova unione.

Il politico come salvatore

Mi sono sempre considerato una persona relativamente cosmopolita. Ho vissuto a Berlino, Lipsia e New York, in vacanza sono stato perfino alle Lofoten. Ma il cosmopolitismo è piu' che altro una questione dell'anima. Il vero cosmopolita non conosce né confini né nazioni.

Questa settimana, dopo la grande ondata di entusiasmo per l'elezione di Macron, l'uomo è arrivato finalmente in Germania, dove tutti quelli che stanno a sinistra del centro lo hanno ridefinito un eroe o addirittura un mago. Mi ricorda l'euforia che avvolse Obama dopo la sua elezione, anche allora nessun paragone sembrava azzardato. In Germania abbiamo una lunga tradizione secondo la quale i politici non sarebbero dei rappresentanti di interessi, ma piuttosto dei salvatori. Anche i giornalisti, che magari dopo anni passati a seguire la politica si potrebbe pensare che siano diventati freddi e cinici, si fanno incantare come dei pesci lessi.

In che modo Macron intenda riportare al suo antico splendore l'Europa, e per un presidente francese questo vuol dire prima di tutto la Francia, non è ancora chiaro, e probabilmente non è chiaro nemmeno a lui. Ma che voglia mettersi in marcia senza i soldi dei tedeschi, questo lo possiamo tranquillamente escludere. Dovrebbe essere istituito un Ministro delle Finanze europeo, questa è una delle prime proposte e un bilancio dell'Eurozona, che è un modo gentile per dire che ci saranno piu' debiti. 

I francesi non soffrono

Degli Eurobond nel team di Macron se ne parla poco, piu' che altro per non urtare la sensibilità dei tedeschi sul tema, anche se la stretta consigliera di Macron, Sylvie Goulard, nel fine settimana ha fatto trapelare le sue simpatie per questo strumento di risanamento del bilancio. "Io stessa ritengo gli Eurobond un modo per finanziare a condizioni favorevoli tutti i compiti comuni di cui in futuro si dovrà occupare l'Unione Europea", ha detto alla  "Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung".

In maniera precauzionale Madame Goulard poco dopo ha aggiunto: le obbligazioni comuni pero' "non dovrebbero servire a scaricare sulle spalle degli altri europei i debiti che i paesi hanno fatto in passato". Ma non dobbiamo prendere troppo sul serio questa assicurazione. Una volta lanciati, si troverà alla svelta il modo di utilizzarli per sanare altre calamità. Il metodo l'abbiamo già conosciuto con i programmi di aiuto della Banca centrale europea.

Saremmo meno sospettosi se in passato la Francia avesse mostrato la volontà di affrontare i problemi con le proprie forze. La verità è: i francesi non stanno soffrendo a causa delle politiche di austerità tedesche. Soffrono per l'incapacità di affermarsi in un mondo cambiato. Anche i tedeschi farebbero volentieri una settimana di 35 ore e sarebbero lieti di poter andare in pensione al piu' tardi a 62 anni. A differenza dei loro vicini francesi tuttavia hanno accettato il profondo legame che esiste fra produttività e prosperità, che nessun vino rosso del mondo, anche bevuto in grandi quantità, potrà mai mettere in discussione.

La socialdemocrazia tedesca ha sempre avuto una relazione romantica con la Francia. L'ho imparato nella mia famiglia. All'inizio andavamo tutte le estati in Scandinavia, che in ogni famiglia della SPD veniva considerata il paradiso del welfare, dopo la metà degli anni settanta pero' abbiamo iniziato ad andare sulla costa atlantica francese. La combinazione fra stile di vita, cultura, e spirito sindacale, per tutti coloro che si battevano per la cosa giusta, era irresistibile.

La Francia è rimasta fino ad oggi un paradiso sindacale - non in termini di potenza nominale dei sindacati, ma nel potere che ancora oggi riescono ad esercitare. Su Wikipedia la Francia non viene descritta come un'economia di mercato, come io stesso ho verificato, ma come un'economia mista.

Gli effetti di questa politica si possono facilmente leggere in qualsiasi statistica utile a misurare la salute economica di un paese. Il numero dei disoccupati resta ai massimi storici, il debito pubblico nel 2014 ha superato i 2000 miliardi. Dall'introduzione dell'Euro la Francia ha perso un terzo della sua quota di mercato nell'export mondiale. La quota di prodotto interno lordo generata dall'industria è passata dal 18 al 12.6%. Anche questi dati si possono trovare facilmente su Wikipedia.

Meglio di vedute limitate che euro-socialista

La SPD in qualche modo vuole opporsi ad Angela Merkel, questo lo capisco bene. Se non si riesce ad ottenere nulla con la politica interna, allora meglio provare con la politica europea. Nelle redazioni giornalistiche, ovviamente, il nuovo asse franco-tedesco riceve lodi sperticate. Wolfgang Schäuble, come un Alberich accovacciato in difesa del suo tesoro, da quelle parti non era mai stato particolarmente popolare.

Io dubito tuttavia che i piani europei per una messa in comune del debito potranno avere lo stesso successo che hanno ottenuto nelle redazioni giornalistiche, soprattutto in considerazione del principio secondo cui la ricchezza deve essere redistribuita laddove è  stata creata. Per molte persone, quando si tratta del proprio denaro, è meglio essere meschine che socialiste, e questo vale anche per i socialdemocratici. 

"Mi sembra che alcuni di coloro che in questi giorni hanno parlato, probabilmente hanno già dimenticato che Marine Le Pen poteva essere il nuovo presidente francese", ha detto la consulente di Macron Sylvie Goulard a Der Spiegel. Se la frase non è da considerare come una mera descrizione di un fatto, allora la si dovrebbe interpretare come una minaccia. Se non ci venite in contro, si dice, la prossima volta voteremo la destra radicale. La si puo' tranquillamente considerare un'offerta che non puo' essere rifiutata.

martedì 16 maggio 2017

Oskar Lafontaine: l'export-nazionalismo tedesco distrugge l'Europa

Ottima traduzione appena ricevuta da Claudio. Oskar Lafontaine su The European partecipa al dibattito sul futuro dell'UE e in occasione del discorso tenuto pochi giorni prima da Sahra Wagenknecht al Bundestag attacca il governo di coalizione e chiede un cambio di paradigma economico. Da theeuropean.de


L'auto-elogio della stupidità


La sciocchezze a volte costano care. Soprattutto quando accompagnate dai sorrisetti e dai sogghigni. Un dibattito in Parlamento ci offre un esempio calzante. Che si tratti di Merkel, Gabriel, Oppermann, Kauder o Göring-Eckardt, non vuole proprio entrare in testa che l'export-nazionalismo distrugge l'Europa. Costoro non conoscono la differenza tra competizione leale e sleale.


La prima è il sale dell'economia di mercato. Richiede produttività più alta, procedure più efficienti, prodotti migliori, maggiore eco-compatibilità e invenzioni innovative. Tale tipo di competitività è l'elisir di lunga vita del nostro benessere.

La concorrenza sleale poggia invece sul dumping salariale, fiscale, sociale e monetario. E attraverso una politica economica così sbagliata il governo Merkel distrugge l'Europa.

Dumping salariale

Rispetto ai vicini europei i salari tedeschi sono cresciuti di meno, subendo una forte pressione attraverso la creazione di un vasto settore sottopagato, il lavoro interinale, lavori in appalto mal pagati e contratti a tempo determinato e procurando all'export tedesco dei vantaggi sleali.

Dumping fiscale

Tramite l'abbassamento delle aliquote d'imposta più alte e delle tasse a carico delle imprese, grazie a una tassa di successione che rende esentasse patrimoni del valore di diversi miliardi, attraverso l'abrogazione dell'imposta patrimoniale e tramite il sodalizio con i paradisi fiscali tipo il Lussemburgo (Juncker) la Germania ha innescato una concorrenza fiscale all'interno dell'Europa, indebolendo le casse statali a discapito degli investimenti e dei contributi sociali. 

Dumping sociale

L'Agenda 2010 ha comportato il più radicale smantellamento dello stato sociale a partire dal Dopoguerra (FAZ). Attraverso le famose “riforme” Merkel e Schäuble hanno provato innanzitutto a sottoporre anche gli altri Paesi europei – Grecia in primis – a questo modello che favorisce l'aumento dei profitti per le aziende.

Dumping monetario

Il surplus dell'export tedesco cresce sempre più anche per via dell'Euro che è una moneta troppo debole per l'economia tedesca e troppo forte per molti Paesi europei. La Germania esporta disoccupazione e costringe i vicini europei ad indebitarsi. 

(L'auto-elogio della stupidità sghignazzante lo si può osservare in una foto recente scattata in Parlamento e anche nel seguente video - il banco del governo viene inquadrato due volte – in cui Sarah Wagenknecht prova a spiegare gli effetti deleteri per l'Europa dell'export-nazionalismo tedesco)








lunedì 15 maggio 2017

Macron e l'Europa tedesca

Telepolis pubblica un articolo molto interessante di Eric Bonse, giornalista esperto di temi europei e redattore del blog "Lost in EUrope": le riserve tedesche dopo l'elezione di Macron non sono dettate dall'impossibilità di modificare i trattati o dal fatto che la Francia non voglia fare i compiti casa, ancora una volta alla base di tutto c'è l'irrisolta questione tedesca e il tentativo di Merkel di difendere il comodo status quo in cui si trova la Germania dall'inizio della crisi. Ma Schäuble e Merkel devono fare molta attenzione, perché probabilmente Macron è l'ultimo amico di Berlino rimasto a Parigi. Da Telepolis


La questione tedesca è tornata. Ma questa volta a sfidare apertamente l'egemonia tedesca nell'UE non sono i ribelli greci, i britannici stanchi dell'Europa o i nazionalisti polacchi. Questa volta è un francese simpatico e giovane che ritiene fondamentale l'amicizia con la Germania e si trova in piena sintonia con il "trip neo-liberista" della Cancelliera: Emmanuel Macron, l'ottavo presidente della Quinta Repubblica Francese solleva ancora una volta la vecchia questione sul ruolo della Germania in Europa.

Più' precisamente, questa volta le domande sono due: riuscirà Macron a trasformare la Francia in un partner allo stesso livello della Germania spingendo all'estremo le riforme neo-liberiste? E la Germania tornerà a puntare sulla vecchia dialettica franco-tedesca e a cercare compromessi con Macron per far avanzare tutta l'UE? La prima domanda ce la si pone soprattutto a Berlino, la seconda a Parigi e a Bruxelles.

Non si tratta certo di far rivivere il vecchio "direttorio" con il quale Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno guidato l'UE in maniera alquanto discutibile durante l'Eurocrisi. Il motore franco-tedesco è morto e non verrà nemmeno riavviato. Ma è altrettanto obsoleto il modello con il quale Merkel è riuscita a difendere il suo potere dopo l'uscita di scena di Sarkozy. Olanda e Finlandia funzionavano da "junior partner" e insieme alla Gran Bretagna riuscivano a mettere la Francia in minoranza.

Con la Brexit la Germania perderà il partner piu' importante per attuare politiche neo-liberiste.

Non è stato certo un caso è non è accaduto per un'emergenza, come a Berlino invece si vorrebbe far credere. La Francia del successore socialista di Sarkozy, Francois Hollande, non è stata esclusa all'improvviso. La crisi politica ed economica a Parigi non è mai stata cosi' forte da permettere a Berlino di ignorare completamente il vicino. Merkel e il suo Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble hanno deliberatamente estromesso la Francia con l'obiettivo di imporre il loro corso politico all'interno dell'UE.

Dopo Brexit tuttavia non potrà continuare allo stesso modo. Con l'uscita della Gran Bretagna la Germania perderà il partner piu' importante per una politica neo-liberista, mentre la Francia guadagna peso relativo in Europa. Con Macron entra al Palazzo dell'Eliseo un uomo che non puo' essere etichettato come un presidente "Lame Duck" o come un socialista di sinistra sempre pronto alla rissa. Ciò rende la situazione per Merkel e Schäuble ancora piu' complessa.

Macron rilancia proposte vecchie e conosciute

Anche per Macron l'inizio non sarà facile. Egli stesso dovrà liberarsi dall'abbraccio troppo stretto della Cancelliera per non essere considerato una marionetta di Merkel. Per poter mettere in pratica i suoi progetti dovrà poi conquistare una maggioranza all'Assemblea Nazionale. E sulle questioni di politica europea devrà uscire da una posizione difensiva. Sotto Hollande la Francia aveva solo reagito, e mai agito.

Ora deve cambiare tutto. Macron potrà riprendere le vecchie posizioni di Hollande, che egli stesso come Ministro dell'Economia aveva contribuito a sviluppare. L'offensiva dovrebbe iniziare con dei congressi fondativi da tenersi in tutti i paesi UE. Potrebbero fertilizzare il dibattito in corso sul futuro dell'UE e dare ai cittadini una voce. In una seconda fase Macron vorrebbe promuovere una riforma dell'Eurozona. Un bilancio unico, un Ministro delle Finanze unico ed un Parlamento dell'Eurozona. Propone anche degli Eurobond, ma in maniera alquanto vaga.

Non si tratta tuttavia di rivendicazioni rivoluzionarie, al contrario. Macron riprende proposte ben note alle istituzioni europee, proposte che erano incluse nel cosiddetto "Rapporto dei 5 presidenti" per una "unione monetaria completa". Questo rapporto era stato redatto fra gli altri dal Presidente della BCE Mario Draghi, dall'ex Presidente del Parlamento Martin Schulz (SPD) e dal Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker. Dovrebbe far ripartire tutte quelle riforme che durante l'Eurocrisi erano state lasciate a metà e che restano necessarie per scongiurare nuovi shock.

La Germania di Merkel dice Nein

La Germania dice Nein. Già un anno fà Merkel aveva fatto in modo che il "Rapporto dei 5 presidenti" non entrasse come previsto nel processo legislativo dell'UE, ma finisse direttamente nel cestino. Oggi le proposte di Macron vengono rappresentate come se arrivassero da un paese dei balocchi socialista oppure come se fossero del tutto irrealistiche. I piani non avrebbero una maggioranza e possono essere attuati solo con modifiche ai trattati che nessuno vuole, almeno cosi' si sosteneva in maniera difensiva a Berlino.

Tutto ciò' è falso. Dietro ai piani di Macron c'è tutta Bruxelles, il Parlamento europeo vorrebbe addirittura andare molto piu' in là. E' dalla Brexit che chiede una rifondazione dell'UE e naturalmente anche una riforma dell'Eurozona. Non è Macron ad essere isolato ma Merkel, che si nasconde dietro argomenti giuridici fasulli.

La seconda linea difensiva tedesca è ancora piu' ridicola: Macron dovrebbe prima di tutto fare i suoi "compiti a casa" e avviare le riforme strutturali, prima di poter discutere alla pari con Merkel. In altre parole: senza un'Agenda 2010 francese ed un budget pubblico vicino al pareggio di bilancio non se ne parla proprio. Questo argomento è alquanto fallace. Perché da un lato Macron è proprio l'uomo che si è battuto per quelle riforme cosi' controverse. Con la legge Macron, una riforma del mercato del lavoro, nel 2016 ha scatenato una rivolta in Francia. Dall'altro lato anche la Germania non ha fatto i propri "compiti a casa", come gli esorbitanti e incontrollabili avanzi commerciali testimoniano. Recentemente è stato segnato un nuovo record storico. 

Se si dovesse aspettare fino a quando la Francia non ha azzerato il suo deficit di bilancio e la Germania non ha ridotto il suo avanzo con l'estero, allora nei prossimi anni non si potrebbe avviare nessuna politica europea comune.

Le riserve ufficiali di Berlino non dovrebbero essere prese come oro colato. Alla fine per Merkel e Schäuble si tratta piu' che altro di difendere il comodo status quo in cui si trova la Germania all'intero dell'UE e la tanto contrastata "europa tedesca" (Ulrich Beck).

Che ora ci si schieri non solo contro i politici europei di Bruxelles, ma anche contro l'ultimo amico di Berlino a Parigi, non sembra disturbare i seguaci e i consiglieri di Merkel. Con una buona dose di "Merkeliavellismo" (Beck) stanno cercando di mettere l'uno contro l'altro, Macron, Juncker, la Francia e l'UE.

Ma se la Francia fallisce, fallisce l'Europa. E questo dovrebbe essere chiaro a tutti dopo le elezioni presidenziali, anche a Berlino. La crisi ancora in corso, durante la quale la Germania ha guidato l'Europa non è finita con l'elezione di Macron. Al contrario: ha raggiunto anche i rapporti franco-tedeschi e rischia di scuotere le fondamenta stesse della costruzione europea. Dietro la crisi francese si nasconde la questione tedesca - ancora una volta.