domenica 22 dicembre 2019

Perché la ratifica del MES al Bundestag non è scontata

La ratifica dell'ESM al Bundestag potrebbe essere tutta in salita perché la Groko non dispone della maggioranza di due terzi dei voti necessaria per ratificare i trattati internazionali che abbiano delle implicazioni sulle competenze di bilancio del Bundestag. I gruppi parlamentari della FDP e di AfD sono pronti a dare battaglia e preparano un ricorso alla Corte Costituzionale. Ne scrive Welt




(...) Il fondo di salvataggio ESM, preceduto dall'organismo conosciuto come EFSF, creato dal nulla nove anni fa al culmine della crisi dell'euro, ha svolto un ruolo centrale nella crisi debitoria, rifornendo di denaro freso quei paesi della zona euro che avevano perso l'accesso ai mercati a condizioni accettabili. Il fondo di salvataggio prende in prestito denaro dai grandi investitori in tutto il mondo grazie al suo eccellente merito di credito e lo trasferisce ai paesi in crisi a condizioni favorevoli.

La troika è storia, ora arriva il duetto 

La portata è enorme: dal 2011 il fondo e il suo predecessore hanno concesso prestiti per salvataggi per un valore di 205 miliardi di euro, trasformando l'ESM nel principale creditore dello stato in ciascuno dei paesi in crisi, dall'Irlanda al Portogallo. Il fondo detiene oltre la metà del debito pubblico greco. Il fondo di salvataggio, che ha solo sette anni, tuttavia, è destinato a diventare molto vecchio: alcuni dei prestiti concessi dall'ESM e dall'organizzazione precedente scadranno infatti nel 2070.

L'organizzazione, nata in una situazione di bisogno, ora dovrà essere rafforzata. I paesi dell'euro vorrebbero convertirlo in una specie di fondo monetario europeo. Recentemente il ministro delle finanze italiano, a Bruxelles,  per motivi di politica interna ha impedito all'ultimo minuto l'approvazione della riforma dello scudo protettivo praticamente ormai completamente negoziato. Il trattato sarà di nuovo all'ordine del giorno il prossimo anno.

Il MES riformato dovrebbe svolgere un ruolo centrale nel caso in cui gli stati dovessero tornare a vacillare e dovessero nascere dei nuovi programmi di salvataggio. Durante l'eurocrisi, infatti, a dare il tono era stata la cosiddetta troika composta da Banca centrale europea, dalla Commissione europea e dal Fondo monetario internazionale (FMI): avevano negoziato dei prestiti per il salvataggio degli Stati colpiti dalla crisi, avevano definito i programmi di austerità e di riforma che i governi avrebbero dovuto attuare per ottenere i credito, e quindi monitorato il rispetto degli impegni.

In futuro l'ESM avrà più voce in capitolo, afferma il suo direttore Klaus Regling: “In passato c'era la troika e l'ESM si è aggiunto solo in seguito per formare un quartetto. In futuro ci sarà un duetto fra Commissione europea e MES; ciò si rifletterà nel trattato ESM modificato”. Insieme, i due organismi europei in futuro dovranno progettare, prescrivere e monitorare i programmi di salvataggio. Sarebbe la fine della cooperazione con il FMI, con il quale gli europei nel corso della crisi greca avevano avuto piu' di un conflitto.

Non potrà essere chiamato fondo monetario 

In Lussemburgo si sono anche accorti che il nome di Fondo monetario europeo si sarebbe ben adattato all'entità riformata. La BCE per ragioni tecniche ha avuto qualcosa da dire contro questa denominazione, afferma Regling. "Il nome non è importante", dice oggi: "è importante la sostanza e il MES si è fortemente spostato in direzione di un fondo monetario europeo".

In alcuni ambiti l'ESM ha dei poteri ancora più estesi e ad esempio nel caso di fallimento di una grande banca potrà avviare un pacchetto di salvataggio. Esiste già un fondo di risoluzione a livello europeo, e cioè l'SRF, nel quale tutte le banche europee stanno già versando un contributo e che si assume i costi della risoluzione europea in caso di fallimento.

Se, tuttavia, durante una crisi finanziaria, a fallire fossero diverse banche o una banca particolarmente grande e il fondo di risoluzione dovesse esaurirsi e le altre banche non fossero in grado di iniettare denaro abbastanza rapidamente, l'ESM dovrebbe intervenire con dei prestiti. "Il sostegno fornito dall'ESM ha senso", afferma Bert Van Roosebeke del Centrum für europäische Politik. "Il fondo di risoluzione è in fase di realizzazione, ma al momento non è chiaro cosa succederebbe se un fallimento bancario dovesse colpire prima il fondo e poi lo stato membro interessato".

La FDP teme enormi rischi per il bilancio pubblico

La riforma dell'ESM è tutt'altro che certa, perché il MES non fa parte dell'UE, ma si basa su un trattato indipendente tra i paesi dell'euro. La modifica del trattato, come tutti i trattati internazionali, pertanto dovrà essere ratificata dai parlamenti nazionali.

Al Bundestag, ovviamente, c'è resistenza nei confronti del progetto. A Berlino, infatti, si discute se il Bundestag possa approvare gli emendamenti del trattato a maggioranza semplice oppure se sia necessaria una maggioranza di due terzi. Questo sarebbe il caso se il trattato influisse in modo significativo sulla sovranità legislativa in materia di bilancio, come è accaduto nel caso del primo trattato ESM.

La questione ora riguarda se le modifiche al trattato siano solo degli adeguamenti tecnici senza rischi significativi per il bilancio oppure se l'impatto sulle competenze di bilancio siano rilevanti. La domanda non è priva di conseguenze, perché a differenza di quanto accadde con l'approvazione del primo trattato ESM, la grande coalizione al Bundestag non ha una maggioranza dei due terzi. E due gruppi parlamentari si stanno già mettendo di traverso.

"La riforma del MES crea dei rischi di bilancio aggiuntivi a causa dei nuovi compiti in materia di salvataggio bancario", afferma Florian Toncar, portavoce del gruppo FDP in materia di politica finanziaria. "Al Bundestag la modifica del trattato potrà quindi essere approvata solo con una maggioranza di due terzi".

Il suo gruppo parlamentare ha già commissionato un parere di esperti per chiarire il punto. Il gruppo parlamentare di AfD al Bundestag ha già annunciato che si rivolgerà sicuramente alla Corte costituzionale federale se la modifica del trattato dovesse essere approvata a maggioranza semplice.
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sabato 21 dicembre 2019

Heiner Flassbeck - La crisi attuale è figlia di Hartz IV (seconda parte)

"Le politiche dell'Agenda 2010 hanno solo scelto un modo alquanto primitivo per esportare la disoccupazione nei paesi vicini. E questo, non bisogna mai dimenticarlo, è stato possibile solo perché in Europa c'era un'unione monetaria". Nei giorni in cui la SPD finalmente mette in discussione Hartz IV, il grande economista tedesco Heiner Flassbeck, commenta cosi' le tanto lodate riforme rosso-verdi. Seconda parte, si arriva da qui. Da Flassbeck Economics


La soluzione dell'enigma

Questi semplici risultati empirici contengono la chiave per risolvere l'enigma dell'Agenda: non c'è stato solo un canale attraverso il quale i tagli ai salari hanno influenzato il mercato dei beni e del lavoro, ma i canali sono sempre 2: il canale del mercato interno e il canale delle esportazioni. Il primo è stato un disastro - non ultimo per la dottrina prevalente - il secondo invece è stato alla base dell'apparente storia di successo della Germania.

Il fatto che gli effetti interni previsti non si siano verificati, è reso evidente dal fatto che la domanda interna non sia aumentata. L'idea neoclassica di eliminare la disoccupazione riducendo o moderando i salari si fonda sull'ipotesi che se i salari vengono ridotti (o se i salari reali restano indietro rispetto alla produttività), le aziende inizieranno a ristrutturare i loro processi produttivi aumentando l'impiego  della forza lavoro (relativamente) più economica e quindi sostituendo il capitale relativamente più costoso (il cui prezzo non è cambiato). Questa sostituzione del capitale con il lavoro tenderà quindi a ridurre la produttività del lavoro o a farla aumentare più lentamente, in modo da evitare ulteriori licenziamenti, o almeno ridurli.

Questo concetto di sostituzione è completamente irrealistico per vari motivi. Se questa teoria fosse valida, nel tempo si assisterebbe ad una crescita della produttività inferiore rispetto a quella di paesi comparabili che non hanno usato la moderazione salariale. Questo non è il caso del confronto con la Francia. In Germania, la produttività ha continuato ad aumentare a un ritmo molto simile a quello che ha preceduto la fase di moderazione salariale e simile alla Francia, dove non vi era stata alcuna moderazione salariale. Ma se la produttività continua ad aumentare, come è accaduto in Germania, è chiaro fin dall'inizio che la tesi della sostituzione non può essere provata empiricamente. Il fatto che l'occupazione sia aumentata senza che la domanda interna sia cresciuta in modo adeguato può essere spiegato solo dall'aumento della domanda estera.

Se l'approccio neoclassico aiutasse a spiegare la realtà, si dovrebbe anche osservare che un taglio salariale viene immediatamente compensato dagli effetti positivi sull'occupazione. Quindi, se i salari reali orari, invece di aumentare del 2%, stagnano, l'occupazione (il numero di ore) dovrebbe aumentare immediatamente del 2%. Solo in questo caso il salario reale rimarrebbe lo stesso e di conseguenza solo in questo caso potrebbe essere escluso un effetto negativo sulla domanda interna (...).

Ciò significa che in un'economia come quella tedesca, dove la produttività è aumentata nonostante la moderazione salariale, ma la domanda interna è cresciuta meno della produttività, l'effetto ipotizzato dai neoclassici sicuramente non si è verificato. Ciò ha reso la moderazione salariale un fallimento, indipendentemente da cosa poi sia accaduto. E quindi è stato il solo canale dell'export ad avere reso il paese un caso "di successo" (misurato secondo le statistiche del mercato del lavoro), nonostante la riduzione relativa dei salari.

Cosa sarebbe successo senza le "riforme"?

Se la domanda interna in Germania non fosse stata imbavagliata, e se i salari orari avessero seguito la produttività, la domanda interna sarebbe cresciuta e il caos europeo non ci sarebbe mai stato. Le esportazioni tedesche e quindi le eccedenze nell'export tedesco non sarebbero mai cresciute alle stelle così come poi è accaduto, e non avrebbero mai spinto il debito estero dei paesi partner dell'unione monetaria cosi' in alto. I paesi partner inoltre, dipenderebbero in misura molto inferiore dalla "politica debitoria" dello stato, decisamente vietata in Europa.

Non vi è alcun dubbio che in un'unione monetaria un paese con un'economia aperta che riesce a produrre sottocosto rispetto ai suoi vicini beneficerà prima o poi di grandi eccedenze delle partite correnti, se i vicini non dovessero agire in tempo. Sappiamo tuttavia che questi successi non dureranno. Perché i vicini prima o poi andranno in bancarotta oppure si comporteranno allo stesso modo; per questo nel lungo periodo con una strategia di riduzione dei salari non si ottiene nulla.

E' accaduto il contrario, e ora in Europa lo si può osservare chiaramente: nel lungo periodo il processo di aggiustamento sarà molto costoso, anche per chi ha fatto la prima mossa. Perché la riduzione salariale a cui sono costretti i paesi in deficit li spinge a ridurre la loro domanda, in modo da ridurre anche la domanda dei prodotti del primo che ha ridotto i salari. Il quale tuttavia si trova già su un sentiero sbagliato perché la sua economia si fonda su una struttura economica estremamente orientata all'export. Il fatto che la struttura economica dipendente dalle auto e dall'export abbia un posizionamento fatale anche sui requisiti universalmente riconosciuti come necessari per la protezione del clima, rende la situazione tedesca ancora più drammatica.

Nel complesso c'è da fare una semplice conclusione: la strategia di riduzione dei salari non ha successo né in termini di crescita economica né in termini di crescita dei posti di lavoro, perché funziona solo attraverso il canale dell'export, il quale non è mai sostenibile. Se si desidera creare un'occupazione sostenibile, è necessario fare in modo che la domanda interna si sviluppi in modo dinamico. Se la produttività aumenta con gli investimenti, i salari dovranno aumentare in maniera tale che la dinamica della domanda agli occhi degli imprenditori sia così forte da convincerli che valga la pena fare degli investimenti che vadano ben oltre l'attuale utilizzo della capacità produttiva. In questo modo saranno creati dei nuovi posti di lavoro per ridurre la disoccupazione esistente.

Le politiche dell'Agenda non hanno raggiunto questo obiettivo, ma hanno solo scelto un modo alquanto primitivo per esportare la disoccupazione nei paesi vicini. E questo, non bisogna mai dimenticarlo, è stato possibile solo perché in Europa c'era un'unione monetaria. Se la Germania avesse ancora avuto il D-Mark, prima o poi sarebbe stato rivalutato e lo spettro di Hartz IV si sarebbe rapidamente dissolto.

Cosa accadrà?

Se in Europa si vogliono contrastare le forze centrifughe, la Germania dovrà procedere con una messa in discussione delle sue riforme e normalizzare gli sviluppi salariali. L'economia tedesca risulterebbe senza dubbio molto colpita da uno scenario di uscita dell'Italia o della Francia. E' prevedibile che la sua struttura produttiva estremamente orientata all'export, formatasi negli anni dell'unione monetaria, sarebbe soggetta a un duro adeguamento. Già ora la recessione tedesca sta dimostrando quanto il paese sia vulnerabile agli shock esogeni.

La decisione di fondo dell'euro, ancora oggi, può essere giustificata con dei buoni argomenti economici. La teoria economica dominante, tuttavia, ha ignorato fin dall'inizio questi argomenti respingendoli politicamente. Costruita sulla base delle idee monetariste della Banca centrale europea e sulle delle idee grezze in merito alla concorrenza fra le nazioni provenienti dal più grande paese membro, l'unione monetaria in questo modo non poteva funzionare. Chiunque voglia salvare l'Europa come idea politica dovrà riconoscere che ciò può accadere solo con una diversa teoria e una diversa politica economica. L'idea di un'Europa pacificamente unita può essere salvata solo garantendo la partecipazione di tutti al progresso economico e scaricando l'idea della concorrenza fra le nazioni.


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Heiner Flassbeck - La crisi attuale è figlia di Hartz IV (prima parte)

Dopo il congresso della SPD, Der Spiegel ha lodato le riforme Hartz definendole una "benedizione" per la Germania. Il grande economista Heiner Flassbeck capovolge questa narrazione filo-governativa della cosiddetta "stampa di qualità" e propone un'analisi molto interessante: la recessione attuale è figlia di Hartz IV, perché se riduci intenzionalmente i salari per pompare l'export allora devi anche prendere in considerazione il fatto che prima o poi questo comportamento scorretto ti si ritorcerà contro. Ne scrive Heiner Flassbeck su Flassbeck Economics


Hartz IV è stato una "benedizione", titolava Der Spiegel qualche giorno fa, intevistando un professore di economia dell'Università di Ratisbona che lavora anche per lo IAB di Norimberga (Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung) (...).

Quando si tratta di fare una valutazione globale e politicamente rilevante degli effetti di Hartz IV, tramite la cosiddetta efficienza del matching fra domanda e offerta di lavoro, bisogna sapere che si tratta senza dubbio di una procedura problematica. Come tutte le analisi di questo tipo, infatti, si basa sul presupposto che sia sempre valida una clausola ceteris-paribus: semplicemente si presume che, a parte le riforme Hartz, nel periodo di indagine non sia accaduto nulla di importante. Ciò tuttavia trascura sin dall'inizio il fatto che le riforme Hartz hanno notevolmente rafforzato una tendenza che era già in atto sin dalla fine degli anni '90 e che in Germania ha comportato una crescita dei salari molto inferiore rispetto a quanto sarebbe stato richiesto dallo sviluppo della produttività. All'epoca anche i sindacati, che nel 1999 avevano sottoscritto questo corso nell'ambito di un'alleanza per il lavoro, volevano "utilizzare la produttività per aumentare l'occupazione" (qui una valutazione data all'epoca). Se si vuole investigare empiricamente una misura come Hartz IV, non si possono e non si devono separare gli effetti che derivano dalla riforma in quanto tale, dagli effetti che provengono dal quadro complessivo in cui era inquadrato Hartz IV.

Il motivo per cui la tesi di Hartz IV come "benedizione" è lontana dalla realtà, può essere facilmente illustrato se si fa ciò che gli economisti dovrebbero effettivamente fare: includere nell'analisi tutti gli effetti - a livello nazionale e internazionale - innescati o rafforzati da un tale cambiamento istituzionale della portata di Hartz IV. Gli economisti tedeschi, tuttavia, nei loro studi (o nelle interviste) non evidenziano mai alcun effetto internazionale. Ciò tuttavia in un'economia globale fortemente interconnessa non può essere mai giustificato, ma in un'unione monetaria come quella che abbiamo in Europa da vent'anni, è senza dubbio un elemento di negligenza.

Se qualcuno nel 1995 mi avesse chiesto come sarebbe andato il tentativo della Germania di ridurre i suoi salari nell'ambito dell'eurozona (o aumentarli meno della crescita della produttività), la risposta sarebbe stata molto semplice. Avrei detto che se gli altri paesi avessero accettato il dumping salariale tedesco senza contromisure o addirittura avessero aumentato i loro salari più di quanto fosse stato giustificato dalla loro rispettiva produttività, la Germania avrebbe senza senza dubbio sperimentato un boom delle esportazioni e uno sviluppo economico eccezionalmente buono. Ma avrei anche detto che una tale politica nel lungo periodo avrebbe portato alla distruzione dell'unione monetaria e avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per la Germania.

Per comprendere a fondo la portata di Hartz IV, bisogna inquadrarlo nella costellazione complessiva che nell'ambito della definizione dei salari era presente in Germania e in Europa all'epoca. Hartz IV è stato solo l'ultimo passaggio lungo il percorso di una politica economica volta a contenere i salari mantenendoli al di sotto di quella che chiamiamo la regola d'oro nella negoziazione dei salari: la crescita che deriva dall'andamento della produttività più il tasso di inflazione fissato politicamente. Hartz IV ha notevolmente indebolito il potere contrattuale dei sindacati in quanto la disponibilità dei lavoratori a battersi per ottenere salari più alti è diminuita a causa della minaccia di dover scendere rapidamente al livello della sicurezza sociale di base nel caso in cui fossero diventati disoccupati. Il singolo lavoratore, infatti, ritiene semplicemente che la sua lotta per avere un salario più alto gli si possa rapidamente ritorcere contro.

Le conseguenze dell'Agenda

Il problema principale nell'analisi scientifica delle riforme del mercato del lavoro attuate dai rosso-verdi dopo il 2000 risiede nell'orientamento unilaterale dell'approccio economico. Molti economisti in Germania, infatti, fanno ricorso ad una semplice argomentazione con la quale sin dall'inizio dell'unione monetaria difendono la politica tedesca: se, come è accaduto in Germania ai tempi dell'Agenda 2010 e con l'aiuto dell'Agenda 2010, è possibile imporre una riduzione (relativa) dei salari (rispetto all'estero) e quindi 20 anni di maggiore occupazione, meno disoccupazione e una forte posizione all'interno dell'UE, allora questa politica tedesca deve essere davvero giusta.

Questa semplice narrativa sembra giustificare l'Agenda 2010 e i media tedeschi continuano a farlo acriticamente. Anche se alcuni membri della SPD nella nuova leadership del partito sembrano aver capito che occorre correggere urgentemente i gravi errori dell'Agenda. Ma la crucialità della dimensione europea anche per loro è irrilevante. Con la CDU, che resta il più grande sostenitore dell'Agenda 2010, non ci si può certo aspettare che nel governo federale vi sia anche una sola voce in grado di rielaborare questa storia.

In un tale quadro molte analisi economiche risentono del fatto che partono dalle condizioni tipiche di un'economia relativamente chiusa e collegata al resto del mondo grazie ad un sistema di tassi di cambio flessibili. La Germania, però, sin dall'inizio dell'esperimento di riduzione dei salari, era un'economia relativamente aperta e nel corso degli anni e a causa della moderazione salariale è diventata una forma estrema di economia aperta. La Germania è anche membro di una grande unione monetaria, e quindi nel commercio estero ha operato in condizioni che sono diametralmente opposte rispetto al modello dei tassi di cambio flessibili. Le analisi che non mettono al primo posto questo aspetto non possono pertanto aggiungere alcuna  seria conoscenza.

Ma cosa è successo esattamente in realtà? Nonostante un aumento della produttività relativamente normale, l'aumento dei salari reali tedeschi nel primo decennio del secolo è stato vicino allo zero. A causa del deliberato contenimento dei salari orchestrato politicamente, le aziende tedesche hanno avuto sempre maggiori possibilità di sottrarre quote di mercato ai concorrenti esteri riducendo i prezzi (ma anche in mercati terzi, non solo all'interno dell'unione monetaria), oppure di conseguire profitti significativamente più alti con dei prezzi invariati rispetto alle aziende dei paesi dell'unione monetaria con andamenti salariali "normali".

In termini di export, la Germania ha quindi fatto molto meglio di tutti gli altri partner europei, come mostra la Figura 1 con l'esempio della Francia. Nel 2006 e nel 2007 e dopo la crisi finanziaria, le esportazioni tedesche sono letteralmente esplose. La Germania è stata in grado di mantenere la sua quota di mercato globale nonostante la concorrenza crescente della Cina, mentre Italia e Francia sono rimaste molto indietro. La quota delle esportazioni sul PIL in Germania è aumentata drammaticamente ed è ora a quasi il 50 %.


Come mostrato nella Figura 2, tuttavia il prezzo da pagare per la moderazione salariale è stata una debole domanda interna, perché, come prevedibile, le famiglie tedesche e i privati hanno reagito ad una prospettiva di reddito significativamente deteriorata limitando i loro consumi. I consumi privati ​​sono rimasti estremamente deboli per un lungo periodo e si sono adattati quasi perfettamente alla stagnazione dei salari reali orari.


E ciò ha comportato uno sviluppo economico separato raramente visto nella storia. Mentre le esportazioni sono decollate, la domanda interna è rimasta ferma e ha iniziato a riprendersi solo dopo il 2010. E' cresciuta all'incirca come in Francia, e ciò significa che il divario in termini di livello della domanda interna tra i due paesi resta ampio 



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Se si confronta la domanda interna ed esterna dal 1991 in poi (Figura 4), è facile vedere quanto sia grande il divario che è emerso fra la domanda estera tedesca e quella della Francia, in rapporto alla domanda interna tedesca.


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mercoledì 18 dicembre 2019

Il bastone e la carota

Su Handelsblatt il professore Harald Benink ci spiega perché ormai con l'Italia e gli italiani è arrivato il momento del bastone e della carota: riforme strutturali in cambio di investimenti europei. Lo scambio dovrebbe essere formalizzato attraverso un "Grand Deal" fra governo italiano ed UE. Il timing di questa nuova strategia sembra perfetto per rispondere al dibattito italiano sul MES. Ne scrive il professor Benink su Handelsblatt


Gli ultimi mesi nella politica italiana sono stati alquanto turbolenti. E' nato un nuovo governo, senza la Lega di Matteo Salvini, per riaffermare la leadership politica e sostenere i mercati finanziari europei. Il leader della Lega chiedeva infatti nuove elezioni per poter diventare lui stesso il primo ministro.

Ma la fase di stabilità politica potrebbe non durare a lungo. L'Europa non dovrebbe farsi sfuggire l'occasione e tendere una mano all'Italia per trovare un accordo generale.

L'Unione europea si trova in una situazione critica. Da un lato, l'avvicinarsi della Brexit crea nuove incertezze sulle relazioni future con la Gran Bretagna, dall'altro, a causa dei problemi economici e finanziari, presto in Italia potrebbe svilupparsi una nuova crisi ancora più grande. La situazione attuale dovrebbe essere utilizzata per ripensare l'instabile situazione economica, finanziaria e politica europea.

In Europa è necessario circoscrivere le dinamiche negative del discorso politico. E ciò è particolarmente vero per la maggior parte della popolazione degli Stati membri dell'UE, che vede il progetto europeo come una minaccia, più che come un'opportunità.


Ciò è particolarmente evidente in Italia. Essendo uno dei membri fondatori dell'UE, il paese sta vivendo l'allontanamento e la mancanza di solidarietà nella governance della zona euro e nella gestione dell'immigrazione, in particolare da parte dei paesi dell'Europa settentrionale come Germania e Paesi Bassi. Ciò ha portato i partiti populisti ad essere ancora più popolari.

È ovvio che in Italia ci sono problemi strutturali ed economici. Ciò riguarda soprattutto la mancanza di drastiche riforme strutturali nel mercato del lavoro e dei servizi, nella riscossione delle imposte e nel sistema pensionistico. Per troppo tempo il paese ha rinviato le riforme necessarie, e in questo modo ha ridotto la sua competitività e il suo potenziale di crescita di lungo periodo.

La politica della BCE non ha creato gli incentivi

Allo stesso tempo le politiche dell'UE spesso non sono state adeguate. Da un lato la politica monetaria della BCE ha mantenuto i tassi di interesse sui titoli di stato italiani a un livello molto basso, senza pretendere delle condizioni speciali.

Questi bassi tassi di interesse hanno ridotto gli incentivi per la realizzazione di riforme economiche di vasta portata. D'altro canto le regole del Patto di stabilità e crescita dell'UE sono vincolanti e presto potrebbero portare a delle multe nei confronti dell'Italia, che a loro volta finirebbero per peggiorare ulteriormente la dinamica politica.

È giunto il momento di stringere un grande accordo fra Italia ed UE per migliorare la situazione politica. E ciò richiede un piano d'azione economico e politico per i prossimi cinque anni che metta in collegamento un'agenda dettagliata per le riforme economiche e strutturali da realizzare, con dei potenziali investimenti europei.

L'idea di base è che per ciascuno dei cinque anni siano previsti passi concreti sul piano normativo e nell'attuazione delle riforme. Alla fine di ciascuno di questi cinque anni, si dovrà quindi verificare se l'Italia ha attuato le misure concordate. In caso positivo l'Italia potrebbe essere premiata con ingenti investimenti dell'UE, in particolare nei settori come le infrastrutture e l'economia della conoscenza.

C'è molto in ballo

Un simile approccio fatto di carota e bastone non è mai stato provato prima. Ciò cambierebbe il discorso politico e darebbe la possibilità alla leadership politica italiana di spiegare alla propria popolazione che l'Europa non solo richiede difficili riforme economiche e disciplina di bilancio, ma agisce anche in maniera solidale sotto forma di investimenti. E questo potrebbe promuovere l'accettazione politica di misure anche difficili da parte dell'elettorato.

La sfida è quella di prevenire un'escalation della crisi politica tra Italia ed Europa. Tale escalation potrebbe portare a una crisi di fiducia nell'affidabilità creditizia del debito italiano e nelle banche del paese che hanno investito pesantemente in titoli di stato.

Date le dimensioni dell'economia italiana e, soprattutto, dato l'enorme debito pubblico, una crisi in Italia molto probabilmente porterebbe a una grave crisi bancaria e finanziaria nel resto d'Europa, fatto che avrebbe anche enormi conseguenze sul futuro dell'euro.

È quindi importante che il nuovo presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il nuovo presidente della BCE, Christine Lagarde, approfittino del momento per concludere con l'Italia un grande accordo. C'è molto in ballo ed è urgente un nuovo approccio.


lunedì 16 dicembre 2019

Le relazioni post-Brexit secondo Berlino

Anche dopo la Brexit i tedeschi sanno bene che se vorranno impostare con successo una politica di respiro mondiale, avranno necessariamente bisogno della cooperazione britannica. Il governo tedesco, dopo la vittoria dei conservatori di Johnson, ha optato per una linea soft finalizzata a non allontanare troppo Londra dall'UE. Se il piano per creare "un rapporto equilibrato, stretto ed equo con la Gran Bretagna", secondo le parole usate da Maas, dovesse fallire, allora Berlino potrebbe tornare a provocare la Gran Bretagna alimentando l'indipendentismo scozzese, come del resto ha già fatto nei mesi scorsi. Ne scrive il sempre ben informato German Foreign Policy.


UE: non è piu' un'esclusiva

Lo sfondo sul quale si collocano le esternazioni di Berlino in merito alla vittoria elettorale di Boris Johnson riguardano il fatto che il Regno Unito, dopo l'imminente uscita dall'UE, avrà la possibilità di ridefinire a livello internazionale le sue coordinate economiche e politiche. Johnson cercherà di raggiungere un nuovo accordo sulle future relazioni economiche con l'UE. Nel complesso, l'UE è ancora il più grande mercato di sbocco per la Gran Bretagna; ma la sua quota sull'export complessiva è diminuita passando negli ultimi dieci anni da poco meno del 50 % a circa il 45 %, tenendo conto di beni e servizi. Allo stesso tempo, la quota delle esportazioni britanniche verso gli Stati Uniti è passata dal 16,8% al 18,8%, quella dell'Asia addirittura dal 14,9% al 19,1%. La situazione per gli investimenti è simile. Nel lungo periodo, tuttavia, i legami economici esclusivi con l'UE non sembrano essere più l'unica alternativa possibile. Londra non solo sta cercando di intensificare le sue relazioni finanziarie con la Repubblica popolare cinese [1], ma Johnson è anche alla ricerca di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti. Secondo l'ex ambasciatore britannico presso l'UE, Ivan Rogers, Johnson "nei colloqui sugli accordi di libero scambio del prossimo anno potrebbe mettere l'UE in competizione con gli Stati Uniti". [2] Il primo ministro britannico ha quindi un certo potenziale di manovra per fare pressione.

Opzioni multiple

La situazione è simile anche in politica estera. Negli ultimi tempi Londra ha chiarito che si sta sforzando di mantenere una posizione congiunta con Berlino e Parigi, anche prendendo le distanze da Washington. Ad esempio, ha aderito, in contrasto con l'amministrazione Trump,  all'accordo sul nucleare con l'Iran e, almeno finora, si oppone alla pressione degli Stati Uniti affinché la società cinese di telecomunicazioni Huawei venga esclusa dalla creazione della rete britannica 5G. In altri ambiti, invece, Johnson è pronto a collaborare con gli Stati Uniti nel caso in cui non riesca a realizzare i suoi interessi insieme alle principali potenze dell'UE. Cosi' all'inizio di agosto, quando è diventato chiaro che l'operazione navale dell'UE sullo Stretto di Hormuz richiesta dal governo britannico non avrebbe avuto luogo ([3]), Londra ha annunciato un intervento navale a fianco degli Stati Uniti. Di fatto il Regno Unito è ancora coinvolto nell'International Maritime Security Construct guidato da Washington (precedentemente Operation Sentinel [4]) nel Golfo Persico.

Spinto alla rivalità

L'esempio del jet da combattimento franco-tedesco Future Combat Air System (FCAS), attualmente in fase di progettazione, mostra che ignorare con una certa freddezza gli interessi britannici può rivelarsi rischioso. L'azienda britannica BAE Systems, operante nel settore della difesa, infatti, sin dal 2014 stava collaborando con la francese Dassault per la realizzazione di un aereo da caccia di nuova generazione, quando nel 2018 il gruppo franco-tedesco Airbus è riuscito a far fuori dall'affare la concorrenza britannica per concentrarsi poi insieme a Dassault sulla realizzazione del FCAS. Il motivo addotto era che la Brexit avrebbe ostacolato la partecipazione di BAE Systems alla costruzione di un caccia da combattimento per l'UE ([5]). BAE Systems inizialmente ha continuato a lavorare in autonomia sul suo jet, che al momento è stato rinominato "Tempest", e nel frattempo ha ottenuto la collaborazione di 2 importanti aziende operanti nel settore della difesa, la Leonardo (Italia) e la Saab (Svezia); entrambe erano state escluse da Airbus e Dassault. Londra ha anche preso in considerazione il Giappone come possibile partner con cui cooperare per la realizzazione di "Tempest" [6]. Se la Gran Bretagna riuscisse ad ottenere la cooperazione di Tokyo per la realizzazione del progetto, avrebbe di fatto guadagnato dei punti importanti nei confronti del consorzio franco-tedesco FCAS nell'ambito della battaglia per assicurarsi dei mercati di vendita globali per il costoso progetto di difesa. È improbabile, infatti, che vi possano essere in parallelo abbastanza acquirenti per entrambi gli aerei da combattimento, tali da coprirne gli immensi costi di sviluppo. A tal proposito, "Tempest", nato come risposta all'esclusione operata da Berlino e Parigi, rappresenta un concorrente pericoloso per il progetto FCAS di Airbus e Dassault.

Obiettivo: "una stretta collaborazione"

In considerazione della portata economica e politica che la Gran Bretagna potrebbe ottenere con l'uscita dall'UE, Berlino vorrebbe  assumere un tono diverso nelle relazioni con Londra; di fatto sta cercando di fare in modo che nel raggiungimento delle sue ambizioni globali all'interno del quadro della politica tedesco-europea, la Germania possa fare ricorso al potenziale politico e soprattutto militare del Regno Unito. "Attendo con impazienza ogni nostra forma di ulteriore cooperazione data l'amicizia e la stretta collaborazione fra i nostri paesi", ha fatto sapere la Cancelliera Angela Merkel. [7] Il ministro degli Esteri Heiko Maas ha invece spiegato: "vogliamo che la Gran Bretagna rimanga un partner stretto anche dopo la Brexit, sia in termini economici che di politica estera e di sicurezza." [8] Norbert Röttgen, presidente della Commissione per gli affari esteri del Bundestag, commenta: "il nostro obiettivo ora dovrà essere quello di  mantenere quanto piu' possibile vicine le relazioni con la Gran Bretagna" [9]. Recentemente il Ministro della difesa Annegret Kramp-Karrenbauer ha chiesto che il  "formato E3 venga stabilizzato". "E3" indica le tre potenze dell'Europa occidentale che cooperano in maniera stretta nei negoziati per l'accordo nucleare con Teheran. Tale formato dovrebbe collegare Londra all'UE. Kramp-Karrenbauer ha recentemente annunciato che dovrà essere "saldamente istituito a livello dei ministri della difesa", con una riunione da tenersi entro la fine dell'anno. [10] I principali media, inoltre, suggeriscono la volontà di mantenere "stretti legami con Londra attraverso il formato dei summit EU plus 1" [11]

Cambiare le priorità

In questo contesto non è chiaro se Berlino nei prossimi mesi manterrà il suo aperto sostegno nei confronti dei nazionalisti scozzesi. Alle elezioni della scorsa settimana gli indipendentisti scozzesi sono stati in grado di aumentare la loro percentuale in Scozia portandola al 45 % dei voti; ora chiedono un nuovo referendum sulla secessione, che il Primo Ministro Boris Johnson ha già dichiarato di non volere. Dopo il referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016, alcuni politici tedeschi avevano offerto un convinto sostegno alla causa dello Scottish National Party (SNP) e al suo presidente Nicola Sturgeon. A tal proposito in piu' occasioni si era apertamente sostenuto che la Scozia avrebbe "certamente" aderito all'UE se si fosse separata dalla Gran Bretagna. [12] A settembre, alla presenza di importanti politici tedeschi, tra cui il presidente del Bundestag Wolfgang Schäuble, Sturgeon era stata onorata con il conferimento di un importante premio mediatico tedesco - le era anche stata data l'opportunità di utilizzare il suo discorso di accettazione del premio per promuovere mediaticamente la causa dell'indipendenza della Scozia. E' altamente improbabile, tuttavia, che tali provocazioni oggi potrebbero essere ancora tollerate senza che il governo britannico vi opponga resistenza, proprio nel momento in cui Londra dispone di diverse opzioni in termini di politica estera e non dipende necessariamente dalla cooperazione con l'UE. Nel fine settimana il Ministro degli Esteri Maas, infatti, quando gli è stato chiesto se "una Scozia indipendente sarebbe benvenuta nell'UE" ha risposto: "La Scozia è parte del Regno Unito e pertanto la questione non si pone." [13] "La questione principale al momento" spiega Maas, "è quella di creare per il futuro un rapporto equilibrato, stretto ed equo con la Gran Bretagna". Maas tuttavia non ha detto nulla su quali sarebbero i rapporti fra Scozia e Germania se la relazione con la Gran Bretagna non dovesse svilupparsi secondo i desideri di Berlino.



[1] S. dazu Aufrüstung trotz Streit.
[2] Carsten Volkery: Ivan Rogers: "Johnson wird die EU gegen die USA ausspielen". handelsblatt.com 15.12.2019.
[3] S. dazu EU-Mächte planen Marineeinsatz im Persischen Golf.
[4] S. dazu Deutschlands Gestaltungsanspruch.
[5] S. dazu Führungskampf in der EU-Rüstungsindustrie.
[6] Demetri Sevastopulo, Robin Harding: Trump puts Tokyo under pressure to choose US fighter jet over rival BAE. ft.com 10.12.2019.
[7] Frust und Hoffnung nah beieinander. tagesschau.de 13.12.2019.
[8] "Wir wollen, dass Großbritannien auch nach dem Brexit ein enger Partner bleibt". auswaertiges-amt.de 14.12.2019.
[9] Frust und Hoffnung nah beieinander. tagesschau.de 13.12.2019
[10] S. dazu The Germans to the Front.
[11] Jochen Buchsteiner: Johnsons Mehrheit. Frankfurter Allgemeine Zeitung 14.12.2019.
[12] S. dazu Britannien spalten.
[13] "Wir wollen, dass Großbritannien auch nach dem Brexit ein enger Partner bleibt". auswaertiges-amt.de 14.12.2019.


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mercoledì 11 dicembre 2019

Ulrike Herrmann: "Il problema non sono i francesi, ma i tedeschi"

L'ottima Ulrike Herrmann sulla Taz ci spiega perché le solite lezioncine della stampa tedesca, questa volta indirizzate ai francesi, non hanno molto senso, soprattutto se si considera il livello delle pensioni erogate in Germania. Un dato è sufficiente: in Germania la pensione media netta nel 2019 era di poco piu' di 900 euro al mese. Dalla Taz Ulrike Herrmann


Il verdetto tedesco è chiaro: sono pazzi questi francesi! Come si fa ad avere 42 diverse casse pensionistiche? O ad andare in pensione all'età di 52 anni? Ma a un esame più attento la situazione diventa subito chiara: il sistema pensionistico francese funziona meglio di quello tedesco.

Non è vero che i francesi abbiano usufruito in massa dei pensionamenti anticipati. L'età media di pensionamento in Francia è di 62 anni, in Germania sono 64 anni.

Ci sono differenze significative, soprattutto per quanto riguarda l'ammontare: i pensionati francesi ricevono in media 1.400 euro al mese, mentre in Germania nel 2018 erano 906 euro.

Si possono finanziare pensioni piu' elevate, perché in Francia i contributi pensionistici sono più alti. I dipendenti pagano alla previdenza sociale pubblica l'11,2 % del loro salario, le aziende contribuiscono addirittura con il 16,3 %. In Germania, invece, i dipendenti e i datori di lavoro pagano ciascuno solo il 9,3 % del salario lordo. A prima vista per i lavoratori dipendenti tedeschi sembrerebbe un buon affare, ma poi devono aggiungere anche il 4% per il fondo pensione. In realtà si tratta del 13,3 % - piu' dei francesi.

In Germania spesso e volentieri si chiede alla ​​Francia di ridurre il costo del lavoro non salariale, altrimenti le aziende del paese rischiano di perdere la loro competitività! Le pensioni in Francia devono scendere, è il motto tedesco.

Questa insolenza tedesca è strana, perché i francesi hanno fatto tutto bene. Hanno creato una buona previdenza sociale per i loro anziani e anche i salari sono aumentati. Nel complesso, l'aumento annuale del costo del lavoro per unità di prodotto in Francia è stato di circa il 2 % annuo: questo era esattamente il percorso prescritto dalla Banca centrale europea.

Il problema non sono i francesi, ma i tedeschi. In Germania i salari e le pensioni aumentano troppo lentamente. Dobbiamo imparare dai francesi, non viceversa.
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martedì 10 dicembre 2019

Cosi' gli oligarchi dell'Europa dell'est si arricchiscono con i soldi europei

I contributi europei per l'agricoltura nell'Europa dell'est foraggiano le oligarchie locali e arricchiscono la classe politica. Un'inchiesta giornalistica molto interessante chiarisce il rapporto fra soldi europei e potere politico nell'Europa dell'est. Ne scrive infosperber.ch


Quando nell'UE si parla di agricoltura, si tratta principalmente di soldi. Un sacco di soldi: l'Unione distribuisce 60 miliardi di euro all'anno agli agricoltori europei, tre volte più degli Stati Uniti. All'inizio si trattava di fondi pensati per promuoverne la coesione e sostenere la trasformazione dell'UE in una unione economicamente equilibrata. Le regioni agricole non dovevano restare desolate ma mantenere la loro competitività.

Ad avvantaggiarsene sono soprattutto le grandi aziende

Per le piccole imprese i contributi europei sono una garanzia, se non un vero e proprio prerequisito per l'esistenza. Poiché una parte di tali contributi viene calcolato in base alla superficie, ad avvantaggiarsene, tuttavia, sono soprattutto le aziende piu' grandi. L'80 % del denaro finisce al 20% delle aziende piu' grandi. Il New York Times (NYT) recentemente ha documentato come i sussidi destinati all'Europa orientale abbiano creato un sistema quasi feudale. Sui terreni agricoli dell'UE, infatti, i fondi comunitari spesso vengono utilizzati per coltivare interessi politici. Il giornale con una inchiesta ha mostrato il modo in cui i sussidi comunitari nell'Europa orientale hanno promosso la corruzione e reso le aristocrazie locali ancora più ricche.

Una miopia storica e le sue conseguenze

La maggior parte dei sussidi agricoli arriva a Francia, Italia, Spagna e Germania, vale a dire i paesi che danno il maggior contributo alla produzione agricola dell'UE. Una parte minore della somma stanziata è destinata all'Europa centrale e orientale.


I pagamenti diretti e le sovvenzioni, tuttavia, nell'Europa dell'est hanno creato qualche problema di potere. Un tempo le condizioni generali in quei paesi erano completamente diverse: i lavoratori gestivano la terra per conto dello stato, il quale la possedeva. Con il crollo del blocco orientale e la successiva privatizzazione, i governanti hanno avuto un'opportunità unica per garantirsi il loro futuro politico (ed economico) grazie ai grandi appezzamenti di terra sovvenzionati attraverso le pratiche di distribuzione dell'UE. Chiunque abbia la terra incassa i soldi - e quindi ottiene potere.

Chi incassa per conto di chi, è difficile da determinare, scrive il "New York Times". Alcuni paesi pubblicano dati (qui un esempio per la Germania, con i dieci maggiori destinatari tedeschi del 2018). L'UE pubblica alcune informazioni e mantiene una banca dati non pubblica. In parte c'è una mancanza di trasparenza su chi sia il proprietario di quale terreno, perché risalire alla proprietà è complesso, oppure viene deliberatamente nascosto. A volte anche i legislatori di Bruxelles non hanno idea di dove stiano finendo i fondi dell'UE.

Un sistema volutamente opaco

Il giornale ha creato un proprio database con i registri societari, i dati sulle vendite e  le locazioni di terreni, nonché i documenti trapelati e i registri non pubblici di informatori e ricercatori, cercando di risalire alla proprietà. I redattori hanno lavorato con dei giornalisti locali che hanno indagato sugli abusi in materia di terreni agricoli, nonostante le restrizioni alla libertà di stampa. Ad esempio in

Repubblica ceca : il più noto beneficiario di sussidi europei è il primo ministro Andrej Babis. Il politico più potente della Repubblica ceca, infatti, secondo il senatore ceco Lukas Wagenknecht, sarebbe "completamete finanziato dall'UE". Le sue società l'anno scorso, secondo una ricerca della NYT, hanno ricevuto contributi europei per almeno 42 milioni di dollari. Le analisi condotte dall'UE mostrano che ha un chiaro conflitto di interessi e che potrebbe aver commesso delle truffe. La legislazione della Repubblica Ceca negli ultimi anni è stata adattata in modo da rendere più facile alle grandi aziende ottenere più sussidi.

Bulgaria: secondo la "Accademia bulgara delle scienze", nel 2015 tre quarti dei fondi per l'agricoltura pagati sono andati a 3.700 destinatari, che però rappresentano solo 100 aziende. Meno del 2% delle imprese agricole coltiva l'82% della superficie del paese. Questa concentrazione porta a monocolture in cui si coltiva principalmente il grano. Le coltivazioni di frutta e verdura, tipiche della regione, come il bestiame, nella regione vengono trascurate, osserva il rapporto. Nella primavera del 2019, i controlli hanno rivelato legami tra i funzionari governativi e gli imprenditori agricoli. in Bulgaria, il più grande produttore di farina attualmente è in attesa di processo.

Slovacchia: i piccoli agricoltori riferiscono di essere stati aggrediti e ricattati perché possiedono terre preziose per i sussidi. Nel 2018 il giornalista Ján Kuciak è stato ucciso a colpi di arma da fuoco per aver indagato sul rapporto fra la mafia italiana e il settore agricolo del paese. Il procuratore capo della Slovacchia ha riconosciuto l'esistenza di un "mafia agraria".

La ricerca sposta poi il suo focus sull'Ungheria, il cui capo di governo Victor Orban spesso critica l'UE, ma che sin da subito ha saputo riconoscere il valore dei sussidi europei. Grazie alla locazione e alla vendita di terreni, infatti, è riuscito ad assicurare il potere a se stesso, alla sua famiglia e al partito Fidesz. "Un sistema che non ha inventato, ma che utilizza in maniera efficiente", afferma l'ex ministro dell'agricoltura ungherese Gyorgy Rasko.

Già alla fine del suo primo mandato nel 2002, due anni prima dell'ingresso ufficiale dell'Ungheria nell'UE, Orban ha venduto a investitori privati ​​con i quali aveva legami politici, dodici società agricole di proprietà statale. La "sporca dozzina", come furono chiamate allora. Assicurandosi dei diritti esclusivi sulla terra per 50 anni sono riusciti a garantire il futuro politico di Orban.

Un grave errore

Ad aiutarlo nella sua rielezione erano state prorio le prosteste dei contadini. E qualcuno che per loro si era battuto. Il professore e ingegnere agricolo József Ángyán immaginava un futuro sostenibile per i piccoli proprietari ungheresi, per questo aveva fondato vari programmi universitari e gestiva una fattoria biologica di 450 ettari. Orban in caso di elezione avrebbe dovuto fornire supporto ai suoi programmi, vittoria elettorale che ha ottenuto proprio grazie al sostegno degli agricoltori. "Io gli ho anche creduto", ha detto Ángyán al New York Times. Un grave errore.

Nel 2010 Orban è diventato nuovamente Primo Ministro e ha nominato Ángyán sottosegretario di Stato presso il Ministero dell'agricoltura ungherese. I vincitori delle elezioni tuttavia non hanno mantenuto le loro promesse. Nel giro di un anno Orban ha venduto e affittato grandi proprietà ai suoi alleati. Centinaia di migliaia di ettari, che ufficialmente erano destinati a piccoli offerenti locali, durante le aste sono finiti ai politici amici. Il contratto di locazione era economico, a volte a fare l'offerta si presentava un solo offerente.

I terreni sono stati seguiti dai sussidi. Ángyán è stato ingannato e ha messo in conto che l'operato di Orban avrebbe ampliato il divario tra ricchi e poveri trasformando il suo Fidesz nel "signore" dell'Ungheria rurale. "È un sistema assolutamente corrotto", ci dice oggi. Nel 2012, si è dimesso dal governo, ma è rimasto membro del parlamento. Oggi Ángyán è scomparso dalla vita pubblica. Il contratto di locazione della sua fattoria biologica è stato disdetto dal governo, il suo dipartimento presso l'Università di Szent István è stato chiuso. Verso la fine dell'inchiesta, ha anche perso i contatti con il New York Times.

Feudalesimo moderno

La svendita è andata avanti. Molte piccole fattorie ungheresi ora sono circondate da grandi fattorie. I piccoli agricoltori, che vogliono affittare o acquistare terreni, spesso non sono nemmeno a conoscenza delle aste, anche se in realtà come aziende locali avrebbero dei diritti preferenziali. Oppure si consiglia di non fare offerte, perché il futuro inquilino o proprietario è già stato individuato.

Il pensionato Ferenc Horvath, intervistato dal New York Times, ad esempio ha scoperto per la prima volta che i terreni pubblici che circondano il suo piccolo terreno erano stati privatizzati quando il nuovo proprietario ha messo delle recinzioni. Non aveva mai sentito parlare della vendita imminente. Horvath ora è circondato da un allevamento di suini di proprietà di Lorinc Mészáros, un amico d'infanzia di Orbán.

Mészáros, che nel 1990 era proprietario solo di una piccola società di fornitura di gas, ora è miliardario e per il gran divertimento dei media ungheresi, ama paragonarsi a Mark Zuckerberg. La sua carriera eccezionalmente rapida si è basata sui fondi UE e sui contratti governativi. Solo nel distretto di Fejer, dal quale proviene anche Victor Orban, la sua famiglia ha acquistato 3.800 ettari di terra. Il genero di Orban e un altro "amico" possiedono altre grandi proprietà nelle vicinanze.

Chi resiste viene importunato

I piccoli proprietari terrieri non possono fare molto contro tali truffe. Da un lato, essi stessi beneficiano dei fondi UE. Dall'altro se diventano fastidiosi rischiano di finire su delle cosiddette "liste nere". Ciò significa controlli frequenti e senza preavviso sugli standard ambientali o sulla qualità dell'acqua utilizzata nel loro lavoro, e altre angherie varie. Inoltre non vengono piu' presi in considerazione per ulteriori acquisti di terreni o domande di locazione.

Anche l'UE è in gran parte impotente. Negli ex paesi del blocco orientale, l'Unione è spesso vittima dei suoi stessi principi che prevedono una certa sovranità nazionale. L'assegnazione dei terreni e i controlli alimentari sono di competenza del governo ungherese, come anche la distribuzione dei fondi UE. L'Ungheria sostiene di operare in tutti gli ambiti correttamente e secondo la legge.

Quello che succede con i fondi dei paesi membri dell'UE è di competenza dei singoli paesi. La trasparenza e la sorveglianza sui sussidi agricoli sono sicuramente migliorati sin dall'allargamento ad est, le nuove regole hanno sicuramente maggiori probabilità di rendere piu' difficili le frodi individuali, ma non la manipolazione degli stati. "L'Unione europea ha strumenti molto limitati per trattare con gli stati che si comportano da gangster", afferma Tomás García Azcárate, un funzionario agricolo europeo di lunga data, "vale per la politica, e l'agricoltura. È un vero problema».

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