martedì 1 ottobre 2013

Il boom dell'export di capitali tedeschi

La Bundesbank pubblica il riepilogo della posizione netta sull'estero della Germania a fine 2012: i capitali tedeschi alla ricerca di rendimenti piu' elevati hanno ripreso a fluire verso l'estero (+ 228 miliardi nel 2012), la prossima crisi finanziaria si avvicina. Da Bundesbank.de
Prosegue anche nel 2012 la crescita della posizione netta sull'estero della Germania. La posizione netta sull'estero rappresenta la differenza fra i crediti e i debiti verso l'estero di un paese e ci dà informazioni sulla quantità e la struttura delle attività finanziare che i residenti in Germania hanno verso l'estero, e sulle attività finanziarie detenute dagli stranieri in Germania.

Nel 2012 i crediti verso l'estero sono cresciuti del 6.5% raggiungendo i 7.036 miliardi di €, i debiti verso l'estero sono cresciuti piu' lentamente, del 3.5 %, raggiungendo i 5.928 miliardi di €. Un ruolo determinante è stato svolto dalla variazione dei crediti verso l'estero delle imprese e dei privati. Il trend generale è proseguito nonostante la riduzione degli impegni esteri da parte degli istituti finanziari, determinata dalla necessità di rafforzare i coefficienti patrimoniali. Poiché gli attivi esteri sono aumentati piu' rapidamente rispetto ai passivi, la posizione netta sull'estero della Germania nel 2012 è aumentata di 228 miliardi di Euro, salendo a 1.107 miliardi di € (41% del PIL),  dopo aver subito una leggera flessione nell'anno precedente.

La posizione netta sull'estero degli istituti finanziari (esclusa la Bundesbank) si è ridotta ulteriormente: alla fine del 2012 era positiva per 114 miliardi di €. I crediti verso l'estero sono diminuiti piu' rapidamente (- 4.1 %) rispetto ai debiti verso l'estero (-1.7%). Le banche sono state particolarmente caute nella concessione del credito. Alla fine dell'anno i crediti delle banche verso i debitori esteri erano diminuiti di 71 miliardi di €, mentre i debiti erano cresciuti di 48 miliardi di €.  

Le imprese e i privati, fra i quali sono considerate anche le assicurazioni e i fondi di investimento (esclusi i fondi monetari), nel 2012 hanno ulteriormente migliorato la loro posizione netta sull'estero (di 173 miliardi di € raggiungendo i 1.233 miliardi di €). Allo stesso tempo sono aumentati anche i debiti verso l'estero (6.5%), in maniera sensibilmente inferiore rispetto ai crediti. E' interessante notare che questo settore dell'economia ricorre a tutti gli strumenti di investimento disponibili. Questa tendenza è probabilmente il risultato della ricerca di rendimenti piu' elevati da parte degli investitori privati a causa dai bassi tassi in Germania, fatto che rende gli investimenti all'estero relativamente piu' attraenti. Forte crescita nei portafogli degli investitori tedeschi anche per le obbligazioni con un emittente estero: con un aumento di 157 Miliardi di € sono la voce principale nella variazione della posizione estera dei privati e delle imprese. Fra questi ci sono gli investitori istituzioniali che in portafoglio hanno titoli emessi dal fondo EFSF per un valore di 23 miliardi di €. Sul lato delle passività, l'aumento delle quotazioni dei titoli posseduti dagli investitori esteri ne ha determinato l'aumento. L'aumento del prezzo di mercato, infatti, ha aumentato il valore delle azioni di imprese tedesche detenute da stranieri e dei certificati di investimento, rispettivamente per 74 e 9 miliardi di €.

Il debito pubblico in mano estera alla fine del 2012 era pari a 1.055 miliardi di €. Come in passato questo sviluppo è stato determinato dalla reputazione di "porto sicuro" dello stato tedesco. Il volume dei crediti verso l'estero è cresciuto di 35 miliardi di € grazie alle diverse misure di sostegno nel quadro della crisi europea. Oltre ai crediti diretti verso la Grecia, il Portogallo e l'Irlanda nell'ambito del fondo EFSF, vengono considerati anche i contributi tedeschi al fondo ESM.

La posizione netta sull'estero della Bundesbank nel 2012 è cresciuta di 146 miliardi di €, raggiungendo 815 miliardi di €. Il valore delle riserve di valuta estera è variato di poco, per la loro crescita di 4 miliardi è stata determinante l'incidenza degli effetti di cambio. Decisiva per la crescita di altri 202 miliardi, fino ad un totale di 732 miliardi di € a fine 2012, è stata la variazione dei crediti Target nei confronti della BCE all'interno del sistema TARGET2. 


lunedì 30 settembre 2013

Verso l'unione di trasferimento?

Regling (ESM) continua a negare la necessità di una ristrutturazione del debito greco. La stampa conservatrice lo incalza: non hai il coraggio di raccontare la verità, l'ESM sta diventando una unione di trasferimento permanente. Da Die Welt.
Il presidente del fondo ESM considera l'elevato livello di indebitamento greco un problema senza troppa importanza. Rischioso se dalla teoria dovesse passare alla pratica.

Klaus Regling è un uomo molto intelligente. Il capo del fondo europeo ESM ha studiato economia politica e ha lavorato al FMI. E' stato anche gestore di un fondo hedge. Forse è troppo intelligente per il lavoro che fa. E per l'Europa questo sarebbe un problema.

Regling ha dichiarato al giornale economico "Wall Street Journal" che il livello di indebitamento della Grecia non è affatto un problema. In palese contrasto con quanto la Troika (FMI, EU e BCE) hanno sostenuto fino ad ora.

Una posizione piu' adeguata invece all'opionione degli europei, soprattutto dei tedeschi. Se Regling avesse ragione, non dovremmo preoccuparsi per la rinuncia ai crediti nei confronti della Grecia. Tutto andrà bene!

L'argomento di Regling è abbastanza semplice: la maggior parte del debito pubblico di Atene è nelle mani dei governi e delle istituzioni europee. "La durata media del secondo programma di aiuti è di 30 anni. I tassi sono molto bassi, perché sono pari ai costi di finanziamento dei paesi donatori aumentati di pochi punti base".

E inoltre nei primi 10 anni una parte degli interessi non dovrà essere pagata. Fino a quando i greci non dovranno pagare un interesse definito dal mercato, e fino a quando non dovranno rimborsare il debito, non ci sarà nessun problema.

Giusto. Se si è d'accordo con Regling, si puo' anche comprendere la sua insoddisfazione nei confronti del FMI. Quest'ultimo ha sottolineato piu' volte che il governo di Atene molto probabilmente non raggiungerà gli obiettivi di debito fissati. Nel 2020 il livello di indebitamento dovrebbe raggiungere il 124 % del PIL.

Il governo non ama le discussioni sulla Grecia

Se Atene non raggiungesse l'obiettivo di debito stabilito, al FMI sarebbe vietata la concessione di ulteriori prestiti. Per questa ragione il FMI ha chiesto ripetutamente una soluzione del problema, come ad esempio una rinuncia ai crediti da parte dei paesi finanziatori.

In Europa l'accoglienza verso questa proposta non è mai stata buona. Il governo federale ha evitato il dibattito in campagna elettorale. Il motivo è semplice: fino ad ora la politica ha potuto raccontare ai cittadini che gli eurosalvataggi non sono stati fatti con i soldi dei contribuenti. Un taglio del debito sarebbe l'ammissione che l'Euro non puo' essere salvato a buon mercato.

Miliardi di Euro dei contribuenti andrebbero perduti, non solo in Germania, ma anche fra i partner europei. Non a caso Regling ha il sostegno di Berlino: fino a quando Atene non sarà in grado di tornare sul mercato dei capitali, il suo livello di indebitamento resta puramente teorico, si ripete.

E potrebbe essere anche vero. Solo che c'è un problema. Prima o poi la Grecia dovrà tornare sui mercati finanziari, non fra 30 anni, ma forse già nel 2020. O forse poco dopo. E all'improvviso dal problema solo teorico, ne avremo uno molto piu' pratico.

A meno di un miracolo, la Grecia non dovrà solo rimborsare una parte del debito, ma dovrà pagare anche gli interessi differiti sugli aiuti ricevuti fino ad allora.

E i tassi di interesse per i nuovi prestiti sul mercato dei capitali sicuramente non saranno al tasso del 2.5 %, come quello che gli europei hanno accordato ai greci. Se da quel momento l'economia e le entrate fiscali non inizieranno a crescere, avremo un problema non risolvibile. Da un problema di teoria economica, ne avremo uno molto pratico.

Il problema fra teoria e prassi

Le argomentazioni di Regling ricordano un po' le previsioni degli economisti intelligenti e dei banchieri americani prima della crisi finanziaria. Anche loro credevano che la concessione di credito immobiliare a clienti con problemi di pagamento non sarebbe stata un problema, perché i tassi erano bassi e i prezzi delle abitazioni sarebbero cresciuti. In teoria era giusto, in pratica conosciamo il risultato: perdite gigantesche.

Anche con la Grecia potrebbe funzionare allo stesso modo. O forse funziona già cosi'. Come ipotizzato da Regling, per aiutare la Grecia, gli stati europei stanno già prendendo in considerazione un taglio del debito. I tassi bassi e l'allungamento della durata corrispondono di fatto ad un "hair-cut", ad una riduzione del loro valore. Considerando anche la dilazione concessa nel pagamento degli interessi, si tratta di un "enorme sussidio", usando le parole di Regling.

Solo che questa gigantesca sovvenzione non è sufficiente a riportare il livello di indebitamento di Atene ad una soglia accettabile per il FMI. Invece di discreditare i metodi di calcolo, per la credibilità dell'Europa, sarebbe molto piu' utile cercare una soluzione al problema di fondo: un debito eccessivo.

In questo modo forse si potrebbe evitare anche un nuovo pacchetto di aiuti, che non farebbe altro che aumentare il livello di indebitamento. Senza questa onestà l'intera questione si trasformerebbe in una sovvenzione duratura. Sarebbe allora piu' corretto se Herr Regling la chiamasse con il suo vero nome: unione di trasferimento permanente.

domenica 29 settembre 2013

Il programa economico del nuovo governo federale

Quale dovrebbe essere il programma economico del nuovo governo federale? Risponde André Kühnlenz, redattore del Financial Times, sul suo interessantissimo blog WeitwinkelSubjektiv: basta con la moderazione salariale, basta con i giganteschi trasferimenti di capitali all'esteroDa WeitwinkelSubjektiv.com
Sviluppo nominale dei salari (arancione) e sviluppo della produttività + inflazione.
Fin dalla prima "Alleanza per il lavoro" (Bündnis für Arbeit) del 1996, i sindacati, già di per sé indeboliti, hanno iniziato ad accettare tutte le richieste fatte dai datori di lavoro. E' dal 1996, infatti, che i lavoratori rinunciano al cosiddetto margine di distribuzione garantito dalla crescita della produttività. Gli aumenti salariali si sono infatti orientati esclusivamente al recupero dell'inflazione (quando ci sono riusciti). Sebbene per molti anni i datori di lavoro abbiano goduto di condizioni favorevoli, per un lungo periodo in Germania non sono stati creati nuovi posti di lavoro. 

Solo quando i nostri risparmi (o meglio, i profitti cresciuti grazie alla moderazione salariale e alla riduzione delle tasse) - hanno causato bolle del credito in paesi come la Spagna o gli Stati Uniti, il tasso di disoccupazione ha iniziato a scendere. Stavamo vendendo i nostri beni in tutto il mondo come non era mai successo prima - 10 anni dopo la prima "Alleanza per il lavoro". Era un miglioramento del mercato del lavoro cresciuto sul debito.

Ancora oggi le cose non vanno molto diversamente. Nel frattempo, noi tedeschi (o meglio quelli che fra noi hanno un patrimonio) impieghiamo all'estero una somma annua pari al 9% del nostro PIL come investimento di breve o di lungo periodo, stiamo di nuovo inondando il mondo con il nostro denaro a buon mercato. Nei 12 mesi terminati a luglio, erano 250 miliardi di Euro. Anche la nostra magra crescita deriva quasi esclusivamente dal questo credito, la domanda interna in questo paese resta poco piu' di uno scherzo.

Export di capitali tedeschi nei 12 mesi precedenti in % del PIL, dati Bundesbank
Fatto che naturalmente ha delle conseguenze molto pericolose. Ogni eccesso di credito puo' crescere solo fino a quando viene alimentato. Stiamo consegnando il combustibile in grado di far surriscaldare qualsiasi macchina del credito. Fino a quando il carburante continua a fluire, si riescono anche a trovare macchinisti in grado di regolare il motore e di mettere un po' d'olio. Ma prima o poi ogni motore  si incepperà se resta acceso per troppo tempo, oppure se va troppo veloce.

Vogliamo solo aspettare un'altra crisi (e potrebbe essere pericoloso), oppure possiamo sperare che il prossimo governo federale agisca immediatamente? Se il nuovo governo non sarà capace di affrontare questo pericolo, dovrà essere considerato il peggiore governo di tutti i tempi. La situazione attuale è simile a quella pre-Lehman, avverte l'oracolo William White, che in passato, in qualità di capo-economista presso la Banca per i Regolamenti Internazionali, era in grado di avvertire con largo anticipo ogni sintomo di un eccesso di credito.

Potrebbe anche essere tutto abbastanza facile - senza che la SPD (o i Verdi) siano costretti a discussioni estenuanti sul programma del nuovo governo con l'Unione. Cio' di cui abbiamo bisogno è un accordo fra tutte le parti per smetterla di inondare il mondo intero con il combustibile del credito, e l'impegno ad utilizzare il risparmio per rifornire e rilanciare il motore dell'economia nazionale.

Questi dovrebbero essere gli elementi piu' importanti del nuovo accordo fra le parti:

1) I salari devono tornare ad allinearsi alla crescita della produttività piu' l'inflazione obiettivo del 2%. L'abbandono dell'economia sociale di mercato non ha portato nulla di buono - a parte una lunga serie di crisi. Anche se oggi nel mercato del lavoro non lo percepiamo, arriverà il momento, sicuramente, e ce ne accorgeremo presto!

2) All'interno di una nuova alleanza tripartita fatta da lavoratori, datori di lavoro e governo, si dovrà necessariamente arrivare ad un accordo: la Germania è disposta a fare di tutto per ridurre i suoi enormi avanzi delle partite correnti. In realtà avremmo bisogno di andare in deficit, se vogliamo che Italia e Spagna vadano in avanzo con l'estero.

3) Fino a quando gli avanzi con l'estero non saranno ridotti, saranno applicati automaticamente aumenti salariali corrispondenti al doppio degli aumenti della produttività e dell'inflazione - senza eccezione e in tutti i settori. Anche i salari minimi dovranno tornare a crescere. Nessuna paura - ci sono ancora 2 vie di uscita con le quali i datori di lavoro potranno sfuggire a questo destino e quindi mantenere la loro competitività.

4) I datori di lavoro potranno evitare l'applicazione del punto 3, solo se gli investimenti in Germania raggiungeranno il 3% del PIL. Vale a dire un terzo di quello che al momento investiamo all'estero. Si tratta di 75 o 80 miliardi di Euro, come proposto dal DIW (Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung) con il suo patto per gli investimenti. Se necessario si potrebbe pensare ad una suddivisione fra investimenti pubblici e privati.

5) Se gli imprenditori non riuscissero ad investire questa somma nel nostro paese, oppure il governo federale non riuscisse a destinare piu' denaro alle infrastrutture, all'istruzione e alla politica energetica, allora i datori di lavoro e il governo federale avranno la possibilità di investire questa somma in un "Fondo per il futuro". Questo fondo sarà gestito congiuntamente dai manager del settore privato e pubblico. Gli interessi sui depositi saranno legati all'aumento nominale del PIL, che il governo dovrà pagare con il gettito fiscale.

6) Le risorse del fondo dovranno essere investite nel futuro della Germania, ma anche dell'Europa. Idee ce ne sono già abbastanza. In questo modo avremmo una sorta di unione di trasferimento privata, che naturalmente come ogni unione di trasferimento aiuterebbe il nostro export. Con i trasferimenti - dall'ovest all'est e poi di nuovo verso pochi portafogli nell'ovest - in Germania abbiamo già una certa esperienza.

7) Nessuno chiede ai nostri campioni dell'export di ridurre le loro vendite nel mondo. Ma dobbiamo essere onesti: se riduciamo il trasferimento di risparmio all'estero, le aziende finiranno per vendere meno in quei paesi. Ma con l'unione di trasferimento privata menzionata al punto 6, le imprese orientate all'export potranno compensare una parte delle perdite - se non tutte.

8) Non appena il surplus delle partite correnti sarà scomparso (o forse anche prima), tutti, investitori privati e stranieri, potranno investire nel "fondo per il futuro". Gli interessi continueranno a crescere anche nel lungo periodo poiché il fondo investe nel futuro del paese e quindi le opportunità di crescita e la competitività della Germania non potranno che migliorare. 

9) Se l'avanzo delle partite correnti dovesse superare di nuovo il 3% - entrerà in vigore il punto 3 e tutto ricomincia da capo.

Sarebbe sicuramente un piano molto bello che potrebbe garantire un futuro alla Germania. E sarebbe anche urgente, se i paesi della zona Euro vogliono mantenere le loro partite correnti in equilibrio. Per fare cio' abbiamo ovviamente bisogno di una pressione molto piu' forte nei confronti dei sindcati, dei datori di lavoro e del nuovo governo. SPD e Verdi dovrebbero mostrare un po' di coraggio - che in campagna elettorale non hanno fatto vedere. Se dovesse mancarci la volontà di metterlo in atto, allora le prospettive sarebbero cupe, sia per il nostro paese che per l'Europa. Oppure sarebbe ancora meglio se Frau Merkel finalmente scoprisse la sua vera vocazione - sapete di cosa parlo - e poco prima dell'impatto riuscisse a cambiare rotta: Frau Merkel - la donna dell'est che in un colpo solo salva l'economia sociale di mercato e l'Europa. Speriamo solo non si svegli troppo tardi.

E non venite a parlarmi della libertà, dell'autonomia contrattuale, e dell'economia di mercato! Questo è  il punto, l'economia sociale di mercato prima o poi dovrà essere salvata! 

venerdì 27 settembre 2013

L'incredibile storia del deficit/PIL al 3%

L'incredibile storia del deficit massimo al 3% del PIL, il mantra europeo degli ultimi 20 anni, ci ricorda quanto è sottile il confine fra scienza e ciarlateneria. Da FAZ.net


30 anni fa uno sconosciuto funzionario francese ha creato il famoso limite del deficit al 3%, che ancora oggi ha un ruolo determinante nella zona Euro.


E' un numero magico, che non lascia alcun paese indifferente - in Europa, e non solo. Il limite del deficit pubblico al 3% del PIL, fissato dal trattato di Maastricht nel 1992, resta il freno all'indebitamento per i membri dell'unione monetaria. In piu' occasioni è stato superato, ma continua a far sentire i suoi effetti, anche solo come riferimento. A nessun politico è permesso di ignorarlo.



Ma perché proprio il 3%, e non il 2.5 % o il 3.5 % o il 4%? "Economicamente è difficile da giustificare", disse una volta l'ex presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer, mentre osservava da vicino la nascita del criterio. All'origine della storia c'è un funzionario di basso livello del Ministero delle Finanze francese, all'epoca non ancora assunto: il francese Guy Abeille. La famosa idea di un limite al 3% nacque nel 1981 in una stanza sul retro del ministero, che all'epoca si trovava ancora al Louvre, accanto al famoso museo. Inizialmente fu utilizzato dal governo francese per i suoi obiettivi di politica interna, dopodiché, su proposta dei francesi, è stato applicato su scala europea. Monsieur Abeille, un uomo magro con gli occhiali senza montatura e la camicia aperta, racconta in un caffè parigino come nacque il criterio del 3%. I protagonisti dell'epoca, come Tietmeyer e il futuro presidente della BCE Jean-Claude Trichet, confermano la sua versione.


Il numero fu trovato alla svelta

I socialisti nel 1981 avevano da poco vinto le elezioni presidenziali e François Mitterrand si era impegnato a mantenere le sue costose promesse elettorali. Le aspettative dei cittadini e dei ministri del suo governo erano molto alte. Il deficit pubblico (lo stato centrale senza i dipartimenti, i comune e le casse sociali) in un anno era passato da 50 a 95 miliardi di Franchi. Mitterand sapeva che non poteva andare avanti cosi', e si mise a cercare un modo per mantenere il controllo. Diede l'incarico ad un uomo che considerava affidabile: Pierre Bilger, l'allora vice direttore del dipartimento del bilancio al Ministero delle Finanze. Il Presidente avrebbe bisogno "di una sorta di regola, qualcosa di facile, che assomigli al risultato di una profonda competenza economica", diceva Bilger - e serve subito. A Bilger vengono in mente due esperti che lavorano nelle stanze sul retro del Louvre: uno era Abeille, allora non aveva nemmeno 30 anni, e Roland de Villepin, un cugino del futuro primo ministro Dominique de Villepin. Bilger dette l'incarico ai due sapendo che avevano avuto una formazione economica con molta matematica all'ENSAE. Tenne invece volutamente a distanza i colleghi usciti dalle scuole di amministrazione  dell'ENA e membri di quella élite.

I due francesi evitarono di fare dei calcoli matematici in puro stile economico. Una sera ("era già notte", ricorda Abeille) i due concordarono che come parametro di riferimento bisognava utilizzare il PIL, perché poteva essere compreso da chiunque. Anche il numero fu trovato rapidamente: "Prendemmo in considerazione i 100 miliardi del deficit pubblico di allora. Corrispondevano al 2.6 % del PIL. Ci siamo detti: un 1% di deficit sarebbe troppo difficile e irraggiungibile. Il 2% metterebbe il governo sotto troppa pressione. Siamo cosi' arrivati al 3%". Senza un fondamento scientifico, era nato un criterio di analisi economica che in seguito avrebbe fatto il giro del mondo. "Nasceva dalle circostanze, senza un'analisi teorica", ricorda Abeille. Dopo aver spedito verso l'alto la loro proposta, prima fu utilizzata dall'allora Ministro delle Finanze Laurent Fabius (oggi ministro degli esteri) e poco dopo anche da Mitterand. "Il limite massimo è il 3% del PIL - non oltre", era la linea politica annunciata dal presidente il 9 Giugno 1982.

I debiti all'inizio degli anni novanta

La diga ha retto, con l'eccezione di un piccolo sforamento nel 1986, per diversi anni; all'inizio degli anni '90 e per qualche anno l'indebitamento francese torna invece a superare la soglia del 3%.

Dopo questo risultato i francesi vorrebbero dare una carriera europea alla loro regola nazionale. Poche settimane prima dell'inizio della conferenza di Maastricht, nel dicembre 1991, i negoziati europei si trovavano ad un punto morto. L'allora Direttore del Tesoro Jean-Claude Trichet e futuro presidente della BCE mette allora sul tavolo dei negoziati la regola del 3% (che questa volta dovrebbe includere tutti gli enti locali e i fondi di previdenza). "La Francia ha avuto delle ottime esperienze, la regola è semplice e comprensibile per tutti", dichiaro' Trichet alla Frankurter Allgemeinen Zeitung. La proposta tedesca, corrispondente all'articolo 115 della costituzione, prevedeva un deficit massimo pari al livello degli investimenti pubblici effettuati. Venne ritenuta inattuabile. "In quel caso alcuni stati membri avrebbero considerato le spese militari o quelle per l'istruzione come investimenti", disse Trichet. I tedeschi si fecero convincere alla svelta dall'idea del 3% francese.

Trichet era riuscito a trovare perfino un ragionamento economico, ripreso anche dall'allora Ministro delle Finanze tedesco Theo Waigel: "Il livello di indebitamento europeo all'inzio degli anni '90 era pari a circa il 60% del PIL. La crescita nominale era circa il 5%, e l'inflazione al 2%. In questa situazione i debiti potevano crescere al massimo di un 3 % all'anno, per non superare la soglia del 60%", dice Weigel.

Questo calcolo tuttavia non era alla base della regola del 3%, era stato fatto solo a posteriori. L'assunto di una crescita al 5% "purtroppo era troppo ottimista, come sappiamo oggi", ammette Trichet. "Avremmo dovuto fissare dei limiti all'indebitamento piu' bassi, perché la crescita è stata inferiore", dice oggi l'ex presidente della BCE.

La regola è stata applicata in diverse situazioni, anche in paesi come il Canada o l'Indonesia. Il "padre della regola" oggi ha 62 anni, e assiste agli sviluppi con un certo divertimento: "non l'avremmo mai immaginato". Tuttavia è rimasto un sostenitore della disciplina di bilancio. Nel suo ruolo di funzionario, da dietro le quinte, Abeille ha visto in piu' occasioni come i governi francesi prima delle elezioni abbiano fatto manipolare i dati. Per questo secondo lui le regole dovrebbero avere un'applicazione piu' stretta e non offrire scappatoie. Abeille considera invece alquanto utopici i calcoli sul deficit strutturale, al momento di gran moda, che ignorano l'impatto congiunturale. 

"Non ho un curriculum presentabile"

Già da tempo non lavora piu' per il governo francese. Dopo l'uscita dal Ministero delle Finanze, per un periodo ha lavorato in un'autorità ambientale ed energetica, per poi diventare uomo di casa e tentare la strada della scrittura. "Non ho un curriculum presentabile", dice scherzando Abeille, senza esserne imbarazzato. Molto piu' significativa è invece la sua eredità, perché anche se la regola del 3% non è perfetta, resta comunque un'ancora a difesa delle prossime generazioni dagli appettiti dei politici affamati di spesa pubblica. Ora tocca ai governi rispettare questi criteri...

giovedì 26 settembre 2013

La Grecia non ha truccato i conti per entrare nell'Euro

L'ex Ministro delle Finanze greco Nikos Christodoulakis, "padre fondatore" della moneta unica in Grecia, dopo le accuse infamanti lanciate dai politici tedeschi in campagna elettorale, intervistato da Der Spiegel si difende: la Grecia non ha truccato i conti, i tedeschi ci devono almeno 13 miliardi. Da Der Spiegel
La Grecia ha truccato i conti per entrare nell'Euro? L'allora Ministro delle Finanze Nikos Christodoulakis s'indigna per l'accusa. Durante i negoziati quasi tutti avrebbero mentito sui conti, ci dice - anche i tedeschi.

Sono tornati: dall'inizio di questa settimana i rappresentanti della cosiddetta Troika  (EU, BCE e FMI) sono di nuovo in Grecia per controllare se il paese rispetta le condizioni per ricevere ulteriori aiuti finanziari.

Ma i greci in passato sono mai riusciti a soddisfare i requisiti per l'ingresso nell'Euro? Questa domanda nelle scorse settimane in Grecia ha scatenato un acceso dibattito. L'occasione è stata la frase di Merkel durante una manifestazione elettorale a Rendsburg: "non avremmo dovuto far entrare la Grecia nell'Euro".

"Si vergogni Frau Merkel", era il titolo di una lettera aperta pubblicata dal giornale  "To Vima". La lettera è stata scritta dall'ex ministro delle finanze Nikos Christodoulakis, considerato il padre dell'adesione della Grecia all'Euro. In un'intervista a "Der Spiegel" l'ex ministro spiega che il governo di cui faceva parte non solo non ha truffato, ma era considerato un modello da imitare.

SPIEGEL ONLINE: Perché è arrabbiato con la Cancelliera Merkel? E' ben noto che la Grecia nel 1999, quando è entrata a far parte della zona Euro, non rispettava i criteri di deficit.

Christodoulakis: E' troppo facile dire che un singolo paese Euro è responsabile per tutti i problemi. Mi ricorda la favola di Esopo. Il leone mangia tutti i serpenti, e l'elefante calpesta ovunque. Ma alla fine si dà tutta la colpa alla formichina, perché mentre era in cerca di cibo ha osato oltrepassare una recinzione.

SPIEGEL ONLINE: La Grecia è quindi innocente, una formica laboriosa. Ma il deficit greco del 1999, rivisto in seguito, è passato dall'1,6% a oltre il 3% del PIL. Il paese non doveva far parte della moneta unica.

Christodoulakis: Il deficit era di poco superiore al 3%, fino a poco tempo prima il deficit pubblico era a due cifre. Come ex ministro delle finanze so bene quanto la sua riduzione sia stata uno sforzo titanico. Abbiamo bloccato i salari, fermato gli sprechi, soppresso centinaia di strutture pubbliche.

SPIEGEL ONLINE: Quindi non nega che il deficit è stato ridotto solo dopo l'ingresso nell'Euro?

Christodoulakis: Si trattava di spese militari causate dalle dispute di confine con la Turchia. Potevano arrivare anche al 4% del PIL. Se le avessimo calcolate nel deficit, non avremmo mai avviato i negoziati per l'ingresso. Percio' abbiamo messo queste spese nel calcolo complessivo del debito, ma solo in parte nel computo del deficit. Come facevano molti paesi con elevate spese militari. E la Germania ha fatto qualcosa di simile.

SPIEGEL ONLINE: E cioe'?

Christodoulakis: Non ha calcolato i suoi ospedali pubblici in perdita all'interno del settore pubblico. Come si puo' facilmente leggere nelle relazioni sulla convergenza, con questa misura il disavanzo è stato fatto scendere dello 0.1%.

SPIEGEL ONLINE: La vostra contabilità creativa ha creato qualche preoccupazione oppure è rimasta un segreto?

Christodoulakis: Tutti lo sapevano. I criteri di convergenza sono stati applicati in maniera flessibile per tutti i membri fondatori dell'Euro - altrimenti solo l'Olanda e il Lussemburgo si sarebbero qualificati per l'ingresso.

SPIEGEL ONLINE: Si è chiuso un occhio volutamente?

Christodoulakis: Tutti sapevano che la Grecia aveva delle difficolta a soddisfare i criteri di adesione e che la situazione poteva rimanere tale. Ma non abbiamo mai ingannato nessuno.

SPIEGEL ONLINE: Perché allora Eurostat si è ripetutamente lamentato per i vostri numeri?

Christodoulakis: Eurostat ha fatto molte domande, ma abbiamo chiarito tutto prima del 2002. Ho anche avuto un incontro con il presidente di allora, Yves Franchet, pienamente soddisfatto dei nostri progressi. Anche il FMI nel 2003 ha elogiato l'enorme miglioramento nelle nostre statistiche. All'epoca eravamo considerati perfino un modello!

SPIEGEL ONLINE: Veramente? E per chi?

Christodoulakis: Per i candidati all'ingresso. Soprattutto per i nostri progressi nel taglio del deficit, nella lotta all'inflazione e nell'attuazione di altre norme EU. Su invito dell'ex commissario alle finanze Solbes, ho tenuto numerose conferenze nei paesi dell'Europa dell'est, illustrando come sia possibile risanare le finanze senza danneggiare la crescita.

SPIEGEL ONLINE: Anche se ora assumiamo che la Grecia al momento del suo ingresso non ha manipolato i numeri: la successiva crisi debitoria è un esempio sufficiente per dire che il paese non era un candidato idoneo?

Christodoulakis: Al contrario! Un paese debole deve riformarsi. Proprio a causa dei nostri problemi era necessario entrare a far parte di un gruppo di paesi sviluppati con istituzioni piu' forti. Dopo l'ingresso il nostro deficit commerciale è sceso, perché siamo diventati piu' competitivi.

SPIEGEL ONLINE: E perché durante la sua permanenza al governo, la Grecia non ha fatto le riforme necessarie? E invece si è preferito sperperare il denaro pubblico preso in prestito a tassi molto piu' bassi.

Christodoulakis: Guardando indietro si poteva fare molto di piu'. Ma eravamo sulla buona strada. Poi al potere sono arrivati i conservatori e nel giro di pochi anni hanno raddoppiato la spesa e assunto migliaia di dipendenti pubblici. E nessuno nell'EU ha protestato.

SPIEGEL ONLINE: E su queste basi lei ora sta chiedendo che la Troika lasci in pace la Grecia. Ma poi la politica andrebbe avanti come prima.

Christodoulakis: Dobbiamo rifiutare gli accordi presi con la Troika, perché la loro attuazione sarà ancora peggiore. Ma è vero: il sistema politico greco non puo' pensare di tornare alle vecchie abitudini. Sarebbe peggiore delle condizioni imposte dalla Troika. Per questo abbiamo bisogno di una riforma costituzionale che imponga regole severe sull'indebitamento ed eviti regali costosi prima delle elezioni.

SPIEGEL ONLINE: Ma se già ora con la Troika non funziona, come potrebbe funzionare senza la loro pressione?

Christodoulakis: E il fallimento della Troika sta proprio qui. Si è concentrata esclusivamente sul risparmio e sugli aumenti delle tasse creando una profonda recessione, mai vista prima fra i paesi sviluppati nel ventesimo secolo. Le riforme di lungo periodo sono state invece ignorate.

SPIEGEL ONLINE: Molti greci sperano che la Germania dopo le elezioni federali allenti la sua posizione in materia di austerità. Lei personalmente si augura che la Germania rimborsi un vecchio prestito forzoso fatto ai tempi del nazismo, sebbene non vi sia ancora alcuna prova di esso. Come fa ad essere ottimista?

Christodoulakis: A questi crediti non abbiamo mai rinunciato. Ho pubblicato un libro con alcune stime: il valore attuale sarebbe fra i 13 e i 15 miliardi di Euro - all'incirca la quota tedesca nel primo pacchetto di aiuti. Come segno di buona volontà la Germania potrebbe rinunciare al rimborso di questi prestiti, e la Grecia in cambio rinunciare alla sua richiesta di rimborso del prestito forzoso.

mercoledì 25 settembre 2013

Il (presunto) successo elettorale di AfD e degli eurocritici

Holger Steltzner, condirettore di Frankfurter Allgemeine Zeitung, commenta il risultato elettorale di AfD e fa una previsione: a destra della CDU c'è un ampio spazio per un partito eurocritico, AfD entrerà stabilmente nel panorama politico tedesco. Da FAZ.net
Nessun'altro partito appena fondato, prima di AfD, aveva ottenuto alla prima prova elettorale un risultato di questo livello. E' accaduto perché la politica di Merkel non corrisponde all'eredità di Ludwig Ehrard. C'è spazio per un partito del buon senso economico.

L'euro-politica in campagna elettorale è stata poco tematizzata, ma ha giocato un ruolo importante nelle decisioni di voto. Mentre in Europa durante la crisi un capo di governo dopo l'altro perdeva le elezioni, Angela Merkel con la sua euro-politica è riuscita a mantenere un forte consenso elettorale. Il successo a sorpresa di "Alternative für Deutschland" non cambia molto, che poi resta una mezza vittoria, visto che gli euroscettici non sono entrati Bundestag.

Probabilmente la strategia del tirare a campare di Merkel ha avuto un riscontro positivo. I tedeschi hanno fiducia in lei, la grande maggioranza vuole pagare il meno possibile e in un terreno che resta sconosciuto preferiscono tenere premuto il tasto dell'avanzamento lento. La maggior parte degli elettori si sente a proprio agio con il suo mix prudente, fatto di solidarietà ed aiuti. A differenza di quanto spesso all'estero si ipotizza, sulle questioni europee la maggioranza dei tedeschi resta smarrita e non pretende un ruolo egemonico per il loro paese.

Tuttavia, dal postulato di Merkel, l'Eurozona non puo' diventare una unione del debito, ampiamente scavalcato dalla realtà di Bruxelles e Francoforte, il nuovo partito AfD ha ottenuto uno slancio elettorale mai visto fino ad ora per un partito appena fondato. Determinanti per il loro successo sono stati gli appelli unanimi e forti per una crescita alimentata dal debito, che durante la lunga maratona dei vertici anti-crisi, puntualmente si scontravano con la strategia di Merkel fondata sulla solidarietà e le riforme. La CDU ha ceduto molti voti ad AfD, senza pero' uscirne danneggiata. Molti piu' voti sono arrivati dalla FDP, che probabilmente per questa ragione è sparita dal Bundestag. All'Unione sarà sufficiente spiegare un po' meglio le politiche europee, come suggerito dal leader della CSU Horst Seehofer, per riconquistare la fiducia degli elettori delusi dalla maggioranza nero-gialla? La SPD, come del resto in precedenza la FDP, non è adatta ad una coalizione con la CDU. E cio' spingerà verso l'alto il prezzo per una coalizione con Merkel. Ma i soli partner a disposizione sono la SPD e i Verdi. Ed entrambi non vedono l'ora di spendere piu' denaro per l'Europa. In queste condizioni, come farà l'Unione ad evitare che alla sua destra si formi un nuovo partito?

La politica anit-crisi adottata non corrisponde all'eredità di Ludwig Erhard: c'è spazio per un partito del buon senso economico

AfD mette al centro il tema europeo. Se gli euroscettici saranno capaci di superare il caos della fondazione e abbandoneranno il settarismo, già fra poco piu' di 6 mesi, alle elezioni europee, potranno fare il grande salto verso il parlamento europeo. La prevedibile battaglia che ci sarà sui nuovi aiuti alla Grecia e agli altri paesi in crisi, come i miliardi destinati ai salvataggi bancari all'interno dell'unione bancaria, porteranno nuova acqua al mulino di AfD.

L'Euro sarà salvato con l'ampliamento dell'economia pianificata e l'eliminazione dei mercati, escludendo pero' un'insolvenza dei paesi indebitati. Il consenso verso la politica europea di Merkel si scontra con molte domande ancora aperte. Come possono stare assieme la sovranità nazionale e la garanzia comune sul debito? Chi autorizza la riallocazione dei rischi attraverso la banca centrale? Dove finisce la responsabilità per i debiti degli altri? Fino a quando la politica anti-crisi dell'Unione non si avvicinerà all'eredità di Ludwig Erhard e al suo concetto di economia di mercato, capace di creare benessere e prosperità per tutti rafforzando la concorrenza e la responsabilità individuale, nel campo borghese ci sarà spazio per un partito del buon senso economico.

lunedì 23 settembre 2013

Flassbeck: ma perché non provate con un rosso-rosso-verde?

Heiner Flassbeck dal suo blog commenta le elezioni tedesche: esiste una maggioranza a sinistra della CDU, perché non tentare un rosso-rosso-verde con i temi europei al centro del programma? Ovviamente non ci crede nemmeno lui.  Da flassbeck-economics.de
Prima la cattiva notizia: ieri il 50% degli elettori votanti ha scelto un partito che secondo i nostri standard puo' essere ricondotto alla coalizione della cosiddetta "casalinga sveva". Un dato molto alto, se consideriamo che una partecipazione del 72 % equivale al 36% di tutti i cittadini con diritto di voto. E' solo grazie alla soglia del 5%, una particolarità della legge elettorale tedesca, che un 8% di questi cittadini non avrà alcuna rappresentazione, visto che la FDP e la AfD non sono riuscite ad entrare al Bundestag. Lo si puo' considerare un fatto positivo. Ma soprattutto il risultato di AfD ci mostra quale livello di mobilitazione sia possibile quando su un tema importante si assumono delle posizioni molto chiare, invece di evitarlo tenendolo fuori dalla campagna elettorale. Se i partiti meno intaccati dalla mentalità della "massaia sveva" avessero messo i temi Euro ed Europa al centro della loro campagna elettorale, sarebbero stati capaci di recuperare molti voti dall'astensione migliorando in modo signficativo il loro risultato elettorale. Il dato relativamente buono della Linke, che piu' di tutti gli altri ha messo in risalto il tema eurocrisi, lo mostra chiaramente. Cosa avrebbero potuto ottenere, se il partito, invece di perdere tempo con delle ridicole risse interne, avesse capito l'importanza di una forte distinzione dalle altre forze su questo tema?

Ed è un bene che il partito della casalinga sveva, incarnato da Herr Schäuble, non abbia una maggioranza. Potranno festeggiare la grande vittoria di Angela Merkel. Ma l'obiettivo principale alla fine resta la maggioranza in parlamento, e questa manca. Ora Merkel dovrà mettersi in cerca di un partner, perché il compagno naturale, quello che vota di tutto, tiene la bocca chiusa e si preoccupa solamente che i suoi elettori siano adeguatamente ricompensati, non c'è piu'. Addio FDP, non verseremo certo le nostre lacrime per voi. Presto questo partito resterà senza la possibilità di distribuire posti di potere e di comparire sui media main-stream nel ruolo di forza di governo.

Si', in parlamento di fatto c'è una maggioaranza a sinistra della CDU. Di conseguenza si potrebbe scegliere un cancelliere o una cancelliera che allontani la Gemania dal "weiter-so" merkeliano, affinché l'Europa possa vincere l'immensa sfida che ha dinanzi a sé. Un governo senza la CDU potrebbe apertamente e onestamante riposizionare il ruolo della Germania in Europa e nel mondo, lontano dall'ideologia della "casalinga sveva", rinunciando contemporaneamente al mercantilismo e al merkelismo. Cosi' Frau Merkel non potrebbe crogiolarsi a lungo sotto il sole della sua vittoria elettorale - nell'Uckermark (regione di provenienza di Merkel) troverebbe sicuramente dei luoghi soleggiati e piacevoli per farlo.

Ma il congiuntivo in questo caso è troppo debole per indicare quanto poco probabile sia una tale possibilità. Nella SPD e fra i Verdi, ma anche nella stessa Linke, ci sono aree politiche la cui paura piu' grande è quella di dover governare con un programma diverso da quello del main-stream economico. Si', hanno paura! Non è un'esagerazione parlare di paura. L'ho vissuto in prima persona dopo la storica vittoria dei rosso-verdi 15 anni fa. Ho visto la paura nei loro volti rosso-verdi, quando Oskar Lafontaine, Claus Noé oppure il sottoscritto prendevano anche solo in considerazione la possibilità di opporsi alla cosiddetta "posizione del mondo economico". Inorridivano quando ci schieravamo a favore di soluzioni macroeconomiche ragionevoli, che non potevano essere afferrate immediatamente dalla casalinga sveva o dal piccolo imprenditore del Baden.

Ma i neo-liberisti rosso-verdi non lo diranno mai. Se scelgono di non coalizzarsi con la Linke, diranno invece che stanno mantenendo solo le promesse. Ripeteranno che la Linke ha delle posizioni irrealistiche. Diranno che con la Linke non si puo' parlare. Si rinchiuderanno nelle loro ridicole posizioni e cercheranno di rivenderle come quelle di uno statista. In tutto cio' c'è del metodo. Già dopo la storica vittoria del 1998 e la breve parentesi di un approccio alternativo, si sono messi subito a rincorrere le posizioni con le quali non si viene presi in giro dalla Bild-Zeitung oppure non si ricevono gli attacchi dei media main-stream.

E chi deciderà di avviare una coalizione con la CDU in modo rapido e senza discuterne in maniera approfondita, dovrà sopportarne le conseguenze. I Verdi non sarebbero piu' considerati un partito di centro-sinistra credibile, mentre la SPD farebbe un altro passo verso la marginalizzazione. All'interno della SPD ci sono sicuramente forze che sperano di poter giocare un ruolo governativo come accadde all'indomani delle elezioni del 2005, ma adesso le condizioni sono radicalmente diverse. Allora si poteva parlare di una Große Koalition, oggi sarebbe solo una coalizione un po' meno piccola, perché una debole SPD con solo il 25% dei voti dovrebbe confrontarsi con una CDU rafforzata con oltre il 42% dei consensi. La CDU è cosi' vicina alla maggioranza assoluta, che la SPD finirebbe per passare 4 anni sull'orlo del precipizio. I conservatotori fra le proprie fila eviteranno qualsiasi serio scontro con i partner di coalizione, perché in parlamento, come del resto anche alcuni verdi conservatori, potranno ricattare il partito in qualsiasi momento minacciando di votare con la CDU sulle questioni economiche fondamentali. 

La novità positiva di queste elezioni è che in linea di principio ora c'è un'opzione. La campagna elettorale ha prodotto due campi politici molto chiari. E' un'opportunità significativa. Tutte le parti dovrebbero prendere un po' di tempo e riflettere. Finalmente ci sarà il tempo per recuperare quello che in campagna elettorale è stato trascurato, e porre le domande strategiche che in Germania aspettano ancora una risposta. La piu' importante è il ruolo della Germania in Europa. Chi vuole evitare il patto per la competitività di Merkel e quindi salvare l'unità europea dovrà avviare un corso economico completamente diverso. Ma con la CSU purtroppo non è possibile. Anche con una larga parte della SPD e dei Verdi sarà molto difficile, ma in questo caso dobbiamo sperare piu' nella loro comprensione e nell'apprendimento, che non nei seguaci della "casalinga sveva".

La domanda decisiva in politica è: chi dovrebbe farlo? C'è una persona che all'ultimo secondo riuscirà a capire quello che è in gioco? C'è una persona che una volta compresa la situazione, prenderà la guida politica e porterà gli altri con sé? Onestamente non la vedo. Ma non dobbiamo perdere la speranza proprio ora. "Dove c'è un pericolo, crescerà anche chi ci salva", scriveva Hölderin