martedì 8 gennaio 2013

Commissione Vs. BaFin

La Commissione Europea apre un procedimento nei confronti di BaFin sul caso HypoVereinsbank: la grande banca bavarese non puo' trasferire liquidità alla capogruppo UniCredit a causa del divieto introdotto dall'autorità di controllo bancario. Da FAZ.net


La BaFin, a causa della crisi finanziaria, ha posto un limite ai trasferimenti di denaro fra le sussidiarie tedesche di banche straniere e la società madre. La Commissione EU dovrà verificare se questo comportamento si scontra con la libertà di circolazione dei capitali.

La Commissione Europea esaminerà la limitazione introdotta dall'autorità di controllo bancario tedesca riguardante gli istituti di credito stranieri. La Bundesanstalt für Finanzdienstleistungsaufsicht (BaFin) con sede a Bonn potrebbe aver infranto il principio base della libera circolazione dei capitali all'interno della EU, secondo quanto dichiarato a Brussel dal portavoce del commissario per il mercato interno Michel Barnier. La BaFin dopo la crisi finanziaria ha infatti proibito alle banche di altri paesi EU di prelevare troppa liquidità dalle controllate tedesche.

L'autorità tedesca di controllo bancario avrebbe tratto una lezione pratica dalle turbolenze legate al fallimento di Lehman Brothers: l'assicurazione sui depositi tedesca è infatti dovuta intervenire quando la filiale tedesca Lehman-Bank è stata coinvolta nella bancarotta. La BaFin ha percio' proibitio la prassi consolidata di parcheggiare e gestire dal centro la liquidità disponibile presso le varie società del gruppo.

Il punto centrale è la HVB

Al centro della disputa in Germania c'è la HypoVereinsbank (HVB). La banca appartiene al gruppo italiano UniCredit, il quale non puo' liberamente avere accesso ai fondi della controllata. Secondo BaFIn, HVB sarebbe molto importante per l'intera economia tedesca - "rilevanza sistemica nazionale" - e pertanto deve essere resistente alle intemperie. Secondo quanto riportato da Handelsblatt, la Banca Centrale italiana avrebbe cercato di esercitare pressione sulla BaFin attraverso l'autorità di controllo bancario europea EBA di Londra. "Abbiamo diverse autorità di vigilanza nazionali che possono lavorare insieme su determinate misure, e l'EBA in caso di disaccordo puo' svolgere un ruolo di mediazione", ha dichiarato il portavoce di Barnier. BaFin ed EBA non hanno voluto dichiarare niente sull'argomento.

Barnier verificherà nei prossimi mesi se la BaFin ha violato la legge. Non esiste tuttavia una base giuridica per la sua azione. Le banche devono concedere crediti - e in questo caso si tratterebbe di un trasferimento alla società madre - solo a fronte di garanzie, tuttavia all'interno di una stessa società sono ipotizzabili ampie eccezioni.

Non è prevista nessuna procedura formale

Negli ambienti della Commissione si dice che sarà presa in esame l'adeguatezza del divieto. Non è tuttavia previsto un procedimento formale. Mentre la EBA dovrebbe svolgere un ruolo di mediazione. La BaFin non è la sola autorità di controllo a procedere in questo modo. Il parlamentare europeo Burkhard Balz (CDU) non vede alcun motivo per agire contro la BaFin: la Commissione  economia del Parlamento non è arrivata a nessun risultato, ha dichiarato ad "Handelsblatt". Adesso l'intera questione dovrà passare attraverso un parere giuridico della Commissione EU. "E non si tratta di una priorità assoluta", ha aggiunto.

Anche il presidente delle banche estere in Germania, il manager UBS Stefan Winter, mostra comprensione per l' Autorità tedesca: "ogni autorità cerca di evitare nuovi rischi nelle banche del proprio paese al fine di renderle piu' sicure". Molte banche fanno pressione sul mercato tedesco per poter ottenere i depositi dei risparmiatori offrendo tassi piu' alti. La BaFin pretende che le società controllate tedesche possano trasferire alla società madre fra il 50 e il 100 % del capitale proprio, dice Winter. "Determinati modelli di business, come ad esempio la raccolta di denaro presso i risparmiatori in Germania per il trasferimento alla società madre, oggi sono difficilmente realizzabili".

La soluzione arriverà dall'unione bancaria?

A Monaco sono in molti a non avere problemi con le condizioni dettate dalla BaFin: "A causa dei limiti imposti dall'autorità di vigilanza bancaria oggi la HVB agisce come una banca in gran parte autonoma", si dice negli ambienti bancari. Anche le controllate di UniCredit in Austria e Polonia - la Bank Austria e la Bank Pekao - agiscono in maniera indipendente dalla centrale italiana. Nella crisi del debito si sono quindi rifinanziate con maggiore facilità, mentre la società madre per un periodo di tempo è rimasta fuori dai mercati. La HVB di Monaco è una delle società piu' profittevoli dell'intero gruppo: nel 2011 ha trasferito verso Milano oltre un miliardo di dividendi. Giovedi' non ha voluto commentare.

La disputa potrà essere risolta presumibilmente solo attraverso una vera unione bancaria nella EU. Non esiste ancora un sistema con il quale le banche possano essere aggregate oppure separate in maniera ordinata. Anche i sistemi di garanzia dei depositi dei clienti presentano ancora differenze nazionali. 

domenica 6 gennaio 2013

La ritirata del ceto medio tedesco


I dati recentemente pubblicati sulle diseguaglianze nel mondo del lavoro hanno rilanciato il dibattito sulla distribuzione della ricchezza in Germania.  La situazione è peggiorata, ma secondo FAZ i tedeschi, rispetto a i vicini di casa, non possono lamentarsi. Da FAZ.net
La classe media in Germania si è ristretta e la povertà è cresciuta? Le statistiche mostrano qualcosa di simile. Rispetto ad altri paesi, la situazione sembra invece ancora buona.

Le associazioni sociali (Sozialverband) e i sindacati lanciano l'allarme: in Germania c'è "una povertà record". Frank Bsirske, leader del sindacato dei servizi Ver.di, usa parole drastiche: "Il divario fra ricchi e poveri non è mai stato cosi' ampio, la classe media non si è mai sentita cosi' minacciata", ha dichiarato di recente alla Bild-Zeitung. La "Paritätische Wohlfahrtsverband" ha parlato di un 15.1 % della popolazione "a rischio povertà". Poche settime fa l'Ufficio federale di statistica in un comunicato stampa scriveva che in Germania una persona su cinque si trova in una situazione di povertà o di esclusione sociale.  In una tabella del rapporto si poteva leggere che di fatto il 5.3 % della popolazione - circa un ventesimo - sarebbe povero ("materialmente deprivato"). Il gran numero di statistiche causa confusione e incertezza. Il politologo Klaus Schroeder in una recente intervista alla FAZ ha criticato: "la ricerca sulla povertà viene orientata politicamente".

I sempre piu' frequenti studi su una presunta erosione del ceto medio sono di grande attualità politica. Soprattutto in Germania, dove il ceto medio è considerato la spina dorsale del paese. Fino ad ora, nel confronto internazionale, il ceto medio tedesco è sempre stato considerato ampio e stabile. Tuttavia alcuni recenti studi fanno emergere dei dubbi. Uno studio della "Bertelsmann-Stiftung" è recentemente arrivato alla conclusione: il ceto medio da almeno 15 anni si restringe, e si e' ridotto di 5.5 milioni di unità. La sua quota sulla popolazione complessiva in rapporto al 1997 è scesa di 7 punti percentuali raggiungendo il 58 %. Lo studio considerava ceto medio chi ha un reddito disponibile fra il 70 e il 150 % del reddito mediano, ponderato in base alla dimensione della famiglia. Il reddito mediano nel 2009 era di circa 1.600 € mensili.
Effetto distorsivo della riunificazione

Una persona su quattro nella classe media teme di poter perdere il proprio status, sempre secondo lo studio  della Bertelsmann-Stiftung. In una precedente ricerca del Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung (DIW), si parlava addirittura di "panico da status". Olaf Groh-Samberg, professore di sociologia all'università di Brema, che ha contribuito allo studio Bertelsmann dice: "Non c'è stato un crollo di massa nella classe media". Si tratta piuttosto di un avvitamento delle classi di reddito inferiori: la risalita verso la classe media è diventata piu' difficile.

Se il ceto medio si sia ristretto o meno, è un punto su cui discutono da tempo economisti e scienziati sociali. "Il ceto medio tedesco è stabile", secondo l'Institut der deutschen Wirtschaft (IW). L'economista IW Judith Nieheus ammette: "Anche noi nel nostro studio riteniamo che il ceto medio dalla fine degli anni '90 si sia ristretto. Ma parlare di un ceto medio in caduta costante, non è coerente con lo sviluppo stabile a partire dal 2005 mostrato dai dati". In una prospettiva di lungo termine, si puo' dire che il ceto medio è solo di poco al di sotto dei valori di inizio anni '90. 

Altri ricercatori considerano invece l'effetto distorsivo della riunificazione. Nel 1990 si sono aggiunti 17 milioni di cittadini della ex DDR, il cui reddito era meno della metà del livello occidentale, ma distribuito in maniera piu' uniforme. La riunificazione ha abbassato il reddito medio tedesco complessivo, in questo modo  anche all'ovest si è ridotta la soglia fra reddito medio e reddito basso. "Statisticamente la conseguenza è stata un aumento del ceto medio, dopo aver aggiunto un gran numero di redditi bassi: un risultato paradossale", chiarisce Groh-Samberg. Negli anni '90 i redditi dei nuovi Bundesländer hanno recuperato terreno. Nel 1997 - il punto di inizio dello studio Bertelsmann - il ceto medio calcolato statisticamente ha raggiunto il picco del 65%. Secondo i ricercatori DIW, negli ultimi anni le diseguaglianze si sono ridotte dopo il picco del 2005. Da allora si assiste infatti ad una "inversione di tendenza statisticamente significativa".

Il controverso impatto dell'immigrazione

Circa le cause del sopra menzionato ampliamento delle diseguaglianze di reddito, le impressioni sono abbastanza diverse. L'OCSE ha indicato una serie di fattori: prima di tutto il progresso tecnologico: sono favoriti i lavoratori altamente qualificati, mentre quelli scarsamente qualificati finiscono sotto pressione a causa delle razionalizzazione e dell'automazione. In molti paesi la disoccupazione ha contribuito ad una crescente diseguaglianza - ma in Germania il trend degli ultimi 7 anni è andato in direzione opposta. Da quando il mercato del lavoro è stato liberalizzato è diminuita fortemente non solo la disoccupazione di breve periodo ma anche quella di lungo periodo. Cio' è stato accompagnato da un allargamento del settore a basso salario (Niedriglohnsektor), dal declino della contrattazione collettiva e da un minore potere contrattuale dei sindacati. A cio' si è aggiunta una riforma della tassazione che ha ridotto il carico fiscale su tutte le fasce di reddito, ma che ha portato vantaggi ai redditi piu' alti.

Infine l'OCSE menziona anche i cambiamenti demografici, i quali possono portare ad una polarizzazione dei redditi. Ad esempio il trend spinge verso nuclei familiari sempre piu' spesso composti da una sola persona. Cio' porta ad un numero crescente di persone considerate statisticamente a basso reddito, in quanto il loro reddito richiede una ponderazione a seconda delle dimensioni della famiglia. Se il frigo e la televisione non vengono condivisi, ma devono essere acquistati da una sola persona, il reddito si restringe. I critici, come il presidente dell'istituto IFO Hans Werner Sinn, considerano questi calcoli un "artefatto statistico"; di fatto con questo metodo statistico lavorano tutti gli studiosi della distribuzione.

Controverso è anche l'impatto dell'immigrazione, anche se molti studi la considerano marginale. In larga parte i redditi bassi sono aumentati grazie agli immigrati poco qualificati: tra il 1996 e il 2006, fra i 4.1 milioni di cittadini che si sono aggiunti alle fasce di reddito piu' basse, 2.9 erano immigrati, secondo i dati proposti dal sociologo Meinhard Miegel. Il vero problema è che da allora questo strato sociale sembra consolidarsi. La disoccupazione fra gli immigrati è ancora il doppio della media tedesca.

Per i tedeschi è ricco chi guadagna almeno 9100 Euro al mese.

Dove inizia e dove finisce esattamente il ceto medio, i ricercatori non lo calcolano unicamente sulla base dei dati sul reddito. Il ceto medio si definisce anche sulla base della  formazione e di una forte autocoscienza. In precedenza, ci ricorda il sociologo Groh-Samberg,  si poteva parlare di "differenza di colletto": l'impiegato con camicia bianca si differenziava dai ceti piu' bassi, che invece a lavoro dovevano sporcarsi. Questa differenziazione nella Repubblica federale è andata scomparendo. Lavoratori manuali, lavoratori specializzati e capisquadra oggi appartengono al ceto medio. Operai qualificati e non, impiegati semplici come i dipendenti pubblici ai livelli piu' bassi, appartengono al ceto piu' basso. Nelle fasce di reddito medio si trovano molti lavori, "dal lavoratore specializzato fino al professore di liceo", secondo l'economista IW Judith Niehues.

La classe superiore di reddito riguarda i dirigenti o gli alti funzionari, il medico capo, i professori e gli imprenditori con almeno 10 dipendenti. Anche chi vive di rendita e gli ereditieri appartengono a questo gruppo. Agli occhi dei tedeschi la soglia di reddito per i "ricchi" viene posizionata in generale piu' in alto rispetto al limite di 2400 € netti al mese, che rappresentano il 150 % del reddito mediano. Secondo un'indagine rappresentativa, per i tedeschi è ricco colui che guadagna piu' di 9100 € al mese - questa la risposta media. Per i ricercatori della distribuzione la classe di reddito superiore inizia di solito fra i 3000 e i 5000 € mensili. 

Germania meno diseguale rispetto ad altri paesi

La società tedesca in un confronto internazionale è caratterizzata da una minore diseguaglianza materiale. Lo mostra ad esempio il coefficiente di Gini. Un valore di 0 significa assoluta uguaglianza, un valore di 1 estrema diseguaglianza. Il coefficiente di Gini tedesco è salito lievemente a 0.3, resta pero' inferiore al coefficiente medio dei paesi OCSE, pari a 0.31. Chiaramente piu' diseguali sono i redditi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti (coefficiente di Gini dello 0.34 e 0.38), anche nel sud Europa e nell'Europa dell'est c'è piu' diseguaglianza. Solo nella egualitaria Scandinavia i redditi sono distribuiti piu' equamente. "In un confronto con il resto d'Europa, alla classe media tedesca va abbastanza bene", deve ammettere anche Groh-Samberg, sebbene il suo studio ipotizzi una forte erosione della classe media.

Nonostante i numerosi allarmi, i tedeschi sembrano non agitarsi. Un'indagine rappresentativa ha rilevato come la grande maggioranza degli intervistati collochi se stessa nella classe media: nel 1990 a considerarsi classe media erano il 60 % degli abitanti dell'ovest e il 37 % degli ex cittadini della DDR. Questi valori nel 2010 sono addirittura cresciuti. Oggi a considerasi classe media nell'ovest sono il 62 % e nell'est il 51%, sempre meno si considerano classe operaia, ancora meno come classe superiore. L'attrattività della classe media è piu' forte che mai.

sabato 5 gennaio 2013

Rischi tedeschi


Frank Wiebe, redattore di Handelsblatt, con un commento sul principale quotidiano economico, ci ricorda che anche al di sopra delle alpi qualcuno conosce i principi della Goofynomics. Da Handelsblatt.de
La Germania, almeno così pare, non ha perso slancio. Lo stato tedesco riceve dagli investitori denaro quasi gratis, le aziende tedesche prendono a prestito ad un tasso piu' basso di alcuni stati e mettono all'angolo i loro concorrenti, soprattutto in Europa. I tentativi degli stati in crisi di recuperare competitività sono in pericolo, e rischiano di fallire sotto la supremazia dell'economia tedesca.  Gli ingegneri tedeschi, cosi' sembra, sono imbattibili, e i manager tedeschi sono sempre capaci di vendere in tutto il mondo la tecnica prodotta dai loro ingegneri.

Lasciamo per un attimo da parte la domanda morale: "i tedeschi" con la loro politica di competitività senza rispetto spingono gli altri paesi verso l'abisso - o invece hanno solo fatto qualche errore in meno degli spagnoli, dei francesi e degli italani? Poniamoci piuttosto la domanda: dove risiedono i pericoli per il nostro modello economico? Abbiamo per caso trovato la pietra filosofale e sappiamo come crescere in maniera equilibrata, mentre gli americani, i britannici e gli europei del sud si nutrono di bolle nate sui mercati finanziari, che inevitabilmente finiranno per scoppiare? Oppure anche noi stiamo finendo, senza saperlo, in una bolla?

L'economista americano William White in un paper uscito in agosto, centrato sulle conseguenze di lungo periodo di una politica monetaria espansiva, ha fatto una annotazione istruttiva sulla Germania. Ha citato il governatore della banca centrale giapponese, il quale ha ripetuto in piu' occasioni: il Giappone non ha risolto i suoi problemi poiché non è riuscito ad orientare la sua economia verso i bisogni di una popolazione in rapido invecchiamento e a difendersi dalla concorrenza dei paesi in via di sviluppo.

Vi ricorda qualcosa? Anche noi abbiamo una popolazione in rapido invecchiamento e in alcuni settori, come l'industria solare, subiamo chiaramente la concorrenza dell'estremo oriente. White teme che la Germania, dopo la crisi finanziaria, abbia sovvenzionato una struttura economica obsoleta, troppo orientata all'export, e quindi dipendente dagli squilibri economici, che prima o poi dovranno necessariamente essere colmati.

E qui si arriva a un tema, che i critici della Germania come l'economista Heiner Flassbeck propongono già da anni: grandi avanzi commerciali non sono possibili senza l'accumulo di crediti verso l'estero - sia che si nascondano in investimenti privati, nei portafogli delle Landesbank tedesche o nei saldi Target della banca centrale. Detto altrimenti: se VW ora mette all'angolo Fiat anche in Italia, come potrà pretendere la Germania il rimborso dei suoi crediti verso l'Italia? Tali squilibri alla lunga non sono sostenibili, e questo è il pericolo per il modello economico tedesco. Anche la dipendenza di molte industrie dalla Cina come motore di crescita, potrebbe costarci cara. In Cina regna ancora un'economia di mercato controllata dallo stato, vale a dire: una allocazione delle risorse scorretta potrebbe restare nascosta a lungo, ed avere effetti per un tempo anche maggiore. 

Molte aziende tedesche sono consapevoli di questi rischi e agiscono con prudenza. E' molto difficile per la politica avere influenza su cosa l'economia produce e per chi. Ma discutere se abbiamo il giusto modello economico per una società in rapido invecchiamento in un ambiente incerto, tormentato da crisi continue, potrebbe anche tornarci utile.   

venerdì 4 gennaio 2013

Miracolo o bluff?


L'occupazione in Germania tiene e i dati a fine 2012 restano positivi. La conservatrice FAZ propone una riflessione sulla natura del jobwunder: è un vero miracolo oppure è solo un bluff? Da FAZ.net 
Molti paesi sono in grandi difficoltà economiche. Il mercato del lavoro tedesco resta invece uno scoglio nella tempesta. Dipende solo dal fatto che sempre piu' persone sono costrette a lavorare per un salario da fame?

Che scenario: in Europa molti paesi sono in recessione, e anche in altre parti del mondo l'economia nella seconda metà dello scorso anno ha perso slancio - il mercato del lavoro tedesco al contrario sembra essere ancora tonico. In media, lo scorso anno erano ufficialmente disoccupati 2.8 milioni di individui, secondo i dati dell'agenzia federale per il lavoro (Bundesagentur für Arbeit). Erano stati così pochi solamente nel 1991. Solo un giorno prima l'ufficio federale di statistica aveva riferito che nel 2012  si è raggiunto il numero di occupati piu' alto di sempre: 41.5 milioni.

Come si è arrivati a questi dati? Negli ultimi anni sono stati creati posti di lavoro buoni e sostenibili  o - come in molti sostengono - soprattutto lavori precari, a basso reddito, la cui paga non è sufficiente a pagarsi da vivere?

Molti occupati in piu'
Tasso di disoccupazione in Germania
In entrambe le posizioni c'è del vero, almeno da quanto si puo' dedurre dalle statistiche. In Germania dal 2003 il numero degli occupati è cresciuto con forza. Alla base c'è la percentuale di individui in età lavorativa ancora occupati. Piu' sono e meglio è in questo caso: e la quota è salita dal 64% al 70% nel 2010, secondo le statistiche del Institus für Arbeitsmarkt - und Berufsforschung (IAB).  Il merito di questa crescita va anche  alle riforme del mercato del lavoro, entrate in vigore con il nome di "Hartz".
Tasso di occupazione
I dati indicano che fra i nuovi posti di lavoro ce ne sono anche di ben pagati e che la sostituzione dei posti di lavoro a tempo indeterminato con impieghi meno sicuri e con salario piu' basso non è stata su larga scala. Il numero dei minijobs ad esempio, se si guarda agli ultimi 10 anni, è rimasto costante. Se si guarda solamente alla metà dello scorso decennio, sono diminuiti.
Minjobs in milioni
L'occupazione a tempo determinato si è stabilizzata

Inoltre è vero che nel lungo periodo, fra i lavoratori dipendenti, sono sempre di piu' quelli che lavorano a tempo determinato o hanno un lavoro part time. In entrambi i casi dalla metà degli anni 2000 si è verificata una stabilizzazione. Se parliamo di lavoro part time, una analisi rapida dei dati non dice molto: non sono pochi coloro che desiderano questa forma di lavoro, e per i quali non si tratta solo di una soluzione temporanea. 
Lavoratori part-time in %

Lavoratori con contratto a tempo determinato sul totale in %
Naturalmente questi dati offrono solo un quadro generale e fra i diversi settori e le diverse regioni tedesche ci sono grandi differenze. Cio' non toglie che l'affermazione secondo cui il miracolo nel mercato del lavoro tedesco sarebbe dovuto solo allo "sfruttamento", è falsa. Il fatto che si parli sempre piu' di carenza di forza lavoro qualificata, è solo uno degli indizi

giovedì 3 gennaio 2013

Weidmann-pensiero


Jens Weidmann, nell'ultima intervista del 2012 alla conservatrice Wirtschaftswoche conferma la sua visione: la difesa della stabilità monetaria è il solo obiettivo della BCE, tutto il resto è secondario. Da Wirtschaftswoche.de.
Il presidente Weidmann chiede una politica monetaria senza compromessi. Se la stabilità dei prezzi dovesse essere in pericolo, si dovrà tirare la briglia, anche se ad alcuni paesi non dovesse piacere.

WiWo: Herr Wedimann, la cancelliera Merkel con un cauto ottimismo sostiene che nella eurocrisi il peggio è alle spalle. E' d'accordo?

JW: Abbiamo fatto un bel pezzo di strada, ma non dobbiamo sottovaluture la strada ancora da fare. Il processo di aggiustamento nei paesi in crisi non è ancora concluso e i lavori per la definizione di un quadro istituzionale nell'unione monetaria devono andare avanti. Soprattutto si deve ancora chiarire se i nuovi accordi, come il Fiskalpakt, saranno applicati.

WiWo: Lei vede un miglioramento delle economie in crisi?

JW: Ci sono luci. L'approccio "aiuti a certe condizioni" mostra successi: la competitività in molti paesi è migliorata, i deficit delle partite correnti e nei bilanci pubblici si sono ridotti. Cio' avviene in un contesto di recessione, il che non significa che dietro non ci siano anche miglioramenti strutturali. A un estremo dello spettro c'è l'Irlanda, all'altro la Grecia. Poiché davanti a noi c'è ancora un lungo cammino, non dobbiamo indebolire gli incentivi per il raggiungimento delle condizioni concordate.

WiWo: Non indebolirli ulteriormente?

JW: Le misure di aiuto finanziario con il tempo sono diventate sempre piu' generose. Cio' ha ridotto la pressione ad affrontare con decisione i problemi di competitività e di bilancio pubblico.

WiWo: Come farà la Grecia a tornare competitiva e a camminare sulle proprie gambe?

JW: Con il processo di adeguamento dovremo raggiungere esattamente questo obiettivo. Alla fine ogni economia dovrà essere in grado di reggersi sulle proprie gambe, senza trasferimenti dall'esterno. Una economia non puo' consumare costantemente piu' di quanto essa stessa produca. Se la politica europea dovesse decidere di ignorare questo principio e finanziare in maniera duratura uno stato membro, allora dovremmo essere consapevoli delle conseguenze.

WiWo: Questo è tecnocraticamente vero, ma funzionerà anche politicamente? L'irrompere sulla scena di Berlusconi, secondo cui la Germania starebbe conducendo una terza guerra mondiale, mostrano che la moneta unica in realtà divide i paesi.

JW: Chi utilizza gli altri come capro espiatorio vuole solo sfuggire dalle proprie responsabilità. Naturalmente gli adeguamenti economici rappresentano una grande sfida per la politica e soprattutto per le economie coinvolte. Ma i confini di accettazione politica non esistono solamente nei paesi in crisi.

WiWo: La sua scala va dall'Irlanda fino alla Grecia. Dove si trova l'Italia?

JW: L'Italia soffre di bassa crescita, scarsa produttitività e mancanza di innovazione. Ma con il governo Monti il paese si è dato degli ambiziosi obiettivi di riforma per poter riconquistare la fiducia degli investitori, e ha avuto successo. Sarebbe fatale, se si avesse l'impressione che questo nuovo corso puo' essere messo in discussione dopo le elezioni 

WiWo: Chi vota Berlusconi rende un salvataggio piu' probabile?

WiWo: Non vorrei speculare sul risultato delle elezioni. Il governo attuale ha riconosciuto il bisogno di riforme, che sono state avviate in importanti ambiti. Se il processo di riforma dovesse fermarsi, l'Italia perderebbe la fiducia degli investitori.

JW: Ma se i tassi dovessero salire e non ci fosse un governo in grado di gestire la situazione, tutto comincierebbe di nuovo da capo, oppure?

WiWo: Ci sono troppi "se, allora" E' chiaro che è nell'interesse dell'Italia evitare tutto cio'.  Non sarà piu' permesso esercitare pressione sulla banca centrale. In quanto autorità monetaria, deve essere chiaro che dobbiamo esclusivamente osservare il nostro obiettivo primario: la stabilità monetaria. Non siamo qui per ripulire dai fallimenti della politica.

WiWo: Su questo c'è consenso all'interno della BCE?

JW: Questo è chiaramente il nostro mandato.

WiWo: La BCE è il sorvegliante degli stati oppure il suo finanziatore?

JW: Il ruolo del finanziatore è vietato, quello di sorvegliante lo svolge molto bene l'unione monetaria. Se noi banchieri centrali iniziassimo a comportarci come i domatori dei governi nazionali regolarmente eletti, allora giustamente ci si dovrebbe chiedere se la banca centrale non abbia ampiamente superato il suo mandato.

WiWo: L'annuncio del programma di acquisto (OMT) ha portato un po' di tranquillità, i suoi colleghi lo hanno festeggiato come un grande successo.

JW: Naturalmente i banchieri centrali con i loro annunci possono influenzare i mercati nel breve periodo. Ma la domanda è la seguente: si tratta del giusto metro per valutare il successo della nostra azione? Ci troviamo su un piano inclinato, dove il freno previsto dal sistema, la condizionalità, sarà molto difficile da azionare. La pressione dei mercati aumenta quando un paese si allontana dal suo programma di riforme. O ci si rifiuta di acquistare e si prende in considerazione l'escalation della crisi, oppure si lascia cadere la condizionalità. Dobbiamo interpretare il nostro mandato in maniera restrittiva, e non trovarci in una tale situazione. 

WiWo: Basta un annuncio per calmare i mercati?

JW: Anche se un annuncio fosse sufficiente, non cambierei la mia opinione sul programma

WiWo: Che cosa la disturba nel programma di acquisto?

JW: Prima di tutto il programma contiene la disponibilità a redistribuire fra i contribuenti dei singoli paesi i rischi illimitati di insolvenza. In una unione monetaria con 17 stati sovrani cio' dovrebbe essere deciso dai parlamenti nazionali. Come banca centrale dovremmo inoltre tenerci a distanza da ogni forma di finanziamento monetario degli stati. Infine c'è l'azzardo morale: lo zelo riformatore dei governi si riduce quando con le nostre misure eliminiamo la pressione ad agire.

WiWo: La BCE irrigidirà di nuovo la politica monetaria - anche in presenza di rischi per la stabilità finanziaria?

JW: Il nostro compito principale è occuparci della stabilità dei prezzi. Se dovesse crescere il pericolo di inflazione, saremmo costretti ad agire. Cio' potrebbe avere effetti anche sulla stabilità finanziaria. Vediamo che alcuni stati si stanno ancora finanziando a breve termine. Le condizioni del loro bilancio pubblico sono legate al livello dei tassi a breve. Ma il fatto che la politica finanziaria si trovi in questo stato di dipendenza, non signfica che la politica monetaria dovrà sottrarsi al suo compito principale, la stabilità dei prezzi.

WiWo: Questo significa in parole semplici: se la BCE dovesse alzare i tassi, per combattere l'inflazione, porterebbe gli stati di nuovo in deficit e la crisi del debito ricomincerebbe dall'inizio.

JW: Grazie alle riforme le condizioni del bilancio dovrebbero migliorare radicalmente. E se l'accesso al mercato dei capitali si facesse piu' difficile, con l'ESM ci sarebbe un meccanismo di salvataggio, creato proprio con questo obiettivo. Di fondo i diversi paesi dovrebbero trovarsi nella condizione di poter andare d'accordo con la stessa politica monetaria. Strutture economiche competitive e finanze pubbliche solide sono un presupposto per una unione monetaria stabile. La politica monetaria non puo' creare queste condizioni. Sarebbe eccessivo. E questo era chiaro fin dall'inizio dell'unione monetaria.

WiWo: Un convoglio di navi viene sempre influenzato dalla piu' lenta.

JW: L'immagine è sbagliata. Non si tratta di andare tutti alla stessa velocità, ma del fatto che tutti dovranno essere in grado di navigare, per non rischiare di affondare alla prossima emergenza - e quindi dover chiamare la banca centrale per restare a galla. Nell'unione monetaria sarà sempre cosi', alcune economie saranno piu' dinamiche di altre.

WiWo: Sembra invece che la Germania continui ad andare avanti, mentre gli altri si allontanano

JW: In questo preciso momento le distanze stanno aumentando, perchè i paesi periferici sono frenati dalle misure di consolidamento fiscale. Ma questo dovrà necessariamente cambiare - molti hanno già dimenticato che alcuni anni fa la Germania era il fanalino di coda. Dall'altro lato l'Europa non è un'isola. Facciamo concorrenza al mondo intero. La soluzione non puo' essere frenare il paese piu' competitivo. Per usare un'altra immagine: non si dovrebbe mettere un peso al piede del giocatore piu' forte di una squadra.

WiWo: Abbiamo imparato che l'unione monetaria non funziona, perchè le differenze di competitività e forza economica sono molto grandi. Adesso arriva la politica e dice: dobbiamo lavorare in maniera piu' stretta, e tutto funzionerà. Nessuno vuole una politica economica e fiscale comune, e nessuna politica di bilancio unitaria.

WiWo: Condivido la sua affermazione, manca la disponibilità politica e il sostegno del popolo per rinunciare alla sovranità. Almeno in quei paesi che chiedono una maggiore condivisione delle garanzie. Io percio' non vedo il grande salto in direzione della unione fiscale. Questo significa tuttavia tornare a cio' che avevamo concordato alla fondazione dell'unione monetaria: il trattato di Maastricht dove ogni stato membro è responsabile per se stesso. Dovremmo tuttavia essere molto attenti a mettere in comune i rischi, senza aver messo in discussione la sovranità nazionale. Perchè se il potere di controllo e le garanzie offerte non sono allineate, le fondamenta stesse dell'unione monetaria saranno compromesse.

WiWo: La BCE diverrà un superpotere se dal 2014 non si occuperà piu' solamente di stabilità dei prezzi ma anche del controllo delle 200 banche piu' importanti?

JW: Prima di tutto, noi della Bundesbank consideriamo l'unione bancaria un passo giusto e importante, per rendere piu' solido il quadro istituzionale dell'unione monetaria del futuro. Si tratta fra l'altro di sciogliere, attraverso un controllo piu' severo, lo stretto collegamento fra le finanze di un paese e le condizioni del sistema bancario locale. Di fronte ad una decisione cosi' importante, l'approfondimento delle condizioni dovrebbe essere piu' importante della velocità. Dal nostro punto di vista è importante evitare conflitti di interesse fra il controllo bancario e la politica monetaria. E' un punto importante che non vedo ancora risolto.

JW: La commissione prevista puo' risolvere il problema?

WiWo: In futuro per il controllo bancario dovranno esserci 3 organismi: in primo luogo la Commissione di vigilanza, con sede presso la BCE e con il compito di preparare le decisioni del consiglio BCE. Il consiglio BCE dovrà solamente accettare o bocciare queste decisioni, senza poterle modificare. Lo trovo strano: se ne sono responsabile politicamente, devo essere anche nella condizione di definire il provvedimento. Non è abbastanza: se il consiglio BCE dovesse respingere una proposta del Comitato di controllo, e un paese non è d'accordo, allora entrerebbe in scena un terzo organismo: il comitato di mediazione (Vermittlungsausschuss). Decide con maggioranza semplice. Le sue decisioni non possono essere vincolanti - a causa del diritto EU in vigore il consiglio BCE deve essere sempre l'ultimo organo decisore.

WiWo: Suona come una costruzione priva di senso, ma molto complicata. Perchè si fa questo?

JW: Si cerca, senza un corretto fondamento giuridico, di creare una muraglia cinese fra i compiti di politica monetaria e quelli di controllo. Di fatto è solo una parete giapponese o un paravento. Sarebbe preferibile a mio parere, attraverso un cambiamento dei trattati, istituire una robusta separazione fra i compiti di politica monetaria e le strutture di controllo bancario.

WiWo: Questa separazione della BCE è solo teoria: a cosa serve la muraglia cinese nei piani operativi, se poi i  controllori del sistema bancario e della politca monetaria si incontrano alla mensa durante il pranzo?

JW: Uno scambio di opinioni e la condivisione della conoscenza sono sempre ben voluti. Per questo la Bundesbank già oggi fa parte del controllo bancario. Il problema sorge potenzialmente quando lo stesso organismo diventa responsabile per due ambiti decisionali vincolanti. Inoltre il sistema tedesco ha un vantaggio in quanto la Bundesbank assicura una vigilanza continua mentre la BaFin di Bonn prende decisioni sovrane.

WiWo: I francesi vorrebbero iniziare già dall'inizio del prossimo anno (2013). Ci si è messi d'accordo sul marzo 2014. Sarà sufficiente questo per creare un'autorità di controllo funzionante con personale sufficiente?

JW: Le necessità pratiche relative al controllo, anche se dovesse occuparsi solo dei grandi istituti sistemici, non devono essere sottovalutate. I controllori dovranno conoscere le lingue, i sistemi legislativi nazionali, le strutture delle imprese e le particolarità dei diversi mercati nazionali. E dovranno portare una grande conoscenza nel sistema di controllo. Per questo il controllo degli istituti sistemici potrà essere efficace solo con un forte collegamento con gli attuali controllori nazionali.

WiWo: Che cosa succede se l'autorità europea di controllo dovesse riconoscere che una banca ha bisogno di ulteriore capitale?

JW: La banca dovrà trovare il capitale. Se non ci riuscirà, dovrà essere ristrutturata o dismessa. Per questi casi abbiamo bisogno di un meccanismo europeo di ristrutturazione. Dovrà assicurarsi che prima di tutto siano gli azionisti della banca interessata a garantire, poi gli obbligazionisti, poi uno dei fondi finanziati dalle banche, e poi alla fine e solo in casi straordinari il contribuente. Dobbiamo creare questo meccanismo rapidamente, senza di esso l'unione bancaria è incompleta. E anche allora l'unione bancaria non dovrà essere la scusa per spostare a livello europeo le eredità nazionali. I buchi, attualmente nascosti nei bilanci delle banche, dovranno essere ricondotti alla errata gestione nazionale e agli errori dei controllori nazionali e percio' dovranno essere coperti dagli azionisti e dagli obbligazionisti delle rispettive banche o eventualmente dal contribuente nazionale.

WiWo: Ha senso aver introdotto il criterio secondo cui la BCE è responsabile a partire dai bilanci superiori ai 30 miliardi di Euro?

JW: Dopo tutto è un criterio con il quale si possono separare facilmente le banche da controllare a livello europeo dalle altre. Tuttavia si sarebbe potuto restringere il cerchio a meno delle 200 banche previste. Secondo i piani, la BCE avrà la facoltà di controllare anche istituti minori, se lo ritiene opportuno.

WiWo: Il compromesso è il primo passo verso una unione bancaria europea. Il prossimo sarà una garanzia comune sui depositi, con la quale il risparmiatore tedesco sarà chiamato a garantire anche per le banche spagnole?

JW: No, il prossimo passo sarà un meccanismo di ristrutturazione europeo. Non ritengo necessaria un'assicurazione sui depositi. Ad una ulteriore garanzia, dovrebbero corrispondere ulteriori diritti di accesso nelle finanze e nella politica economica dei paesi.

WiWo: Non pensa sia ingiusto che le banche abbiano degli alti costi di rifinanziamento solo perché provengono da un paese con finanze pubbliche non solide?

JW: Giusto o ingiusto come nella responsabilità civile delle auto, se lei abita in una regione con molti incidenti. Per gli stati ci sono rischi di insolvenza diversi. Che il rischio di insolvenza pubblica e la forza economica si rispecchino anche nei bilanci delle banche e nei loro costi di rifinanziamento, non è uno sviluppo sbagliato, ma logico. La conseguenza non puo essere che questi rischi siano negati oppure suddivisi in tutta Europa. Piuttosto è necessario obbligare gli stati ad applicare le regole, ad avere bilanci solidi e a ripristinare la loro competitività. Bisogna affrontare le cause delle differenze di competitività, non i sintomi, che invece sono visibili nei bilanci bancari.

WiWo: Presto nuovi paesi entreranno nell'Euro, e allora i rappresentanti nel consiglio BCE dovranno rotare. A un certo punto la Germania non sarà nel consiglio, proprio quando si dovrà decidere.

JW: Considero una tale critica eccessiva. Sarebbe meglio, invece di parlare del sistema di voto, se l'Eurosistema potesse tornare ai suoi veri compiti: una politica monetaria finalizzata alla stabilità dei prezzi. La distribuzione dei rischi è un compito della politica fiscale, che per fare questo è legittimata democraticamente e alla fine dovrà giustificarsi davanti agli elettori

WiWo: Questo è un capitolo dal libro di testo dei banchieri centrali. Ma in realtà i rischi vengono condivisi, e il nostro rappresentante resta fuori dalla porta.

JW: Si tratta della partecipazione al voto, alla discussione sono presenti tutti i membri del consiglio BCE. E la preoccupazione che agita molti - quali conseguenze avrebbero le misure dei banchieri centrali per noi come contribuenti e per la stabilità dei prezzi - non si possono lenire certo con un diverso sistema di voto.

WiWo: Su certe decisioni si è trovato isolato nel consiglio BCE. Perchè non è riuscito ad imporsi?

JW: In un dibattito sul ruolo della politica monetaria molti fattori sono in campo: senza dubbio la tradizione, con la quale si è stati formati. E non ci si puo' sempre liberare dalle influenze delle condizioni economiche del proprio paese. C'è una certa differenza, se nel proprio paese il 50 % dei giovani è disoccupato oppure vi è la piena occupazione. Nella discussione tuttavia non ho l'impressione che i miei argomenti non siano stati compresi. Molte delle mie preoccupazioni sono condivise dai colleghi nel consiglio BCE.

WiWo: Ma nelle votazioni lei resta da solo!

JW: Non accade certo per tutte le votazioni. Se si tratta di misure che possono essere considerate finanziamento agli stati, penso sia molto importante avere un atteggiamento intransigente. Ma anche allora, vedo che la maggioranza in seno al consiglio direttivo accoglie concetti che io stesso avevo proposto.

WiWo: E quando lei chiederà di riassorbire la montagna di liquidità offerta ai mercati, gli altri diranno: meglio il 5% di inflazione che il 5% di disoccupazione?

JW: In questo modo lei presume che i miei colleghi non si attengono al nostro mandato. Tutti noi ci sentiamo vincolati dal nostro mandato di difesa della stabilità dei prezzi. E secondo le nostre previsioni piu' recenti il tasso di inflazione nei prossimi 2 anni dovrebbe restare sotto il 2%. Per poter garantire la stabilità dei prezzi, dovremo poter irrigidire la politica monetaria eccessivamente espansiva. Ma nessuno puo' dire quando sarà arrivato il momento per questo.

WiWo: E il padre di famiglia dell'Assia Weidmann, come si difende dall'inflazione? Ha già comprato oro?

JW: No, non ho comprato oro. Per inciso, le mie opzioni di investimento sono deliberatamente molto limitate, in modo da evitare ogni forma di possibile conflitto di interessi.

WiWo: Suona rassicurante. Ma la Bundesbank è stata accusata di fomentare disordini con il suo allarmismo.

JW: Le nostre posizioni sono ben fondate, il popolo tedesco è ben informato, e apprezza la chiarezza della condotta della Bundesbank. In una situazione così insolita, in cui il consiglio BCE opera ai confini del suo mandato, devono esserci anche delle differenze di opinione - non siamo un Politburo.

WiWo: La politica tuttavia si lamenta di lei

JW: Una volta un politico mi ha detto che entrambe le fazioni nel consiglio BCE sono come delle guide di montagna. E quando si vedono litigare fra loro due guide, tutta la cordata ha paura e ansia. Gli ho risposto: trovo singolare che la politica, che invece dovrebbe guidare e prendere decisioni, si sia messa in fila dietro di noi e si lasci guidare da noi. E se questo dovesse accadere, è un bene che le guide in un territorio inesplorato si mettano a discutere. Sempre meglio che scegliere in maniera decisa una strada che porta al baratro.

sabato 29 dicembre 2012

Wagenknecht contro Weidmann

Sahra Wagenknecht, capogruppo della Linke al Bundestag, compagna di Oscar Lafontaine, con un commento su Handelsblatt, quotidiano del mondo economico, attacca le posizioni Bundesbank e lancia una proposta alternativa: patrimoniale europea per abbattere i debiti degli stati. Da Handelsblatt.de
Il presidente Bundesbank Weidmann si lamenta per il denaro prestato ai paesi in crisi. Dovrebbe invece criticare la discutibile finanza derivata, i bilanci truccati e una regolamentazione bancaria eccessivamente permissiva.

Il presidente della Bundesbank Weidmann critica le banche. La massima autorità monetaria - oppure un attivista di "Occupy" mascherato? No, non sta criticando i pericolosi strumenti di finanza derivata che nel bilancio di Deutsche Bank sono centinaia di volte superiori al capitale proprio e ticchettano come una bomba a orologeria. Non sta parlando della contabilità creativa con cui molti istituti di credito hanno mentito su "Basilea III" - fatica inutile, visto che le nuove regole per il momento non entreranno in vigore. Non si lamenta affatto della troppo permissiva "Basilea III" e della ulteriore integrazione fra il sistema bancario ombra e le normali attività delle banche commerciali. Herr Weidmann non è mosso da tutto questo. Si lamenta per la concessione di credito agli stati in crisi. 

Le banche hanno in portafoglio titoli pubblici per un valore di 1.6 trilioni di Euro. Ed è vero: ci sarebbe un rischio concreto se gli stati Euro dichiarassero insolvenza. Weidmann, nel quadro delle riforme Basilea, vorrebbe obbligare le banche a garantire i titoli di stato con il capitale proprio. Il credito concesso agli stati diverrebbe in questo modo ancora piu' costoso. 

Weidmann tocca in questo modo dei punti importanti: il "patto diabolico tra banche e stati" (Spiegel) e la possibilità di una bancarotta dello stato. Le banche prendono a prestito   dalla BCE allo 0.75 % e prestano agli stati a quasi l'8%. E' un ottimo affare e una polizza assicurativa sulla vita delle banche in difficoltà: le obbligazioni emesse dagli stati iper-indebitati, infatti, restano nel campo delle garanzie accettate per i prestiti di emergenza. 

In questo modo le disastrate banche greche si assicurano un accesso alla liquidità. Nel mondo finanziario gira la battuta: la banca centrale greca in caso di necessità accetterebbe come garanzia anche le sedie d'ufficio. La BCE ha inoltre annunciato l'acquisto illimitato di obbligazioni in caso di sottoscrizione da parte degli stati delle condizioni dettate dal fondo ESM. I paesi coinvolti, con ulteriori misure di taglio, saranno spinti in depressione e sprofonderanno sotto il peso dell'alto indebitamento. 

Le misure necessarie. 

Invece di liberare gli stati dalla loro dipendenza dalle banche, Weidmann vuole esonerare le banche dalla concessione di credito agli stati. La sua proposta avrebbe il "vantaggio" di ridurre il tempo necessario per arrivare alla bancarotta di Spagna, Italia e di altri stati. C'è tuttavia una via piu' sensata. E dovrebbe contenere le seguenti misure: 

1. Un taglio del debito almeno pari all'importo dei debiti pubblici causati dai salvataggi bancari, prima che i crediti inesigibili finiscano nel bilancio BCE oppure siano scaricati sul contribuente europeo. Il settore finanziario ha volontariamente finanziato l'indebitamento degli stati e in parte - basta vedere Spagna e Irlanda - ne è la causa stessa. Dovrebbe pertanto subirne le conseguenze. 

2. Saranno prima di tutto gli azionisti e i creditori a dover garantire per le banche in difficoltà a causa del taglio del debito. Il denaro dei contribuenti dovrà essere utilizzato esclusivamente per garantire i depositi dei piccoli risparmiatori e per la concessione responsabile di credito. Nel bilancio di Deutsche Bank è solo il 4%, il resto è casino'. 

3. Deve fermarsi la speculazione con il debito pubblico. La BCE dovrebbe concedere credito agli stati in maniera limitata e al tasso ufficiale di sconto: la sola condizione è la tassazione ordinaria dei patrimoni e dei redditi piu' alti nei paesi coinvolti. Il rischio inflazione generato dal finanziamento diretto della BCE è decisamente inferiore rispetto all'acquisto di titoli sul mercato secondario o dalla concessione di credito al settore finanziario. In questo modo gli stati potrebbero rilanciare importanti investimenti, mentre le banche cesserebbero di speculare con le materie prime o con le bolle immobiliari. Entrambi portano i prezzi verso l'alto, senza nessuna crescita reale. 

Non esistono pasti gratis! Piu' della metà dei patrimoni finanziari europei è posseduto da circa l'1% della popolazione. Se fossero considerate le attività off-shore, saremmo all'80% dei patrimoni finanziari. Il patrimonio dei miliardari europei è superiore all'indebitamento pubblico europeo di oltre 11 trilioni di Euro. Chi vuole ridurre i debiti, alla fine dovrà ridurre anche i patrimoni. Dalla politica europea degli ultimi 15 anni, dai regali fiscali e dai salvataggi bancari, i ceti medi non hanno avuto alcun vantaggio, a differenza delle poche migliaia ai vertici. E' legittimo che ora siano proprio gli stessi a dover garantire per i danni causati. Una tassa europea sui patrimoni dei miliardari ridurrebbe sensibilmente l'indebitamento pubblico. Allora anche Herr Weidmann potrebbe dormire sonni tranquilli.

giovedì 27 dicembre 2012

E' davvero un Jobwunder?

Krisenvorsorge.com e jjahnke.net ci ricordano le dimensioni della politica di moderazione salariale tedesca e i suoi effetti sociali. Dati certificati da Eurostat.


Secondo quanto comunicato da Eurostat il 20 dicembre 2012, la Germania con il 22.2 % ha la quota piu' alta di lavoratori con un basso salario di tutta l'Europa occidentale. In Francia sono solo il 6.1 %, nei paesi scandinavi fra il 2.5 % e il 7.7 % mentre la media dell'Eurozona è del 14.8 %. 


La precaria situazione dei lavoratori tedeschi è confermata anche dai dati sui lavoratori a basso salario con un'istruzione media. E' evidente che non si tratta solo di un fenomeno legato alla bassa istruzione.


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Il rifiuto da parte del governo di introdurre un salario minimo, presente in altri paesi occidentali, la crescita del settore del lavoro in affitto, caratterizzato da precarietà e bassi salari, lo sfruttamento del lavoro femminile, grazie alla piu' grande differenza in europa occidentale fra il salario femminile e maschile, la disponibilità del governo a sovvenzionare i bassi salari con i sussidi Hartz IV, sono tutte parti di uno sandalo sociale che non ha eguali in altri paesi europei. 

In questo scenario non c'è da meravigliarsi, se il costo del lavoro per unità di prodotto, decisivo per la competitività, ha avuto uno sviluppo decisamente migliore rispetto ai nostri vicini europei. La Germania non ha alcun motivo di esserne orgogliosa, come il governo vorrebbe dare ad intendere. 


La Germania si è allontanata da cio' che un tempo si definiva economia sociale di mercato. Insieme alla Cina è diventata il Pariah dell'economia mondiale: compete in maniera sleale con i suoi partner, rubando posti di lavoro fino a quando questi non saranno costretti a elemosinare gli aiuti finanziari tedeschi. Fino a 20 anni fa una simile situazione sarebbe stata impensabile. La divisione della Germania e la paura del comunismo costringevano il capitalismo tedesco ad avere un maggiore orientamento sociale.