sabato 29 settembre 2018

Thomas Mayer: la capitolazione tedesca

Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung Thomas Mayer, professore, commentatore ed ex capo-economista di Deutsche Bank, spiega ai tedeschi perché le notizie che arrivano dall'Italia testimoniano la totale capitolazione dell'ideologia tedesca di fronte alle richieste dei sud-europei. E' probabile che l'ordoliberalismo tedesco stia serrando le fila per lanciare una controffensiva. Thomas Mayer dalla FAZ.net


Francia e Germania, quando si tratta di interpretare il ruolo che lo stato deve avere nell'economia e nella politica monetaria sono separate da una profonda "fossa renana". Mentre in Francia prevale la convinzione che lo stato abbia il diritto di dirigere l'economia, in Germania dopo la seconda guerra mondiale prevalse l'opinione che lo stato dovesse restare fuori da questo ambito. La "fossa renana" durante tutti gli euro-salvataggi ha piu' volte causato un forte attrito, fino a quando il governo federale non ha deciso di annacquare la posizione tedesca rendendola irriconoscibile.

Ciò è dimostrato dal sostegno dato alla trasformazione della Banca centrale europea di Mario Draghi nel prestatore di ultima istanza per gli stati e dalla dichiarazione di Meseberg concordata insieme ai francesi, con la quale in sostanza si mira a mettere in comune la responsabilità sui debiti delle banche e degli stati. Si potrebbe pensare che con questa capitolazione la disputa sulle diverse idee in merito all'architettura dell'unione monetaria  sia finalmente terminata. Sarebbe un errore.

Fossa renana e barriera alpina

Alla fossa renana che divide Francia e Germania corrisponde una "barriera alpina" che separa Germania e Italia. E' sicuramente vero che le opinioni dei politici e degli economisti in Italia non sono così omogenee come accade in Francia. Ma c'è ampio consenso lungo tutto lo spettro politico sul fatto che le politiche monetarie e fiscali svolgano un ruolo cruciale nel creare crescita economica e occupazione. Ogni giorno le élite italiane si lamentano per la sofferenza del loro paese causata delle regole di politica fiscale ispirate dalla Germania e insistono sul fatto che la politica monetaria estremamente espansiva avviata dal presidente della BCE Draghi sarà indispensabile anche in futuro. Il nuovo governo italiano, che si è presentato come avversario delle élite, non fa eccezione.

Ciò emerge chiaramente anche da una recente presa di posizione di Paolo Savona, il Ministro per gli affari europei, a cui la mia collega Agnieszka Gehringer ha fatto riferimento poco tempo fa. Savona, che originariamente era stato indicato dai partner di coalizione come Ministro delle Finanze, ma la cui nomina in questo ruolo era stata bloccata dal Presidente Mattarella, parla di una riunione del 5 luglio a cui hanno preso parte il ministro Salvini, il ministro delle finanze Tria e il ministro Di Maio. L'occasione dell'incontro era stata la formulazione di una posizione italiana nei negoziati per l'ulteriore sviluppo dell'Unione Europea. La squadra dei ministri tra le altre cose in quell'occasione aveva chiesto un ampliamento dello statuto della BCE. Oltre alla stabilità dei prezzi, la BCE dovrebbe impegnarsi anche a promuovere la crescita economica, come già avviene negli Stati Uniti. Inoltre sempre la BCE dovrebbe essere in grado di controllare il tasso di cambio dell'euro intervenendo sul mercato dei cambi, e agire come prestatore di ultima istanza per gli stati al fine di impedire gli "attacchi speculativi" dei mercati finanziari. I ministri vorrebbero inoltre introdurre una "politica europea per gli investimenti" al fine di aumentare la non soddisfacente crescita economica e ridurre le differenze in termini di sviluppo e produttività tra i paesi dell'euro. Questa politica dovrebbe "sfuggire ai vincoli finanziari del bilancio europeo" e non essere piu' soggetta alle limitazioni del patto di stabilità e crescita.

Il fallimento italiano dall'inizio della crisi finanziaria

Il dispiacere dei ministri è comprensibile in quanto l'economia italiana non è stata in grado di adattarsi ai vincoli imposti dalla moneta unica europea. Il fallimento è diventato particolarmente evidente negli ultimi dieci anni a partire dalla crisi finanziaria. Oggi la produzione industriale è del 15% inferiore rispetto ai livelli del 2008 e il prodotto interno lordo reale del 3,4% inferiore rispetto al 2008. Dieci anni di crescita negativa sono difficili da tollerare in qualsiasi società. Dal punto di vista tedesco, che influenza anche le istituzioni dell'UE, le rigidità strutturali dell'Italia impediscono il necessario adattamento dell'economia alle esigenze create dalla moneta unica. Dal punto di vista italiano, tuttavia ad essere responsabile è la fine della politica di svalutazione della moneta e della spesa pubblica finanziata a debito, che ora invece dovrebbe essere applicata all'unione monetaria.

Venti anni di unione monetaria hanno evidenziato che la capacità di aggiustamento strutturale dell'Italia è molto limitata. Otto anni di crisi dell'euro hanno al contrario rivelato che il quadro istituzionale dell'unione monetaria è estremamente flessibile. Dal punto di vista italiano, è ben chiaro il modo in cui la barriera alpina può essere superata: eliminando ciò che resta delle posizioni tedesche.
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La favola del paese ricco

Siccome alle favole non crede piu' nessuno è arrivato il momento di smontare la narrazione Merkeliana del paese ricco e felice e cercare di capire qual'è la vera eredità dei 13 anni di dominio incontrastato della Cancelliera. Ci prova Daniel Stelter, brillante economista e commentatore, che dal suo blog e nel suo nuovo libro ci spiega perché dietro di sé Merkel lascia molte macerie e un paese messo peggio di quanto potrebbe sembrare. Da Beyond the Obvious un ottimo Daniel Stelter


Congratulazioni Ralph Brinkhaus. Finalmente abbiamo la speranza che il dramma di questa Cancelleria e di questo governo possano finire presto.

In Germania abbiamo bisogno di un cambiamento. Lontano dalla politica degli ultimi dodici anni, che non solo ha danneggiato in maniera massiccia la democrazia, ma ha anche distrutto la nostra ricchezza in una dimensione che si muove nell'ordine dei trilioni di euro. (...)

E dietro tutto ciò c'è la donna che con l'unico obiettivo di preservare il proprio potere ha fatto a meno di qualsiasi principio, e invece di cercare una soluzione duratura ai problemi, talvolta dolorosa, ha sempre cercato di occultarli e nasconderli ricorrendo a scorciatoie di breve periodo. Sì, non è la sola ad esserne responsabile. E' stato possibile anche grazie a noi elettori che piu' volte abbiamo appoggiato e votato una politica che ha messo i consumi davanti agli investimenti. Ma la politica della signora Merkel per troppo tempo ha impedito una vera discussione anche all'interno del suo stesso partito e in questo modo ha danneggiato non solo l'Unione, ma l'intero paese.

L'elenco delle colpe è lungo:

Riforme: mentre pretendiamo a gran voce che gli altri paesi facciano le riforme, la Germania si trova nella parte bassa della classifica OCSE. Anche  Francia e Italia ne hanno fatte piu' di noi. Dopo il cambio di governo di tredici anni fa, la politica è rimasta ferma alle riforme fatte dal governo Schröder.

Debito pubblico: ci piace celebrare lo „Schwarze Null“, ma se volessimo fare un calcolo veramente corretto del debito pubblico, scivoleremmo sempre piu' in basso. Tenendo conto dei costi futuri dovuti all'invecchiamento della società, avremmo un debito pubblico significativamente piu' alto rispetto alla tanto rimproverata Italia.

Pensioni: mentre paesi come l'Italia negli ultimi anni hanno riformato i loro sistemi pensionistici in modo da ridurre gli oneri futuri, il nostro governo, accecato dalla attuale buona congiuntura, ha ulteriormente aumentato il peso dei contributi. Parole chiave: pensione a 63 anni, pensione per le mamme etc.

Infrastrutture: mentre un paese come la Francia continua ad investire in infrastrutture pubbliche, noi abbiamo lasciato che le nostre andassero in rovina. Nell'ultimo decennio gli investimenti sono stati inferiori rispetto al minimo necessario per il mantenimento delle infrastrutture. Il governo giustifica il collo di bottiglia negli investimenti con la mancanza di capacità di pianificazione. Tuttavia, queste strutture sono state smantellate proprio a causa di questa stessa politica.

Schwarze Null: mentre il governo rivende lo "schwarze Null“ come un proprio successo, in realtà dovremmo ringraziare la politica della BCE. Negli ultimi anni solo lo stato tedesco ha risparmiato 240 miliardi di euro di interessi. Non è davvero una grande impresa politica quella di presentare un bilancio in pareggio.

Eurocrisi: mentre la politica criticava a gran voce la BCE per la sua politica monetaria - anche se lo stato tedesco era fra i principali beneficiari di questa politica - ci piace rimuovere dalla nostra mente il fatto che è stata proprio la politica fallimentare dello stare fermi a guardare la crisi che in primo luogo ha reso necessarie le misure della BCE. Fino ad oggi la politica tedesca si è rifiutata di riconoscere che l'euro è una costruzione totalmente sbagliata, che ha portato ad un enorme aumento del debito pubblico e privato nei paesi attualmente in crisi. Per risolvere la situazione è necessaria una pulizia dall'eccesso di debito, in maniera diretta attraverso un taglio del debito, e indirettamente attraverso una ricapitalizzazione del sistema bancario ancora insolvente. Inoltre, i paesi in crisi non sono riusciti a colmare il divario competitivo con la Germania. Ciò significa o un'unione di trasferimento permanente senza la speranza di un miglioramento o, più realisticamente, la fine della zona euro. Solo una cosa a lungo termine non puo' funzionare: stare fermi a guardare.

Economia dell'export: anche se crediamo di essere i "principali beneficiari dell'euro", in realtà siamo fra i perdenti della moneta unica. In primo luogo l'introduzione dell'euro all'inizio del millennio a un tasso di cambio eccessivo sul Marco ha favorito la recessione, forzando una successiva svalutazione interna tramite la moderazione salariale. Dopodiché l'euro è diventato sempre più un programma di sussidi a carico di tutti i cittadini del nostro paese a favore dell'industria dell'export, dei suoi azionisti e dei dipendenti. Cosa che andrebbe anche bene se nei confronti dei paesi esteri stessimo accumulando dei crediti esigibili. Ma non è così, ed è per questo che dal punto di vista economico sarebbe lo stessa cosa se le nostre auto le regalassimo.

Garante e finanziatore: mentre crediamo di essere quelli che in Europa dettano la linea, ogni giorno che passa in realtà siamo sempre più ricattabili. I crediti TARGET2 della Bundesbank hanno raggiunto un altro record. Stiamo finanziando la continua fuga di capitali dai paesi in crisi. Ogni cittadino in pratica ha concesso più di 10.000 euro a titolo di prestito senza interessi, senza rimborso e senza alcuna garanzia. Se un paese dovesse uscire dalla zona euro, secondo la BCE questi crediti dovrebbero essere rimborsati. In realtà cio' non accadrà mai. Al piu' tardi nel 2019 l'Italia potrebbe minacciare sia un'insolvenza su tali crediti che l'uscita dalla zona euro e quindi ricattare con successo la politica tedesca, fino ad ora basata sull'immobilismo e sulla rimozione dei problemi, al fine di assicurarsi un trasferimento permanente. Nel frattempo anche Macron vuole i nostri soldi. In sostanza, anche se nascosto dietro molti concetti astratti ("bilancio della zona euro", "ministro europeo delle finanze", "Fondo monetario europeo"), si tratta solo di fare strada a un modo per redistribuire un po' piu' di denaro (a spese della Germania) e soprattutto per fare nuovo debito.

Istruzione: mentre in Asia sta crescendo una nuova élite ben istruita, gli studenti della grande nazione esportatrice altamente dipendente dall'high tech continuano a peggiorare proprio nell'istruzione. Non solo non si è ancora riusciti a stabilire un sistema scolastico uniforme a livello nazionale. Ancora peggio, perché secondo gli standard internazionali il livello scolastico nella migliore delle ipotesi è mediocre. Alcune eccezioni come la Baviera e la Sassonia e il leggero miglioramento dei risultati nei test PISA non dovrebbero illuderci. Il confronto internazionale si basa soprattutto sui risultati raggiunti nelle materie matematiche e scientifiche. Queste materie e i programmi di laurea basati su di esse determinano in ultima analisi le prestazioni tecnologiche di un paese. Al vertice ci sono i paesi asiatici come Singapore e la Cina. Anche in Svizzera, la percentuale dei top performer in matematica è di 43 ogni 1.000 studenti, in Germania invece solo 26. Se la politica chiede che "l'istruzione non costi nulla, ma solo lo sforzo", mostra un atteggiamento particolarmente cinico. 

Controllo dell'immigrazione: mentre altri paesi cercano di indirizzare l'immigrazione a vantaggio della propria economia, noi ci rifiutiamo di farlo. L'Australia e il Canada sono i più coerenti nella selezione degli immigrati sulla base della qualifica ed hanno quindi i migliori risultati nell'integrazione. La Germania, invece si basa sul principio del "chi riesce ad arrivare da noi, puo' anche rimanere", che unito ad uno stato sociale molto generoso rappresenta un incentivo perverso ad intraprendere un viaggio pericoloso. Le frontiere aperte e lo stato sociale - come sapeva già il premio Nobel Milton Friedman - non sono fra loro compatibili. Una legge sull'immigrazione giusta sarebbe una legge sul modello canadese associata a un rigoroso rimpatrio di coloro che non hanno diritto all'asilo.

Finanziamento dell'immigrazione: mentre altri paesi come ad esempio la Svizzera traggono dei vantaggi enormi dall'immigrazione economica, il tipo di immigrazione che arriva da noi causa una duratura pressione finanziaria sulla spesa sociale. In Germania l'aumento generale della povertà degli ultimi dieci anni può essere attribuito in buona parte ai cambiamenti nella struttura della popolazione. I migranti provenienti dai paesi extra-UE guadagnano molto meno e hanno un tasso di partecipazione al mercato del lavoro inferiore rispetto alla popolazione senza un background migratorio e sono quindi chiaramente anche a rischio povertà. Se oggi avessimo la stessa proporzione di migranti di dieci anni fa, il rischio povertà in relazione alla popolazione totale sarebbe rimasto invariato.

Emigrazione dalla Germania: mentre si continua a parlare di immigrazione, ignoriamo che ogni anno circa 140.000 tedeschi lasciano il nostro paese e tendenzialmente si tratta di persone ben istruite e altamente produttive. Sono sempre meno coloro che devono farsi carico di sorreggere il peso della società. Sono sempre di meno i lavoratori che devono pagare per gli assegni scoperti dovuti all'invecchiamento della società e per un'immigrazione economicamente sbagliata. È quindi probabile che l'emigrazione anche nei prossimi anni continui ad aumentare indebolendo ulteriormente la posizione economica della Germania

Automazione: mentre alcuni paesi come il Giappone per poter gestire il cambiamento demografico sono impegnati nello sviluppo dell'automazione, da noi domina la paura. Non c'è modo migliore di rispondere al cambiamento demografico che farlo con lo sviluppo dell'automazione. I robot sono un'opportunità, non sono un rischio, perché non portano via il lavoro, ma sostituiscono i lavoratori che vanno in pensione. L'immigrazione - e in particolare il tipo di immigrazione praticato nel nostro paese - non colmerà questa lacuna. Chi oggi si affida all'automazione e alla digitalizzazione può occupare una posizione di forza nei mercati importanti del futuro. Il Giappone lo fa.

Politica industriale: mentre altri paesi fanno affidamento sui punti di forza della propria industria, noi invece continuiamo a danneggiare la nostra. Prima abbiamo spinto la nostra industria automobilistica verso la tecnologia diesel, soprattutto in considerazione dei cambiamenti climatici, poi in una indicibile collaborazione tra governo e produttori abbiamo abbellito i valori sulle emissioni, per poi infine attaccare l'industria che più di ogni altra è la colonna portante della nostra prosperità. Impensabile che ciò possa accadere in altri paesi. Dopo la politica energetica affrettata (le stime dei costi  anche qui sono nell'ordine dei 1.000 miliardi di euro) siamo ora minacciati da un cambiamento altrettanto precipitoso nella politica dei trasporti che aumenterebbe ancora il danno. Ciò è sintomatico della politica degli ultimi anni, una politica determinata dalle emozioni degli elettori che non è stata affatto "saggia, prudente e decisa", come invece ripete la CDU.

Digitalizzazione: mentre altri paesi investono nella digitalizzazione dell'economia, la politica tedesca promette - come nella campagna elettorale del 2013 - un vasto programma di digitalizzazione, senza peraltro averlo mai avviato. Nel frattempo nel confronto internazionale siamo passati dal 15 ° al 17 ° posto. Per l'accesso alla banda larga siamo alla posizione 28 su un totale di 32 paesi. Nel ministero competente ci si concentra piu' che altro sull'introduzione di un pedaggio autostradale, facendo affidamento magari su una tecnologia arretrata (vignetta), invece di una soluzione piu' moderna basata sulle App.

Queste sono le conseguenze di una politica tedesca che ha troppa fiducia in se stessa. Invece di riconoscere le conseguenze dei fallimenti e agire coerentemente, i nostri politici continuano a sproloquiare facendo riferimento a una "Germania ricca" senza nemmeno pensare per un solo secondo al fatto che le famiglie tedesche sono fra le più povere dell'Eurozona.

Tutti sanno che l'era della signora Merkel sta per finire. Tuttavia le sue dimissioni - come nella scena della morte all'opera - potrebbero prolungarsi ancora per mesi. Mesi in cui il paese continuerà ad andare incontro a dei seri problemi economici. Quindi il senso è solo uno: politici, fate finire il periodo di Merkel il prima possibile. Non si tratta delle persone, ma del paese. Abbiamo bisogno anche di una nuova politica. Una politica che garantisca il benessere e aumenti la ricchezza invece di sperperarla.

Ora vedremo se ci sono ancora dei politici che pensano davvero al benessere del paese.

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mercoledì 26 settembre 2018

Il tramonto di Merkel: c'è vita oltre la Groko

Con l'elezione del nuovo capogruppo dell'Unione al Bundestag Ralph Brinkhaus, la Cancelliera perde il controllo sul gruppo parlamentare e con questo strappo la maggioranza dei deputati della CDU/CSU segnala la volontà di andare oltre il merkelismo, ritenuto ormai da molti un'assicurazione sulla vita per AfD. Fino a quando Merkel e la Große Koalition restano al potere, Gauland & co. continueranno a guadagnare voti, molti deputati pertanto preferiscono preparare il terreno per la successione alla Cancelleria. Il nuovo capo-gruppo parlamentare dell'Unione è un politico molto critico nei confronti degli eurosalvataggi e decisamente contrario all'unione di trasferimento. Un commento di Sebastian Fischer su Der Spiegel


L'erosione del potere politico diventa evidente quando i leader perdono il fiuto e la capacità di sostituire i loro seguaci. Anche la perdita di autorità è strisciante. Perdita di fiducia, delusione, e rabbia continuano ad accumularsi per un po' di tempo, fino a quando poi tutto si rompe. 


Alla Cancelliera è già capitato due volte negli ultimi cinque giorni. Ed è notevole. 



La sconfitta del suo uomo di fiducia Volker Kauder nel voto per la presidenza del gruppo parlamentare dell'Unione di martedì ha colpito Angela Merkel trovandola completamente impreparata. Alla contro-candidatura di Ralph Brinkhaus, a malapena conosciuto oltre i confini dei gruppi politici, aveva reagito senza comprendere quello che stava accadendo. 



Solo pochi giorni prima, l'intenzione di rimuovere il capo del Verfassungsschutz Maaßen aveva scatenato un'ondata di sdegno nei partiti di governo. Merkel lo aveva completamente sottovalutato, e in seguito ha dovuto ammettere il suo errore. 

Per due volte un grande errore di valutazione. Due prove della perdita di autorità e controllo da parte di una Cancelliera un tempo cosi' potente 

Dopo il caos delle ultime settimane la rielezione di Kauder avrebbe almeno stabilizzato la situazione, la sua caduta invece ora causerà il contrario e tutti nel gruppo dell'Unione mentre davano il loro voto lo sapevano bene. 

In questi giorni inizia l'addio al potere di Merkel. Che cosa resta della ex Grande Coalizione? 

Con il venire meno del controllo sul gruppo parlamentare dell'Unione, Angela Merkel ha perso lo strumento di dominio più affidabile per un Cancelliere della CDU. Al suo fianco governa un partner di coalizione esasperato, una SPD che vorrebbe uscire dalla coalizione il prima possibile. E la CSU? Da 3 anni continua a minare l'autorità di Merkel, in tutti i modi possibili. 

C'è vita oltre la GroKo 

La perdita del centro di potere del gruppo parlamentare è davvero pesante. In verità Brinkhaus non è un anti-Merkeliano, è piuttosto un esperto economico e finanziario dai toni alquanto pacati, molto critico sul tema della riforma dell'eurozona. Subito dopo la sua elezione ha voluto chiarire: "il gruppo parlamentare è saldamente con Angela Merkel", tra il gruppo e la Cancelliera "non c’è la distanza nemmeno per far passare un foglio di carta". 

Il tempo di cui tali affermazioni in politica hanno bisogno per essere smentite è cosa nota. E anche se lo stesse dicendo in maniera sincera: l'elezione di Brinkhaus, contro la volontà della Cancelliera, rispecchia la nuova sovranità dei parlamentari dell'Unione e l'allontanamento dalla Cancelleria. 

In maniera simile al modo in cui la SPD la scorsa settimana sorprendentemente ha voluto mostrare la propria indipendenza dal suo segretario Andrea Nahles, ora a farlo è la maggioranza dei parlamentari dell'Unione. I gruppi parlamentari della SPD e della CDU/CSU in questo modo stanno anche segnalando la loro volontà di sopravvivere. C'è vita oltre la GroKo. Sì, c'è la democrazia all'interno del partito. 

E mentre Merkel per 13 anni ha potuto fare totale affidamento sul suo uomo di fiducia Kauder, ora su ogni provvedimento dovrà lottare per avere la propria maggioranza. Sembra quasi un governo di minoranza. 

A cio' si aggiunge l'aspetto simbolico: ironicamente è proprio il gruppo parlamentare dell'Unione ad abbandonare Merkel - probabilmente l'ultimo bastione rimasto della vecchia stabilità della Germania dell'ovest, dopo la fine del D-Mark tedesco. Passé. Altri cancellieri piu' impetuosi di Merkel probabilmente in una situazione simile avrebbero staccato la spina. 

Ma dopo la sconfitta Merkel si è presentata davanti alle telecamere da sola, con consapeolezza, senza Brinkhaus al suo fianco, e ha detto: questa è stata "l'ora della democrazia" e in democrazia ci sono "anche delle sconfitte". Poi se ne è andata 

In effetti, talvolta le sconfitte portano alla perdita del potere.
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martedì 25 settembre 2018

Peter Bofinger: quei quattro saggi non sono molto saggi

L'UE perde pezzi, la Große Koalition va verso l'implosione, ma il consiglio dei cosiddetti esperti economici, i famosi saggi consiglieri di Merkel dal loro bunker di Berlino continuano a sfornare regole sull'austerità e sul deficit come se non ci fosse un domani. Peter Bofinger, membro del consiglio dei saggi, prende le distanze dai suoi colleghi e critica l'ultima proposta firmata da quattro dei cinque esperti volta ad esportare a livello europeo il famoso Schuldenbremse tedesco, vale a dire un pareggio di bilancio, un temibile "Schwarze Null" da applicare in maniera rigida secondo dei criteri meccanici. Un ottimo Peter Bofinger da Makronom.de


Sul portale VoxEU la settimana scorsa sono state pubblicate due proposte per la riforma dell'Eurozona: una di queste preparata dei miei quattro colleghi del Consiglio tedesco degli esperti economici, e un'altra da un gruppo di economisti francesi che fanno parte del Conseil d'analyse economique francese. La proposta di Lars Feld, Christoph Schmidt, Isabel Schnabel e Volker Wieland è modellata sul "freno all'indebitamento" tedesco (Schuldenbremse) e cambierebbe radicalmente le regole fiscali dell'Eurozona. Un'alternativa interessante la forniscono invece Zsolt Darvas, Philippe Martin e Xavier Ragot il cui modello si basa su di una regola di spesa derivata da un obiettivo di indebitamento pubblico di medio termine.

Entrambe le proposte contengono una regola di spesa, ma differiscono fra loro in maniera fondamentale. Come ancoraggio per la regola sulla spesa, Feld e colleghi preferiscono un criterio di spesa bilanciato meccanicamente. Questo concetto deriva dal Fiscal Compact europeo e impone agli Stati di perseguire un equilibrio di bilancio prossimo al pareggio. Per contro, la proposta francese declina elegantemente la regola del pareggio di bilancio, ancorando la regola di spesa a un obiettivo di indebitamento a medio termine per il quale esiste un margine di discrezionalità. Questa flessibilità può anche essere criticata, ma si può senza dubbio argomentare che è meglio fare affidamento su una propria valutazione piuttosto che su una regola meccanica priva di una ragionevole base teorica.

Nessuna evidenza di un "deficit bias"

Le regole del patto di stabilità e crescita (SWP) sono indubbiamente molto complesse e opache. Tuttavia ciò non significa necessariamente che le regole fiscali della zona euro "non fossero sufficientemente efficaci per limitare il deficit bias dei governi" e che siano state applicate in maniera troppo debole, come ritengono invece i miei colleghi del Consiglio degli esperti economici.

Un confronto internazionale dei saldi strutturali di bilancio mostra che nell'eurozona non vi è stata alcuna "distorsione del disavanzo" (Feld et al.) - al contrario: per molti anni, i disavanzi strutturali nell'eurozona sono stati chiaramente inferiori rispetto a quelli delle altre economie avanzate.


Cio' è stato particolarmente vero dopo la grande recessione. Rispetto al Giappone, al Regno Unito, agli Stati Uniti e all'OCSE nel suo complesso, nell'eurozona la risposta fiscale è stata estremamente debole, fatto che potrebbe essere considerato come una spiegazione decisiva per gli sviluppi macroeconomici estremamente sfavorevoli nell'area euro in quegli anni.

Dal 2014 il saldo strutturale dell'area euro è rimasto più o meno costante, e ciò riflette il fatto che il processo di consolidamento si è fermato. Si può criticare questa situazione in quanto ad esempio, i disavanzi di Francia e Spagna sono stati vicini o addirittura superiori al limite del 3% del Trattato di Maastricht. Ma guardando al passato si può dire che la combinazione fra la politica monetaria espansiva della Banca centrale europea e una politica di bilancio più rilassata ha portato a una ripresa economica piu' sostenuta nell'eurozona. In altre parole: la flessibilità offerta dal patto di stabilità e crescita, soprattutto a partire dal 2014, non è stata uno svantaggio, ma un vantaggio.

Non è affatto ovvio quindi che il principale problema delle regole fiscali dell'eurozona sarebbe "il ben noto deficit bias", come scrivono Feld e gli altri. Piuttosto gli sviluppi dopo la grande recessione hanno mostrato che il problema principale è la mancanza di coordinamento fiscale che durante una recessione molto lunga ha portato a politiche fiscali non sufficientemente espansive nei 19 stati membri. La questione è stata ulteriormente elaborata nel 2015 anche nella cosiddetta relazione dei 5 presidenti e ha portato alla creazione dell'European Fiscal Board, il quale ha il compito di consigliare la Commissione europea al fine di comprendere se la politica fiscale è appropriata sia a livello nazionale che per l'area dell'euro nel suo complesso.

Differenze e somiglianze con il patto di stabilità e crescita

Le norme sulla spesa e la riforma delle regole esistenti proposte da Feld et altri differiscono dalle altre recenti proposte di riforma in quanto intendono mantenere la regola del pareggio di bilancio contenuta nel Fiskalpakt. A tale riguardo, il meccanismo sottostante alla loro proposta non differisce dallo status quo all'interno del quadro fiscale dell'Eurozona che sin dalle riforme del Six Pack del 2011 include un benchmark di spesa pubblica. Questa regola di spesa è concepita per  un percorso di spesa che consenta di raggiungere nel medio termine l'obiettivo di un bilancio strutturalmente in pareggio. Così dice il corrispondente regolamento UE:

"per gli Stati membri che non hanno ancora raggiunto il loro obiettivo di bilancio di medio termine, la crescita della spesa annua sarà inferiore rispetto al tasso di riferimento a medio termine della crescita potenziale del PIL, a meno che il superamento di questa soglia non sia compensato da misure discrezionali di pari importo sul lato delle entrate; il divario tra il tasso di crescita della spesa pubblica e il tasso di riferimento di medio termine della crescita potenziale del PIL è fissato a un livello che garantirà un aggiustamento adeguato verso l'obiettivo di bilancio di medio termine;"

Rispetto al patto di stabilità e crescita, la regola sulla spesa pubblica non rappresenta quindi la principale innovazione della proposta tedesca - l'innovazione consiste nell'introduzione di una sorta di "memoria" all'interno del PSC. Fino ad ora gli stati membri non erano tenuti a compensare i precedenti disavanzi con delle eccedenze corrispondenti: a dover soddisfare i requisiti del patto ci sono solo il disavanzo corrente e le previsioni sul suo corso futuro. La seconda grande innovazione è l'eliminazione delle deroghe per gli scostamenti dagli obiettivi di medio termine (o dai percorsi di aggiustamento per il loro raggiungimento) nel caso di riforme strutturali che comprendano anche investimenti pubblici.

La proposta dei miei colleghi pertanto non è esclusivamente volta a rendere le norme esistenti "più semplici" e "più trasparenti". Con l'introduzione della funzione di memoria il PSC si trasformerebbe in un sistema più o meno identico allo Schuldenbremse tedesco - il che avrebbe conseguenze di vasta portata. Come mostrano le simulazioni di Feld et al. sarebbe la Francia in particolare a dover compensare attraverso pesanti tagli alla spesa il non raggiungimento a partire dal 2013 del parametro di riferimento dello 0,5% nel disavanzo strutturale. La necessità di compensare le deviazioni del passato porterebbe non solo ad una politica pro-ciclica, ma diventerebbe anche un onere molto pesante per un nuovo governo costretto a pagare per gli errori dei suoi predecessori.

Le differenze tra la proposta tedesca e quella francese

A prima vista, si potrebbe pensare che la proposta tedesca sia molto simile a quella del Conseil d'analyse economique, pubblicata nello stesso periodo. In effetti, entrambi i concetti implicano una regola di spesa. Ad un esame più attento, tuttavia, ci sono differenze fondamentali.

In sostanza, gli economisti francesi propongono un modello basato su decisioni politiche discrezionali, mentre i tedeschi propongono un approccio ampiamente basato su delle regole meccaniche. Questa differenza è dovuta al fatto che la proposta francese si astiene completamente dalla definizione di una norma per individuare il disavanzo strutturale. Il loro concetto non ha quindi un ancoraggio quantitativo implicito nell'impegno a raggiungere il pareggio di bilancio.

L'àncora delle regole francesi è invece l'obiettivo di ridurre il rapporto debito / PIL. Gli autori sottolineano esplicitamente che questo obiettivo, ancora una volta non dovrebbe essere determinato da una formula, ma dalle decisioni dei governi. Il percorso per lo sviluppo della spesa è quindi derivato dall'obiettivo di debito e deve essere determinato dalle autorità fiscali nazionali. Se le spese si discostano dal loro percorso obiettivo, dovrebbero essere registrate in un conto di aggiustamento. E se questo conto dovesse superare un valore di riferimento, sarà allora rilevata una violazione delle norme sul debito. Per una tale condotta non è tuttavia prevista una successiva compensazione da effettuarsi con una riduzione della spesa.

"Golden rule" Vs."Schwarze Null"

Per l'ulteriore sviluppo delle regole fiscali europee ci sono quindi due concetti completamente diversi. La proposta tedesca è caratterizzata dalla semplice idea che una politica fiscale ottimale è caratterizzata da un bilancio in pareggio. Da questo ideale, noto come "Schwarze Null", emerge il percorso della spesa pubblica. La proposta francese presuppone invece che gli obiettivi a medio termine della politica fiscale debbano essere determinati in un complesso processo decisionale, e non con delle semplici formule. Tutto sommato, la proposta francese è più vicina allo status quo rispetto a quella tedesca.

Le regole semplici possono avere i loro benefici, ma devono essere ben motivate - e tuttavia non è il caso dello Schuldenbremse tedesco che Feld et al. ora vorrebbero espandere all'intera Eurozona. Nella teoria della politica fiscale tradizionale la "regola d'oro" si trova solo come punto di riferimento per il livello ottimale di debito pubblico da raggiungere. Essa afferma che un aumento del debito pubblico può essere tollerato solo nella misura in cui coincide con almeno un aumento altrettanto consistente della ricchezza netta dello stato. Di conseguenza, finanziare gli investimenti pubblici ricorrendo all'indebitamento avrebbe senso. In effetti, il Consiglio tedesco degli esperti economici diversi anni fa ha pubblicato uno studio sulle regole di bilancio in cui ha espressamente dato il benvenuto alla "regola d'oro" sostenendo "che introdurre un divieto generale di indebitamento(...) [sarebbe] economicamente insensato, come vietare ai cittadini o alle imprese private di prendere denaro a prestito".

Si può criticare la discrezionalità prevista dalla proposta francese. Ma questa offre almeno la possibilità che gli obiettivi di indebitamento consentiti possano essere determinati in un ampio dialogo tra scienza economica e politica, tra economisti nazionali e stranieri, sulla base della teoria economica e delle prove scientifiche disponibili. Soprattutto la proposta potrebbe almeno fornire un margine minimo per gli investimenti finanziati a debito. In questo caso, le probabilità di realizzare una buona politica fiscale negli Stati dell'eurozona saranno sempre maggiori rispetto alla possibilità di mettere tale politica nelle mani di una semplice regola meccanica.

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lunedì 24 settembre 2018

Un paese dominato dalle élite

Bellissima intervista della Rhein Neckar Zeitung al grande sociologo tedesco Michael Hartmann il quale ci spiega perché a dominare l'economia e la politica tedesca è un gruppo molto ristretto di persone appartenenti alle élite storiche del paese e perché l'ondata populista e anti-establishment potrebbe cambiare lo stato delle cose. Dalla Rhein-Neckar-Zeitung


RNZ: prof. Hartmann, quando sentiamo parlare di "elite", pensiamo "ai migliori". E‘ una definizione corretta?

Hartmann: no. Per gli scienziati sociali le élite sono le persone che in virtù del loro ufficio o dei loro averi sono in grado di influenzare in maniera significativa gli sviluppi sociali. Il termine "significativo" non è chiaro al cento per cento. Ci sono opinioni diverse, ma in Germania si tratta al massimo di 4.000 persone.

RNZ: nelle sue considerazioni si concentra sulla politica e l'economia. Sono sempre queste le due aree piu' importanti?

Hartmann: sì. I due settori più importanti e influenti sono sempre stati l'economia e la politica. Ma anche la magistratura è molto influente. Quando la Corte costituzionale federale emette delle sentenze, la politica e l'economia non possono sottrarvisi. Anche le élite amministrative fanno parte delle quattro élite centrali.

RNZ: che la politica e l'economia siano decisive per lo sviluppo di un paese, sembra abbastanza plausibile. Tuttavia nel suo libro "Die Abgehobenen" lei lo problematizza e osserva una crescente alienazione dalla popolazione.

Hartmann: attualmente stiamo vivendo una fase - e non solo in Germania - in cui le élite si stanno allontanando sempre più dalla popolazione. Le loro condizioni di vita e il loro reclutamento sono diventati ancora più esclusivi dal punto di vista sociale, specialmente nella sfera politica. Due terzi dei membri delle élite tedesche appartengono al 4% piu' ricco della popolazione. Hanno conosciuto la ricchezza e la prosperità nelle loro famiglie di origine. I loro padri erano già in posizioni di potere. A questa eredità iniziale ora si aggiunge anche un reddito elevato, e una posizione elevata. Da questo punto di vista la differenza con la popolazione è notevole e continua a crescere.

RNZ: non è forse vero che 80 anni fa in Germania sono stati distrutti tutti i modelli precedenti, e quindi non abbiamo piu' delle elite chiaramente definite?

Hartmann: si è sempre creduto che dopo la seconda guerra mondiale per la Germania ci sia stata l'ora zero. C'è stata invece un'enorme continuità in termini di persone fra l'epoca nazista e l'inizio della Repubblica Federale, che è durata fino alla fine degli anni '60. Nell'élite economiche non ci sono stati dei cambiamenti significativi, situazione simile nel sistema giudiziario e amministrativo. L'élite politica è quella che ha subito i maggiori cambiamenti. I politici nazisti non erano piu' presentabili. Dopotutto erano conosciuti - a differenza delle élite amministrative, economiche o giudiziarie. Nel complesso, tuttavia, le élite restano incredibilmente stabili.

RNZ: da dove arriva questa stabilità?

Hartmann: chiunque sieda in una posizione di potere crede di essere l'uomo giusto al posto giusto. Perché dovrebbe cercare un tipo di uomo diverso come successore? Se guardiamo ai vertici delle 100 aziende tedesche più grandi, da decenni domina la stessa immagine: quattro persone su cinque arrivano dalla "borghesia". La politica in teoria è il polo opposto. Perché devi essere eletto e passare attraverso tutte le istanze di partito. Ma anche lì il sentiero si è fatto sempre piu' stretto: i lavoratori in passato erano rappresentati molto meglio di quanto non accada oggi, perché l'accademizzazione dei partiti si è spinta molto in avanti. Al Bundestag il 90 per cento dei deputati ha un diploma universitario, nella popolazione sono solo il 15 per cento.

RNZ: quindi le scuole d'élite, i college, i club non contano?

Hartmann: no. Non in Germania. L'istruzione svolge solo un ruolo di "filtro grossolano": raramente si arriva nelle posizioni di vertice senza un diploma universitario. Anche nei sindacati e nella Bundeswehr c'è una percentuale di laureati che va dal 50 al 60 percento . Il secondo filtro è il dottorato di ricerca. Ma non esiste una singola istituzione che aumenti esponenzialmente la possibilità di raggiungere una posizione di vertice - come accade con la scuola amministrativa francese ENA, oppure "Oxbridge", le università britanniche di Oxford e Cambridge.

RNZ: in particolare lei per cercare di capire l'alienazione delle élite dalla popolazione si è concentrato sugli anni del governo Schröder e sullla svolta neo-liberista. Perché?

Hartmann: basta solo guardare cosa è successo in Germania in termini di sviluppo dei redditi. Dalla fine degli anni novanta fino ad oggi c'è stato un cambiamento netto e duraturo: i redditi si sono allontanati fra loro in maniera significativa. E nonostante una buona congiuntura, nonostante la bassa disoccupazione, non vi è stato un effettivo riavvicinamento. Nel decennio e mezzo che termina nel 2015, il decile superiore in Germania in termini reali ha guadagna il 17% in piu' rispetto a quindci anni prima . Sempre in termini reali il decile piu' basso nello stesso periodo ha perso il 14 per cento.

RNZ: lei dà la colpa alle origini borghesi dei politici e fa riferimento, per esempio, alla figlia dell'imprenditore e presidente regionale Ursula von der Leyen. Ma quale sarebbe l'interesse della "figlia di un pastore" come Angela Merkel nel fare politica per le classi superiori?

Hartmann: è vero che c'è una certa differenza fra avere un padre pastore, insegnante o un padre grande imprenditore. Ma fondamentalmente nella generazione del padre c'era un ambiente borghese relativamente chiuso, in cui su certe questioni sociali c'era un ampio consenso. Ciò include, ad esempio, una gestione piuttosto rilassata delle questioni fiscali - anche se non tutti hanno poi evaso le tasse.

RNZ: e Angela Merkel ...

Hartmann: Angela Merkel a causa del suo passato della DDR a prima vista potrebbe essere ricondotta ad altri ambienti. Ma guardando più da vicino: nella DDR c'erano solo due gruppi professionali che sostenevano le tradizioni borghesi - i pastori e i medici. Di conseguenza il fatto di avere un legame con l'ambiente della Repubblica Federale ha svolto un ruolo importante nella loro rapida ascesa. Sarebbe stato qualcosa di completamente diverso se suo padre fosse stato un metalmeccanico in fabbrica. Nonostante i lunghi anni della DDR, l'integrazione di queste persone provenienti da questo piccolo ambiente borghese è stata sicuramente piu' facile.

RNZ: avremmo un'altra democrazia e un'altra coesione sociale se ci fossero più figli della classe lavoratrice in posizioni influenti?

Hartmann: non è un'equazione che necessariamente funziona in questo modo. Argomento parlando di probabilità. Nel 2012 abbiamo intervistato circa 1.000 persone nelle posizioni più importanti. Non tutti i figli della classe operaia percepivano la giustizia sociale in maniera diversa rispetto al figlio del miliardario. Ma statisticamente parlando, i figli della classe operaia - in tutte le aree - hanno una sensibilità molto maggiore nei confronti dell'ingiustizia sociale rispetto ai figli della classe borghese. Si potrebbe dire che più una persona è cresciuta nella ricchezza, meno percepirà la disuguaglianza sociale come un problema. In questo contesto è ragionevole presumere che la composizione dell'élite politica abbia naturalmente un'influenza sull'azione politica.

RNZ: non è ingiusto negare il fatto che i politici abbiano la capacità di agire bene anche a favore degli interessi degli altri?

Hartmann: ho un bell'esempio attuale di come la percezione influenzi le decisioni: il ministro della Sanità Jens Spahn ha presentato una proposta di legge secondo la quale la profilassi dell'AIDS deve essere coperta dalla cassa mutua. Poi realizzi che lui stesso appartiene al gruppo di persone più colpite (gay). Ha una sensibilità completamente diversa su questo problema rispetto al suo predecessore Hermann Gröhe. Così accade anche su altre questioni che sono per me piu' importanti: ingiustizia sociale, tasse, disoccupazione. Pertanto sono convinto che una rappresentanza maggiore dei due terzi più in basso della popolazione avrebbe certamente un impatto sulle decisioni politiche.

RNZ: è provato un tale effetto?

Hartmann: ci sono molti studi negli Stati Uniti che hanno monitorato questo fenomeno per lunghi periodi di tempo. Non su ogni decisione, ma nella maggior parte dei casi, i politici delle classi superiori mettono in pratica una politica a favore della classe superiore. Anche nella bozza del rapporto del governo tedesco sulla povertà veniva riconosciuto questo punto: tutti gli obiettivi politici che avevano un elevato grado di accettazione nella parte inferiore della popolazione non avrebbero avuto la minima possibilità di essere messi in pratica, e viceversa.

RNZ: non è forse sconcertante: in una democrazia non dovrebbe avere piu' successo una politica che serve alla maggioranza della popolazione?

Hartmann: le persone nella parte piu' bassa della società hanno minori opportunità di imporsi. Sono chiaramente sottorappresentate nei partiti. Non esistono equivalenti delle associazioni mediche, o delle associazioni dei proprietari di case. Al massimo potrebbero esserlo i sindacati. Ma anche loro si sono concentrati sempre di più sui loro membri core - vale a dire gli operai dell'industria metalmeccanica molto forte nelle esportazioni. E i sindacati hanno anche molti problemi nel cercare di costruire un forte rappresentanza nel settore dei servizi. Il risultato non è la ribellione, ma la rassegnazione. La politica per queste persone è un'arma spuntata: "Quelli lassù non sono comunque interessati a noi - quindi non dobbiamo votare". Più povera e meno istruita è la popolazione di un'area, maggiore sarà l'astensione dal voto. Oppure sceglieranno gli slogan populisti di destra.

RNZ: nel suo libro si riferisce a Karl-Theodor zu Guttenberg: nobile, incredibilmente ricco - e ancora molto popolare. Perché c'è tanta fascinazione per un politico del genere?

Hartmann: è lo stesso motivo per cui ci piacciono le trasmissioni televisive sulle famiglie nobili: un po 'di fuga dalla realtà. Tuttavia, anche la sua popolarità è diminuita rapidamente quando è venuto alla luce l'inganno della sua tesi di dottorato. Il glamour è bello e buono - ma poi tutti dovrebbero attenersi a certe regole.

RNZ: non siamo portati a pensare in generale che le persone che hanno avuto successo nel privato semplicemente sappiano come una società nel suo complesso puo' essere guidata al successo?

Hartmann: questo accadeva molto di piu' in passato. Margaret Thatcher e Ronald Reagan hanno ottenuto una grande accettazione quando negli anni '80 hanno messo in pratica le loro politiche neo-liberiste perché una parte non trascurabile della popolazione apprezzava molto questo tipo di decisori. Ma funziona solo fino a quando le misure vanno a beneficio della popolazione britannica. Nel lungo termine è venuta meno la fiducia nelle politiche neo-liberiste. Ora la sensazione più diffusa è un'altra: le persone di successo fanno sicuramente delle cose di successo - ma soprattutto per se stesse: quando un manager commette degli errori palesi, c'è una buonauscita enorme - il normale lavoratore invece deve pagare per ogni errore.

RNZ: lei vede come un'opportunità per la democrazia il fatto che ci sia una svolta nello spirito del tempo. Nelle ultime elezioni generali tuttavia non sembra che i partiti piu' critici ne abbiano beneficiato in modo particolare.

Hartmann: negli Stati Uniti e nel Regno Unito per quattro decenni abbiamo visto all'opera politiche neoliberiste radicali. Ci sono due generazioni che hanno consosciuto solo questa politica. Ma queste promesse sono state tradite - ed è per questo che il sentimento della maggioranza si è capovolto. In Germania abbiamo una certa insoddisfazione. Ma le persone si guardano intorno e capiscono che nel confronto europeo stiamo andando ancora abbastanza bene. Le cose sono peggiorate molto anche da noi, ma in Spagna, in Italia o nel Regno Unito va molto peggio. Pertanto ci sembra di essere ancora lontani dal momento in cui lo spirito del tempo inizierà a cambiare. Ma in questo momento, con il populismo di destra, per la prima volta abbiamo la sensazione che qualcosa nel sistema dei partiti si stia seriamente muovendo.

RNZ: chi dovrebbe guidare un simile cambiamento politico?

Hartmann: almeno nell'ovest la responsabilità in materia di giustizia sociale è chiara. E questa si trova nele mani della SPD. Se la SPD segnala "facciamo qualcosa", allora il vecchio e deluso elettore socialdemocratico tornerà immediatamente indietro. Questo lo ha dimostrato la "campagna per la candidatura di Schulz". Ma la SPD non è stata in grado di portarla avanti in maniera credibile. Se Schulz avesse proseguito con convinzione il corso iniziale, il volo in alta quota sarebbe durato molto più a lungo.

RNZ: lei guarda con una certa benevolenza al cambio di paradigma dei laburisti nel Regno Unito. La Germania e la SPD sono pronti per un Corbyn?

Hartmann: non al momento. Jeremy Corbyn sotto due diversi punti di vista nasce da condizioni che in Germania non esistono. Uno è il voto a maggioranza. Se cambi qualcosa nel Labour, puoi cambiare le cose in tutto il paese, perché non ci sono pressioni da parte della coalizione. Il secondo: Corbyn è stato sottovalutato dall'intera leadership del partito laburista. Fondamentalmente, era stato creato come un personaggio di cartone. Poi invece ha fatto molto meglio di quanto qualsiasi osservatore si sarebbe aspettato. E ora è saldamente in sella.

RNZ: nessun confronto con la SPD?

Hartmann: nella popolazione osserviamo una simile perdita di fiducia nei confronti della SPD, ma nessuna comparabile perdita di appartenenza. Il Labour sotto Blair e Brown ha perso tre quarti dei suoi tesserati. Alla fine sono rimasti in 160.000. La SPD è ancora vicina a 460.000. Nella base della SPD, tuttavia, c'è ancora una grande voglia di posizioni socio-politiche di sinistra, che viene anche esternata. Poi, invece arrivano gli alti funzionari che illustrano quanto sia stata efficace la politica precedente. Al piano di sotto resta malcontento. Ma non c'è veramente la volontà di sostituire i vertici. L'intero personale dirigente della SPD è più o meno strettamente legato alla politica di Schröder. Scholz. Nahles, Heil. Tutti dovrebbero avere una rottura radicale con il proprio passato. E questo è improbabile che accada.

RNZ: le élite, i partiti, notano anche che il clima sociale sta diventando sempre più difficile. Pensa sia prevedibile in prospettiva un miglioramento?

Hartmann: per i prossimi tre anni, fino alle prossime elezioni federali, sono alquanto scettico. Tuttavia non si puo' mai essere sicuri. Nessuno pensava che fosse possibile il movimento studentesco del 1967/68. Nel 1961 ci fu uno studio ampio e ben fatto sugli studenti tedeschi sull'esempio di Francoforte. Il risultato: il 66 % era apolitico, il 16 % aveva un chiaro potenziale autoritario e il 9 % era chiaramente democratico. Sulla base di ciò non sarebbe stato nemmeno possibile prevedere anche a grandi linee il 1968. Anche ora c'è un'agitazione, un desiderio che qualcosa possa cambiare nella direzione di una maggiore giustizia sociale. Ma non sembra essere organizzato.

RNZ: ultima domanda: che ruolo giocano i media?

Hartmann: per le élite dei media - e sto parlando solo di pochi editori o redattori in capo - le assunzioni nel settore privato avvengono in maniera esclusiva cosi', come accade nel mondo degli affari. Nel settore pubblico la situazione è simile alla politica.

RNZ: la dura critica che fanno i populisti alla stampa è giustificata?

Hartmann: il termine "Lügenpresse" penso sia completamente sbagliato. "Lügenpresse" significa che nei media ci sono persone che mentono deliberatamente. Ma non è questo il punto. Il problema è che i giornalisti percepiscono una realtà filtrata dal loro background sociale e dalla loro posizione. Soprattutto nel giornalismo politico c'è una tendenza che vuole che tutto si svolga negli uffici editoriali centrali di Berlino. Lì ci si muove in cerchi molto ristretti. Questo plasma la percezione. A ciò si aggiunge la pressione economica. Manca il tempo per la ricerca.
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domenica 23 settembre 2018

Thomas Fricke: perché gli economisti tedeschi raccontano cosi' tante stupidaggini?

Un ottimo Thomas Fricke su Der Spiegel fa un parallelo con il caso Maaßen e si chiede perché gli economisti tedeschi che da anni raccontano stupidaggini e non ne azzeccano una non abbiano ancora perso le loro prestigiosissime poltrone, ma anzi continuino ad essere venerati dalla grande stampa. Da Der Spiegel


Certamente possiamo discutere se quanto dichiarato dal nostro povero capo del Verfassungsschutz sia così negativo. La questione del video falso, che evidentemente non era stato falsificato. La dichiarazione non è stata davvero felice, anzi una tesi alquanto traballante. Ad ogni modo, non così azzeccata da meritare una promozione al ruolo di Segretario di Stato.

Maaßen, con una tesi traballante che non può essere dimostrata, sorprendentemente ne è uscito bene. Per molti è fastidioso, ma non è certo un principio nuovo. Almeno nel campo della consulenza in materia di politica economica. Sembra anzi che le cose spesso vadano in questo modo.

Che qualcuno pur avendo delle tesi vacillanti riesca comunque ad uscirne bene, lo abbiamo appreso in un altro ambito: dai nostri economisti. Non importa che i papi dell'economia dominante come Hans-Werner Sinn abbiano già diagnosticato tutto o quasi in maniera erronea o almeno  traballante  - cio' non sembra aver danneggiato in alcun modo i grandi saggi. Almeno non a livello personale. Al contrario

Grazie alla madre di tutte le crisi che sarebbe dovuta arrivare, questi profeti di sventura sono riusciti ad ammansirci, senza che queste crisi poi siano effettivamente arrivate. Ed è per questa ragione che questi economisti non sono stati in grado di anticipare nessuna delle grandi crisi dei decenni passati. O almeno non hanno dato un contribuito significativo per poterle prevenire.

Ovunque assurdità 

Guardando in retrospettiva, una delle principali diagnosi errate dell'economia tedesca tradizionale sono state le grida ai tempi dell'Agenda 2010. A quel tempo la Germania, in quanto nazione esportatrice, sembrava essere minacciata nella sua stessa esistenza perché ormai era diventata troppo cara, e i tedeschi socialmente viziati e soprattutto pigri - questa era la tesi preferita dal maggior profeta di sventura dell'epoca, H. W. Sinn.

A quel tempo in realtà la Germania era ancora campione del mondo dell'export. Le vendite tedesche nel mondo non erano mai aumentate tanto quanto in quegli anni di presunto declino. Un'assurdità grottesca.

Non c'è da meravigliarsi se poco dopo nessun grande economista tedesco ha profetizzato che la Germania, a partire dal 2006, sarebbe entrata in una lunga fase di ripresa. A quel tempo gli economisti alla Sinn per molto tempo provarono a far finta di nulla. Fino a quando poi negli anni successivi non hanno dovuto reinterpretare quel successo economico attribuendolo all'Agenda 2010, senza tuttavia riuscire a prevedere l'arrivo della crisi finanziaria, compresa la successiva crisi dell'euro.

Uno dei delitti ritenuti meno importanti è quello relativo alla fase in cui alcuni cosiddetti "veterani" dell'economia mettevano in guardia, secondo la bellezza e il romanticismo dettati dall'economia di mercato, dal pericolo di un intervento della banca centrale finalizzato alla messa in sicurezza della moneta durante la crisi dell'euro. Che comunque Mario Draghi ha realizzato nell'estate del 2012. Quello che ora, secondo gli allarmi lanciati nel nostro paese, viene interpretato come un salvataggio.

Perché gli studiosi del mercato ci hanno fatto perdere il senno quando in Germania è stato introdotto un salario minimo? Il paese sembrava di nuovo sull'orlo del baratro. Ancora una volta si è rivelato essere un racconto falso. Della crisi del lavoro nessuna traccia. Nel dubbio si puo' dire che il salario minimo abbia persino portato a un aumento dell'occupazione, perché da allora in Germania i lavoratori hanno piu' soldi da spendere. E questo è positivo per l'economia.

D'altra parte non sono certo mancati gli avvertimenti, come del resto è divenuto chiaro negli anni seguenti, in merito al fatto che il tanto amato commercio mondiale, con la sua concorrenza a basso prezzo anche da noi avrebbe generato dei perdenti frustrati. Persone che, come ora dimostrano gli studi, votano per Donald Trump. O AfD. I libri di testo ci dicono che il commercio internazionale a conti fatti è buono per tutti perché ci sono più vincitori che vinti. Peccato che questo non serva a confortare i perdenti.

Per anni gli opinion leader delle corporazioni ci hanno ripetuto che dobbiamo umilmente prepararci al declino demografico. Ora invece si organizzano i vertici per l'emergenza abitativa, perché i profeti di sventura non si aspettavano che il declino demografico in un'economia in costante crescita non è così rapido, e che quando l'economia va bene sorprendentemente ci sono più nascite e più persone in arrivo dall'estero.

In realtà in questi giorni non stiamo assistendo a quei drammi per i quali eravamo stati messi in guardia dai nostri economisti - né alla carenza di alloggi, né al divario di ricchezza, né all'insofferenza della classe media, né al protezionismo come risultato di importanti fratture economico-sociali.

La critica alle eccedenze commerciali tedesche è una cospirazione globale?

Ora si potrebbe pensare che proprio in questi tempi di ricambio, i  profeti al vertice avrebbero dovuto essere sostituiti da persone che potrebbero non essersi sbagliate così spesso, oppure essere più disposte ad imparare.

Non proprio.

- Hans-Werner Sinn nonostante tutte le diagnosi sbagliate è rimasto al vertice dell'Ifo fino al suo pensionamento per ragioni di età -  e due anni e mezzo dopo resta ancora il secondo più importante economista del paese, come scrive ad esempio la "Frankfurter Allgemeine".

- Christoph M. Schmidt, il capo dei gloriosi saggi economici, da quasi dieci anni ricopre la sua posizione all'interno del consiglio degli esperti economici - apparentemente senza alcun dubbio sul suo operato. Nel Consiglio dei Saggi, anche se non sono riusciti a comprendere la crisi del secolo, non è piu' stato chiamato nessuno che si sia fatto notare per aver criticato i vecchi dogmi sul mercato.

- Il successore di Sinn all'Ifo, Clemens Fuest, assomiglia ad una versione light di Sinn.

- E quando in palio ci sono delle nuove posizioni da consigliere per la politica, come è stato di recente con la poltrona di presidente presso il Kieler Institut für Weltwirtschaf, sembra che si voglia fare di tutto per dare il via a qualcosa di  nuovo. Ma il nuovo, Gabriel Felbermayr, arriva dall'Ifo - ooh! - e ha già dichiarato che considera le critiche mondiali alle eccedenze commerciali tedesche come una cospirazione globale nei nostri confronti.

"Non si può negare che il modello economico britannico è ingiusto"

Le cose possono andare anche diversamente. Due settimane fa nel Regno Unito ha fatto scalpore un piano in dieci punti redatto da una commissione i cui rappresentanti di spicco appartengono a diversi gruppi sociali, dagli accademici ai dirigenti aziendali, fino ad un arcivescovo; piano con il quale hanno lanciato una campagna per una "nuova economia". L'obiettivo: allontanarsi dalla dottrina Thatcher. "Che il modello economico britannico sia profondamente iniquo, fino a poco tempo fa era considerata una posizione radicale, oggi è indiscutibile", ha scritto il Guardian.

In Germania invece i principali economisti dubitano ancora che in questo paese ci sia ingiustizia sociale - o del fatto che la gente possa essere insoddisfatta.

Tali diagnosi cosi' errate potenzialmente possono fare molti danni. I lamenti per il declino delle esportazioni degli anni 2000 hanno contribuito in larga misura al fatto che la politica economica tedesca ha speso tutto il tempo nel cercare di costruire la nostra prosperità fondandola sul commercio estero. Oggi la nostra economia dipende troppo dalle esportazioni - e ora c'è un presidente degli Stati Uniti che contrattacca con i dazi doganali.

La resistenza nei confronti degli aiuti finanziari durante crisi dell'euro, fondata sulla fiducia nel mercato, probabilmente ha contribuito ad aggravare la spirale del panico. E senza le preoccupazioni tipiche dei vecchi dogmi economici, in Germania avrebbe potuto esserci un salario minimo molto prima, e quindi meno cittadini arrabbiati che nel loro lavoro si sentono sfruttati.

La prossima crisi arriverà sicuramente. Al momento, nulla lascia presagire che i profeti di sventura questa volta faranno una figura migliore. Soffriamo del principio di Maassen.

È arrivato il tempo dei nuovi pensatori. Ce ne sono abbastanza.

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