domenica 7 maggio 2017

Governerà alla tedesca?

Telepolis racconta la speranza delle élite tedesche di avere un Presidente francese che finalmente possa governare alla tedesca. Fra i grandi sostenitori di Macron in Germania ovviamente non poteva mancare Daniel Cohn-Bendit, ex leader della sinistra radicale, attualmente al servizio degli interessi delle élite tedesche. Da Telepolis


Formalmente il ballottaggio si tiene solo il 7 maggio. Ma per gli osservatori internazionali le elezioni ci sono già state e ora tutti si chiedono se Macron sarà in grado di applicare le assurdità richieste dalla Germania in materia di politica del lavoro. 

"Cosi' bravo come presidente", era il titolo del "Journal Internationale Politik und Gesellschaft", accanto ad un ritratto di Emmanuel Macron, che non a caso sembrava una riedizione giovanile di Sarkozy.

Alla IPG (Internationale Politik und Gesellschaft) non si discute piu' se Macron vincerà o meno il secondo turno contro Le Pen, ormai ci si chiede solo se il nuovo arrivato, senza partiti alleati, nelle elezioni parlamentari riuscirà ad avere una maggioranza in Parlamento. I consiglieri politici sono preoccupati di cosa potrebbe accadere se Macron dovesse governare senza una propria maggioranza:

"Se dovesse mancargli una propria maggioranza parlamentare, ci sarebbero allora 3 opzioni. Primo, uno dei grandi partiti politici potrebbe avviare una coalizione con Macron. Sarebbe una novità per la politica francese, sin dalla fondazione della Quinta Repubblica da parte di Charles de Gaulle. In secondo luogo sarebbe possibile un sostegno alla sua politica senza un accordo di coalizione formale e terzo, come eccezione, la già sperimentata coabitazione, nella quale il Presidente governa con un Primo Ministro sostenuto dai partiti di opposizione. "

Il mito dei partiti inconciliabili in Francia

In questi giorni si è parlato molto della presunta peculiarità francese, e del fatto che non ci sarebbero accordi possibili fra i partiti francesi. Diversi commentatori elettorali non si sono fatti mancare la vuota metafora della Rivoluzione Francese, a cui Macron di fatto dovrebbe dare avvio.

Non sorprende che anche la conservatrice Konrad-Adenauer-Stiftung (KAS) abbia fatto ricorso a questa formulazione. Cio' che qui viene rivenduto come Rivoluzione Francese è esattamente l'opposto: la Rivoluzione Francese è stata primo di tutto la rivolta del terzo stato, l'emergere di una classe borghese, esattamente l'opposto della piccola mentalità reazionaria prussiana, che in Germania invece si stava facendo largo.

Ogni volta che dei cittadini consapevoli scendono in strada, si torna a parlare della Rivoluzione Francese. Un concetto che dovrebbe significare non aver paura dell'autorità, né in fabbrica, né in ufficio oppure nella società in generale. Quello che invece Macron dovrebbe fare, secondo la KAS, la Bild-Zeitung e compagnia, è proprio lo smantellamento di questa immagine della Rivoluzione Francese.

Dovrebbe finalmente realizzare le riforme nell'interesse dell'economia tedesco-europea, quelle stesse riforme che Hollande e i suoi predecessori non erano riusciti a mettere in pratica. Chi preferisce sottolineare che Macron non appartiene a nessuna delle tradizionali famiglie politiche, allora molto probabilmente si auspica che per lui i tradizionali think-tank del pensiero liberale possano avere piu' rilevanza di quanto potrebbe accadere con un presidente che ha bisogno di ottenere il consenso del suo stesso partito.

Anche il fatto che i partiti in Francia avrebbero un ruolo inconciliabile con gli interessi del capitale, diversamente da quanto accade in Germania, deve essere considerato un mito. Anche in Francia, infatti, dopo le elezioni, Hollande ha continuato ad applicare la politica che fino ad allora era stata portata avanti da Sarkozy e dai conservatori. Tutte le premesse di Hollande di rendere l'UE piu' sociale, sono state disattese.

Non ha cercato di combattere l'austerità tedesca alleandosi con i paesi della periferia europea. Quello che ancora di piu' ci si aspetta da Macron è che governi in nome del liberalismo economico e soprattutto combatta, sia nelle strade che nelle aziende, anche in maniera repressiva, la resistenza opposta dai sindacati di base.

Cohn Bendit e gli interessi dell'Europa tedesca

Fra i sostenitori di Macron della prima ora c'è anche il Verde Daniel Cohn-Bendit, un politico di lungo corso che è riuscito a mantenere su di sé l'aurea della ribellione del 1968. Anche allora si trattava piu' che altro di un mito. Cohn-Bendit è passato rapidamente alla nuova sinistra, trasformando il suo radicalismo anti-stalinista di sinistra in un grande amore per l'occidente.

Ben presto l'occidente si è trasformato nell'UE. E da un paio di decenni Cohn-Bendit puo' essere considerato, nella sua splendida veste verde, come un propagandista degli interessi imperialisti tedeschi. E' accaduto anche martedì sera alla Schaubühne di Berlino dove Cohn-Bendit, insieme a numerosi giornalisti franco-tedeschi, ha discusso delle elezioni francesi e delle loro possibili conseguenze.

La discussione si è sviluppata essenzialmente intorno a Cohn-Bendit, il quale con un discorso altamente emozionale ha spiegato ai presenti perché non avrebbe mai potuto sostenere il candidato della sinistra Jean-Luc Mélenchon.

Dal punto di vista contenutistico tuttavia non è stato molto facile spiegarlo. Alla fine la sinistra francese aveva anche un programma ecologista e si era schierata per un'uscita dal nucleare. Ma secondo Cohn-Bendit, sui temi di politica estera, Mélenchon ha scelto la parte sbagliata: vale a dire quella che si oppone all'Europa tedesca. Anche nel conflitto fra Cina e Tibet, secondo Cohn-Bendit,  Mélenchon non si sarebbe schierato dalla parte dell'opposizione tibetana, come invece aveva fatto lui da tempo.

Ma a mettere in agitazione Cohn-Bendit è stato il fatto che Mélenchon nel conflitto in Kosovo sin dall'inizio non ha considerato come illegittima la parte serba e che sempre secondo Mélenchon nel conflitto in Ucraina il cattivo non poteva essere solo Putin. Questo è bastato per far dire a Cohn-Bendit che nemmeno da morto avrebbe potuto sostenere "Melenchon il rosso".

Indipendentemente dal modo in cui si valutano i singoli conflitti, è sorprendente che Cohn-Bendit non abbia alcun problema nel trovarsi alleato con le destre dell'Ucraina o con gli islamisti siriani. Ancora piu' importante, dalla Serbia, al Tibet fino all'Ucraina, Cohn-Bendit sostiene le stesse forze che dal 1945 sono state alleate della Germania, e che ancora oggi lo sono. 

Che fra i misfatti di Mélenchon, Cohn-Bendit consideri anche le richieste fatte a Merkel, cio' dovrebbe lasciare davvero senza parole: la Bild Zeitung si complimenta, riferendosi ad un uomo che da giovane era saltato sul carro della sinistra radicale ma che poi è diventato un pastore tedesco.

Un certo risentimento fra Cohn-Bendit e i suoi ascoltatori lo ha causto l'intervento del regista Thomas Ostermeier, che ha avuto il coraggio di esprimere un'opinione diversa da quella di Cohn Bendit, culminata con la domanda: perchè i precari francesi dovrebbero votare il candidato Macron, che ora vorrebbe compiacere la maggioranza dei francesi con quelle stesse imposizioni che in Germania sono note come Hartz IV?.

Cohn Bendit e gli altri giornalisti non si sono stancati di riferire della grande attenzione con cui i media conservatori hanno seguito l'implementazione di queste misure e del fatto che le élite francesi su questo tema possono apprendere molto dalla Germania. Almeno un ascoltatore ha provato a confutare la bugia secondo la quale in Germania all'epoca non ci furono proteste contro le misure Hartz IV. Le proteste di massa durarono piu' di un mese e da questi movimenti, in maniera indiretta, è nata poi la Linke tedesca. Cohn Bendit e gli ossequiosi giornalisti probabilmente non lo sanno.

sabato 6 maggio 2017

Il francese piu' amato dai tedeschi

Prosegue l'interventismo tedesco nella campagna elettorale francese, la stampa mainstream e la politica tedesca sostengono apertamente Macron. German Foreign Policy propone un'analisi molto interessante. Da german-foreign-policy.com



Secondo il modello tedesco 

Emannuel Macron in Francia - a ragione - è considerato un sostenitore della politica di austerità tedesca. E cio' non è riconducibile solo al suo passato da investment banker ma anche al fatto che nel periodo in cui ha ricoperto la carica di Ministro dell'Economia sotto Hollande (dall'agosto 2014 fino all'agosto 2016) ha sempre assecondato le richieste tedesche. Il suo predecessore Arnaud Montebourg si era opposto apertamente  ai diktat di risparmio tedeschi e nel 2014, in un'intervista rilasciata ad un giornale francese dichiarava: "Parigi non deve necessariamente farsi piacere ogni richiesta: se ci pieghiamo all'ortodossia delle destre tedesche, allora significa...che i francesi, anche quando votano per la sinistra francese" - Montebourg si riferiva al governo quidato dal partito socialista -, "in realtà stanno votando per l'applicazione del programma della destra tedesca". E' arrivato il momento "di alzare il tono della discussione" [4]. Poco dopo Montebourg si dimise, Macron prese il suo posto al ministero - ed inizio' ad elaborare una legge sul lavoro secondo il modello tedesco. La riforma ("legge Macron"), passata in Parlamento solo grazie a un voto di fiducia, per settimane ha causato massicce proteste in tutta la Francia. [5] Il candidato alla presidenza ancora oggi viene identificato con una legge sul lavoro chiaramente orientata verso gli interessi tedeschi.


Ho fiducia nella Germania

Il risultato finale è che oggi Macron gode di grande popolarità in Germania. Il governo tedesco fin dalla campagna elettorale per il primo turno si è apertamente schierato a suo favore. Il Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble si esprimeva letteralmente cosi': "probabilmente voterei per Macron" [6]. Macron ha la simpatia dei media mainstream tedeschi; recentemente è arrivato un apprezzamento sul suo conto anche dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung: "non ha fatto campagna elettorale a favore di una prova di forza tra Francia e Germania, a differenza di Hollande", ha invece "promesso una ripartenza". [7] Berlino ha continuato ad intervenire apertamente nella campagna elettorale francese, anche prima del ballottaggio. Cosi' il Sottosegretario al Ministero degli Esteri Michael Roth (SPD), subito dopo il primo turno, avvertiva che il candidato Macron in nessun modo doveva essere percepito come il candidato tedesco, perché questo avrebbe potuto danneggiarlo [8]. Tuttavia la Cancelliera Angela Merkel ha chiaramente esplicitato la sua preferenza e mercoledì si è espressa in questo modo: "il suo successo sarebbe un segnale positivo per il centro politico, che anche qui in Germania ci auguriamo possa restare forte" [9]. "La Germania voterebbe Macron" titolavano i media tedeschi suggerendo che secondo i sondaggi, in Germania, il candidato di "En Marche" avrebbe il 72.8% delle preferenze e un grande vantaggio nei confronti di Marine Le Pen, che otterrebbe solo il 19.5%, un vantaggio molto più' ampio rispetto ai dati francesi. Macron già in gennaio aveva dichiarato: "io voglio piu' Europa, e la voglio con la Germania. Ho fiducia nella Germania" [10].

Cresce l'insoddisfazione

Le cose vanno diversamente in Francia. Sicuramente nei sondaggi Macron è davanti, perché la riluttanza a votare un politico dell'estrema destra è ancora molto forte. Tuttavia il suo vantaggio copre una sempre crescente insoddisfazione nei confronti dell'egemonia tedesca nell'UE. "I francesi che non beneficiano della globalizzazione, i perdenti della globalizzazione, non vedono nell'Europa di oggi nessuna utilità, ma piuttosto la vera ragione del declino nazionale", rifersce Hans Stark, professore di Scienze Politiche alla Sorbona, esperto di relazioni franco-tedesche [11]. "In Francia nel frattempo si fa sempre piu' forte la critica al modo in cui la politica economica europea viene gestita", e la critica riguarda "prima di tutto le politiche di austerità". "La Francia non riesce a venirne a capo - da quasi 40 anni", constata Stark. Il paese "è sempre stato costretto a fare austerità a causa di pressioni esterne, soprattutto dalla Germania", sebbene cio' sia in netto contrasto con le sue tradizioni di politica economica; "di fatto sta soffrendo per le politiche europee, politiche dettate in primo luogo dalla Germania". La "critica alla Germania" si fa sempre piu' forte: "io credo che questa critica sia condivisa da almeno due terzi dei francesi, se non di piu'".

Superare le inibizioni

Gli osservatori mettono in guardia: un presidente Macron troppo docile nei confronti della Germania approfondirebbe ulteriormente le divisioni della Francia e questo potrebbe aiutare il Front National (FN) di Marine le Pen ad ottenere la maggioranza alle prossime elezioni presidenziali. Il grande sociologo francese Didier Eribon scrive che se Macron dovesse portare all'estremo la sottomissione della Francia alla politica dell'austerità tedesca, è possibile che le inibizioni ancora esistenti nei confronti di un voto all'estrema destra in futuro possano scomparire. Eribon, in riferimento al presunto successo del grande favorito tedesco Macron e considerando i 5 anni che ci separano dalle prossime elezioni presidenziali ha fatto una profezia: "chi vota per Macron, vota Le Pen" [12].


[4] S. dazu Unter der deutschen Rute (II).
[5] S. dazu Der Preis der Deregulierung.
[6] S. dazu Frankreichs Wahl.
[7] Michaela Wiegel: Das Frankreich, das wir verdienen. Frankfurter Allgemeine Zeitung 25.04.2017.
[8] Merkel will Macron als Partner. www.spiegel.de 28.04.2017.
[9] Catharina Felke: Deutschland würde Macron wählen. www.zeit.de 04.05.2017.
[10] Christoph Hasselbach: Macron - oder die Sintflut. www.dw.com 05.05.2017.
[11] Leila Al-Serori: "Macron will nicht als Marionette Deutschlands dastehen". www.sueddeutsche.de 04.05.2017.
[12] Didier Eribon: "Wer Macron wählt, wählt Le Pen". www.sueddeutsche.de 20.04.2017.
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giovedì 4 maggio 2017

Potente e impenetrabile

Ottima traduzione appena ricevuta da Claudio, che pubblichiamo molto volentieri. Chi controlla la BCE? Quali sono i confini fra politica monetaria e politica economica? Il blocco della liquidità di emergenza per le banche greche nell'estate del 2015 era in linea con il mandato della banca centrale? La Frankfurter Rundschau dedica un articolo alla battaglia per avere accesso ai documenti della BCE portata avanti dall'eurodeputato della Linke Fabio De Masi. Dalla Frankfurter Rundschau



Il potere della Banca Centrale Europea è cresciuto enormemente negli ultimi anni. Ma chi sorveglia veramente i controllori della Frankfurter Tower?

Se è vero che la mancanza di trasparenza è all'origine di tanti vizi, dobbiamo forse pensare che la Banca Centrale Europea (BCE) stia procedendo su un sentiero scosceso? Le critiche nei suoi confronti sembrano destinate a crescere quantomeno nella stessa misura del potere che esercita. Le reprimende provengono da molteplici direzioni: la Corte dei Conti Europea lamenta il fatto che la BCE non fornirebbe i documenti necessari per una verifica. L'organizzazione non governativa Transparency International (TI) reclama una sorveglianza più stretta nei confronti della BCE. Le varie Sinistre invece la ritengono responsabile dell'acuirsi della crisi debitoria greca.

Era l'estate del 2015 quando un intero popolo fu tagliato fuori dall'approvvigionamento monetario. Migliaia di greci si ritrovarono in fila davanti alle banche reclamando i propri risparmi. In quell'occasione non solo furono imposti dei limiti per i prelievi agli sportelli, ma furono anche decretati alcuni “giorni festivi” speciali per le banche in modo da far fronte all'assalto dei correntisti. Ancor più grave fu la decisione del Consiglio della BCE del 28 giugno 2015: alla Banca Centrale Greca fu negata la possibilità di aumentare il proprio livello di liquidità di emergenza (ELA). In questo modo le banche greche restavano di fatto all'asciutto. Infatti nel febbraio del 2015 l'organo decisionale superiore della BCE aveva revocato il waiver, ossia la possibilità per le banche greche di vedersi garantiti i propri titoli di Stato dalla BCE stessa. A quel punto alla Banca Centrale Greca non restava altra possibilità che ricorrere a prestiti di emergenza, una forma di liquidità particolarmente gravosa, il cui volume – inoltre – non può essere ulteriormente ampliato. In precedenza il Consiglio della BCE aveva decretato che le obbligazioni bancarie greche coperte dalla garanzia statale non potessero essere più contabilizzate come depositi.

Inizialmente la BCE si era avvalsa di pareri giuridici esterni. Yannis Varoufakis, in quel momento Ministro delle Finanze greco, e Fabio De Masi, eurodeputato della Linke, ora si chiedono: c'è stato un conflitto di interessi? La decisione della BCE può essere considerata legale e in linea con gli obiettivi del suo mandato? Forse lo stesso Mario Draghi non si sentiva così sicuro e richiese pertanto dei pareri legali indipendenti? Dopo tutto la BCE non rappresenta soltanto la Banca Centrale Greca bensì fa anche parte, assieme al Fondo Monetario Internazionale e all'Unione Europea, della Troika che stipulò con la Grecia un programma di prestiti e che, in seguito all'allargamento di quest'ultimo al Meccanismo di Stabilità Europea, prese il nome di Quadriga. 

La disputa sui pareri legali va avanti già da diversi anni ma ora potrebbe surriscaldarsi ancor di più: sembrerebbe che lo staff di De Masi voglia presentare una cosiddetta “petizione per la libertà d'informazione”. In caso di rifiuto verrebbe inoltrata al Direttorio della BCE una seconda richiesta di accesso alla documentazione in loro possesso; in caso di un ulteriore giudizio negativo ci si rivolgerebbe alla Corte di Giustizia Europea.

Dopo alcune indicazioni De Masi è venuto a conoscenza dell'esistenza di questi pareri legali solamente all'inizio del 2015, in occasione di un discorso a quattr'occhi con Yves Mersch, membro del Direttorio della BCE. Questi, nell'ottobre 2014, durante un viaggio con la Commissione a cui aveva preso parte, aveva lasciato intendere che la BCE avrebbe chiuso i rubinetti alle banche greche qualora il partito di sinistra Syriza fosse andato al potere – così riferisce De Masi. È documentato che nel settembre del 2015, durante un colloquio di politica monetaria avvenuto a Bruxelles, De Masi pose la questione dei pareri legali direttamente a Draghi. Secondo quanto riportato dal verbale la risposta di Draghi fu: “Non sono sicuro se possediamo un parere legale circa la bocciatura delle obbligazioni greche”. Alcuni giorni dopo una richiesta parlamentare scritta di De Masi risalente a luglio 2015 e riguardante l'accesso a questi pareri legali fu respinta da Draghi. Nella lettera è scritto che “la BCE non ha intenzione di pubblicare i pareri legali riguardanti la separazione tra politica monetaria e politica economica” cui De Masi fa riferimento. Inoltre veniva tirato in causa il principio di riservatezza della consulenza legale.

In seguito a ciò la coalizione Sinistra Unitaria Europea – Sinistra Verde Nordica del Parlamento Europeo ha incaricato l'esperto di problemi giuridici Andreas-Fischer Lescano di esaminare le possibilità per un'azione di rivendicazione dei documenti. Nel settembre del 2016  Andreas-Fischer Lescano è giunto alla conclusione che in riferimento ai pareri giuridici relativi alle decisioni del Consiglio della BCE del 4 febbraio 2015 e del 28 giugno 2015 di non accettare più i titoli di stato greci come depositi e di bloccare la liquidità di emergenza (ELA) ad un determinato livello “sussista un interesse pubblico predominante in favore della loro pubblicazione”. Il segreto professionale, inoltre, varrebbe solo per lo studio legale e non per la BCE.

All'inizio di quest'anno Varoufakis e De Masi hanno iniziato una “campagna per la libertà d'informazione”, che annovera tra i vari sostenitori Gustav Horn, direttore dell'Istituto di macroeconomia e ricerca economica della fondazione Hans-Böckler vicina al sindacato, e la socialdemocratica Gesine Schwan. Il movimento DiEM25 (Democracy in Europe Movement 2025), di cui Varoufakis è cofondatore, ha inoltre promosso una petizione pubblica su Change.org, che è stata già sottoscritta da più di 26000 persone. Prima di Pasqua a Bruxelles, De Masi ha richiesto al vice-presidente della BCE Vitor Constancio di poter esaminare i pareri legali, vedendosi però negata tale possibilità a causa della riservatezza legale, come già avvenuto con Draghi. Constancio si trovava alla presentazione del rapporto annuale della BCE davanti alla Commissione competente del Parlamento Europeo. 

Il fatto che la BCE impedisca l'accesso ai pareri legali con lo scopo di occultare una valutazione critica sul piano giuridico della sua decisione è una possibilità ma non è l'unica spiegazione plausibile. La BCE ha affermato alla Frankfurter Rundschau che pareri legali indipendenti non rappresentano certo la regola, però in “circostanze complesse” sono stati già occasionalmente richiesti senza essere in seguito pubblicati. Per ciò che riguarda il controverso innalzamento del waiver la BCE si appellò già all'epoca alle regole del sistema Euro: se una Paese desidera giovare di un regime speciale deve necessariamente concordare un programma di aiuti economici con l'obbligo di attenersi alle conseguenti prescrizioni – questo è quanto precisò Draghi durante il colloquio di politica monetaria del 2015.   

D'altronde la BCE rivendica anche la propria indipendenza: secondo quanto previsto dai trattati europei è tenuta a rendere conto innanzitutto al Parlamento Europeo in qualità di rappresentante dei cittadini europei. Inoltre deve tenere regolarmente informato il Consiglio Europeo in cui sono presenti i governi dei vari Paesi membri. Il suo obiettivo prioritario è quello di garantire la stabilità dei prezzi. 

Critiche rivolte alla BCE di oltrepassare il proprio mandato non sono nuove. L'Outright Monetary Transactions della BCE – l'acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario – e' già' finito in tribunale. Sulla domanda se ciò “debba ancora essere considerata politica monetaria o se invece rappresenti già politica economica” - quest'ultima è infatti prerogativa esclusiva dei Paesi membri – si è espressa l'anno scorso la Corte di Giustizia Europea (in sintonia con Karlsruhe): la BCE può ma entro certi limiti.

“La BCE si è già da tempo spinta nell'ambito politico” afferma tuttavia Leo Hoffmann-Axthelm che coordina il lavoro di Transparency International sull'Eurozona. Il suo team ha analizzato l'indipendenza e l'obbligo di rendiconto della BCE. La Banca Centrale ha sfruttato la crisi debitoria per ampliare il proprio potere. Ciò è stato possibile solo grazie al “vuoto politico” presente. Sarebbe opportuno ridurre il ruolo della BCE all'interno della Quadriga a mero livello consultivo. Inoltre sarebbe il caso di istituire una sorveglianza bancaria separata.

Da novembre 2014 è ingente il numero degli istituti di credito finiti sotto la sorveglianza della BCE e in futuro saranno sempre meno quelli controllati dalle rispettive istituzioni nazionali. Da allora i compiti di revisione riguardanti le attività di sorveglianza bancaria della BCE sono stati trasferiti dalla Corte dei Conti Tedesca alla Corte dei Conti Europea. Da ciò deriverebbe una “lacuna nelle verifiche” a cui sarebbe necessario porre rimedio, scrive la Corte dei Conti Tedesca a Gesine Lötzsch, presidente della commissione per il bilancio nel Parlamento tedesco. La Corte dei Conti Europea afferma che la BCE si rifiuterebbe di fornire una serie di documenti di cui la Corte dei Conti avrebbe bisogno per svolgere correttamente il proprio lavoro. 

“Le richieste della Corte dei Conti sono più che legittime. Se la BCE non permette di esaminare la propria scatola nera per ciò che riguarda la sua funzione di vigilanza bancaria, ciò deve essere disciplinato in modo inequivocabile. Una carente sorveglianza bancaria è già costata parecchio denaro ai contribuenti europei” ha detto Gesine Lötzsch di Linke. La questione non riguarda soltanto dove cessa l'indipendenza e dove comincia la trasparenza bensì anche chi in fin dei conti controlla i controllori – e magari anche se qualcuno compie degli intrallazzi alle spalle dei contribuenti.

Vanno infine ricordate le intercettazioni del 2008, pubblicate in prima pagina dalla BBC ad inizio aprile. Queste registrazioni inducono a pensare che le banche private non siano state le sole ad essere implicate nelle manipolazioni dei tassi di riferimento Libor protrattesi per diversi anni. “Abbiamo ricevuto forti pressioni da parte del governo britannico e della Bank of England al fine di tenere bassi i nostri tassi Libor” rivela nelle intercettazioni un manager della Barclays ad un trader.


lunedì 1 maggio 2017

Anche i sindacati tedeschi a favore di una riduzione degli avanzi commerciali con l'estero

Post a tema sindacale per il primo Maggio: la potente confederazione dei sindacati tedeschi DGB si schiera contro il governo e a favore di una riduzione degli avanzi commerciali con l'estero. Direttamente dal sito della DGB.


Ridurre gli avanzi con l'estero

Wolfgang Schäuble si sta inimicando il mondo intero. Dal FMI al candidato alla presidenza francese Macron, dalla Commissione Europea fino al presidente americano Trump: tutti chiedono un riequilibrio delle partite correnti tedesche. Tuttavia il governo federale - soprattutto il Ministro delle Finanze Schäuble - non vuole cedere. Non ci sono "misure ragionevoli che possano ridurre gli avanzi delle partite correnti tedesche", cosi' secondo Schäuble. Tutt'al piu' sono gli altri a dover fare qualcosa: se la BCE aumentasse i tassi e facesse salire il corso dell'Euro, l'avanzo tedesco scenderebbe da solo, fa capire il Ministro delle Finanze. Ignorare e restare fermi - questa è la strategia tedesca per affrontare gli squilibri, ed è molto pericolosa.

Stabilizzare l'economia

Prima di tutto gli avanzi con l'estero sono un problema per la stabilità dell'economia globale. Nel 2016 hanno raggiunto il valore record di 261 miliardi di Euro e da diversi anni sono sopra il 6% del PIL. Questo limite - di per sé già molto elevato - è stato fissato dall'UE come soglia di accettabilità. Alla fine vale sempre il solito principio: quando un paese importa meno di quanto esporta, ci sarà sempre un altro paese costretto ad importare piu' di quanto esporta, e quindi a consumare piu' di quanto produce. Questo gruppo di paesi pertanto è inevitabilmente costretto ad indebitarsi - una situazione che non è affatto stabile. All'interno degli stati questi problemi vengono risolti attraverso i trasferimenti - come ad esempio accade in Germania con i trasferimenti dai Bundeslaender piu' forti a quelli piu' deboli. Di questi trasferimenti a livello europeo il Ministro delle Finanze Schäuble naturalmente non vuole saperne. 

La Germania deve agire

In secondo luogo anche per la Germania non fare nulla è molto pericoloso. Perché c'è il rischio che siano gli altri a prendere l'iniziativa. Il presidente americano Trump in piu' occasioni  ha annunciato misure protezionistiche e dazi per le imprese tedesche. Se l'export tedesco dovesse essere fermato in questo modo, ci sarebbero conseguenze molto gravi per la Germania. Su una cosa Schäuble ha tuttavia ragione: la forza dell'export tedesco è dovuta alla qualità dei beni prodotti e alla domanda di questi beni che proviene dall'estero. Sarebbe perciò' assurdo voler ridurre il valore nominale delle esportazioni.


Rafforzare il potere d'acquisto, sostenere le importazioni

All'interno di questo quadro, il governo tedesco puo' e deve agire: puo' ridurre le dimensioni del settore a basso salario, promuovere la contrattazione collettiva e contribuire affinché i lavoratori nel nostro paese abbiano piu' denaro da spendere per poter acquistare prodotti esteri. Questo aiuterebbe le importazioni e spingerebbe le imprese ad investire in un mercato interno in crescita. Inoltre lo stato stesso puo' investire - nelle scuole, nelle infrastrutture e in molto altro. Gli investimenti privati e pubblici spingerebbero le importazioni e contribuirebbero alla riduzione degli avanzi con l'estero. Una tale strategia attiva avrebbe inoltre il merito di influire positivamente sulla qualità della vita in Germania. Sarebbe chiaramente molto piu' ragionevole, perché se continuiamo ad aspettare, a ridurre l'export tedesco ci penseranno una rivalutazione dell'Euro oppure le barriere doganali degli Stati Uniti.

domenica 30 aprile 2017

La solitudine dei primi della Klasse

Il governo tedesco continua a difendere con ogni mezzo gli avanzi commerciali con l'estero e su questo tema non intende mollare, ma è sempre piu' isolato, in Europa e nel mondo. Un'analisi molto interessante basata sui dati arriva da Querschusse.de


Anche nel 2017 è riemersa una discussione assurda: gli avanzi tedeschi con l'estero sono buoni oppure cattivi, e lo stato può' intervenire per gestirli e guidarli? Secondo il Ministro Schäuble, come al solito, è tutto molto chiaro: "Non ci sono misure ragionevoli che possano ridurre il surplus delle partite correnti tedesco e non abbiamo bisogno di adottare misure di politica economica per raggiungere questo obiettivo". I difensori degli avanzi commerciali esteri tedeschi che sulla scena internazionale continuano a difendere questa posizione sono alquanto isolati. Perché la realtà delle logiche economiche e i dati mostrano chiaramente il contrario!


Sviluppo del saldo delle partite correnti tedesche dal 1950. Nel 2016 il saldo ha raggiunto 261.309 miliardi di Euro, vale a dire l'8.3% del PIL nominale 

Il saldo delle partite correnti, insieme al conto capitale, è una parte fondamentale della bilancia dei pagamenti. La bilancia delle partite correnti riflette il saldo commerciale, la bilancia dei servizi, il conto dei redditi e i trasferimenti correnti con l'estero.


Lo sviluppo del saldo cumulativo su base mensile delle partite correnti tedesche dal gennaio 1956. Fino a febbraio 2017 si è accumulato un avanzo di conto corrente cumulativo di 2.451 miliardi di Euro! La tabella mostra chiaramente come questo squilibrio sia rapidamente cresciuto dopo il 2002 (+ 2.336 miliardi di Euro).

L'aggeggiamento di Schäuble e del governo federale, dei loro consulenti e dei partiti di governo è sempre lo stesso: i prodotti tedeschi sono molto richiesti, è questa la causa dell'avanzo commerciale tedesco. Sicuramente non è del tutto sbagliato ma è troppo sbrigativo. Un aumento dei salari causerebbe infatti anche un innalzamento dei prezzi dei prodotti tedeschi e in questo modo finirebbe per ridurne la competitività.

Per lo sviluppo della domanda interna i salari sono naturalmente importanti e su questo tema, attraverso una riforma fiscale ed una riduzione della pressione fiscale, lo stato potrebbe dare un contributo alla crescita dei salari netti reali. Da tempo ormai non sono piu' collegati alla crescita del PIL reale:


Lo sviluppo del PIL reale (blu) e dei salari netti reali (aggiustati per i prezzi)

In questo caso è evidente che la politica, i sindacati e la contrattazione collettiva hanno agito nell'interesse degli esportatori e dei grandi gruppi industriali. La partecipazione dei lavoratori è troppo bassa, cio' indebolisce la domanda interna e quindi l'import, a causa di cio' il costo del lavoro per unità di prodotto e i conseguenti prezzi all'esportazione restano relativamente bassi. Il risultato: grazie ad un Euro che per la Germania resta estremamente sottovalutato, metà del mondo viene invaso dalle esportazioni tedesche.

Comunque si voglia approcciare il tema, il quadro resta invariato:


Sviluppo della produttività del lavoro (rosso) e dell'indice dei salari reali (blu).

Lo stesso vale per gli investimenti, che sicuramente crescono, ma se consideriamo le condizioni di migliaia di ponti, di molti chilometri di rotaie e strade, delle scuole pubbliche e degli edifici pubblici è evidente che gli ammortamenti sono superiori agli investimenti lordi. Per questo il contributo alla riduzione degli avanzi con l'estero è sempre troppo basso ed insufficiente per favorire una maggiore domanda interna.


Lo sviluppo degli investimenti netti dello stato in miliardi di Euro dal 1960 al 2016.

Situazione simile se si guarda agli investimenti netti totali (pubblico piu' privato), aggiustati per i fattori di prezzo:


Sviluppo degli investimenti netti nell'intera economia dal 1960 al 2016 in miliardi di Euro.

Considerando la produttività dell'economia tedesca, il livello dei salari e delle pensioni è in media ancora troppo basso, fatto che implicitamente comprime il patrimonio netto mediano delle famiglie, rispetto agli altri paesi. Considerando un livello di investimenti dello stato troppo basso (pareggio di bilancio) e i pochi investimenti privati, aggiungendo l'elevata produttività dell'industria ed un Euro troppo debole per l'economica tedesca, è chiaro che per la Germania si vengono a creare giganteschi avanzi commerciali. La Germania vince e mette in grande difficoltà i partner della zona Euro, perché gli squilibri pesano e insieme all'export netto si esportano anche la disoccupazione e la mancanza di futuro per milioni di sud-europei nell'Eurozona. 

Esemplare il confronto fra lo sviluppo delle attività manifatturiere in Germania e in Italia:


I giganteschi avanzi commerciali tedeschi con l'estero e gli squilibri nel commercio estero mondiale non solo sono un pericolo per l'Eurozona, ma contribuiscono ad un crescente indebitamento di altre economie (prima di tutto UK e USA), e alla fine il flusso continuo di capitali genera gravi crisi finanziarie in cui una parte delle attività tedesche sull'estero, causate dalle eccedenze croniche, finiranno per essere bruciate. Si tratta di una politica economica e finanziaria sbagliata da cui in pochi (esportatori, gruppi industriali, banche, detentori di patrimoni) traggono vantaggi di breve periodo


I dati sul valore del patrimonio netto mediano delle famiglie tedesche nel 2014, dati BCE.


Importo delle pensioni, considerando i percettori di piu' pensioni, e il numero di percettori in milioni.


Confronto fra la quota di lavoratori che percepiscono un basso salario in alcuni paesi dell'Europa occidentale e dell'Eurozona nel 2014.

Saldo cumulativo delle partite correnti (blu), delle attività estere (rosso) e della differenza (verde).

Mentre gli avanzi delle partite correnti cumulativi nel quarto trimestre del 2016 raggiungevano i 2.410 miliardi di Euro, l'ammontare delle attività nette sull'estero di tutti i settori dell'economia tedesca ammontava a 1.705 miliardi. Si è quindi manifestato un gap di 705 miliardi di Euro, miliardi che probabilmente sono andati perduti nel casino' dei mercati finanziari. Il gap è in parte ancora nascosto, perché una parte significativa delle attività verso l'estero è composto dai crediti netti Target2, che probabilmente non saranno mai recuperati né recuperabili. Nel marzo 2017 si trattava di 829,7 miliardi di euro di credit Target 2.


Sviluppo dei saldi Target2 di Germania, Italia, e Spagna

Solo il massiccio ricorso al denaro della banca centrale tiene in vita l'Eurozona e nasconde tutti gli squilibri e le distorsioni.


Sviluppo della somma del bilancio della BCE in miliardi di Euro 

sabato 29 aprile 2017

Handelsblatt: l'inutile dibattito intorno alla BCE

Handeslblatt, il quotidiano dell'industria e della finanza, sta con Draghi. Frank Wiebe, editorialista e commentatore sul quotidiano economico scrive: il dibattito intorno alla BCE e a Draghi è inutile ed è solo al servizio della campagna elettorale. Da Handelsblatt.de


Nessun dibattito superfluo è necessariamente anche innocuo. Questo vale soprattutto per la politica monetaria della BCE. Il suo obiettivo è riportare l'inflazione dell'Eurozona "vicino al 2%". Ora il valore è intorno all'1.9%, leggermente superiore a quanto previsto dagli economisti, perciò' avrebbe raggiunto il suo obiettivo. Perché allora il presidente della BCE Mario Draghi non cambia marcia e decide di aumentare i tassi di interesse a breve termine, oppure interrompe gli ampi acquisti di obbligazioni con i quali puo' spingere verso il basso i tassi di interesse a lungo termine?

Draghi ha ripetuto piu' volte la risposta a questa domanda: l'aumento dell'inflazione è in buona parte solo un effetto temporaneo, inoltre vuole essere sicuro che le misure della BCE siano stabili. Che con queste parole egli riesca a trovare molta comprensione è un'altra questione: il tema dei tassi di interesse rischia di diventare un problema in campagna elettorale. Il Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble recentemente ha messo in guardia: la BCE deve seguire l'esempio della FED americana e iniziare a tirare il freno.

La discussione sui bassi tassi di interesse è comprensibile. Alla fine la Germania è un paese in cui si fanno pochi figli. Il sistema pensionistico per ripartizione si appoggia su di una base molto stretta. I tedeschi devono ricorrere alla previdenza integrativa privata per potersi garantire un sostentamento in vecchiaia. E senza interessi tutto cio' sarà molto difficile - le preoccupazioni sono quindi giustificate.

Tuttavia il dibattito sulla BCE resta ampiamente inutile. Soprattutto perché i banchieri centrali in ogni caso, prima o poi, dovranno modificare il loro corso. Non ne possono parlare ad alta voce, perché altrimenti i mercati cercherebbero di anticipare questo movimento che quindi nei fatti si realizzerebbe prima del previsto. La politica monetaria è un atto di bilanciamento. Non solo penalizza chi arriva troppo tardi, ma colpisce anche chi si muove troppo presto, perché in seguito sarà costretto a modificare il proprio corso, e in questo modo si farà ancora piu' male.  

Il dibattito è anche pericoloso. Non perché potrebbe spostare Draghi dal suo corso, e sicuramente non accadrà. Ma perché distrae dai veri problemi politici, che comunque nel corso del tempo non si risolvono da soli. Perché promuove l'ostilità nei confronti dell'Europa. Perché mette la Germania in una posizione isolata - visto da fuori, il nostro paese, con la sue continue critiche alla BCE e con la sua politica finanziaria estremamente prudente, sembra incorreggibile ed estremamente egoista.

Non sapremo mai se esiste una reale alternativa alla politica monetaria espansiva della BCE. Portando l'inflazione esattamente dove dovrebbe essere crea l'illusione che la situazione non sia poi cosi' difficile, fa credere che il ritorno alla deflazione non sia mai stato una reale minaccia e che lo sviluppo sarebbe comunque andato nella giusta direzione. Anche gli stessi economisti sul tema non sono d'accordo, ma ormai si tratta di una questione accademica. La BCE prima o poi annuncerà un cambio di rotta - e probabilmente questo arriverà troppo tardi per la campagna elettorale tedesca.

FAZ: la BCE a tutto gas

Puntuale, dopo ogni riunione della BCE, dalla FAZ arriva il solito attacco a Draghi. L'accusa è sempre la stessa, spingere al massimo la politica monetaria della BCE per aiutare i paesi indebitati del sud-Europa. Da FAZ.net



La BCE non ha nessuna intenzione di uscire dalla politica monetaria ultra-espansiva. Le colombe nel consiglio direttivo della BCE vedono rischi ovunque, per questo è necessario premere sull'acceleratore fino al massimo dei giri. Cosi' la BCE, da qui alla fine dell'anno, vuole pompare un altro mezzo trilione di Euro e lasciare i tassi di interesse a zero per un lungo periodo. Perchè?

L'economia è sempre piu' forte, alcuni indicatori di fiducia sono ai livelli piu' alti degli ultimi sei anni. Inoltre, l'inflazione non è cosi' lontana da quel 2% che la BCE si era posta come obiettivo, anche se l'aumento finora è da ricondurre per lo piu' al prezzo del petrolio. La crescita dei salari e degli altri fattori di costo puo' rafforzarsi.

Il presidente della BCE con le sue continue procrastinazioni non è per niente credibile. Non c'è alcuna ragione per avere oggi una politica della banca centrale molto piu' espansiva di quella praticata al culmine della crisi finanziaria. La BCE dovrebbe ridurre gli acquisti di obbligaazioni. O forse non si tratta in realtà solo del fatto che paesi fortemente indebitati - come ad esempio l'Italia - sono dipendenti dall'aiuto discreto della BCE?