domenica 21 giugno 2020

Heiner Flassbeck - L'Europa non può permettersi un'altra stagione di moderazione salariale in Germania

"Se l'economia tedesca provasse un'altra volta a spiazzare i suoi partner commerciali europei con dei tagli salariali, questo tentativo si trasformerebbe in un suicidio. Non solo causerebbe un danno enorme alla domanda interna tedesca, ma soffocherebbe per sempre anche i partner europei, che invece stanno disperatamente lottando per la loro sopravvivenza economica", scrive il grande economista tedesco Heiner Flassbeck. Una riflessione molto interessante sulle grandi sfide che il governo tedesco dovrà affrontare nei prossimi mesi; la speranza è che a differenza del 2008 abbiano imparato la lezione e questa volta non operino esclusivamente nell'interesse tedesco. Un ottimo Heiner Flassbeck da Makroskop.de


Tutti vorrebbero tornare alla normalità - anche economica. La maggior parte delle persone tuttavia non vuole ancora ammetterlo: la normalità pre-crisi non tornerà più. L'economia del dopo-crisi non sarà più l'economia che conoscevamo prima. La situazione si è sviluppata in maniera molto diversa da come i politici e probabilmente anche i virologi e gli epidemiologi se l'erano immaginata. L'operazione "Grandi Feste", dopo la quale in tre o quattro mesi il mondo sarebbe semplicemente dovuto tornare alla vecchia vita, è fallita drammaticamente.

Non vogliamo parlare ancora una volta delle ragioni del fallimento. Ciò che conta ora è non commettere dei nuovi gravi errori che nei decenni a venire potrebbero danneggiare lo sviluppo economico, sia in Germania che in Europa .

Si profila già un modello che ci porta verso decisioni completamente sbagliate. Proprio come accadde dopo la crisi finanziaria del 2008/2009, i partner della coalizione a Berlino sono sopraffatti dal panico e dalla paura. Dopo che all'epoca grazie all'indebitamento pubblico erano riusciti a combattere con successo la crisi finanziaria, subito dopo scelsero invece di inserire a rotta di collo il pareggio di bilancio in Costituzione e cosi' per anni si è perseguito l'obiettivo dello Schwarze Null - a scapito non solo dell'economia tedesca, ma anche dei partner dell'unione monetaria.

Il meccanismo di rientro dal debito istituito all'epoca sta già gettando la sua ombra sull'attuale gestione della crisi. E anche la seconda grande questione, che sarà altrettanto decisiva nel determinare i danni economici di lungo termine che la crisi causata dal Coronavirus produrrà in Germania e in Europa - ovvero gli accordi salariali dei prossimi 12-24 mesi - sembra già muoversi in una direzione fatale.

Ripagare rapidamente il debito pubblico?

Dalla CDU, infatti, si stanno già alzando le prime voci che chiedono tempi stretti per il rientro del debito pubblico. Paul Ziemiak, segretario generale della CDU, parla già di massimo dieci anni in cui tutti i debiti pubblici, che nel frattempo si sono aggiunti, dovranno essere completamente rimborsati. Giustifica questa richiesta sostenendo che la politica dello Schwarze Null starebbe dando i suoi frutti durante la crisi attuale, visto che la Germania in questa fase si sarebbe "guadagnata" un margine di manovra "per il quale gli altri Stati oggi ci invidiano".

L'insensatezza macroeconomica che si evince da queste parole, senza dubbio si adatta perfettamente alle aspettative dei potenziali elettori della CDU, il che rende questa posizione comprensibile dal punto di vista politico e partitico. Purtroppo ciò non cambia affatto la totale mancanza di una logica macroeconomica. In tutta la coalizione di governo, infatti, si parla di ridurre il debito come se il riuscire o meno a farlo, fosse solo una questione di volontà politica.

Ma questo non è affatto il caso. È semplicemente impossibile che lo stato si possa aspettare un'economia in crescita, indispensabile per portare a zero il deficit di bilancio e rimborsare il debito pubblico, in una fase in cui il settore industriale è molto parsimonioso. E' ora di prendere atto della situazione: non c'è più un settore aziendale che investa così tanto da doversi indebitare.

In Europa, nel suo complesso, sarà molto difficile ridurre i disavanzi dei bilanci pubblici o addirittura rimborsare i vecchi debiti. Le famiglie e i privati tradizionalmente hanno sempre risparmiato, e il settore delle imprese fa lo stesso da circa 20 anni. Il risparmio, tuttavia, deve essere  accompagnato dall'indebitamento, se vogliamo che l'economia contemporaneamente non decresca. Chiunque ignori questa semplice logica macroeconomica e cerchi di adottare misure di politica economica che violano esplicitamente questa logica, otterrà il contrario di quanto auspicato: provocherà un aggravamento e un prolungamento della crisi a scapito di ampie fasce della popolazione europea.

Quali sono i settori in Europa che ancora possono indebitarsi per ribilanciare la volontà di risparmio del settore privato? Ci sono solo i bilanci pubblici nazionali e i paesi extraeuropei. Ma questi ultimi non permetteranno mai all'Europa di avere degli avanzi di conto corrente così elevati con il resto del mondo tali da permettere, da un lato, ai bilanci pubblici nazionali dei paesi europei di non dover piu' registrare disavanzi paralleli alla volontà di risparmio dei privati e, dall'altro, non permetteranno mai agli europei di fare degli avanzi così ampi da poter ridurre i vecchi debiti pubblici fatti ai tempi del coronavirus. Prima che ciò accada, avremmo una guerra commerciale tra l'Europa e il resto del mondo o una corsa alla svalutazione tra l'euro e le valute extraeuropee (che è praticamente la stessa cosa). Entrambi gli scenari condurrebbero il mondo ancora più a fondo in una grave crisi economica.

Se vogliamo evitare che ciò accada, i bilanci pubblici nazionali in Europa, nel bene o nel male, dovranno continuare a svolgere il ruolo del debitore - che ciò piaccia o meno ai difensori dei trattati di Maastricht. Anche se i responsabili politici consapevolmente cercassero di fare resistenza nei confronti di ogni ulteriore indebitamento del settore pubblico in Europa, non farebbero altro che prolungare la crisi economica e quindi accrescere involontariamente la posizione debitoria dei bilanci nazionali. Poiché l'Europa non avrà mai l'opportunità di spostare il peso del suo debito verso l'esterno, cioè di risanarsi attraverso l'avanzo delle partite correnti, è assurdo voler trasformare questa strategia, che va contro ogni logica, nel principio guida della politica economica dei prossimi dieci anni.



E questo vale non solo per l'Europa nel suo complesso, ma anche e soprattutto per la Germania, in quanto paese singolo. In maniera completamente diversa da quanto suggerisce la citazione di Paul Ziemiak all'inizio dell'articolo, un paese ha solo un modo per far risparmiare tutti e tre i settori interni senza che l'economia crolli: spingere i Paesi esteri nel ruolo di debitori. E lo può fare solo attraverso una sistematica riduzione dei prezzi sui mercati internazionali, che non può essere in alcun modo compensata dall'apprezzamento delle valute.

In altre parole: la Germania dovrebbe ripetere la sua strategia di avanzo delle partite correnti degli ultimi vent'anni a spese dei suoi partner nell'unione monetaria. Ma non riuscirà più a farlo, perché le economie dei partner dell'unione monetaria ormai sono in ginocchio. La prima previsione professionale e realistica disponibile sul primo semestre 2020, presentata la settimana scorsa dal DIW, ipotizza che l'avanzo di conto corrente tedesco quest'anno scenderà a 80 miliardi di euro (dopo gli oltre 200 miliardi del 2019).

A meno di non volere una totale distruzione dell'Europa, la Germania non avrà alcuna possibilità di tornare alla vecchia situazione caratterizzata da un elevato surplus di conto corrente. Se l'economia tedesca provasse un'altra volta a spiazzare i suoi partner commerciali europei con dei tagli salariali, questo tentativo si trasformerebbe in un suicidio. Non solo ciò causerebbe un danno enorme alla domanda interna tedesca, ma soffocherebbe per sempre anche i partner commerciali europei, che invece stanno disperatamente lottando per la loro sopravvivenza economica.

La moderazione salariale è un suicidio

Ma proprio questa variante suicida si sta già manifestando - in aggiunta al desiderio dei politici di ridurre immediatamente il deficit pubblico e di volerlo trasformare persino in un avanzo da utilizzare per ridurre il debito. Non solo da parte dei sindacati tedeschi non si sente nulla, a parte la richiesta di garantire i livelli occupazionali. Piuttosto, ci sono già dei settori in cui si parla apertamente di lavoratori che rinunciano ad una parte del loro salario in cambio di garanzie sul mantenimento dei livelli occupazionali da parte dei datori di lavoro. Il caso di Lufthansa naturalmente è esemplare: i piloti hanno proposto di rinunciare temporaneamente al 45 % del loro stipendio per aiutare la compagnia aerea a superare la crisi.

Non c'è dubbio che i piloti della Lufthansa siano un caso particolare: incassano stipendi molto elevati (il che rende piu' facile una rinuncia parziale), hanno seguito una formazione molto costosa (che si riflette nel loro livello salariale), sono altamente specializzati e quindi hanno poche possibilità di trovare in Germania un'alternativa equivalente alla loro attuale professione. In questa situazione la rinuncia ad una parte dello stipendio è ragionevole perché dal punto di vista della razionalità microeconomica è l'unica possibilità che hanno di salvare il loro posto di lavoro e di evitare un collasso sociale.

Questo vale in misura decisamente minore per il personale di cabina di Lufthansa. Ricevono stipendi più bassi, non sono così altamente specializzati ed è quindi piu' facile reimpiegarli altrove. Per loro, anche se vengono licenziati, ma l'economia nel suo complesso si rimette in piedi, il crollo è molto meno drammatico perché hanno maggiori possibilità di poter cambiare settore senza subire enormi perdite di reddito.

Ma anche l'enorme rinuncia dei piloti non potrà salvare tutti i loro posti di lavoro se i voli commerciali dovessero essere sostituiti su larga scala dalle videoconferenze e da altre possibilità di comunicazione virtuale e di cooperazione.

Forse lo shock causato dal coronavirus non è stata la vera causa della crisi del settore aereo, ma potrebbe trasformarsi nell'innesco e nell'acceleratore di un profondo cambiamento strutturale dell'economia globalizzata, che non potrà essere fermato dal sacrificio di una parte dello stipendio.



Ma una cosa deve essere assolutamente chiara: per i lavoratori dipendenti nel loro insieme, la riduzione dello stipendio non è un gioco temporaneo come nel caso dei piloti, ma un suicidio a rate. L'eloquente silenzio dei sindacati, tuttavia, fa nascere il sospetto che questo è esattamente ciò che accadrà. La rinuncia salariale, cioè la rinuncia da parte dei lavoratori ad un aumento di circa il 3% del salario per i prossimi 3 anni, porterà nel breve e medio periodo a un indebolimento della crescita economica e quindi alla distruzione di molti posti di lavoro, e nel lungo periodo alla deflazione.


Dove vogliono arrivare i sindacati tedeschi? Il grafico mostra che i contratti collettivi degli ultimi dieci anni sono arrivati ad essere molto vicini all'obiettivo di inflazione dell'1,9 %, vale a dire che i salari reali effettivi sono aumentati solo leggermente o non sono aumentati affatto. Chiunque intenda scendere al di sotto di tale livello o non voglia aumentare affatto i salari crea una pressione competitiva su tutta l'Europa, pressione che finirà inevitabilmente per trasformarsi in una deflazione a livello europeo.

Quello che a livello aziendale sembrerebbe uno scambio fra "concessioni salariali in cambio di una sicurezza sul livello occupazionale", in realtà a livello macroeconomico è un programma per la distruzione di posti di lavoro. E ciò significa che, nonostante la crisi e la debolezza generale dell'economia, si dovrà fare ogni sforzo possibile per mantenere gli aumenti salariali collettivi ad un minimo del 3%.

Per chiarirlo ancora una volta: non si tratta di una svolta politica di sinistra o di destra, non c'è una lista dei desideri normativi su ciò che potrebbe essere migliorato in termini di politica sociale. No, qui si tratta della nuda economia, cioè della macroeconomia, che, per riuscire a proteggere tutti - dai meno abbienti ai benestanti - deve essere difesa dal rischio di finire schiacciata sul muro della follia ideologica
.


Cosa deve fare uno Stato?


E' lo Stato ad essere direttamente responsabile del fatto che la sicurezza dei livelli occupazionali, per i sindacati oggi è diventata la cosa più importante. A causa della legislazione Hartz, introdotta dalla coalizione Rosso-Verde all'inizio di questo secolo, infatti, il declino economico, e quindi anche in termini di status sociale, di un normale lavoratore che diventa disoccupato è enorme. Dopo un solo anno di disoccupazione, infatti, finisce al livello dei più poveri della società, vale a dire in Hartz IV.

Se questo non è (ancora) il caso, perché in precedenza magari ha accumulato un po' di ricchezza grazie agli sforzi fatti per risparmiare, o ad esempio se è riuscito a ripagare in parte o la totalità del mutuo sul suo immobile, dovrà utilizzare una po' di questa ricchezza (sui limiti patrimoniali per le prestazioni Hartz IV, vedere qui) prima che lo Stato possa aiutarlo con la sicurezza di base. E questo è sempre stato discutibile dal punto di vista della giustizia sociale. Considerando che il superamento della crisi causata dal coronavirus, dovrebbe invece riguardare la stabilizzazione delle aspettative, il calcolo del patrimonio disponibile nel caso dei beneficiari di Hartz IV sarà un ostacolo di primo ordine.

Tra l'altro, questo vale anche e soprattutto per i lavoratori autonomi e i freelance colpiti dalla crisi, i quali non hanno alcuni diritto di percepire il sussidio di disoccupazione e quindi dipendono completamente da Hartz IV per il loro sostentamento diretto (a parte alcuni programmi regionali che hanno cercato di aiutarli con dei sussidi). Sebbene il test sulla consistenza del patrimonio sia stato sospeso fino al 30 giugno 2020, le probabilità che i lavoratori autonomi colpiti dalla crisi, già nella seconda metà dell'anno, si trovino anche solo parzialmente in condizioni simili a quelle di prima del lockdown, sono molto basse. Ciò significa che, prima di poter continuare a ricevere l'assistenza di base, a partire dal mese di luglio, dovranno utilizzare i pochi risparmi che hanno accumulato. Le attese per il futuro di questo gruppo di persone dovrebbero essere quindi tutt'altro che positive.

Il crollo di status sociale dei disoccupati di lunga durata, previsto dallo Stato attraverso la legislazione Hartz, ha portato ad un notevole calo nella disponibilità dei sindacati a scioperare in favore di accordi salariali ragionevoli. Il rischio di perdere il proprio status sociale quando si perde il lavoro è così grande che qualsiasi minaccia da parte dei datori di lavoro di chiudere gli impianti di produzione e di spostare la produzione viene preso sul serio, spingendo quindi i sindacati a fare delle concessioni nelle trattative salariali. Questa legislazione, che si basa esplicitamente sull'idea che i disoccupati dovrebbero essere incoraggiati a fare di piu' per trovare un lavoro già esistente, era già molto piu' che discutibile quando è stata introdotta. Oggi è estremamente piu' pericolosa.

Chi ora sta perdendo il lavoro diventa disoccupato perché lo Stato gli ha vietato di continuare a lavorare o almeno ha reso più difficile la produzione nell'azienda in cui era impiegato. Minacciare queste persone con Hartz IV è antisociale, ingiusto e macro-economicamente destabilizzante. Lo Stato, che è direttamente responsabile della perdita di posti di lavoro, ha l'obbligo - per ragioni morali oltre che razionali dal punto di vista macroeconomico - di garantire immediatamente l'introduzione di regole generose in caso di perdita del posto di lavoro. Una garanzia del 70-80% dell'ultimo reddito per almeno due anni, indipendentemente dall'età, sarebbe una misura che tranquillizzerebbe molte menti e permetterebbe ai sindacati di fare ciò che ora è economicamente necessario.

Non saremo comunque in grado di evitare un cambiamento strutturale di vasta portata nell'economia, volenti o nolenti. Possiamo, tuttavia decidere se molte persone, e soprattutto quelle economicamente e socialmente più deboli, saranno messe da parte o se tutti avranno la possibilità di superare rapidamente la crisi. Se lo Stato accompagna il cambiamento strutturale con una assicurazione contro la disoccupazione forte (e una protezione equa per coloro che non hanno accesso all'indennità di disoccupazione), allora tutti coloro che diventeranno disoccupati e quindi dovranno cambiare lavoro e riqualificarsi, potranno essere coinvolti senza alcun timore di cambiare.

Se invece lo Stato lascia immutato l'attuale quadro normativo relativo all'assicurazione contro la disoccupazione e alla sicurezza di base e si concentra solo sulla conservazione delle vecchie strutture sul lato del capitale (ad esempio Lufthansa), o sulla promozione degli investimenti in nuove strutture piu' ecologiche, non sarà possibile sfuggire all'accusa di voler mettere gli interessi degli investitori al di sopra di quelli dei lavoratori. La convinzione che tutta la ricchezza nel lungo termine derivi principalmente dalle imprese era già discutibile ai tempi in cui il settore delle imprese si stava ancora indebitando, e quindi si assumeva il compito macroeconomico che ci si aspetterebbe da questo settore. Oggi è chiaramente sbagliato.



sabato 20 giugno 2020

I media mainstream tacciono mentre il Bundestag approva l'europeizzazione della cassa integrazione tedesca

"Se gli italiani, che sono mediamente più ricchi, si permettono uno Stato povero, è perfettamente legittimo ed è un loro diritto, ma non hanno il diritto di ricevere prestazioni che non hanno finanziato. E i tedeschi, che invece sono più poveri, e si possono permettere uno Stato piu' ricco, non sono obbligati a pagare due volte", scrive il grande intellettuale e pubblicista tedesco Klaus-Rüdiger Mai in riferimento alla recente approvazione da parte del Bundestag della legge per il finanziamento del SURE, il piano per una cassa integrazione europea. Per Klaus-Rüdiger Mai il silenzio dei media mainstream sull'argomento è molto grave ed è un segnale di complicità. Klaus-Rüdiger Mai da Tichys Einblick.


Anche se fino ad ora è stata poco commentata dai media, tra mercoledì e giovedì è stata spianata la strada per l'europeizzazione del sistema tedesco di assicurazione contro la disoccupazione. La crisi causata dal Coronavirus sarà usata come un pretesto per privare dei loro diritti i contribuenti e i lavoratori tedeschi coperti da un'assicurazione sociale, per togliere poteri al Bundestag e per superare gli ultimi ostacoli che impediscono di finanziare gli Stati lungo la strada che porta alla messa in comune dei debiti.

Già approvata dal Bundesrat, mercoledi al Bundestag c'è stata la prima lettura della legge sulla garanzia SURE, dopo di che il progetto passerà alle commissioni. Non ci si aspetta tuttavia una discussione più approfondita e responsabile da parte dei parlamentari membri delle commissioni, dato che la seconda e la terza lettura nonché l'approvazione del disegno di legge sono già state fissate per venerdì. Coerentemente con la grande trasformazione annunciata da Angela Merkel al World Economic Forum di Davos, questa legge rappresenta un ingresso massiccio nella sfera dei diritti fondamentali dei lavoratori, nella loro sicurezza sociale e in quella delle loro famiglie.

La legge sulla garanzia SURE consente all'UE di contrarre prestiti fino a 100 miliardi di euro sui mercati finanziari per pagare la cassa integrazione nei diversi Stati membri. Questi fondi dovranno essere distribuiti a determinati paesi membri dell'UE sotto forma di prestiti. La legge non specifica le condizioni alle quali questi "prestiti" saranno "concessi", ma stabilisce che per l'emissione del debito è necessaria una garanzia comunitaria di 25 miliardi di euro. Un quarto delle garanzie arriverà dalla Germania per un valore di circa 6.4 miliardi di euro.

"La presente legge autorizza il governo federale ad emettere la relativa garanzia". Pienamente nello stile di Merkel, il punto C recita infatti: "Alternative: Nessuna". La legge inoltre non contiene alcuna regolamentazione nel caso alquanto probabile di una inadempienza nel rimborso dei prestiti, le cui condizioni non vengono neppure menzionate; il governo tedesco, infine, considera poco probabile "l'utilizzo da parte della Repubblica Federale delle garanzie emesse". Se il governo federale avesse voluto adempiere all'obbligo di evitare dei danni per i cittadini, avrebbe almeno fatto uno sforzo per prendere in considerazione il livello del debito nazionale degli Stati beneficiari dei "prestiti" che saranno finanziati in misura considerevole dai tedeschi. Immaginate un banchiere che concede un prestito a un cliente già molto indebitato, che poi va a gravare sul conto di un altro cliente, il quale invece ha un rating creditizio migliore perché il cliente è stato più parsimonioso.



Nel testo della legge approvata il governo sostiene che non verranno introdotti nuovi impegni finanziari per i cittadini, che per l'economia non ci saranno ulteriori costi, comprese le piccole e medie imprese, e che non bisogna aspettarsi effetti sul livello dei prezzi. Il governo del bel tempo, in ogni caso, non si aspetta brutte notizie.

Non è un buon segnale per lo stato della democrazia, se i politici non notano nemmeno l'eufemismo "le finanze dell'Unione Europea". Dopotutto, il debito è finanziato principalmente dai contribuenti dei paesi dell'Unione Europea che pagano le tasse. Ma cosa ci si può mai aspettare se anche un leader della SPD con la sua indennità parlamentare pensa di sostenere le piccole e medie imprese, come se invece non fossero proprio le piccole e medie imprese a pagare la maggior parte delle tasse grazie alle quali Saskia Esken può vivere cosi' comodamente.

Ci si chiede allora perché la cassa integrazione debba essere finanziata dall'UE, dato che l'indennità di per sé non è legata alla performance economica dello Stato e non ha nulla a che vedere con la crisi causata dal Coronavirus. L'indennità di cassa integrazione è un sussidio assicurativo creato per prevenire la disoccupazione nelle crisi economiche e per aiutare i lavoratori e i datori di lavoro a superare la crisi.

In Germania, il Kurzarbeitergeld è stato introdotto il 1° gennaio 1957 con l'articolo II della legge che modifica e integra la legge sul collocamento e l'assicurazione contro la disoccupazione del 23 dicembre 1956. Lì si legge chiaramente al paragrafo 130: "L'indennità di cassa integrazione viene concessa ai lavoratori dipendenti soggetti all'assicurazione obbligatoria tramite le casse sociali per l'assicurazione contro la disoccupazione nel settore privato". L'indennità tedesca per il lavoro a tempo ridotto non viene quindi pagata dal bilancio dell'UE, né dai prestiti dell'UE, né dal gettito fiscale tedesco, ma fa parte dell'assicurazione contro la disoccupazione tedesca, in cui versano i loro contributi i dipendenti e i datori di lavoro tedeschi ed è uno dei contributi previdenziali piu' ampi. Se gli italiani, che sono mediamente più ricchi, si permettono uno Stato povero, è perfettamente legittimo ed è un loro diritto, ma non hanno il diritto di ricevere prestazioni che non hanno finanziato. E i tedeschi, che invece sono più poveri, e si possono permettere uno Stato piu' ricco, non sono obbligati a pagare due volte. L'Italia poi, ha già qualcosa di simile allo strumento del Kurzarbeitergeld tedesco (cassa integrazione).

La legge sulle garanzie per il fondo europeo SURE introdurrà un'indennità europea per il lavoro a orario ridotto basata non sul principio dell'assicurazione, ma del credito: prestiti che sostanzialmente sono già garantiti da coloro che pagano imposte e contributi sociali di per sé già troppo elevati, e ai quali la politica dei tassi d'interesse a zero finalizzata al finanziamento degli stati, di fatto sta svalutando i risparmi.

L'introduzione dell'indennità per la cassa integrazione europea avrà una funzione di ponte verso l'avvio di una assicurazione europea contro la disoccupazione, tramite la quale si finirà per europeizzare l'assicurazione tedesca contro la disoccupazione. Il livello delle prestazioni dell'assicurazione contro la disoccupazione tedesca quindi diminuirà, nonostante l'aumento dei contributi versati. L'obiettivo resta comunque quello di introdurre un'assicurazione europea contro la disoccupazione, dato che al momento la situazione è favorevole per ingannare i cittadini tedeschi, tramite una legislazione rapida, che non vogliono nemmeno più  chiamare procedimento, con il pretesto della solidarietà e della crisi causata dal Coronavirus. Il governo finalmente può contare sulla complicità di una larga parte dei media per mantenere il silenzio su questi e altri progetti.

Gli Stati che saranno generosamente foraggiati con questi prestiti, inoltre, non saranno nemmeno obbligati a spendere il denaro esclusivamente per la cassa integrazione, ma potranno utilizzarlo anche per "misure comparabili e misure di sostegno al settore sanitario, soprattutto per la tutela della salute sul luogo di lavoro". E poiché, come tutti noi ben sappiamo, è tutto collegato, non ci sarà alcun limite all'immaginazione quando si parlerà del modo in cui potranno essere spesi questi 100 miliardi di euro. Se si considera poi che Ursula von der Leyen già ora sta parlando di spendere miliardi di euro, si ha come l'impressione che Bruxelles abbia perso il contatto con la realtà e probabilmente ha anche perso la cognizione di quello che sta accadendo. Sul piatto ci sono già 750 miliardi di euro per qualche tipo di obbligazione, un aumento del bilancio dell'UE, che farà salire il contributo tedesco di un altro misero 43%, e qui poi abbiamo un prestito per finanziare una cassa integrazione europea.

L'unica cosa certa è che è già iniziato un nuovo grande party e l'industria finanziaria è già in vena di festeggiare - perché i soldi dei contribuenti tedeschi per loro sono già certi. L'UE sta lavorando al più grande programma di redistribuzione nella storia dell'umanità. E si riserva il diritto di stabilirne le regole.

Secondo quanto riferiscono le cronache, tuttavia, la bozza nel gruppo parlamentare della CDU/CSU resta controversa. Forse alla fine accadrà un miracolo, e ci sarà un numero sufficiente di deputati pronti a difendere gli interessi di chi li ha eletti per rappresentarli.



venerdì 19 giugno 2020

Sahra Wagenknecht: "il governo deve fermare lo sfruttamento dei lavoratori nei macelli tedeschi"

Centinaia di lavoratori stranieri contagiati, scuole chiuse e migliaia di persone in quarantena nella sola zona di Gütersloh. I grandi macelli del nord ormai sono l'epicentro di una nuova ondata di contagi da Covid-19. Sahra Wagenknecht chiede al governo di intervenire immediatamente per fermare un sistema industriale fondato sullo sfruttamento dei lavoratori stranieri. Dal profilo FB di Sahra Wagenknecht


657 dei 983 dipendenti testati in una fabbrica di macellazione di Tönnies sono risultati positivi al coronavirus. Tutte le scuole e gli asili del distretto di Gütersloh sono stati chiusi un'altra volta, e migliaia di persone ora sono in quarantena. E questo è un male: è andata peggio ai lavoratori, della cui salute apparentemente a Tönnies non interessa molto. Ma è un male anche per i bambini e i loro genitori, che ora dovranno capire come possono fare a conciliare il lavoro e la cura dei figli. Penso: il signor Tönnies dovrebbe essere considerato responsabile per queste terribili conseguenze, dovrebbe pagare i danni per il dolore e le sofferenze causate ai suoi dipendenti, dovrebbe essere responsabile per i danni causati a Gütersloh!

Che Tönnies ed Herr Laschet (presidente del Land NRW) ora diano la colpa ai lavoratori stranieri, lo trovo davvero inqualificabile! Le terribili condizioni in cui operano i macelli tedeschi sono ben note da anni - e sia il signor Laschet che il governo federale hanno sempre voluto chiudere un occhio, nell'interesse di Tönnies e di altre aziende produttrici di carne. È vero che ora sarà avviato un programma per la sicurezza del lavoro nell'industria della carne. Ma per quale motivo il divieto ai contratti d'opera non si può applicare fino al 2021, perché non sono vietati anche i contratti a tempo determinato senza causale, perché ci sono ancora troppi pochi ispettori e controlli e non ci sono sanzioni realmente in grado di dissuadere?

Ancora di piu': dato che la colpa risiede nel sistema nel suo complesso, bisogna anche fare qualcosa contro la concentrazione nei macelli e negli allevamenti di suini. Tönnies è il più grande macello d'Europa: solo a Rheda-Wiedenbrück, vicino a Gütersloh, vengono macellati fino a 30.000 maiali - ogni giorno! Con un tale flusso di lavoro, secondo il sindacato competente, la NGG, non è affatto possibile rispettare le norme sull'igiene e la distanza. Da anni i paesi nostri vicini si lamentano a causa del dumping salariale praticato dall'industria della carne tedesca. È uno scandalo che fino ad oggi non sia riusciti ad eliminare lo sfruttamento spietato dei lavoratori migranti, che spesso vengono truffati anche sul misero salario minimo e ai quali vengono detratti dal salario anche degli alti costi per poter dormire in un alloggio collettivo malandato. 30.000 maiali al giorno - il che significa anche una tortura di massa per gli animali portati qui da tutta Europa. Una tortura del tutto inutile, perché gli animali potrebbero benissimo essere macellati nei loro paesi d'origine. Il governo federale deve fermare questo "sistema dei maiali", che mette in pericolo la salute di tutti noi. Ora e subito!


giovedì 18 giugno 2020

Jens Südekum: "Niente panico, il debito pubblico italiano è ancora gestibile"

"Il debito pubblico non è certo un problema così grande come spesso viene rappresentato nel dibattito pubblico tedesco", oppure "il rappporto debito-PIL al 60 % è stato definito in modo del tutto arbitrario" o ancora "la BCE non sta facendo nulla che non le sia permesso di fare...e non sta togliendo nulla ai risparmiatori tedeschi", ma anche: "è il momento giusto per cambiare il mandato della BCE". A dirlo non è un politico dell'Europa del sud, ma il grande economista tedesco Jens Südekum, voce sempre piu' influente nel dibattito tedesco e soprattutto consigliere economico molto apprezzato dal ministro Olaf Scholz. Jens Südekum intervistato da T-Online


t-online.de: Herr Südekum, si metta una mano sul cuore: comprerà più latte a partire da luglio grazie ai due centesimi di risparmio sull'Iva per ogni litro?

Jens Südekum: Probabilmente no. Però, come funzionario pubblico, la crisi economica causata dal Coronavirus non mi ha colpito direttamente. Non ho bisogno di cambiare eccessivamente le mie abitudini di consumo. Resta da vedere se davvero la gente farà più acquisti grazie alla riduzione dell'iva.

E' stato fra i primi a lodare il pacchetto di stimoli della Grande Coalizione. Pensa davvero che tre punti percentuali di Iva in meno siano un grande incentivo a fare piu' acquisti?

Non è del tutto vero. All'inizio anche io sono rimasto alquanto sorpreso dal taglio delle tasse. Come la maggior parte delle persone, anche nella mia lista delle cose da fare non c'era questa misura. In precedenza erano stati discussi altri strumenti. Ad esempio gli incentivi per l'acquisto di automobili, che fortunatamente non ci sono. E' stata una vittoria contro le forze dei lobbisti. La Grande coalizione invece ha deciso di ridurre l'IVA. Ci sono luci ed ombre. La questione del passaggio ai consumatori finali resta problematica. E' positivo il fatto che sia intersettoriale e limitata nel tempo. In questo modo, lo Stato incoraggia i consumatori ad anticipare gli acquisti che avrebbero comunque previsto di effettuare. Chiunque quest'anno voleva acquistare un nuovo smartphone, ora sarà più propenso a farlo - sapendo che nel nuovo anno potrebbe costare dai 50 ai 60 euro in più. È un effetto positivo.

Ma questo effetto scomparirà non appena la riduzione verrà meno, giusto?

Si', c'è da aspettarselo. Gli acquisti diminuiranno a partire da gennaio. Perché dopo che avrò comprato la prima lavatrice, è probabile che non abbia bisogno della seconda. Ma questa è l'ironia di aver posto un limite temporale. Dopo tutto la speranza è che prima di allora l'economia sia ripartita e che gli stimoli supplementari alla domanda non siano più necessari.

Tutto questo presuppone che i commercianti trasferiscano la riduzione dell'imposta ai consumatori. Pensa che lo faranno?

In realtà se guardiamo a quello che è successo negli altri paesi, dovremmo essere alquanto scettici. Gli studi dimostrano che laddove c'è stata una riduzione dell'aliquota IVA, i commercianti non hanno quasi mai adeguato i prezzi per i consumatori. Anche se non era mai avvenuto nell'ambito di un pacchetto di stimoli economici. Ora c'è tutt'altro tipo di pressione pubblica. Sono quindi ottimista sul fatto che, dopo tutto, la riduzione dell'imposta alla fine in molti casi venga trasferita ai clienti.

Sembra un elogio nei confronti dei partiti della Grande coalizione - e lei non è il solo a farlo. Molti economisti, che normalmente hanno opinioni molto diverse, la vedono in maniera simile. Da dove arriva questa nuova unità nella vostra corporazione solitamente cosi' divisa?

Prima di tutto sono d'accordo con questa valutazione. È vero che in questo momento c'è un ampio consenso - almeno per quanto riguarda la progettazione del pacchetto di stimolo per l'economia tedesca. È chiaro a tutti gli economisti: questa crisi sta colpendo l'economia come nessun'altra crisi aveva fatto finora. Ed è quindi altrettanto chiaro che lo Stato deve intervenire in modo massiccio per contrastarne gli effetti. Ma se le lodi sono così unanimi è dovuto anche al fatto che la politica non ha ripetuto alcuni errori fondamentali del passato. La grande coalizione non ha messo insieme un semplice pacchetto pensato per le lobby, ma un pacchetto molto sensato che sarà efficace non solo nel breve termine, ma anche nel lungo. Le spese per gli investimenti futuri ammontano a circa 50 miliardi di euro. È difficile essere contrari a priori. E un ultimo motivo è che, a differenza dei tempi della crisi finanziaria, la crisi causata dal Coronavirus è caratterizzata da legami molto stretti fra scienza e politica. A quei tempi, dieci anni fa, c'erano due mondi fra loro separati: la politica faceva il suo compito, gli economisti facevano poi a pezzi quelle stesse misure. Ora si potrebbe dire che i decisori politici e gli economisti parlano molto di piu' fra di loro.

Per finanziare il pacchetto, lo Stato si indebiterà in una dimensione storica. Cosa le fa pensare che questo non sia un problema?

Dire che non è affatto un problema, sarebbe esagerato. Ma il debito pubblico non è certo un problema così grande come spesso viene rappresentato nel dibattito pubblico tedesco. Frasi come "le prossime generazioni dovranno pagare per i nuovi debiti", non riesco proprio piu' nemmeno ad ascoltare. E' una rappresentazione completamente distorta e limitata. Il debito pubblico non è fatto per essere ripagato, è fatto semplicemente per restare li'. Il punto è piuttosto fare in modo che il prodotto interno lordo, cioè la produzione economica, cresca più rapidamente dei debiti. In questo modo, il rapporto debito pubblico/PIL, si ridurrà automaticamente. È così che si è fatto dopo la crisi finanziaria ed è così che possiamo fare un'altra volta. Il fatto che dal 2013 in poi una parte del debito sia stata effettivamente rimborsata, cioè estinta, storicamente è un'eccezione assoluta, un fatto che non era mai accaduto prima nella storia della Repubblica Federale.



E allora perché i tedeschi ci credono veramente?

Perché nella politica economica, purtroppo, si raccontano molte favole. Queste possono sembrare plausibili ai non addetti ai lavori perché sembra in qualche modo logico che gli stati funzionino come le famigle. Se lo zio Ernst o la zia Frieda prendono in prestito dei soldi, ovviamente devono restituirli. Ma il debito pubblico funziona in modo completamente diverso. Se a scuola si insegnasse una materia chiamata economia, ci sarebbero anche piu' persone in grado di capirlo.

Il metro di valutazione del debito pubblico è il cosiddetto rapporto debito/PIL, di cui lei ha parlato poco fa. L'UE stabilisce che nel lungo termine non debba superare il 60 %. Si tratta di una dimensione ragionevole dal punto di vista economico?


No, il rappporto debito-PIL al 60 % è stato scelto in modo del tutto arbitrario. Per questo motivo non dobbiamo farci prendere dal panico se un paese ha un rapporto di indebitamento più elevato. Gli Stati Uniti sono al 130 %, mentre in Giappone è il rapporto è pari al 250 % del PIL. Questa cifra indica semplicemente l'entità del debito rispetto al prodotto interno lordo. Ad essere decisivo per la valutazione del debito pubblico, tuttavia, è un altro numero.
Quale?

Molto più importante del rapporto debito pubblico/PIL è la sostenibilità del debito, vale a dire se possiamo permetterci di pagare i tassi di interesse per il servizio del debito. E per valutarlo, prima di tutto dobbiamo guardare all'evoluzione futura dei tassi di interesse. La regola è: fino a quando la crescita percentuale dell'economia sarà superiore rispetto al tasso d'interesse, non ci sono problemi. Al momento siamo fortunati perché i tassi di interesse sono ad un livello storicamente basso. Lo Stato tedesco può indebitarsi a tasso zero, i tassi d'interesse sui titoli di stato tedeschi sono addirittura negativi - i nostri debitori ci pagano anche qualcosa per avergli permesso di darci i loro soldi a prestito.

Cosa significa esattamente?

In concreto, ciò significa: anche se la crescita economica dovesse essere molto bassa, ad esempio, solo dell'uno per cento, possiamo permetterci di fare dei nuovi debiti. La sostenibilità del debito è quindi possibile. Possiamo crescere riducendo il debito. Direi che invece di parlare del rapporto tra debito pubblico e PIL, dovremmo parlare un po' di più del cosiddetto rapporto tra interessi e entrate dello stato. Che del resto risponde a una domanda: quanto deve spendere la generazione attuale per pagare gli interessi passivi? All'inizio degli anni '90 questo tasso era del 16 %. Era ad un livello problematico, perché limitava le possibilità della spesa pubblica. Attualmente, tuttavia, questa cifra è solo al 4%. La Germania si trova in una situazione estremamente confortevole. Anche l'Italia per quanto riguarda il rapporto fra interessi sul debito ed entrate pubbliche si trova all'8 %. E' gestibile. Non dobbiamo farci prendere dal panico a causa dei debiti.

Il ministro dell'Economia Peter Altmaier a quanto pare non ne ha ancora sentito parlare. Dice che il debito pubblico deve scendere al 60% entro "una generazione". E' una sciocchezza?

No, sono certo che il signor Altmaier capisce molto bene il concetto e non interpreterei la sua dichiarazione in questo senso. Penso anche che sarebbe molto positivo se la crescita economica tornasse ad essere di nuovo così forte da far scendere il rapporto debito pubblico/PIL al 60% entro dieci anni. Ma dico anche: se non succede, non è un disastro. Questo significa che non dobbiamo risparmiare ad ogni costo e con ogni mezzo, al solo scopo di liberarci dai debiti - al contrario: sarebbe fatale se iniziassimo troppo presto a risparmiare e soffocassimo immediatamente lo stimolo economico che ora invece viene innescato. Sarebbe come se in un'auto premessimo contemporaneamente sia l'acceleratore che il freno. Ciò di cui abbiamo bisogno è la crescita.

La domanda chiave è: avremo questa crescita?

Ne sono convinto, sì. Non c'è motivo per cui l'economia non debba tornare a crescere anche dopo la crisi da Coronavirus. Certo, alcune cose cambieranno, ad esempio il nostro comportamento in relazione ai viaggi. Altri beni invece - ad esempio i software per le videoconferenze - saranno più richiesti. E anche se l'economia non crescesse così tanto, probabilmente non sarebbe un problema, perché allora la Banca Centrale Europea (BCE) non avrebbe alcun motivo per rialzare i tassi di interesse, in modo che noi potremmo continuare a permetterci di finanziare il debito.

La parola chiave corretta: un presupposto importante per avere un onere derivante dai tassi d'interesse permanentemente bassi è anche il fatto che la stessa BCE acquisti i titoli di Stato senza indugio. Lo fa già indirettamente, anche se ufficialmente non le è permesso di farlo. È un problema?

In primo luogo, serve un chiarimento: la BCE non sta facendo nulla che non le sia permesso di fare. Attualmente la BCE non acquista direttamente il debito degli Stati. Questo lo fanno le banche commerciali, ad esempio Commerzbank. Quest'ultima vende i titoli di debito alla BCE. E questo entro certi limiti è consentito. E per sfatare un altro mito: la BCE non è la sola responsabile dei bassi tassi d'interesse, non sta togliendo nulla ai risparmiatori tedeschi. I tassi di interesse sono in calo a causa della minore domanda di denaro. Questa tendenza è presente sin dagli anni '80. E ora passiamo al problema da lei citato: è vero che la BCE ha un insieme di regole molto più stringenti rispetto a quello delle altre banche centrali, ad esempio della Banca del Giappone o della Federal Reserve statunitense. Queste sono autorizzate a supportare direttamente i loro Stati, facendo partire la stampante delle banconote. E già lo stanno facendo.

La BCE dovrebbe essere autorizzata a fare lo stesso?

Se è necessario, allora anche con tutti i mezzi disponibili. E ora sarebbe il momento giusto per un cambio di mandato. E' inaccettabile che la BCE con i suoi programmi di acquisto dei titoli di Stato sia sempre sul banco degli imputati. E' il momento di essere onesti e ammettere che la costruzione dell'euro aveva dei difetti. Non avremmo mai dovuto introdurre una moneta comune senza una politica finanziaria e fiscale comune guidata da Bruxelles per tutti gli Stati membri. E non avremmo mai dovuto mettere tutte queste catene alla BCE. Non funziona. Se vogliamo preservare l'euro, e io lo voglio, dobbiamo anche discutere dell'architettura dell'eurozona. La mia speranza è che la crisi attuale ci porti a parlare dei fondamenti del sistema in cui ci troviamo.



Molti tedeschi non vogliono che questo accada perché temono di dover pagare il conto per gli altri paesi. E la loro paura dell'inflazione è altrettanto grande. Secondo lei, quante probabilità ci sono che l'euro si deprezzi, data la quantità di denaro che la BCE sta pompando sui mercati?

Prima di tutto, non credo che molti tedeschi abbiano paura del più Europa. Si tratta solo di alcuni gruppi specifici. Anche tra gli economisti non sono più la maggioranza. E per quanto riguarda l'inflazione, è vero che negli ultimi tempi la quantità di base monetaria è aumentata notevolmente e continua a crescere. Ma i miliardi di euro non entrano neanche nel ciclo monetario. Il denaro viene accumulato. La gente risparmia e le aziende ne hanno bisogno in misura molto minore - perché, ad esempio, gli investimenti in algoritmi informatici oggi sono più economici rispetto alla costruzione di una nuova acciaieria di 100 anni fa. Proprio per questo motivo i tassi di interesse, in quanto prezzo del denaro, sono cosi' bassi. Non sono quindi preoccupato per l'inflazione nel prossimo futuro. Ho più paura della deflazione.

Parliamo del suo campo specialistico, l'economia internazionale. Le esportazioni tedesche hanno subito un crollo storico. Quanto cambierà il commercio internazionale a seguito della pandemia causata dal coronavirus?

Quello che abbiamo visto nei giorni scorsi, in merito alle statistiche ufficiali sulle esportazioni, è l'onda d'urto di breve termine proveniente dal Coronavirus, che sta colpendo l'intero globo. La domanda di beni e servizi è crollata drammaticamente in tutto il mondo. Nella situazione attuale, chi dovrebbe comprare un'auto tedesca? Al contrario, stiamo acquistando molto meno dall'estero, anche perché le catene di approvvigionamento si sono interrotte. Nel medio e nel lungo termine ci sarà un allentamento della situazione. Mi aspetto che il commercio internazionale, almeno in parte, si riprenda a partire dalla seconda metà dell'anno.

Ne è sicuro? Dopotutto, anche prima della crisi da Coronavirus c'erano segnali che la globalizzazione in parte stesse regredendo. Il Coronavirus non ha accelerato questa tendenza?

E' possibile. Grazie alle nuove tecnologie, molti si chiedono se la globalizzazione sia ancora necessaria, se il mondo abbia davvero bisogno di restringersi ancora. Ad esempio, abbiamo davvero bisogno di produrre tessuti o scarpe in paesi a basso salario come il Vietnam? Potremmo anche farli produrre in maniera economicamente vantaggiosa da fabbriche completamente automatizzate in Europa - e allora avremmo bisogno di meno commercio internazionale. Il Coronavirus ci mostra anche quanto sia fatale dipendere dall'estero per i beni vitali, come le mascherine. Tuttavia, vorrei mettere in guardia dal voler riportare a casa ogni tipo di produzione.

Perché?

Perché anche se producessimo tutto in Germania o nelle vicinanze, non saremmo comunque protetti al 100% dalle crisi future. Immagini cosa accadrebbe se la prossima pandemia virale non scoppiasse in Cina, ma in Nordreno-Vestfalia. Ne saremmo colpiti allo stesso modo. Quello che probabilmente accadrà, tuttavia, è che in futuro le aziende opereranno su più binari. Renderanno le loro catene di approvvigionamento più larghe in modo da non dipendere da un solo sito di produzione in Estremo Oriente - anche se ciò sarà un po' costoso. Ma lo faranno autonomamente. Metto in guardia i politici dal voler alimentare questo fenomeno e dal tentativo di riportare a casa qualsiasi produzione.

Ma potrebbero diventare molto popolari tra la gente. La maggior parte dei tedeschi ormai è scettica nei confronti della globalizzazione. I politici non dovrebbero forse spiegare alla gente che con meno globalizzazione molte cose saranno più costose?

Assolutamente sì. E anche qui è vero che molte persone sono sopraffatte dai temi economici. Non capiscono i vantaggi del commercio estero.

Allora, per favore, ce li spieghi lei!

Per farlo dobbiamo guardare un po' al passato. Nel 1960, il tedesco medio doveva lavorare 43 giorni per potersi permettere un televisore a tubo. Oggi ci vuole meno di una settimana per un moderno televisore a schermo piatto. Si tratta di un declino drammatico - e lo dobbiamo molto al commercio, alla globalizzazione, che ha fatto sì che i televisori possano essere prodotti a prezzi molto più bassi in Cina. Anche il viaggio low cost a Maiorca è un prodotto della globalizzazione. Chiunque dica di voler tornare indietro dalla globalizzazione, deve anche rendersi conto che ciò per la gente potrebbe significare un'enorme perdita di prosperità. Non dovremmo commettere questo errore, soprattutto perché noi, come economia tedesca, siamo estremamente dipendenti dal commercio internazionale. Ma dovremmo fare un lavoro migliore per riuscire a plasmare la globalizzazione, soprattutto in vista del cambiamento climatico.

Per combattere il cambiamento climatico, tuttavia, molti pensano, che dovremmo viaggiare di meno, soprattutto volare meno. L'Austria ha persino introdotto un prezzo minimo per i biglietti aerei. Un'idea sensata?

I prezzi minimi dei biglietti non sono il miglior strumento per proteggere il clima. Per questo abbiamo bisogno di un prezzo più alto per la CO2. Questo lo si può fare sia attraverso una tassa sulla CO2, che attraverso dei certificati sulla CO2, che tutte le compagnie aeree dovrebbero acquistare per compensare le conseguenze negative per il clima dei voli aerei. L'ideale sarebbe un commercio mondiale di tali certificati sulla CO2, in tutti i continenti, in tutti i paesi. Poiché ciò in tempi prevedibili non è molto realistico, dovremmo almeno attuarlo nell'UE. Per tutte le importazioni dai paesi terzi, tuttavia, dovremmo applicare un'imposta supplementare sul contenuto di CO2 alla frontiera esterna dell'UE, simile alla sovrattassa IVA sulle merci importate, per le quali il produttore in patria non ha dovuto pagare l'imposta. Questo non è protezionismo, ma è necessario e anche giusto per preservare l'industria in Europa.

Herr Südekum, la ringrazio per l'intervista




lunedì 15 giugno 2020

Come hanno fatto i grandi discount tedeschi a invadere il mercato con la loro carne di maiale a prezzi stracciati?

Dietro c'è una storia di animali maltrattati, di sfruttamento dei lavoratori nei grandi macelli del nord e una guerra dei prezzi che ha fatto arricchire a dismisura i signori della carne di maiale a basso costo. Questa storia molto interessante ce la racconta Jürgen Glaubitz, sindacalista del grande sindacato tedesco Ver.di

discount tedeschi con carne di maiale a prezzi stracciati


Pochi giorni dopo che centinaia di dipendenti della Westfleisch di Coesfeld sono risultati positivi al test per il Covid-19, e la stampa (ancora una volta!) ha riferito delle scandalose condizioni in cui versano molte fabbriche tedesche per la lavorazione della carne, Aldi ha avviato una nuova trattativa per ottenere dei ribassi sul prezzo della carne di maiale. Indipendentemente dalla discussione in corso sull'industria della carne, Aldi chiede una rapida riduzione dei prezzi della carne suina.

Così, in concomitanza con l'avvio della stagione delle grigliate, sul mercato viene lanciata della carne ancora piu' economica. Dopo tutto, sostengono i supermercati, è nell'interesse del consumatore. Al tedesco piace grigliare, ha speso molti soldi per il suo nuovo barbecue, ma vuole spendere il meno possibile per quello che ci deve mettere sopra. E' fondamentale che sia economico.

Le cose stanno davvero così? I tedeschi vogliono veramente avere sempre piu' carne a buon mercato - ad ogni costo? Aldi, Lidl & Co. vogliono davvero viziare il "re cliente" con dei prezzi sempre piu' bassi? Oppure hanno obiettivi completamente diversi, diciamo meno nobili?


Qual'è il vero "prezzo" da pagare per avere questa carne cosi' economica? Ad essere colpiti non ci sono solo i poveri maiali negli allevamenti per l'ingrasso e gli operai nelle fabbriche di Tönnies, Vion, Westfleisch & Co. A subirne le conseguenze alla fine sono anche i consumatori, perché il consumo di carne a basso costo è tutt'altro che salutare...

Povero maiale

I bassi prezzi nella grande distribuzione hanno anche un lato oscuro. I maiali da ingrasso vivono in stallini angusti con pavimenti di tavole. Nell'ingrasso convenzionale dei suini, gli animali vengono fatti crescere senza tregua e senza pietà. Lesioni e disturbi comportamentali come i morsi alle orecchie e alla coda ne sono spesso le conseguenze. Particolarmente negativa è l'immobilità degli animali nelle piccole casse.

discount tedeschi in Italia



L'allevamento in batteria tipico dela carne a basso costo spesso implica un'indicibile tortura per gli animali. In Germania un maiale su cinque nato per alimentare l'industria della carne "non raggiunge nemmeno l'età di macellazione perché si ammala o si ferisce prima". Più di 13 milioni di suini, infatti, vengono uccisi prematuramente "per necessità" (spiegel.de del 22.10.2019).

L'anno scorso in questo paese sono stati macellati 55 milioni di maiali. La maggior parte di loro proviene da allevamenti sul territorio nazionle. Un maiale su tre viene macellato dall'azienda Tönnies, a Rheda-Wiedenbrück


Tutto per il benessere degli animali?

Quando vengono criticate queste condizioni vergognose, spesso si fa riferimento all'etichetta sul benessere degli animali. Si tratta di un marchio di garanzia che ha lo scopo di aiutare a valutare le condizioni in cui gli animali vengono allevati, trasportati e macellati. È stata presentata per la prima volta nel 2018, e poi in seguito modificata.

L'etichetta sul benessere degli animali viene criticata sin dalla sua introduzione. Stern l'ha definita "una delle più grandi bugie create negli ultimi anni dalle pubbliche relazioni" (stern.de 29.5.2017). I critici hanno parlato di una "etichetta come un alibi". E anche la nuova versione non apporta alcun reale miglioramento in merito all'allevamento degli animali. Un maiale del peso di 110 kg avrebbe a disposizione 0,90 metri quadrati di spazio, invece degli 0,75 metri quadrati di cui disponeva finora. I critici considerano l'etichetta di "benessere degli animali" come un altro marchio di qualità che non apporta nessun miglioramento concreto. La partecipazione all'etichettatura, inoltre, resta volontaria. 

"La carne di maiale a basso costo è il risultato di una politica agricola che non introduce un'etichetta vincolante per il benessere degli animali. Con la carne industriale pompata grazie ai farmaci, non dobbiamo nemmeno porci la domanda: è questo il benessere degli animali? La domanda piuttosto è un'altra: "è un bene per gli animali?" (extra 3, dal 23.1.2020)



Il duro lavoro di manovalanza nelle fabbriche per la produzione di carne

Per qualche giorno c'è stata una grande indignazione in merito alle condizioni scandalose in cui i lavoratori stranieri a basso salario sono costretti a lavorare e vivere nel nostro Paese. Del resto non è un argomento nuovo. Già nel 2016 Die Zeit scriveva: "Dormono in quattro su dei materassi sottili, lavorano più di 12 ore al giorno e guadagnano poco più di 1.000 euro al mese" (zeit.de dal 3.4.2016). Tre anni fa, lo stesso giornale riportava su Clemens Tönnies, il più grande macellatore di maiali in Germania (e part-time ancora presidente dello Schalke 04): "Migliaia di lavoratori provenienti da Polonia, Romania e Ungheria lavorano appena sopra gli zero gradi, e guadagnano solo pochi euro l'ora. Queste persone hanno reso ricco Tönnies".

"Il re dei maiali" (zeit.de, dal 5.11.2017).

Il Süddeutsche scriveva un anno dopo: "Vengono dalla Bulgaria, dalla Romania o dall'Ucraina, lavorano nei macelli, scannano e sezionano maiali o bovini a cottimo. Con questo esercito di lavoratori, la ricca Germania è diventato un paese con manodopera a basso costo per i macelli" (SZ del 13.12.2018).

A proposito, le prime critiche massicce all'industria della carne sono arrivate proprio dall'America. Upton Sinclair nel suo romanzo bestseller "La giungla" del 1906 parlava delle scandalose condizioni igieniche nei macelli americani e del destino degli immigrati europei costretti a sgobbare come schiavi nelle fabbriche di carne di Chicago. Il protagonista è Jurgis Rudkus, un immigrato lituano... sostanzialmente non sembra essere cambiato molto da allora.

Le condizioni di lavoro e di vita precarie dei lavoratori stranieri sono note da anni e ricordano in gran parte gli albori del capitalismo. Il sindacato NGG critica i datori di lavoro dell'industria della carne per "lo sfruttamento degli animali e degli esseri umani". Questa rovinosa guerra dei prezzi si sta svolgendo sulle spalle degli animali e degli esseri umani. E' dal 2013 che la NGGG richiama l'attenzione sull'abuso dei contratti d'opera. Questi contratti vengono "siglati con aziende spesso dubbie, allo scopo di poter liquidare i dipendenti stranieri con dei bassi salari". Il subappalto è la radice del male...

Il governo federale finalmente ha reagito e a partire dal 2021 ha deciso di vietare i contratti d'opera nel settore della carne. Secondo il ministro del lavoro Hubertus Heil (SPD), in Germania non ci potrà piu' essere alcuna tolleranza per un modello di business che si rassegna e accetta lo sfruttamento e la diffusione delle pandemie

Secondo la NGGG si tratta comunque di un buon inizio per porre fine all'abuso dei contratti d'opera nell'industria della carne e allo sfruttamento dei lavoratori in subappalto. Tuttavia, ora saranno necessari dei controlli più severi (NGG, comunicato stampa del 20.5.2020).



"Carne a buon mercato": la guerra dei prezzi 

Ad essere corresponsabili di questi abusi sono i Big Four della grande distribuzione: Aldi, Lidl, Edeka e Rewe. Insieme controllano l'85% dell'intera distribuzione di prodotti alimentari. Con il loro enorme potere d'acquisto, infatti, controllano l'intera catena di approvvigionamento, mettono i fornitori e i produttori sotto una enorme pressione riuscendo in questo modo a ridurre i prezzi d'acquisto.

Si tratta - nel vero senso della parola - della salsiccia! L'obiettivo è quello di espandere sempre di piu' la loro quota di mercato. Lo strumento più importante a tal fine è il prezzo. Aldi e Lidl si battono per la leadership di prezzo nel segmento dei discount. Un importante "campo di battaglia" è la carne, mentre le cotolette a prezzo stracciato e i bratwurst oscenamente economici sono le esche.

Le conseguenze per i terzi non interessano quasi a nessuno! Le procedure sono sempre le stesse: non appena uno fa un passo in avanti, gli altri tre seguono. E in questo modo si apre un nuovo round nella guerra dei prezzi. L'obiettivo è quello di guadagnare quote di mercato. E un modo per farlo è la carne a basso prezzo.

Alla grande distribuzione piace prendere come pretesto il consumatore finale, il quale chiederebbe semplicemente delle offerte a basso prezzo. Ma non è il cliente a fare il prezzo, sono Aldi, Lidl & Co. E sono anche responsabili delle conseguenze di questa politica! Fare una concorrenza fondata sul dumping dei prodotti a base di carne di maiale è una porcata. Tali guerre di prezzo si svolgono solo a scapito di uomini e animali.

Ultimo ma non meno importante: probabilmente non è un caso che le tre persone più ricche in questo paese siano i proprietari di Aldi-Nord, Aldi-Süd e Lidl. Insieme, i due clan di Aldi piu' Dieter Schwarz (Lidl), hanno accumulato una fortuna di oltre 70 miliardi di dollari (forbes list 2020).

Un'enorme fortuna, creata attraverso una rigorosa gestione dei costi, una brutale e spietata concorrenza e delle  guerre di prezzo costanti. Le conseguenze negative le pagano gli altri!

Una parte di questa gigantesca fortuna è stata creata grazie al fatto che la carne (e quindi gli animali) vengono letteralmente svenduti

Non si può andare avanti così! Le guerre di prezzo a spese degli esseri umani e degli animali devono cessare. È ora che i super ricchi e gli imperatori dei discount facciano qualcosa di buono, almeno per una volta! Per il bene degli animali e degli esseri umani.

Probabilmente sarebbe una grande idea!

Dr. Jürgen Glaubitz


domenica 14 giugno 2020

La dissonanza cognitiva dell'eurozona

"La verità è che la normalità non può esistere in un sistema monetario che pone deliberatamente i bilanci degli Stati nazionali, e quindi le democrazie nazionali, sotto la spada di Damocle dei mercati finanziari. L'euro è espressione della "democrazia conforme al mercato" canonizzata dalla stessa Cancelliera tedesca", scrive il giurista e pubblicista tedesco Erik Jochem su Makroskop. Una riflessione molto interessante di Erik Jochem su Makroskop


La crisi causata dal Coronavirus non è ancora del tutto superata, come spiega Paul Steinhardt qui, e il pericolo di un crollo dell'Eurosistema non giustificherebbe in alcun modo la violazione del divieto di finanziamento agli stati (previsto dai trattati) da parte della BCE mediante il suo programma per l'acquisto di titoli di stato della zona euro, recentemente messo sotto accusa dalla Corte costituzionale federale. In democrazia non ci sarebbe spazio per un intervento straordinario delle istituzioni statali secondo il principio della "necessità non conosce comandamenti".

Questa affermazione è discutibile - e non solo dopo il Coronavirus. Naturalmente ogni sistema giuridico e democratico prevede un possibile stato di emergenza, con il quale il legislatore democratico riconosce delle situazioni eccezionali nelle quali il destinatario della norma non può più essere tenuto ad agire secondo la legge.

Il fatto che alla BCE non sia ancora stato esplicitamente concesso un tale diritto di intervento in situazioni di emergenza, non cambia il fatto che il motto di Mario Draghi, il famoso "Whatever it takes", equivalga in sostanza alla dichiarazione di uno stato di emergenza monetaria permanente per l'Eurosistema, e che tale stato di emergenza continui ancora oggi. A maggior ragione dopo il Coronavirus durerà ancora piu' a lungo, e per un periodo di tempo imprevedibile.

Se le cose sono così chiare - cioè, quando il sistema è davvero in pericolo, le regole abituali che ne impediscono la sopravvivenza diventano obsolete - perché allora questa argomentazione non ha avuto alcun ruolo nella discussione fra giuristi, né davanti alla Corte costituzionale federale, né davanti alla Corte di giustizia europea?

Perché proprio la Corte di giustizia europea si sforza di presentare il programma di acquisti della BCE come un evento ordinario di politica monetaria all'interno del mandato della BCE?

Chi nell'eurozona, da una posizione di responsabilità, discute apertamente del fatto che gli acquisti obbligazionari della BCE sono dovuti ad una situazione di emergenza che minaccia l'esistenza dell'Eurosistema, dovrebbe anche poter dire immediatamente quando questa situazione di emergenza finirà e quando ci sarà un ritorno alla normalità - che del resto è l'elemento naturale nel dibattito pubblico sulla crisi da coronavirus.

La verità, tuttavia, è che la normalità non può esistere in un sistema monetario che pone deliberatamente i bilanci degli Stati nazionali, e quindi le democrazie nazionali, sotto la spada di Damocle dei mercati finanziari. L'euro è espressione della "democrazia conforme al mercato" canonizzata dalla stessa Cancelliera tedesca.

Chi non vuole parlare di questa natura paradossale dell'euro - e quale europeista ben educato lo farebbe - non dovrebbe usare la parola "emergenza", ma in maniera alquanto innaturale dovrebbe far finta che nell'eurosistema la normalità sia possibile, come accade in altri sistemi monetari. Lo scandalo non è la crisi permanente dell'euro, ma gli acquisti obbligazionari fatti dalla BCE per gestire la crisi.

Il fatto che il dibattito sulla realtà dello stato di emergenza perpetuo sia stato completamente accantonato in favore di un dibattito sul rispetto dei trattati è politicamente devastante ed è espressione di un ristagno intellettuale senza precedenti.

Invece di scacciare Brüning come figura simbolo dell'euro, la politica ha rinunciato volontariamente allo scettro della responsabilità economica e, invece di occuparsi della realtà, ha scelto di dedicarsi interamente alla lotta tra il bene e il male. La politica come gioco dei castelli di sabbia.