martedì 29 gennaio 2019

Perché gli industriali tedeschi non ne vogliono sapere di guarire dall'exportismo

Nonostante gli enormi avanzi commerciali degli ultimi anni, ai primi segnali di rallentamento delle esportazioni i giornaloni e gli istituti di ricerca vicini alla lobby dell'export fanno partire i soliti allarmi sul costo del lavoro. Gli industriali tedeschi di fatto non ne vogliono sapere di collaborare con i paesi del sud e di far guarire la prima economia europea dalla grave patologia che la affligge, l'exportismo. Ne parla Die Welt su dati IW


Costosi ma buoni e affidabili, questa almeno è la reputazione che i prodotti dell'industria tedesca hanno all'estero. I dati sull'export tedesco riempiono di orgoglio e mostrano che i prodotti Made in Germany sono richiesti in tutto il mondo. Recentemente le esportazioni tedesche, tuttavia, sembrano essersi fermate. Ciò è dovuto anche al fatto che i nuovi dazi e le minacce di protezionismo stanno frenando il commercio internazionale. 

Ma una parte dei problemi sembra essere fatta in casa. La Repubblica federale con i suoi costi elevati si trova nella parte piu' alta della scala dei prezzi e a soffrire per l'indebolimento dell'economia globale non ci sono solo i beni industriali sulla cui produzione la Germania si è specializzata. 

Spesso la Germania deve sentirsi ripetere la solita critica: i tedeschi avrebbero ottenuto i loro successi nell'export grazie a un'eccessiva moderazione salariale. I dati dell'Institut der Deutschen Wirtschaft (IW) tuttavia mostrano che per quanto riguarda la produzione di beni industriali la Repubblica federale non può essere considerata un paese a basso costo del lavoro. 

Gli economisti dell'istituto di ricerca (vicino ai datori di lavoro) hanno calcolato il livello raggiunto dal costo del lavoro tedesco rispetto agli standard internazionali. La risposta è: la Germania è un paese di produzione costoso e l'accusa di dumping o di una iniqua moderazione salariale non può essere confermata dai fatti. "In Germania non si può in alcun modo parlare di una schiacciante compressione salariale", afferma Christoph Schröder, economista presso l'IW di Colonia. 


L'analisi dell'istituto è a disposizione di WELT e mostra ad esempio che le aziende francesi, in termini di costo del lavoro per unità di prodotto, possono produrre a prezzi molti simili a quelli tedeschi. In Belgio, Austria, Spagna o Paesi Bassi i costi sono ancora più bassi. Le loro attività dal punto di vista dei prezzi si trovano quindi in una situazione competitiva migliore rispetto a quelle del nostro paese 

Le esportazioni tedesche stanno perdendo slancio 

Recentemente le esportazioni in quanto motore di crescita dell'economia tedesca hanno perso slancio. A novembre, secondo gli ultimi dati disponibili, le esportazioni tedesche sono addirittura diminuite rispetto al mese precedente. "Il motore della crescita sta balbettando", ha detto Carsten Brzeski, economista capo di ING in Germania, il modello di business orientato all'export "Made in Germany" inizia a vacillare. 

Ma non bisogna necessariamente arrivare al peggio; in passato, il settore delle esportazioni tedesche si è dimostrato estremamente resistente rispetto alle tensioni globali. "La combinazione unica fra specializzazione di prodotto e diversificazione geografica ha contribuito a compensare la debolezza e i problemi dei singoli partner commerciali", spiega Brzeski. Le cose però ora potrebbero cambiare. 

Solo un crollo dell'economia mondiale simile a quanto accaduto nel 2008-09 potrebbe far affondare le esportazioni tedesche, ricorda Brzeski. Anche se la situazione attuale nel complesso è ancora molto diversa rispetto a quella della crisi finanziaria, nel settore delle esportazioni è tuttavia possibile fare alcuni parallelismi: problemi sui mercati emergenti, le tensioni tra Washington e Pechino, il protezionismo americano, un possibile rallentamento dell'economia cinese e il rischio di una hard Brexit. 

"Sembra che in questo momento nel commercio mondiale ci siano piu' crisi di quante l'industria dell'export tedesca ne possa affrontare. Anche l'euro debole ha fatto poco per la crescita dell'export tedesco", dice l'economista. 


Il costo del lavoro in Germania è relativamente alto 

In una fase di rallentamento economico la questione dei costi di produzione viene di nuovo presa piu’ seriamente rispetto a quanto non accadesse pochi anni fa. Il risultato è chiaro: esaminando i salari e il costo del lavoro degli altri paesi, la Germania è sicuramente uno dei paesi industrializzati più costosi al mondo. Nella classifica dell'IW sui paesi con il costo del lavoro piu' alto la prima economia europea si trova al quarto posto. 

"Solo in Norvegia, Belgio e Danimarca il costo del lavoro è più alto che nel nostro paese", dice Michael Grömling, capo del gruppo di ricerca sull'analisi macroeconomica e congiunturale all'IW. Anche l'idea che la Germania, grazie ad un euro troppo sottovalutato rispetto alla forza dell’economia tedesca, possa produrre a dei prezzi molto piu' bassi rispetto a quelli degli altri paesi europei non sembra essere corroborato dai dati. 

"Nel complesso, la Germania si trova sullo stesso livello degli altri paesi dell'area dell'euro. Il confronto fra i paesi non indica un particolare vantaggio competitivo in termini di costo per la Germania", osserva Grömling. Sebbene il costo della manodopera in Francia e nei Paesi Bassi sia un po' piu' basso che in Germania, in Belgio invece un po’ piu' alto. 

Il bilancio finale non cambia se gli economisti, invece del solo costo del lavoro, prendono in considerazione anche la produttività. Mettendo in relazione il costo del lavoro con la produttività, il risultato è il cosiddetto costo unitario del lavoro e cioè il costo del lavoro per unità di prodotto. Il costo del lavoro per unità di prodotto è considerato una misura importante della competitività di prezzo di una nazione. 

Anche il costo del lavoro per unità è al vertice 

Se la produttività di un'azienda è elevata, l'azienda può anche pagare salari e contributi sociali elevati senza mettere a rischio la propria competitività. La buona notizia: in termini di produttività le aziende tedesche sono al di sopra della media. Le cattiva notizia: non sono abbastanza produttive da poter compensare i recenti aumenti dei costi. 


"Il costo del lavoro per unità di prodotto nell'industria tedesca è elevato, sebbene la produttività sia chiaramente superiore rispetto alla media dei paesi industrializzati", afferma lo studio dell'IW. I lavoratori sono più produttivi, ad esempio, nei paesi scandinavi, in Belgio, nei Paesi Bassi e negli Stati Uniti. 

In termini di costo unitario del lavoro, oltre a Norvegia e Gran Bretagna, anche Italia e Francia risultano essere dei paesi costosi. Ma poi c‘è la Repubblica federale. Al contrario, le aziende possono produrre ad un prezzo piu' basso in Belgio, nei Paesi Bassi, in Finlandia e in Grecia. 

Molto più economico è anche il Giappone (86% della massa salariale tedesca) e gli Stati Uniti (80%). Gli effetti dei tassi di cambio, come ad esempio l'euro debole degli ultimi anni, sono già inclusi in questo calcolo. Non si può parlare di metodi sleali che favoriscano gli esportatori tedeschi. 

"In definitiva, l'elevato livello del costo del lavoro per unità dimostra che in Germania il livello di produttività non è tale da compensare lo svantaggio derivante dall'elevato costo del lavoro", afferma Grömling. Per quanto riguarda il costo del lavoro per unità, in media i paesi dell'area dell'euro sono all’incirca alla pari con la Repubblica federale. L'IW colloca il livello unitario del costo del lavoro dei paesi dell'unione monetaria, esclusa la Germania, al 97% di quello tedesco. 

L'economia della Germania in termini di costi non è in cima alla classifica 

"Il confronto fra i livelli non evidenzia un particolare vantaggio competitivo della Germania in termini di costi", sottolineano i ricercatori dell'IW. E i dati mostrano inoltre che la più grande economia d’Europa in termini di disciplina dei costi non ha fatto meglio degli altri. Dal 2011, infatti, non è stata osservata alcuna moderazione salariale, o almeno una moderazione che abbia conferito all'economia più grande d'Europa degli evidenti vantaggi competitivi, come invece più volte suggerito dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. 

Non sembra esservi tuttavia alcun motivo per farsi prendere dal panico, e alcuni economisti mettono addirittura in guardia da una eccessiva moderazione salariale che finirebbe per colpire i consumi interni. "Negli ultimi anni, la competitività di prezzo della Germania effettivamente si è leggermente deteriorata, sia verso l'area dell'euro che a livello globale", ammette Brzeski. 

Questa riduzione di competitività tuttavia può essere sopportata: "salari più alti hanno favorito il consumo interno e hanno reso il modello economico tedesco un po 'più equilibrato", afferma l'uomo di ING. 

All'industria delle esportazioni potrebbe anche non piacere, ma l’economia nel suo complesso in questo modo sta diventando a prova di crisi. Inoltre il costo unitario del lavoro non può essere considerato l'unico criterio di valutazione per un'economia competitiva. Per le innovazioni tecnologiche e i prodotti legati agli stili di vita, i prezzi in tutto il mondo sono molto più alti che non per i beni prodotti in serie.
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15 commenti:

  1. "Guarire dall'exportismo"... ma che motore di ricerca usi per trovare queste 'perle'? :)

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    1. Mi sembra invece un articolo molto interessante in quanto spiega ancora una volta che i "prestigiosi" istituti di ricerca teutonici sono spesso al servizio di interessi specifici, in questo caso la lobby dell'export, che al primo rallentamento delle esportazioni, dopo anni di super-profitti, ha già sguinzagliato gli strilloni a contratto

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    2. Ora che sono in treno ho il tempo per leggerlo e vi sono spunti interessanti, in pratica quello che sostengo: il costo del lavoro in Germania è tra i più alti e la cosiddetta 'moderazione salariale' non c'è più da diversi anni. L'export non è la principale componente di crescita del PIL e l'euro non ha aiutato i prodotti tedeschi come si vuol far credere. Anche perché il cambio esercita un ruolo 'frenante', non di sostegno alle esportazioni. Se un Paese vende più di quanto importa la sua valuta si apprezza e questo provoca un vantaggio a chi è meno performante e crea un ostacolo a i migliori che devono quindi migliorare la propria competitività.
      Comunque sì, merita una lettura... saltando il titolo e l'incipit! :)

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    3. Maurizio, che confusione. "Si vuole far credere" il fatto che l'Euro è un Deutschmark deprezzato di almeno il 20%; ed è ovvio che ciò abbia aiutato le esportazioni tedesche, dall'inizio; altrettanto ovvio è che il successivo apprezzamento valutario vada a sfavorire ulteriormente le altre nazioni dell'eurozona, anche perché non cancella il vantaggio iniziale tedesco.

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  2. Peccato che l euro si regga su di un sistema di cambi fissi... Che ha proprio la caratteristica di non apprezzarsi all'aumentare delle esportazioni...

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    1. Dici che i 1300 mld di export li fa tutti vrrso l'eurozona?

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    2. Metà circa, ma quello che conta è il differenziale. La Germania dai paesi extra ue compra moltissimo, dell'eurozona nulla (e in generale la maggior parte della sua produzione va all'estero). Il fatto che i cambi sono fissi è stato un vantaggio perché con questo surplus prolungato è evidente che se il cambio avesse fluttuato l'ipotetico marco si sarebbe apprezzato e il surplus ridotto.

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    3. A proposito dell'import dai Paesi extra-UE, in qualunque catena di supermercati, dai Rewe/Combo/Edeka a Aldi/Lidl, basta guardare l'agroalimentare: pomodori da Senegal e altri paesi africani, frutta quasi esclusivamente esotica, a due lire, da Brasile Asia e Africa, verdure e ortaggi da Marocco e nord africa. Raro da Italia/Spagna o addirittura Olanda.

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    4. Non sarebbe male informarsi presso le fonti ufficiali e non dal blog di "pallino55", altrimenti si fa la figura degli ignoranti. La fonte ufficiale per i dati della Bilancia dei Pagamenti e quindi al suo interno quelli delle Partite Correnti e bilancia commerciale è la banca centrale che, nel caso della Germania, è la Bundesbank. E i dati relativi ai primi 10 mesi del 2018 dicono che verso l'eurozona la Germania ha esportato 414 mld, ovvero il 37% del totale, mentre ha importato 339 mld, il 37% del totale. Aggiungo anche i dati con l'Italia: 59 mld di export e 51 di import.

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    5. Esattamente quello che si sostiene: la Germania gode del vantaggio competitivo proprio nei confronti dei "partner" dell'Eurozona, rispetto ai quali ha accumulato un vantaggio competitivo non facilmente erodibile, mentre è ben noto che la Germania è in deficit rispetto a molti paesi extra Euro come la Cina.
      Nella prima fase la moneta unica ha consentito alla Germania di creare il vantaggio coi partner, finita la pacchia del ciclo di Frenkel con gli "alleati" è scattata la svalutazione competitiva dell'Euro per sostenere l'export verso il mondo. Se la Germania avesse il suo cambio effettivo, chissà dove andrebbero a finire le sue esportazioni!

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  3. È davvero strano come ragionano gli "esperti". Nei primi dieci anni dell'euro i salari reali tedeschi sono calati del 9% e dopo sono comunque cresciuti sempre meno della produttività. Questa si chiama moderazione salariale, ed è indubbio che se la tua produttività cresce più del salario (nonostante il paese sia in surplus fiscale e infligga ai cittadini la pressione fiscale più alta d'Europa) la tua competitività aumenta. Nessuno sostiene che la Germania sia un carrozzone improduttivo che esporta perché bara, ma appunto il contrario: essendo già molto competitiva ha scelto un mercantilismo spinto di cui non aveva alcun bisogno, che sta destabilizzando l'economia (e la politica) tedesca, europea e mondiale (per l'IFM la Germania mina gli equilibri macroeconomici mondiali), ed è suicida se la domanda interna si trova nella situazione di non poter assorbire eccessi di produzione dovuti al calo delle importazioni (l'80% delle auto costruite in Germania va fuori, è evidente che un calo dell'export automobilistico porterà a disoccupazione).
    La Germania ha sicuramente rallentato nella moderazione salariale, ma continua a non riconoscere ai suoi lavoratori gli aumenti di produttività (https://www.truenumbers.it/salari-germania/). La quota salari del pil è troppo bassa per sostituirsi al calo dell'export, la frammentazione del mercato del lavoro e i bassi salari stanno rallentando la produttività. Almeno qualcuno se ne sta accorgendo, ma non mi sembra che la rotta si stia invertendo.

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    1. I salari tedeschi in termini reali non sono mai diminuiti di quel valore (ma dove l'hai letto???) per la semplice ragione che l'accordo tra le parti (associazioni industriali e sindacati) sancì che al fine di ridurre le delocalizzazioni di una parte consistente delle attività manifatturiere all'estero i salari dovessero aumentare al pari dell'inflazione e non più alla produttività la quale, aumentando maggiormente, avrebbe ridotto il costo del lavoro per unità di prodotto come in effetti è stato. Scelta giusta? Sbagliata? All'interno si producono circa 5,7 milioni di autoveicoli (di cui il 77,5% esportati) e 10,8 milioni all'estero (dati VDA 2017). Nel 1998 e 2001 se ne sono prodotti 5,3 milioni in Germania. I dati italiani come sono? Domani l'ISTAT, come sembrerebbe dall'anticipazione di Conte, confermerebbe la recessione in Italia mentre per la Germania occorre attendere il 14 febbraio con la differenza che un conto è una stagnazione in una economia con piena occupazione e altro è in una con disoccupazione a due cifre.

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    2. Caro Maurizio, come sempre economisti del calibro di Peter Bofinger smentiscono la tua tifoseria, fornendo dati che vanno in una direzione nettamente diversa da quella che tu proponi (tu e gli industriali tedeschi, ovviamente):
      https://voxeu.org/article/german-wage-moderation-and-ez-crisis

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    3. Mi dici in quale punto Bofinger afferma che i salari in termini reali sono diminuiti e per giunta del 9%? In quell'articolo, che peraltro condivido, si parla di una ridotta inflazione in Germania rispetto agli altri Paesi, derivante anche dalla cosiddetta 'moderazione salariale', che ha ridotto il costo unitario di prodotto in quanto la produttività è cresciuta maggiormente. La 'moderazione salariale' infatti aveva proprio quello scopo e fu un accordo tra le 'parti sociali' onde ridurre la delocalizzazione di attività produttive all'estero (è riportato nell'articolo). Semmai a memoria rammento una analisi, forse pubblicata proprio qui, in cui veniva mostrata una crescita dei salari di fascia bassa inferiore all'inflazione, quindi una perdita in termini reali, e questo è verosimile, ma non per i salari medi e meno ancora per quelli alti.

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